gen282010

La Divina Commedia – Purgatorio – Canto XXXI

Beatrice volgendo direttamente a me il suo parlare che, pure indiretto, m’era sembrato acerbo, ‑ ricominciò senza alcun indugio: «O tu che stai di là dal fiume sacro, dì, dì se quello che io ho detto di te è vero; a tanta accusa deve andar congiunta la tua confessione». ‑ Le mie facoltà sensitive erano tanto smarrite, che la voce si mosse e si spense prima che uscisse dalla bocca. ‑ [Beatrice] Aspettò un poco, poi disse: «A che pensi? Rispondi a me poiché le tristi memorie non sono ancora in te cancellate dalle acque del Lete». ‑ Confusione e paura mi spinsero fuor dalla bocca un sì tale [di suono così debole] che bisognarono gli occhi per comprenderlo dall’atteggiamento delle labbra. ‑ Come un balestro scoppia quando la sua corda e l’arco scoccano per troppa tensione, e l’asta che ne parte tocca il segno con minor forza [per la rottura] ‑ cosi io scoppiai sotto il grave peso della confusione e della paura sgorgando fuori lagrime e sospiri e la voce venne a morire sulle labbra. – Onde ella mi disse: «Nel seguire i miei desideri che ti conducevano ad amare Iddio, oltre al quale non è altro bene al quale possa l’uomo aspirare, ‑ quali ostacoli o quali impedimenti ti si mostrarono da dovere abbandonare la speranza di vincerli e passare innanzi? ‑ E quali attrattive o quali vantaggi ti si mostrarono nell’aspetto lusinghiero dei beni mondani, al punto di passeggiarvi dinanzi come un innamorato e vagheggiarli?» ‑ Dopo aver tratto un amaro sospiro, appena ebbi la voce di rispondere e le labbra le formarono a fatica, ‑ piangendo dissi: «Tosto che il vostro viso mi si nascose [quando moriste] le cose di questo mondo, col loro falso piacere, distolsero i miei passi dalla via dritta». ‑ Ed ella ripigliò: «Se tu tacessi o negassi ciò che confessi, non sarebbe per questo meno conosciuta la tua colpa, da tal giudice si sa. ‑ Ma quando l’accusa del peccato esce dalla bocca del peccatore, nella corte del cielo la divina giustizia, quasi ruota che aguzza il taglio della propria spada, rivolge sé con il taglio [la divina giustizia si disarma]. ‑ Tuttavia, affinché tu senta maggior vergogna del tuo errore, ed affinché altra volta, udendo gli allettamenti del piacere, tu sia più forte, ‑ poni giù la cagione del pianto ed ascolta; e n’udrai come l’esser io morta invece di attaccarti alle cose mondane, doveva allontanartene. ‑ Natura ed arte, miste insieme, non offrirono mai al tuo sguardo cosa così piacente ed amabile, quanto le belle membra in cui io fui rinchiusa e che, disciolte, ora sono terra. ‑ E se, per la mia morte, ti venne meno il sommo piacere che provavi a vedermi, qual cosa mortale doveva invogliarti ad amarle e desiderarle? ‑ Tu per la prima ferita che, a vedermi morta, provasti per le cose fallaci di questo mondo, ben dovevi alzare il tuo pensiero al cielo dietro a me, che non ero più cosa mortale. – Né qualsiasi giovinetta, né altra vana cosa, il cui godimento è sì breve, non doveva aggravarti le ali e tenerti basso alla terra ad aspettar nuovi colpi di sventura. ‑ Un augello di nido, inesperto, per due o tre volte corre al pericolo, ma innanzi agli occhi degli augelli che hanno già messo le penne, si spiega invano la rete, invano si scocca l’arco». ‑ In quella stessa maniera che i fanciulli [sgridati per i loro falli], vergognosi e muti, cogli occhi bassi, stanno ad ascoltare [i rimproveri] riconoscendosi colpevoli e mostrandosi pentiti, ‑ tale io mi stava. Ed ella (Beatrice] disse: «Poi, per le cose che hai udite, ti mostri pentito, alza la barba [la faccia barbuta] e, guardando, proverai maggior dolore e pentimento». ‑ Un robusto cerro, al soffiar del vento nostrale o d’un vento che spiri dalla terra [africana] ove regnò Iarba, si diradica con minor resistenza, – che io al suo comando non alzai il mento: e quando per farmi alzare il volto, mi chiese di alzare la barba, io sentii bene l’amaro rimprovero che ella intendeva farmi con quelle parole. ‑ E come io ebbi alzata la faccia, il mio occhio vide che quelle prime creature [gli angeli) avevano cessato di gettar fiori; ‑ ed i miei occhi ancor timidi videro Beatrice sopra la fiera che è una sola persona in due creature [il grifone]. ‑ Sebbene coperta dal velo e da me alquanto lontana, perché al di là del fiume dalle verdi rive, nonostante mi parve che ella superasse sé stessa in bellezza quand’era mortale più di quel che non superasse le altre donne quand’era sulla terra. ‑ Tanto allora mi punse il rimorso della coscienza, che di tutte le cose mortali, quella che mi volse ad amar sé, deviandomi da Beatrice, più mi venne in odio. ‑ Tanto pentimento dei miei peccati mi punse il cuore, che caddi abbattuto dal dolore e quale io allora divenni lo sa colei [Beatrice] che me ne porge cagione. ‑ Poi, quando il cuore, riavutosi dal suo abbattimento, mi restituì la virtù tolta ai miei sensi esterni, vidi sopra di me la donna [Matelda] che io avevo trovata sola e diceva: «Tieniti, tieniti, a me». ‑ Essa mi aveva tratto nel fiume fino alla gola e, tirandovi me dietro, se ne andava scorrendo sopra all’acqua con quella leggerezza con cui la spola delle tessitrici corre da una banda all’altra della tela. ‑ Quando fui presso alla beata riva del fiume si udì così dolcemente cantare: «Asperges me», che io non solo non posso scriverlo, ma non lo so neppure ricordare. ‑ La bella donna [Matelda] allargò le braccia, mi abbracciò la testa e mi sommerse per modo che io dovetti inghiottire dell’acqua. ‑ Indi mi tolse dell’acqua e, così bagnato com’era, mi presentò in mezzo alle quattro belle che danzavano [le virtù cardinali] e ciascuna mi coperse col braccio. ‑ Cominciarono a cantare così: «Noi siamo Ninfe abitatrici di questa selva e nel cielo siamo stelle: prima che l’anima dì Beatrice scendesse nel mondo ad informare il suo corpo, noi fummo destinate per sue ancelle. ‑ Noi ti condurremo innanzi a lei, ma le tre donne che stanno al di là [alla destra del carro] e vedono più a fondo di noi [le virtù teologali], aguzzeranno i tuoi occhi a mirare nel giocondo lume che splende negli occhi di Beatrice». ‑ E poi mi condussero seco presso al petto del Grifone, ove Beatrice stava a noi rivolta. ‑ Dissero: «Fa’ che non risparmi gli sguardi: noi ti abbiamo posto innanzi agli smeraldi [agli occhi di Beatrice], dai quali un tempo, Amore ti saettò coi suoi strali». ‑ Mille affetti, più ardenti che fiamma mi fecero fissar gli occhi negli occhi splendenti della mia donna, i quali stavano immobili e fissi sopra al Grifone. – Come il sole raggia in uno specchio, non altrimenti la fiera dalle due nature [il grifone] or in uno, ora in un altro atteggiamento, raggiava dentro agli occhi di Beatrice. ‑ Pensa, o lettore, la mia meraviglia quando vedevo il grifone in sé non fare alcun movimento e prender varie forme nella sua immagine impressa negli occhi dì Beatrice. ‑ Mentre che l’anima mia, piena di stupore e di letizia, gustava quel cibo che, facendo contenta l’anima, sempre più l’accende nel desiderio di sé; ‑ le altre tre donne [le virtù teologali] mostrandosi agli atti ed ai movimenti tutti celesti, di appartenere al più alto ordine angelico, si fecero avanti, accompagnando colla danza il loro canto divino. ‑ La loro canzone era questa: «Volgi o Beatrice, volgi i tuoi santi occhi al devoto che, per vederti, ha fatto tanti passi. ‑ Per grazia, concedi a noi di svelargli la tua faccia sì che egli discerna la bellezza che tu hai acquistata in cielo e che tieni ancora celata». ‑ O Beatrice, splendore di viva luce eterna, chi è mai impallidito tanto, sotto l’ombra del Parnaso, o chi bevve al suo fonte [chi acquistò tanto valore poetico], – che non paresse aver la mente affrancata, tentando ritrarti quando apparisti là dove il cielo, tra le sue armonie, ti avvolge, ‑ quando ti mostrasti, qual sei, nell’aere aperto?

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