gen282010

La Divina Commedia – Purgatorio – Canto XXIX

Cantando come donna innamorata continuò con fine delle sue parole: «Beati, quorum tecta sunt peccata». ‑ E come le ninfe che si dilettavano per le solinghe, ombrose selve desiderando quale di fuggire il sole e quale di vederlo, ‑ [Matelda] si mosse contro la corrente del fiume, ed io mi mossi con lei, seguendo i suoi brevi passi con passi ugualmente piccoli. ‑ I suoi passi aggiunti ai miei non erano cento [non ci eravamo inoltrati cinquanta passi] quando le ripe, rimanendo sempre equidistanti, voltarono, per modo che io tornai a rivolgermi a levante. ‑ Né anche ci eravamo di molto inoltrati in tal modo, quando Matelda si volse tutta col viso verso di me, dicendo: «Fratello mio, guarda ed ascolta». ‑ Ed ecco che un improvviso chiarore scorre da tutte le parti per la gran foresta, tale che io ebbi il dubbio che balenasse. ‑ Ma poiché il baleno sparisce appena mostratosi e quel chiarore di là durando, più e più splendeva, io dicevo nel mio pensiero: «Che cos’è questo?» ‑ Ed una melodia dolce correva per l’aere luminoso, per la qual cosa mi prese un giusto sdegno contro l’ardire temerario di Eva, ‑ la quale, là dove la terra e il cielo ubbidivano a Dio, essendo l’unica femmina che fosse al mondo e creata da poco, non volle tollerare che alcuna verità le fosse nascosta; ‑ se fosse stata umilmente sommessa sotto a quel velo io, fin dalla mia nascita, avrei godute quelle ineffabili delizie e poi eternamente [perché nello stato d'innocenza l'uomo non sarebbe stato soggetto alla morte]. – Mentre io mi aggirava incerto e pieno di stupore fra tante primizie dell’eterno piacere e bramoso di altre maggiori felicità, ‑ l’aere dinanzi a noi parve divenire come un fuoco acceso sotto i verdi rami, e quello che in lontananza pareva un dolce suono, ora si manifesta essere un canto. – O sante Muse, se io mai soffersi per voi patimenti di fame e freddo e di lunghe veglie, forte motivo mi sprona ora a chiedere, in ricompensa, il vostro aiuto. ‑ Ora conviene che il fonte di Elicona [il giogo di Parnaso ove sorge il fonte Pegaseo] spanda per me le sue acque ed Urania, col suo coro, mi faccia concepire dei grandi e forti pensieri e mi aiuti a metterli in versi. ‑ A poca distanza, il lungo tratto d’aria che s’interponeva fra noi e alcuni oggetti indistinti, li faceva falsamente parere agli occhi nostri sette alberi d’oro; ‑ ma quando io fui presso di loro si che l’oggetto comune [le immagini comuni ai corpi lontani e ai vicini], per il quale il senso resta ingannato, non perdeva più per la distanza alcuna delle sue distinte qualità; ‑ la virtù che prepara la materia al ragionamento apprese che quelli erano candelabri [figurano i sette doni dello Spirito Santo] e nelle voci in tese che si cantava: Osanna. ‑ Il bell’ordine dei candelabri, nella sua parte superiore, fiammeggiava assai più chiaro della luna, quando, essendo nel suo mezzo mese, e di mezza notte, splende nell’aere sereno. ‑ Io mi rivolsi, pieno di ammirazione, al buon Virgilio, ed egli mi rispose, con uno sguardo non meno pieno di stupore. ‑ Indi riportai gli occhi sugli altri candelabri i quali si muovevano verso di noi con tanta lentezza che nel loro andare sarebbero stati sorpassati in celerità da spose novelle. – La donna [Matelda] mi sgridò: «Perché ti mostri tanto desideroso di mirar la viva luce dei candelabri e non guardi ciò che viene dietro a loro?» ‑ Allora io vidi genti vestite di bianco venir dietro la luce [dei candelabri] come dietro a loro guide, e un candore tale non fu mai veduto nel mondo. ‑ L’acqua del ruscello splendeva dal lato sinistro e se io vi guardava dentro, l’acqua mi rendeva, come uno specchio, l’immagine del mio fianco sinistro ‑ Quando io, dalla riva in cui era, mi trovai posto in tal punto che la processione mi era dirimpetto sulla riva opposta e non ne ero diviso che dalla larghezza del fiume, per osservar meglio mi fermai; ‑ e vidi le fiaccole accese sui candelabri andare avanti e, colle luminose tracce che si lasciavano dietro, rassomigliavano ad altrettante banderuole spiegate, ‑ cosicché l’aere, al disopra dei candelabri, rimaneva distinto in sette strisce, luminose tutte dipinte in quei colori dei quali il sole dipinge l’arcobaleno e la luna il suo cinto. ‑ Questi stendardi luminosi e colorati, si allungavano pel cielo più che non si allungava la mia vista e, per quanto sembrava a me, tra il primo e l’ultimo, vi era la distanza di dieci passi. ‑ Sotto un cielo così bello come io descrivo, ventiquattro venerabili vecchi coronati di gigli, venivano due a due [i sacri scrittori di libri del vecchio testamento]. Tutti cantavano: «Sii tu benedetta nelle figlie di Adamo e siano in eterno benedette le tue bellezze». – Poiché i fiori e le altre fresche erbette che erano in faccia a me sulla sponda opposta, non furono più ingombre da quei nobili personaggi, ‑ e come in cielo una stella viene appresso all’altra, cosi appresso a loro venivano quattro animali coronati [simbolo dei quattro Evangelisti] di fronde verdi. ‑ Ognuno aveva sei ali, le penne erano piene di occhi e questi occhi erano come sarebbero quelli di Argo se fossero vivi. ‑ Lettore, io non spargo più rime a descrivere la loro forma; poiché le parole che io devo spendere in altro tema sono tante, che qui non posso dilungarmi di più. – Ma leggi Ezechiello [cap. 1] che dipinse tali animali quando li vide venire dall’aquilone, con vento, con nube e con fuoco; ‑ e quali li troverai descritti nelle sue profezie, tali erano qui, eccetto che Giovanni, nel descrivere le loro ali, va meco d’accordo e si stacca da Ezechiello. Un carro trionfale su due ruote [questo carro è figura della cattedra papale e le due ruote, del Vecchio e Nuovo Testamento], che venne tirato dal collo di un grifone, occupò lo spazio compreso tra i quattro animali. Ed esso tendeva l’una e l’altra delle ali all’insù tra la lista intermedia e le tre liste laterali a sinistra, di modo che, fendendo quegli spazi, non intersecava nessuna delle colorate liste. ‑ Le ali del grifone erano così elevate che non erano viste; nella parte anteriore, che aveva la forma di uccello [aquila] aveva le membra d’oro e le altre membra di un color bianco misto a vermiglio. ‑ Non solo affermo che Scipione l’Africano e Cesare Augusto non rallegrarono Roma, nel loro trionfo, con sì bel carro, ma dico che il carro del sole, messo al confronto con questo, sarebbe disadorno e meschino; ‑ quel carro del sole che, sviando, fu combusto [fu arso dal fulmine di Giove] per la preghiera della terra afflitta e supplichevole, quando Giove fu misteriosamente giusto. ‑ Dalla parte della ruota sinistra danzavano in giro tre donne [le virtù teologali]; la prima [la carità] tanto rossa, che posta dentro al fuoco, appena si sarebbe distinta dal fuoco stesso; ‑ la seconda [la speranza] era d’un colore [verde] come se le sue carni e le ossa fossero fatte smeraldo, la terza [la fede] pareva neve allora allora scesa dal cielo: ‑ ed ora parevano guidate dalla donna bianca, ora dalla rossa; e dal cantare di questa le altre due prendevano in movimento della danza ora lente, ora celeri. ‑ Dalla parte della ruota sinistra, quattro altre donne [le virtù teologali], vestite di porpora, danzavano lietamente al modo di una di loro [la prudenza] che aveva tre occhi in testa. ‑ Dopo tutto il gruppo da me descritto, vidi due vecchi [S. Luca e S. Paolo], diversamente vestiti ma simili nell’atteggiamento della persona composta ad onestà e nella gravità del portamento. ‑ Il primo si dimostrava discepolo di quel sommo Ippocrate che fu dalla natura creato per il bene degli uomini [per allungar la loro vita] che la natura stessa ha cari sopra tutti gli altri animali. ‑ L’altro mostrava aver virtù contraria [a quella di allungar la vita agli uomini] poiché impugnava una spada lucida e acuta, talché mi fece paura benché mi trovassi di qua dal ruscello. ‑ Poi vidi quattro personaggi in umile aspetto [gli apostoli Giacomo, Pietro, Giovanni e Gidda: altri dicono che questi siano i quattro dottori della chiesa: S. Gregorio Magno, S. Girolamo, S. Ambrogio e S. Agostino], e dietro a tutti venir solo un vecchio dormente con la faccia non sonnacchiosa ma vivace [San Giovanni Evangelista]. ‑ E questi sette erano vestiti come il primo stuolo [dei ventiquattro signori]; ma non avevano in capo corona di gigli, ‑ sebbene di rose e di altri fiori vermigli di colore così vivo che un osservatore alquanto lontano avrebbe giurato che tutti e sette i personaggi avessero fuoco intorno alla fronte. – E quando il carro fu di rimpetto a me si udì un tuono; e quei degni personaggi parvero aver vietato andar più oltre, ‑ fermandosi ivi colle prime insegne [coi candelabri già descritti].

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