gen282010

La Divina Commedia – Purgatorio – Canto XX

Un cattivo volere si oppone ad un volere migliore, onde per far piacere a lui [a Virgilio] e contro il mio piacere, trassi dall’acqua la spugna non sazia [partii senza aver soddisfatta appieno la mia curiosità]. ‑ Io mi mossi e il mio duca si mosse pei luoghi che, lungo il dorso del monte, erano liberi [non occupati dalle anime stese a terra], come sul muro di una fortezza si cammina rasente ai merli [per non cadere dall'altro lato che è senza riparo]; poiché la gente che piangendo fonde insieme colle lacrime il male che occupa tutto il mondo [l’avarizia], troppo si avvicina alla parte esterna del monte che non ha riparo. ‑ Sii maledetta, o antica lupa [l'avarizia], che per tua voracità hai più preda di tutte le altre bestie! ‑ O cielo, per le cui rivoluzioni taluni credono trasmutarsi le cose e le umane condizioni, quando verrà colui che caccerà la lupa da questa terra? ‑ Noi andavamo a passi lenti e brevi ed io porgevo l’orecchio al lagnarsi e al piangere pietosamente delle anime. ‑ E per ventura udii dinanzi a noi chiamare piangendo: «O dolce Maria» come grida una donna che abbia i dolori del parto; ‑ e quindi udii seguitare: «Tu fosti tanto povera quanto sta a testimoniarlo la misera capanna ove tu deponesti il tuo santo parto». ‑ Poi intesi: «O buon Fabrizio, tu volesti piuttosto posseder la povertà unita alla virtù che la ricchezza unita al vizio. [E’ noto il magnanimo sdegno di Fabrizio che rigettò i tesori offertigli da Pirro che cercava di corromperlo]. ‑ Queste parole mi piacquero tanto che io mi avanzai per vedere chi era quello spirito che pareva averle pronunziate. ‑ Esso parlava ancora della larga sovvenzione che diede Niccolò [vescovo di Mira] alle fanciulle perché conducessero onoratamente la loro giovinezza. ‑ Io dissi: «O anima, che parli tanto bene, dimmi chi fosti e perché tu sola ripeti queste degne lodi? ‑ La tua parola non sarà senza ricompensa se io ritorno a compiere il breve cammino di questa vita mortale che già corre al suo termine». ‑ Ed egli: «Io ti risponderò, non perché mi aspetti, per tuo mezzo, alcun conforto dai miei parenti che sono ancora in vita, ma perché in te riluce tanta grazia [di esser venuto nel Purgatorio] prima di esser morto. ‑ Io fui la radice di quella pianta malefica [della famiglia dei Capeti, re di Francia. Questi che parla è Ugo Magno duca di Francia e duca di Parigi, padre di Ugo Ciapetta primo re dei Capetingi] la quale stende un’ombra nociva su tutta la terra cristiana, sì che raramente se ne coglie buon frutto. ‑ Ma se Doagio, Guanto, Lilla e Bruggia [queste sono le principali città della Fiandra occupate parte colla forza e parte colle lusinghe, da Filippo il Bello. Doagio dicesi oggi Douai; Guanto, Gand; Bruggia, Bruges] ne avessero bastanti forze, ben presto se ne vedrebbe la vendetta; ed io la chiedo a colui che tutto giudica [a Dio]. ‑ Nel mondo dei viventi fu chiamato Ugo Ciapetta: da me son nati i Filippi e i Luigi dai quali é stata retta la Francia in questi ultimi tempi. ‑ Io fui figliuolo di un beccaio di Parigi. Quando gli antichi re [la dinastia dei Carolingi] vennero tutti meno, fuorché uno che vestì gli abiti monacali, ‑ io mi trovai stretto nelle mani il freno del governo del regno e tanta potenza per nuovi possessi acquistati, e così circondato da partigiani, ‑ che la testa di mio figlio [Ugo Ciapetta] d’onde discese la sacra stirpe di costoro, fu promossa alla vedova corona [vacante per la morte di Ludovico V, ultimo re dei Carolingi]. – Finché l’accrescimento della gran dote provenzale non rese audace e sfrontata la mia stirpe, essa aveva scarso potere, ma almeno non faceva male a nessuno. ‑ In Provenza incominciò ad usurpare, parte colla forza e parte colla frode e poi, per fare ammenda delle sue colpe, prese Ponti [Ponthieu in Piccardia] e Normandia e Guascogna. ‑ Carlo [d'Angiò venne in Italia e s'impadronì del regno dì Sicilia e Puglia, scacciandone Manfredi il quale se ne era fatto signore dopo la morte di Corrado] venne in Italia e per fare ammenda di una colpa ne commise un’altra, rendendo Corradino vittima della sua ambizione [Corradino, figlio di Corrado, legittimo erede della corona, fu preso in un tranello], e poi per ammenda ricacciò Tommaso al cielo. ‑ Io vedo un tempo non molto lontano da oggi, che trae fuor dalla Francia un altro Carlo [di Valois], per far meglio conoscere la malvagità sua e dei suoi. Ne esce [dalla Francia] senza soldati, [venne in Italia con soli 500 cavalieri e con molto seguito di baroni e di conti. Fu inviato a Firenze, come paciere, da Bonifacio VIII, ma sotto pretesto di riordinare le città ingannò i Fiorentini] e solo armato della lancia colla quale giostrò Giuda [col tradimento], spinse quella lancia in modo da far scoppiare la pancia a Fiorenza [togliendole e danari e i migliori cittadini]. ‑ Quindi [per questa perfidia] non acquisterà terre [infatti fu chiamato Carlo senza terra] ma aggraverà la sua coscienza di onta e di vitupero, tanto più grave e funesto a lui, quanto meno conto fa di questo danno. ‑ Io vedo l’altro re [Carlo II, figlio di Carlo I re di Puglia e Sicilia] tratto prigioniero dalla sua nave, vendere e patteggiare la propria figlia [Beatrice, che Carlo II vendette al marchese Azzi XIII già vecchio, per trentamila, o per cinquantamila fiorini] come fanno i corsari delle altre schiave. – O avarizia, che cosa puoi fare di peggio, poiché hai tratti a te i miei discendenti in modo che essi non si curano nemmeno più dei loro figliuoli? ‑ E acciocché appaia meno grave il male che i miei discendenti hanno fatto e faranno, vedo il fiordaliso [il giglio, arme di Francia] entrare in Alagna [oggi Anagni città della campagna romana] e vedo Cristo fatto prigioniero nella persona del suo vicario. – Lo vedo [Cristo] deriso un’altra volta: vedo rinnovarsi per lui il fiele e l’aceto ed essere un’altra volta ucciso tra nuovi ladroni [Bonifazio VIII per il dolore e la rabbia di quell'affronto, pochi giorni dopo moriva e i ladroni sono Sciarra, Colonna e il Nogareto ordinatori dell'assalto contro il Pontefice]. Vedo il novello Pilato [Filippo il bello, per ordine del quale Bonifazio fu imprigionato] così crudele che non è pago di ciò e di suo arbitrio stermina il ricco ordine dei Templari. – O mio Signore, quando io sarò soddisfatto a veder la tua vendetta che nascosta nel tuo segreto, raddolcisce l’ira della tua giustizia? Riguardo a ciò che io dicevo di quell’unica sposa dello Spirito Santo [Maria Vergine] e che si indirizzò a me perché ti dessi spiegazioni, ‑ tali esempi [di povertà e di astinenza] si lodano [cioè si prega e si medita] soltanto di giorno, ma quando si fa notte ne prendiamo altri di significato opposto. ‑ Noi allora ripetiamo Pigmalion [uccise a tradimento, per sete di vendetta, Sicheo suo zio e marito di Didone, sua sorella] che la sua ingorda brama dell’oro fece traditore, ladro e parricida; ‑ e la miseria dell’avaro Mida [costui chiese agli dèi che tutto ciò che toccava si cangiasse in oro: fu esaudito e in mezzo all'oro morì] che seguì alla sua ingorda domanda per la quale è necessario che si rida sempre. ‑ Poi ciascuno si ricorda del folle Acamo [giudeo il quale, per essersi appropriato di una parte della preda fatta nella città di Gerico, fu lapidato per ordine di Giosuè], come rubò la preda, così che l’ira di Giosuè sembra che lo perseguiti anche qui. ‑ Quindi accusiamo Safira insieme a suo marito [Anania e Safira si ritennero una parte del denaro ricavato dalla vendita di un loro campo, e fecero credere a S. Pietro Apostolo che ciò che gli offrivano era l'intero ricavo della vendita]; lodiamo i calci che ebbe Eliodoro [fu inviato da Seleuco, re di Siria a Gerusalemme per usurpare i tesori del tempio, ma appena egli pose piede sulla sacra soglia, gli apparve un cavaliere armato che lo prese a calci e lo costrinse a fuggire a mani vuote]; e il nome di Polinestore che uccise Polidoro, gira infamato per tutto il monte [Polinestore fu re di Tracia e uccise Polidoro, il figlio di Priamo, che a lui era stato dato in custodia durante l'assedio di Troia]. Finalmente ci si grida: Crasso [Marco Crasso, famoso per la sua sete dell'oro, morì in una spedizione contro i Parti, ed i nemici, trovatone il cadavere, lo portarono al loro re il quale gli versò in bocca dell'oro liquefatto dicendo: d'oro avesti sete, oro bevi], dicci poiché lo sai per esperienza, di che sapore è l’oro. ‑ Talora parliamo uno a bassa voce e uno ad alta voce, secondo l’affezione che ci porta a parlare, ora con maggiore ed ora con minor forza. ‑ Però dianzi non ero io solo a rammentare i buoni esempi dei quali qui si ragiona durante il giorno, ma qui vicino non vi era altra persona che alzasse la voce». – Noi ci ci eravamo già allontanati da esso e cercavamo di avanzare sollecitamente tanto quanto era permesso alle nostre forze, ‑ quand’io sentii tremare il monte come per una cosa che cada, onde mi prese un gelo come prende a colui che va alla morte. ‑ Certo non ci scoteva così fortemente l’isola di Delo [isola dell'Arcipelago che anticamente, come narra Virgilio, errò agitata e natante sulle onde, ma dopo che ebbe ricettato Latona, che vi partorì, si fermò] prima che Latona vi facesse il nido per partorirvi i due occhi del cielo [Apollo e Diana, cioè il sole e la luna]. ‑ Poi da tutte le parti si elevò un grido tale che il mio maestro si avvicinò a me e mi disse: «Non temere mentre io ti guido». – Tutti dicevano, per quel che io compresi dal luogo vicino d’onde il grido si poteva intendere: «Gloria in excelsis Deo». ‑ Noi restammo immobili e sospesi come i pastori di Betlemme quando udirono quell’inno, finché cessò il tremare del monte e l’inno ebbe termine. ‑ Poi ripigliammo il nostro santo cammino, guardando l’ombre giacenti per terra che avevano già ricominciato a piangere. ‑ Mai nessuna ignoranza, se ben mi ricordo, accompagnata da tanta guerra d’impaziente curiosità, quanta mi pareva allora di avere, – mi fece così desideroso di sapere il perché, né io per la fretta ardivo domandarlo, né da me poteva comprendere la cagione di quello scuotimento. ‑ Così me ne andavo timido e pensoso.

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