gen282010

La Divina Commedia – Purgatorio – Canto XVII

O lettore, se trovandoti sulle Alpi ti colse la nebbia attraverso alla quale tu vedesti confusamente, come la talpa vede attraverso alla pellicola che ha dinanzi agli occhi; ‑ ricordati della spera del sole che penetra lievemente attraverso i vapori umidi e densi quando incominciano a diradarsi; e l’immaginazione di questo fenomeno sarà scarsa [debole] per giungere a farti figurare come io rividi il sole, già prossimo al tramonto, uscendo dal fumo. ‑ Così, andando di pari passo col mio maestro, uscii da tal nube quando già i raggi del sole erano morti ne’ bassi lidi [quando il sole tramontando, immergeva nell'ombra le pianure]. ‑ O fantasia, che talvolta ci togli la sensazione delle cose esterne tanto che uno non si accorge di quel che accade fuori di se stesso, anche se intorno squillano mille trombe, ‑ chi è che ti fa muovere [agire, operare] se i sensi non ti porgono nessuna esterna impressione?Ti muove una luce che si forma in cielo, e ti fa agire o per sé stessa [naturalmente] o per una volontà superiore [Iddio] che la invia quaggiù. – Nella mia fantasia apparve l’orma dell’empietà di colei [Progne, moglie di Teseo e sorella di Filomena: queste due donne, per vendicarsi di un'ingiuria ricevuta da Teseo, fecero in pezzi Iti, il figlio di lui e, cottolo, glielo diedero in cibo. Secondo alcuni poeti, Progne fu convertita in rondine e Filomena in rosignolo, ma Dante, con molti altri, ritiene che la convertita in rosignolo fosse Progne] che mutò forma in quella dell’augello che si diletta soavemente a cantare [rosignolo]. ‑ E qui la mia niente si chiuse e si raccolse in sé stessa, ché di fuori [per la via dei sensi] non veniva cosa alcuna che fosse da essa ricevuta. ‑ Poi discese nella mia fantasia rapita in estasi, un uomo crocifisso [Aman], feroce e dispettoso nel sembiante e in tale aspetto moriva. ‑ Intorno a lui stavano il grande Assuero [re di Persia] Ester sua sposa e il giusto Mardocheo che fu perfetto nel dire e nell’operare. ‑E tosto che questa immagine si dileguò da sé stessa, come si dilegua una bolla in aria quando si rompe il velo d’acqua sotto la quale si formò, ‑ apparve nella mia fantasia la visione di una fanciulla [Lavinia, figlia del re Latino e di Amata] piangente che diceva: «O regina [madre mia] perché ti sei voluta annientare per ira? ‑ Ti sei uccisa per non perdere Lavinia [non potendo tollerare che andasse sposa al profugo Enea] ed ora mi hai ineluttabilmente perduta; adesso sono io che piango sulla tua morte, o madre, prima che su quella altrui» [di Turno al quale era stata promessa in moglie Lavinia, e fu creduto che Enea lo avesse per gelosia ucciso]. ‑ Come rompesi il sonno quando una luce vivissima percuote di botto gli occhi chiusi, e prima che si dilegui completamente, dà l’ultimo scotimento; ‑ così si dileguò il mio immaginare, quando mi percosse il volto una luce molto maggiore di quella che suole ferire i nostri occhi. ‑ Io mi volgeva per vedere in qual luogo mi trovassi, quando una voce mi disse: «Qui si sale» e mi distolse da ogni altro pensiero ‑ e acuì tanto la mia voglia [di vedere chi era che aveva parlato], che quando arriva a tal punto non si appaga se non messa a confronto colla cosa bramata. ‑ Ma qui veniva meno la mia facoltà visiva come viene meno in faccia al sole, la cui potenza luminosa opprime la nostra vista e ci rende invisibili le cose. – Il mio duca disse: «Questi è uno spirito divino che, senza essere pregato, c’indirizza sulla retta via per salir su e colla sua luce si cela da sé stesso ai nostri occhi. Egli fa con noi come l’uomo fa con sé stesso [non aspetta preghiera per giovare a sé stesso]; perché colui che vede l’altrui bisogno ed aspetta di esser pregato per venirgli in aiuto, si dimostra malignamente disposto a negare il soccorso. ‑ Ora accettiamo l’invito dell’Angelo e procuriamo di salir su prima che si faccia buio, perché non si potrebbe salire finché non si facesse giorno di nuovo». ‑ Ed io e lui rivolgemmo i nostri passi ad una scala; e tosto che io fui al primo gradino, ‑ mi sentii vicino un muover d’ala farmi vento sul volto e dirmi: «Beati pacifici che sono senza ira peccaminosa». – Già gli ultimi raggi, che precedono la notte si erano tanto elevati sopra di noi, che le stelle apparivano in più punti del cielo. ‑ Io che mi sentivo mancare il vigore delle gambe, dicevo fra me: O forza mia, perché mi abbandoni? ‑ Già eravamo giunti dove la scala non saliva più [al termine] e ci sentivamo divenuti immobili come rimane immobile una nave che giunge alla riva e si ferma. ‑ Ed io stetti un poco in ascolto per udire qualche rumore che venisse dal nuovo girone [quarto]; poi mi volsi al mio maestro e dissi: «Dolce padre mio, dimmi quale colpa si purga nel girone ove siamo. Se i piè stanno fermi, non cessi il tuo parlare». Ed egli mi rispose: «L’amore del bene, minore di quello che doveva essere [che manca del suo fervore], qui viene risarcito; qui si punisce chi fu lento ad oprar bene. Ma perché tu possa intender meglio, rivolgi tutta la tua attenzione a me e ricaverai qualche vantaggio da questa nostra dimora». ‑ Egli cominciò: «Figliuolo mio, né Creatore, né creatura fu mai senz’amore o naturale [pel quale bramiamo i beni necessari alla nostra conservazione] o dell’anima [ossia di ragione che dipende dal libero volere], e tu lo sai. – L’amore naturale non errò mai, ma l’altro, quello dell’anima, può errare o per aver per suo oggetto il male, o per troppo o per poco vigore. ‑ E finché l’amore naturale è diretto ai primi beni [a Dio e alla virtù] e regola sé stesso nei beni secondari, non può causare colpevoli diletti; ma quando si volge al male, o tende al bene con maggiore o minore cura di quel che deve, la creatura opera contro il suo Creatore. ‑ Da ciò puoi ben capire come l’amore deve essere in voi il seme di ogni virtù, come d’ogni azione meritevole di castigo. ‑ Ora, poiché l’amore non può mai distogliersi dalla utilità di quell’ oggetto in cui risiede, ne viene di conseguenza che tutte le cose suscettive d’amore non possono odiare sé stesse; ‑ e poiché non sì può concepire un essere sussistente di per sé stesso, diviso dall’ente primo, ne segue che ogni affetto è impossibilitato ad odiare. – Se dunque io ben distinguo e stimo ciò che ho detto, resta che se si ama il male è solamente per desiderio che esso ricada sul nostro prossimo e tale odio per altrui nasce in tre modi nella vostra fragile natura. ‑ Vi è chi spera di raggiunger l’altezza con l’oppressione del suo prossimo, e solo per questo brama che esso sia avvilito e degradato nella sua grandezza. ‑ Vi è qualche altro che teme di perdere il potere, la grazia, l’onore e la fama per l’innalzarsi di un altro, onde si rattrista talmente dell’altrui innalzamento che gli desidera il contrario [la depressione]. ‑ Vi è altri che per un’ingiuria ricevuta pare che se ne offenda al punto che si fa avido di vendetta, e conviene che cerchi nella sua mente il danno di chi l’offese. ‑ Questo triplice amore è scontato nei balzi sottoposti [dei superbi, degli invidiosi e degli iracondi]; ora voglio che tu ascolti dell’altro amore che corre al bene con ordine corrotto. ‑ Ogni uomo apprende confusamente e desidera un bene nel quale l’anima trovi la sua soddisfazione e la sua quiete; per cui ognuno agogna di raggiungere cotesto bene. ‑ Ora se il vostro amore è lento a rivolgersi a quel bene o ad acquistarlo, questo girone, dopo la penitenza fattane in vita, ve ne dà il castigo. ‑ Vi è un altro bene che non fa l’uomo felice, esso non è la felicità, non è la bontà essenziale, frutto e radice [premio ed origine] di ogni bene. L’amore, che troppo si abbandona a questo bene materiale, si piange nei tre cerchi che stanno sopra di noi, ma come sia ragionata la triplice ripartizione di questo amore, io lo taccio, affinché tu lo investighi da te stesso».

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