gen282010

La Divina Commedia – Purgatorio – Canto XXI

Il naturale desiderio di sapere che mai non si sazia, se non con l’acqua che la donna samaritana chiese in grazia a Gesù Cristo, mi rendeva anelante l’animo e mi stimolava a camminare in fretta dietro il mio duce per la via ingombra e mi condoleva delle pene giustamente inflitte. ‑ Ed ecco, come ce ne scrive S. Luca, al modo che Cristo, risorto dal sepolcro apparve ai due discepoli che erano in viaggio [andavano ad Emaus], ‑ tale ci apparve un’ombra che veniva dietro a noi, guardando la turba giacente al suolo, né ci accorgemmo di lei finché incominciò a parlare ‑ dicendo: «Fratelli miei, Dio vi dia pace». Noi subito ci volgemmo e Virgilio le fece cenno di ringraziamento, per l’augurio. ‑ Poi incominciò: «La corte del giudice supremo, che mi ha confinato nell’eterno esilio, ti ponga in pace nel concilio dei beati». ‑ Ed egli disse: «Come, e intanto camminavamo in fretta, se voi siete anime che Dio non si degna ricevere su nel cielo, chi vi ha guidate su questa scala che conduce al cielo?» ‑ E il mio dottore disse: «Se tu guardi i segni che questi [Dante] porta in fronte e che l’Angelo delinea, ti accorgerai come egli sia eletto a regnare coi buoni. – Ma poiché colei [Lachesi] che fila notte e giorno, non gli aveva ancora filata la conocchia che Cloto avvolge intorno alla rocca per la durata della vita di ciascuno [Cloto è una Parca che, al nascere di ogni uomo pone sulla rocca di Lachesi quel pennecchio, durante la filatura del quale vuol che duri la vita di ciascuno]. ‑ La sua anima, che è sorella alla tua e alla mia, non poteva venire su [nel Purgatorio] sola, perché non intende né vede come noi: ‑ onde io fui tratto fuori dall’ampia gola [dall'Inferno, di cui Virgilio, come è noto, abitava la bocca o Limbo] per additargli il cammino e le cose, e gliene mostrerò ancora finché la mia dottrina gli potrà esser utile. ‑ Ma dicci, se lo sai, perché poc’anzi il monte diede tali scosse, e perché parvero gridare tutte ad una voce le anime che si aggirano per questo monte fino alle sue radici bagnate del mare?» ‑ Facendo quella domanda, Virgilio colse nel segno il mio desiderio che, per la speranza che ebbi di appagarlo, la mia curiosità si fece meno avida. – Quei cominciò: «Non vi è cosa alcuna che la religione del sacro monte provi senz’ordine o fuori usanza. ‑ Questo luogo è libero da ogni alterazione: solo vi può essere per quei mutamenti che il cielo riceve pel suo naturale moto di rotazione, e non per altra causa; ‑ per cui al di sopra della scaletta dai tre gradini [che è avanti la porta del Purgatorio, dove sta l'Angelo colle chiavi], non cade pioggia, né grandine, né neve, né rugiada, né brina. ‑ Non si vedono nuvole né dense né rade, né lampeggiare, né la figlia di Taumante [l'arcobaleno: secondo la favola è Iride, messaggera di Giunone] che muta di posto nella terra abitata dall’uomo. ‑ Secco vapore [donde hanno origine i venti] non si eleva al disopra dei tre scalini di cui parlai, sopra al quale sta il vicario di Pietro. ‑ La parte del monte sottoposta ai tre gradini, forse talvolta si scuote per terremoto; ma questa parte superiore, non so come, non tremò mai per vento chiuso nelle viscere della terra [gli antichi credevano che il terremoto avesse origine dal vento sotterraneo]. ‑ Trema soltanto quando qualche anima si sente così purificata che sorge in piedi per salire in alto e tal grido [Gloria in excelsis] accompagna il tremare del monte. ‑ Prova che l’anima è monda il solo voler salire [al cielo], il quale volere, libero di mutare stanza, invade l’anima ed ha effetto. – Vuol bensì anche prima salire al cielo, ma il talento [la bramosia di rendersi pura] cui la divina giustizia, nei tormenti del Purgatorio, oppone alla voglia [dì salire al cielo] appunto come nel peccare, il pravo appetito lottava contro il buon volere. ‑ Ed io che ho soggiaciuto a questo tormento cinquecento anni e più, soltanto ora sentii libera volontà di passare a miglior soggiorno. ‑ Per questo sentisti poco fa il terremoto e i pietosi spiriti sparsi pel monte render lode al Signore che io prego perché li invii tosto al cielo». ‑ Così quell’anima disse a Virgilio e poiché tanto si gode del bere quando è grande la sete, non saprei dire quanto mi giovò di parlare di quell’anima. ‑ Ed il savio duca disse: «Ormai vedo l’impedimento che vi trattiene legati in questo cerchio e ciò che avviene quando la rete si apre [quando è avvenuta la purgazione] e il perché questo monte trema e perché vi congratulate. ‑ Ora ti piaccia che io sappia chi fosti e fa’ che intenda dalle tue parole il perché sei rimasto qui giacente per tanti secoli». ‑ Quello spirito rispose: «Nel tempo che il buon Tito [Vespasiano che distrusse Gerusalemme] con l’aiuto di Dio vendicò le ferite dalle quali uscì il sangue venduto da Giuda [di Cristo], ‑ io era nel mondo col nome di poeta che più onora ed è più durevole di qualunque altro, ma non era ancora fedele cristiano. ‑ Il mio canto fu sì dolce che, sebbene fossi Tolosano [questi è il poeta Stazio che Dante suppose di Tolosa], Roma mi trasse a sé dove meritai la corona di mirto. ‑ La gente del mondo mi chiama ancora Stazio; cantai di Tebe e poi del grande Achille, ma caddi per via sotto il peso della seconda soma [ma non potei finire il mio secondo poema, l'Achilleide, perché mi colse la morte]. ‑ Al mio ardore furono incitamento le faville di quella fiamma divina che accese più di mille poeti; ‑ parlo dell’Eneide la quale fu madre e ispiratrice dei miei carmi, senz’essa non fermai nessuna sentenza, anche minima. ‑ E per aver la fortuna di esser vissuto nel tempo in cui visse Virgilio, acconsentirei di penare un altro giro di sole [un altro anno] di più di quel che debbo per uscire dal Purgatorio». ‑ Queste parole fecero volger verso di me Virgilio con un tal viso che, tacendo, pareva dire: «Taci» [non dir chi sono]. Ma la virtù che vuole non può tutto; ‑ perché il riso e il pianto si seguono con tanta facilità per la passione da cui l’uno e l’altro procedono, che negli uomini di cuore aperto obbediscono meno alla volontà. ‑ Io pure sorrisi [nonostante il cenno di Virgilio] come un uomo che ammicca, per cui l’ombra tacque e mi guardò fissamente negli occhi ove il sentimento dell’animo fa più mostra di sé, ‑ e disse: «Che tu possa condurre a termine così grande impresa; ma perché la tua faccia mi mostrò, testé, un lampo di riso?» ‑ Ora io sono preso da due parti; l’una vuol ch’io taccia, l’altra mi scongiura di parlare; onde sospiro e Virgilio m’intende. – Il mio maestro disse: «Di’ pure e non aver paura di parlare, ma parla e digli ciò che egli domanda con tanta curiosità». ‑ Onde io dissi: «O antico spirito, forse tu ti meravigli del mio riso; ma voglio che tu accresca la tua meraviglia. ‑ Questi, che guida gli occhi miei a vedere in alto, è quel Virgilio dal quale tu togliesti l’ispirazione per cantare le gesta degli uomini e degli dei. – Se attribuisti al mio riso un’altra cagione, tienila per non vera, e credi essere state causa del mio sorridere quelle parole che dicesti di Virgilio». – Già Stazio si chinava ad abbracciare i piedi del mio dottore, ma egli disse: «Fratello, non lo fare, poiché siamo ombre ambedue». E Stazio alzandosi disse: «Ora tu puoi comprendere quanto è grande l’amore che nutro per te, quando dimentico la nostra forma impalpabile ‑ trattando le ombre come se fossero corpi».

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