La Divina Commedia – Purgatorio – Canto XXXIII
Le donne, lacrimando, intonarono una dolce salmodia, alternandosi [ora le tre virtù teologali, ora le quattro cardinali] il salmo: Deus, venerunt gentes; ‑ e Beatrice, addolorata e sospirosa, ascoltava il canto di quelle donne così pallida in volto che Maria, al suo confronto ai piedi della croce, poco mutò di colore. ‑ Ma poiché le altre vergini tacquero, Beatrice alzatasi, tutta accesa in volto, rispose: ‑ «O mie dilette sorelle, ancora un poco e non mi vedrete, e di nuovo mi vedrete dopo un poco». [Parole di Cristo colle quali predisse ai discepoli che sarebbe salito al cielo dove essi lo avrebbero raggiunto. Allegoricamente: Beatrice pronostica che la Sede Pontificia avrebbe fatto breve dimora ad Avignone e sarebbe tornata a Roma]. ‑ Poi mise innanzi a sé tutte le sette donne e solo con un cenno fece muovere dietro a sé me e la donna [Matelda] e il savio [Stazio] che rimase in nostra compagnia [dopo partito Virgilio]. ‑ Così ella se ne andava e non credo che avesse fatto dieci passi, quando mi guardò; ‑ e con aspetto tranquillo, mi disse: «Accelera il passo, affinché se io ti parlo tu possa intendermi». – Tosto che io mi fui mosso al fianco di lei, giusta il suo comando, mi disse: «Fratello, perché, venendo tu meco, non ti arrischi a farmi delle domande?» ‑ Come avviene a coloro che, parlando in faccia ai loro superiori, sono troppo riverenti e non riescono a pronunziare distintamente le parole, ‑ così avvenne a me che, senza ben profferire le parole, incominciai: «Madonna, voi conoscete il mio bisogno e ciò che è ad esso utile». ‑ Ed ella mi rispose: «Io voglio che ormai tu lasci ogni timore e vergogna così che tu non parli più con parole tronche come un uomo che parla in sogno. ‑ Sappi che il carro, che figura la chiesa, sfondato da quel dragone, già fu ed ora non è più; ma chi ne ha colpa sia sicuro che la vendetta di Dio non teme opposizioni. ‑ Non sarà sempre senza erede l’aquila [imperiale, dalla quale venne quella dominazione che cagionò gravi danni alla Santa Sede e la fece poi preda dei Francesi] la quale lasciò le sue penne al carro per cui esso divenne un mostro e poscia fu preda [dei francesi] , ‑ perché io vedo con certezza, e perciò lo predico, stelle già vicine a portarne un tempo sicuro da ogni contrasto e da ogni ostacolo, – nel quale un gran Duce mandato da Dio ucciderà la meretrice ladra [la curia Romana] e quel gigante [la potenza francese] che pecca con essa. ‑ E forse che la mia predizione è oscura come erano gli oracoli di Temi e gli enigmi della Sfinge, ed offusca l’intelletto; ‑ ma ben presto gli eventi saranno le Naiadi [le interpreti],‑ le quali, senza recare alcun danno alle greggi ed alle campagne, faranno chiara la mia predizione. ‑ Tu nota [queste mie parole] e quali io le porgo a te, tali tu insegnale ai vivi, a coloro che vivono di quella vita che è un breve cammino verso il sepolcro; ‑ ed abbi in mente, quando tu scrivi queste parole, di non lasciar di descrivere la pianta quale tu l’hai veduta spogliata per ben due volte da mano rapace [significa il doppio spogliamento sofferto da Roma: del seggio imperiale e della cattedra apostolica]. ‑Chiunque ruba o schianta quella pianta offende Iddio con bestemmia di fatto, Iddio che la creò santa solo per servire alla sua gloria. ‑ E perché la prima anima [Adamo] volle mordere quella pianta, stette in pena e in desio per cinquemila anni e più, bramando la venuta di colui [Cristo] che morì per espiare in sé stesso il morso che Adamo diede al frutto. ‑ Tu hai l’ingegno bene addormentato, se non capisci che questa pianta è tanto eccelsa e con la cima cosi rovesciata. ‑ E se i tuoi vani pensieri e il piacere di essi non avessero, come le acque del fiume Elsa [le acque dell’Elsa, fiume di Toscana, ricoprono di un tartaro pietroso ciò che in esse s’immerge], impietrita ed offuscata la tua mente, come Piramo tinse col suo sangue i frutti del gelso; ‑ solamente per tali e sì brevi circostanze apportando il senso morale a questo albero, avresti potuto conoscere gli alti fini di Dio, nel divieto intimatone all’uomo; ‑ ma perché io ti vedo indurito nell’intelletto come una pietra ed offuscato come il colore oscuro della pietra stessa, cosicché la luce del mio mistico parlare ti abbaglia, ‑ voglio che anche tu porti dentro di te, se non chiaramente espresso, almeno adombrato questo mio detto e ciò per quel fine [di dar segno di ciò che hai veduto] stesso per cui si reca il bordone ornato di foglie di palma» [il pellegrino ritornando dalla Palestina porta il bordone ornato di foglie di palma per testimoniare che è stato in quella regione che abbonda di tali alberi]. ‑ Ed io risposi: «Il mio cervello ritiene l’impronta che avete impressa in esso, come è segnata da un suggello la cera, la quale non trasmuta la figura impressa. ‑ Ma perché la vostra tanto desiderata parola si solleva tanto sopra il mio intendimento, il quale, quanto più si sforza di intenderne i velati concetti, tanto più la perde di vista?» ‑ Beatrice disse: «Affinché tu conosca quanto è debole la scuola che hai seguita ed affinché tu veda quanto poco valga la dottrina di essa scuola a tener dietro ai miei concetti; ‑ e veda altresì la nostra via [la scienza umana] esser tanto lontana dalla via divina, quanto si discosta dalla terra quel cielo che, per essere il più alto di tutti i cieli, gira intorno ad essa con più velocità». ‑ Onde io risposi a lei: «Non mi torna in mente che io mi allontanassi giammai da voi, né io ne ho rimorso di coscienza». ‑ Beatrice, sorridendo, rispose: «Se tu non te ne puoi ricordare, ricordati che oggi hai bevuto l’acqua del fiume Lete; ‑ e come dal fumo ben si argomenta il fuoco, così da questa tua dimenticanza si arguisce chiaramente la colpevolezza della tua volontà tutta rivolta ad altre cose mortali. ‑ Veramente le mie parole saranno oramai aperte e chiare quanto converrà che lo siano per essere comprese dalla corta veduta del tuo intelletto». E già il sole più risplendente e con passi più lenti teneva il cerchio meridiano, il quale si fa diverso da una regione all’altra secondo i luoghi da cui si guarda, ‑ quando le sette donne, giunte dove finiva l’ombra della foresta bruna, qual’è l’ombra che l’Alpe porta sopra i suoi freddi rivi scorrenti sotto verdi foglie e rami nereggianti; – si soffermarono come si sofferma un uomo che va per guida innanzi ad una schiera, se sulla strada che percorre trova qualche novità. ‑ Dinanzi ad esse sette donne mi parve vedere i due fiumi Eufrate e Tigri uscire da un medesimo fonte e, quasi amici, separarsi lentamente. ‑ «O luce, o gloria della gente umana [io così pregai Beatrice], che acqua è questa che qui scaturisce da una medesima fonte e, [dividendosi in due rive] allontana una parte di sé dall’altra?» ‑ Per tale preghiera mi fu risposto: «Prega Matelda che te lo dica». E a questo dire rispose subito la bella donna [Matelda] come fa chi si difende da una colpa e disse: ‑ «Questa ed altre cose gli sono state da me dette; e sono certa che l’acqua di Lete non gli fece dimenticare quello che io gli dissi». ‑ E Beatrice disse: «Forse maggior cura, che toglie spesse volte la memoria, ha offuscato il lume della sua mente. ‑ Ma vedi il fiume Eunoè che là sgorga: conducila ad esso e, come tu sei solita di fare, ravvivagli la illanguidita virtù di ricordare». ‑ Come una anima gentile che non si ricusa, ma fa sua propria l’altrui voglia, subito che si è manifestata per alcun segno; ‑ così la bella donna [Matelda], poiché mi ebbe preso per mano, si mosse ed in atto e sembiante di gentildonna disse a Stazio: «Vieni con lui». ‑ O lettore, se io avessi lungo spazio per scrivere, mi studierei di cantare, almeno in parte, la dolcezza delle acque del fiume Eunoè [nelle quali mi tuffò Matelda], le quali non mi avrebbero mai saziato; ‑ ma la regola dell’arte non mi permette di estendermi più oltre perché sono già piene tutte le carte prescritte a questa seconda Cantica. ‑ Io ritornai dalle acque dell’Eunoè così rifatto, come piante novelle rinnovellate di fronde, ‑ puro e disposto a salire in Paradiso.