gen282010

La Divina Commedia – Purgatorio – Canto XVIII

L’alto dottore aveva posto fine al suo ragionamento e mi guardava fisso negli occhi per vedere se gli sembravo soddisfatto. – Ed io, ancora stimolato dalla brama di sapere, tacevo colle labbra, ma dicevo fra me: forse le troppe domande che gli pongo lo molestano. Ma quel mio verace padre, che si accorse del mio timido desiderio che non osavo esprimere, rivolgendomi la parola mi incoraggiò a parlare. – Ond’io dissi: «Maestro, il mio intelletto si rischiara così nel lume della tua dottrina, ch’io discerno chiaramente quanto il tuo ragionamento contiene. ‑ Però ti prego, dolce e caro padre, che tu mi dica qual’è quell’amore al quale riduci ogni buono e cattivo operare». ‑ Ei mi rispose: «Rivolgi verso di me le acute luci dell’intelletto e ti sarà dimostrato l’errore di quei ciechi che pretendono guidare gli altri. ‑ L’animo, per sua natura, è pronto ad amare e si muove verso ciò che gli piace, appena è destato da una gradevole impressione. ‑ La vostra facoltà di apprendere ritrae immagine dall’essere reale e la spiega dentro all’animo vostro, tanto che richiama la sua attenzione su di essa [immagine]. ‑ E se l’animo, rivolto a questa immagine, si piega verso di lei [si abbandona in lei], quell’abbandono è amore e quell’amore è natura, la quale in virtù del piacere forma un nuovo legame con l’animo vostro. ‑ Poi, come il fuoco divampa verso l’alto, per la sua natura che lo porta a salire in alto dove si conserva più nella sua materia; ‑ così l’animo, preso dal piacere, entra in desiderio, che è un moto spirituale, e mai si posa finché il possesso della cosa amata non lo rende soddisfatto. ‑ Ora tu puoi capire quanto è nascosta la verità alla gente che afferma essere sempre ogni amore cosa lodevole; ‑ perché la sua naturale disposizione all’amore gli sembra sempre buona; ma non è buono ogni segno che s’imprime nella cera, benché la cera sia buona». ‑ Io gli risposi: «Le tue parole e il mio intelletto che ha seguito attentamente il tuo dire, mi hanno rivelato che cosa sia l’amore, ma questa rivelazione mi ha maggiormente ripiena la mente di dubbio: ‑ ché se l’amore nasce in noi per effetto delle cose esterne che ci piacciono e l’anima è indotta a questo atto solamente da questa cagione, non ha nessun merito o colpa se opera bene o male». ‑ Ed egli a me: «Io ti posso dire tutto ciò che la ragione umana può discernere intorno a questa cagione; per quel che è al disopra della ragione umana, che è opera della fede, aspetta che te lo spieghi Beatrice. Ogni anima che è distinta dalla materia e che pure ad essa è unita, contiene in sé una sua particolare virtù ‑ la quale non è conosciuta senza operare né si dimostra altro che per l’effetto attuale, come la vita si manifesta in una pianta per mezzo delle sue verdi fronde. ‑ Però nessun uomo sa di dove venga l’intelligenza delle primitive verità, né l’amore di quelle cose [la propria conservazione, il piacere, la felicità] che sono le prime a bramarsi, e queste bramosie sono in voi come è nell’ape l’inclinazione a fare il miele; e questa tendenza primitiva non è meritevole né di biasimo né di lode. ‑ Ora perché a questa voglia istintiva si riportino tutte le altre voglie e bramosie, è innata in voi la ragione che consiglia la scelta, la quale ragione deve custodire la porta dell’assentimento [aprendola, ai buoni sentimenti e chiudendola ai pravi]. ‑ Questa facoltà di regolare le bramosie è il principio donde si parte il vostro merito, secondo che questo volere accoglie i buoni amori e rigetta i cattivi. ‑ Coloro che ragionando filosoficamente penetrano addentro nella natura delle cose, si accorsero di questa libertà innata e però lasciarono al mondo dottrine e insegnamenti morali. ‑ Onde, supponendo che ogni bramosia sorga in voi necessariamente, in voi è sempre il potere di contenerla. ‑ Beatrice chiama col nome di virtù il libero arbitrio e procura di tenerlo a mente nel caso che essa te ne parlasse». ‑ La luna, che aveva tardato a levarsi fino a mezzanotte, sembrava un secchione arroventato e ci faceva apparire più rare le stelle [oscurandone la minori non faceva apparire altro che quelle di maggior grandezza più qua e più là]; – e correva contro all’apparente corso del cielo per quelle strade [dello zodiaco] che sono illuminate dal sole quando gli abitanti di Roma lo vedono tramontare in quella parte del cielo che è tra la Corsica e la Sardegna; ‑ e quell’anima gentile [Virgilio] per la quale Pietole [sua patria] è più rinomata della città di Mantova, si era sgravata del carico che io le aveva imposto per soddisfare alle mie domande. – Per cui io, che avevo compresa ben chiara ed aperta la ragione sopra le mie questioni, stavo come un uomo che vaneggia incerto e sonnolento di pensiero in pensiero. Ma tal sonnolenza mi fu tolta ad un tratto da gente che dietro le nostre spalle veniva verso di noi. ‑ E come avendo i Tebani bisogno dell’aiuto di Bacco, i fiumi Ismeno ed Asopo videro già, nottetempo, lungo le loro rive, gran calca di gente correre in furia verso di essi; tal folla io vidi di coloro [accidiosi] che sono spronati dal buon volere e giusto amore venendo alla nostra volta avanzando il passo per quel girone. ‑ Ben presto ci sopraggiunsero, perché tutta quella turba correva e due innanzi gridavano piangendo: «Maria corse velocemente alla montagna [a visitare S. Elisabetta] e Cesare cinse d’assedio Marsiglia e poi corse in Ispagna per soggiogare la città d’Ilerda [oggi Lerida]». – E gli altri, dietro di lui, gridavano: «Presto, presto, non perdiamo tempo; che il fervido desiderio di far del bene, rinvigorisca in noi la grazia divina». ‑­ «O gente, in cui un intenso fervore forse supplisce adesso al difetto della negligenza e della pigrizia, messo da voi per tiepidezza nel bene operare, ‑ questi che è ancora vivente, e io per certo non vi dico bugia, vuol salir su appena il sole torni ad illuminarci; però diteci da qual parte è vicina la fenditura del monte [ove è la scala per salire]». ‑ Queste furono le parole del mio duca: ed uno di quegli spiriti disse: «Seguici e troverai l’apertura. Noi abbiamo tanta bramosia di muoverci che non possiamo fermarci; però perdonaci se tu ritieni per scortesia quello che facciamo per nostra natura. ‑ Io fui abate di S. Zeno a Verona, sotto l’impero del buon [prode] Barbarossa [Federico I] del quale Milano parla ancora con dolore. ‑ Ed un tale che ha già un piede dentro la fossa [Alberto della Scala, signore di Verona vecchio e presso a morte: morì nel 1301] che ben presto piangerà quel monastero e si dorrà di avervi dominato; ‑ perché ivi ha posto, in luogo del vero abate di S. Zeno, un suo illegittimo figliuolo [Giuseppe] deforme nel corpo e più ancora nell’animo». ‑ Io non so se questo spirito continuò a parlare oppure tacque, tanto si era già allontanato da noi; ma intesi questo e mi piacque ritenerlo a memoria. ‑ E quegli che mi veniva in aiuto ad ogni bisogno [Virgilio] disse: «Rivolgiti da questa parte e guarda queste due anime che vengono avanti gridando esempi di accidia». Dietro a tutti dicevano: «La gente ebrea, al cui passaggio si aperse il Mar Rosso, fu tutta sterminata prima che il Giordano [la Palestina] vedesse i suoi eredi. ‑ E quella gente che non volle soffrire gli affanni del viaggio con Enea [quei Troiani condotti da Enea, stremati dalle fatiche del viaggio che rimasero senza gloria in Sicilia con Alceste] sino alla fine, si offrì ad una vita senza gloria». ‑ Poi, quando le ombre furono molto lontane da noi, che non si potevano più vedere, mi venne alla mente un nuovo pensiero ‑ dal quale altri ne nacquero e vaneggiai d’uno in altro pensiero, sì che chiusi gli occhi e tramutai il pensiero in sogno.

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