gen282010

La Divina Commedia – Purgatorio – Canto XXV

Era tale ora che il salire non voleva indugio perché il sole aveva lasciato il cerchio meridiano al segno del Toro [erano due ore dopo mezzogiorno] e la notte [nell’emisfero opposto] aveva lasciato il cerchio meridiano dello Scorpione [erano due ore dopo mezzanotte]. ‑ Per la quale ora, come fa l’uomo stimolato da un bisogno pressante, non si ferma ma va sempre avanti nel suo cammino qualunque cosa gli si presenti, ‑ così noi entrammo, l’uno innanzi l’altro, per l’apertura del sasso [per lo stretto calle ove era la scala che conduceva dal sesto al settimo girone] prendendo la scala che per la sua strettezza, costringeva i salitori a star separati. ‑ E come fa il cicognino [il piccino della cicogna] che per voglia di volare alza l’ala e non si attenta di abbandonare il nido e giù la ricala [l’ala]; tale era io con voglia di domandare accesa dal desiderio di sapere e nello stesso tempo spenta [per timore d'infastidire Virgilio] giungendo fino all’atto, che fa colle labbra colui che si dispone a parlare. ‑ Il mio dolce padre, per quanto fosse celere il suo andare, non cessò di parlare com’ebbe conosciuto il mio desiderio, ma disse: «Lascia andar la parola che hai già sulle labbra». ‑ Allora aprii con sicurezza la bocca e cominciai: «Come possono diventar magre le ombre dei morti se non sentono bisogno di nutrirsi?» ‑Virgilio disse: «Se tu avessi in mente come Meleagro si consumò col consumarsi di un tizzone, questo dimagramento delle ombre dei morti non ti riuscirebbe così difficile a capire ». [Meleagro, figlio di Enea re di Caledonia. Quando nacque, le fate ordinarono che la sua vita durasse fino a tanto che fosse consumato un ramo d'albero che esse posero ad ardere. La madre di lui, Altea, saputo ciò, spense il tizzone, ma quando Meleagro ebbe ucciso due fratelli di lei, fu presa da tanto furore che rimise il tizzone nel fuoco per cui Meleagro cessò di vivere. Come in Meleagro era una fatal disposizione a consumarsi unitamente a quel legno, così nell’aria che circondava quelle anime era attitudine a ricevere e presentare le passioni onde sono affette le anime stesse]. ‑ E se tu pensassi come l’immagine del corpo umano si muove agile dentro allo specchio col muoversi del corpo stesso, ciò che ti par duro e incomprensibile ti sembrerebbe facile e chiaro a capirsi. ‑ Ma affinché tu ti interni nella cosa [di cui parliamo] quanto ti piace, ecco qui Stazio ed io lo prego di toglierti i dubbi». Stazio rispose: «Se io gli spiego il modo onde la divina giustizia punisce queste anime, mentre tu sei qui presente, mi valga a discolpa il non poterti io fare una negativa». ‑ Poi cominciò: «Figlio, se la tua mente considera attentamente e capisce le mie parole, esse ti chiariranno il dubbio come queste anime possano talmente dimagrire. – La parte più pura del sangue, la quale non è mai assorbita dalle vene assetate [assorbenti] e rimane sempre come l’avanzo delle vivande che tu togli dalla mensa, ‑ questo sangue puro prende nel cuore virtù atta a riprodurre tutte le umane membra stesse. ‑ Sempre più raffinato scende in quegli organi che è meglio tacere che nominare [negli organi della generazione] e poscia di lì stilla sopra il sangue della femmina nell’organo a ciò destinato. ‑ Poi l’uno e l’altro sangue si uniscono insieme, l’uno [il mestruo della femmina] disposto a patire [atto a ricevere impressione] e l’altro [il sangue puro] disposto a fare [a dar forma alle umane membra], per la perfetta natura dell’organo da cui viene, – e aggiunto a lui [congiunto il sangue virile al femmineo], comincia prima a coagularsi formando l’embrione, e poi vivifica quel che fece coagulare per sua materia. ‑ La virtù attiva [quella del padre] diventa animata [mediante l'anima vegetativa] come quella di una pianta, ed in ciò solo differente dall’anima di una pianta che questa [la vita vegetativa dell'anima umana] è in uno stato di semplice avviamento, laddove quella [l'anima di una pianta] è giunta alla sua ultima perfezione. ‑ Poscia opera tanto [la virtù attiva divenuta anima] che già si muove e sente come fungo marino ed allora imprende a fornire di organi sensitivi il corpo umano [gli occhi, le orecchie, ecc.] corrispondenti alle potenze sensitive dell’anima [la vista, l'udito, ecc.], delle quali potenze la virtù attiva è produttrice. ‑ Figliuolo, la virtù attiva che procede dal cuore del generante dove la natura lavora tutte le membra [dove sta la potenza della riproduzione della specie], ora si allarga ora si allunga secondo il bisogno. – Ma tu non vedi ancora come di animale sensitivo questo embrione divenga animale ragionevole, e questo punto è talmente difficile a conoscersi che già fece errare uno più savio di te [Averroe, commentatore di Aristotile], – così che, nel suo modo di pensare, fece disgiunta dall’anima la facoltà d’intendere, perché non vide che l’intelletto, per intendere facesse uso di alcun organo. ‑ Apri il petto alla virtù che viene e sappi che, appena l’articolare del cerebro è perfetto nel feto umano, ‑ il primo motore lieto si volge a lui e spira un nuovo spirito pieno di virtù [la nuova anima razionale] sopra così gran lavoro della natura. ‑ E questo nuovo spirito identifica tutto ciò che quivi nel feto trova d’attivo [l'anima vegetativa e la sensitiva], e fa di sé e di quello una sola anima vivente senziente e riflessiva. ‑ E perché tu ti meravigli meno del mio ragionamento, guarda il calore del sole, che unito all’umore fluente della vite, si fa vino. ‑ E quando Lachesi [è quella delle tre Parche che fila lo stame della vita umana] non ha più lino [in punto di morte] l’anima si scioglie dal corpo e seco portasi virtualmente le facoltà corporee e le spirituali. ‑ La memoria, l’intelletto e la volontà, divengono molto più acute [attive] ad operare di quello che non erano prima, ma le altre potenze [quelle che si esercitano per gli organi corporei], rimangono tutte quante mute [inoperose]. ‑ L’anima, sciolta dal corpo, senza alcun indugio, scende mirabilmente per moto spontaneo all’una delle due vie [o alla via di Acheronte, o alla foce del Tevere], ed ivi giunta conosce qual luogo le è destinato. ‑ Appena si è posata sopra una delle rive, la virtù inerente all’anima, di formarsi un corpo, raggia intorno alla sua attività e formasi un corpo uguale nelle fattezze e nella estensione a quello che animava nel mondo, ‑ e come l’aere, quando è ben pregno di pioggia, pel raggio di sole opposto riflesso in esso, forma l’iride; ‑ così qui l’aere circostante si condensa in quella forma che nell’aere stesso, per propria virtù, l’anima vi fermò; ‑ e poi, somigliante alla fiammella che segue il fuoco in tutti i suoi movimenti, così l’aereo corpo, novellamente formato, va dietro allo spirito. ‑ E perché poscia l’anima si fa visibile da questo corpo aereo, questo corpo chiamasi ombra, e quindi l’anima si organizza tutti i sensi fino alla vista. ‑ Quindi [in virtù di questo corpo] noi parliamo, udiamo, facciamo lagrime e sospiri come tu hai potuto sentire per il monte. ‑ L’ombra si atteggia secondo la impressione che produce in noi il desiderio o gli altri effetti e questa è la cagione di ciò che vedi con tua meraviglia». ‑ E già noi eravamo giunti all’ultimo girone [settimo ed ultimo] ove si tormentano le anime, e ci eravamo rivolti dalla parte destra e stavamo attenti ad altra cosa interessante. ‑ Qui la ripa getta con impeto ardenti fiamme e la cornice [l’orlo della strada dalla parte opposta] manda vento in su che respinge la fiamma e l’allontana da sé. – Onde ci conveniva camminare uno ad uno dal lato non riparato dalla sponda ed io da una parte [sinistra] temevo il fuoco e dall’altra di cader giù. ‑ Il mio duca diceva: «Traversando questo luogo bisogna guardar bene dinanzi a sé, perché si potrebbe facilmente cadere in errore». ‑ Allora, in mezzo alle cocenti fiamme, udii cantare: «Summae Deus clementiae». [Principio dell'inno che si recita nel mattutino del sabato e che le anime, che si purgano del vizio della lussuria, cantano per domandare a Dio il dono della purità] che mi fecero voltare gli occhi verso di loro sollecitamente. ‑ E vidi spiriti andar tra le fiamme, per cui io guardavo ai loro passi ed ai miei, dividendo fra di essi a quando a quando la mia vista [dando uno sguardo ora ai miei ed ora ai loro passi]. In seguito all’ultima strofa di quell’inno, gridavano ad alta voce: «Virum non cognosco» indi ricominciavano l’inno a bassa voce. Finito l’inno, tornavano a gridare: «Diana [figlia di Latona, conservò la verginità fece sua delizia delle selve, perché nella solitudine e nei faticosi esercizi della caccia, vi è meno pericolo di offendere quella virtù] restò sempre nel bosco, e ne discacciò la ninfa EIice [Elice, ossia Calisto, che divenne poi in cielo l’Orsa maggiore, era una del coro di Diana, e quando questa seppe che Elice era gravida, la cacciò dal bosco] che già aveva gustato il velenoso diletto di Venere» [aveva perduta la sua verginità]. – Indi tornavano a cantare: ricordavano esempi di donne e di mariti che vissero casti, come ne impone la virtù e il dovere maritale. ‑ E credo che questo modo alternato di cantare e di gridare duri per tutto il tempo della loro purgazione: con tali mezzi [di cantare e gridare] e con tal pascolo [col fuoco purgante] conviene si purghi il peccato punito nell’ultimo girone.

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