gen282010

La Divina Commedia – Purgatorio – Canto XV

Quanto spazio della sfera celeste, che scherza sempre, a guisa di fanciullo [giusta il sistema Tolemaico, il cielo non cessa mai di girare su se stesso come fa il fanciullo], apparisce percorso dal sole, dal punto orientale dell’orizzonte al compiersi dell’ora terza; altrettanto se ne vedeva rimasto a lui [al sole] per giungere al tramonto [mancavano tre ore al tramonto del sole]: là [nel purgatorio] era vespro e qui [in Italia] mezzanotte. ‑ I raggi solari ci ferivano per mezzo la faccia, perché avevamo girato tanto intorno al monte, che già andavamo in linea retta verso ponente; ‑ quando mi sentii gli occhi abbacinati da uno splendore più forte della luce del sole, ed io ne stupiva ignorandone la causa: ‑ onde portai le mani alla sommità delle ciglia e mi feci scudo. ‑ Come quando dall’acqua o dallo specchio il raggio riflesso rimbalza in modo uguale ‑ a quello con cui discende, e tanto si allontana dalla perpendicolare quanto da essa si allontana per uguale spazio il raggio incidente, come dimostrano esperienza ed arte; ‑ così mi parve di esser percosso da luce che ivi era riflessa dinanzi a me, per cui i miei occhi si affrettarono a sottrarsi a quello splendore. ‑ Io dissi: «Dolce padre, che è mai quello splendore innanzi a cui non posso fare schermo ai miei occhi tanto che mi giovi e che pare muoversi verso di noi?» ‑ Rispose a me: «Non ti meravigliare se ancora ti abbagliano gli abitatori celesti; è un angelo che viene ad invitarci a salire. ‑ Ben presto avverrà che il veder queste cose non ti sarà più grave, anzi ne riceverai tanto diletto quanto natura ti ha disposto a provarne». – Quando fummo giunti all’angiolo benedetto con dolce voce egli ci disse: «Entrate di qui dove è una scala meno ripida delle altre». ‑ Essendo noi già partiti dì lì, montavamo, e dietro noi udimmo cantare: Beati misericordes e si udì pur cantare: «Godi tu che vinci». ‑ Il mio maestro ed io salivamo, ed io pensava, andando, di tirar profitto dalle sue parole; ‑ e mi rivolsi a lui domandandogli: «Che cosa volle dire lo spirito di Romagna quando menzionò divieto e consorzio?» [verso 86 e segg. del Canto XIV]. Per cui egli mi rispose: «Costui conosce i dannosi effetti del suo vizio maggiore [l'invidia] e però non deve far meraviglia se rimprovera i rei d’invidia acciocché poi nel purgatorio abbiano a piangere meno questa colpa. ‑ L’invidia muove il mantice ai sospiri [vi affanna], perché i nostri desideri si dirigono e si fermano su quei belli dei quali scema il godimento quando altri vi partecipano. ‑ Ma se l’amore della patria celeste volgesse il vostro desiderio più in alto, il temere che altri partecipassero dei vostri beni non vi pungerebbe il cuore; ‑ perché quanto più lì [in cielo] sono i possessori di quel bene, che per esser di tutti può da ognuno chiamarsi nostro, tanto più ciascuno ne possiede in particolare e più carità arde in quel chiostro». ‑ Io dissi: «Io sono più lontano dall’esser contento di quel che sarei se non ti avessi fatto nessuna domanda, e la mia mente è ora piena di dubbio. ‑ Come può essere che uno stesso bene distribuito a più persone le faccia più ricche di quel che fosse distribuito a meno?» ‑ Ed egli a me rispose: «Perché tu torni sempre col pensiero alle cose terrene, dalle quali non sai staccarti? ‑ Quell’infinito e ineffabile bene che è in cielo corre ad investire le anime innamorate dei beati come il raggio del sole investe i corpi lucidi. ‑ Si dà più a conoscere quanto più è amato, cosicché quanto è maggiore la carità delle anime, tanto più sopra di esse si stende l’eterna virtù. ‑ E quanti più sono i beati che s’intendono ed amano, tanto più vi è virtù e tanto più si ama, e l’amore si riflette da un’anima all’altra come si riflette la luce, dall’uno all’altro specchio. ‑ E se il mio ragionamento non ti soddisfa, vedrai Beatrice ed ella ti appagherà appieno di questa e di ogni altra brama. ‑ Procura pure che dalla tua fronte siano ben presto tolte le cinque piaghe, come sono già tolte le due, le quali si risanano col pentimento». ‑ Mentre io stava per dire: «Tu mi appaghi», mi vidi giunto sopra al terzo girone, sì che gli occhi miei mirando altre cose non potei parlare. ‑ Qui mi parve di esser rapito in una visione estatica e veder più persone in un tempio; ‑ ed una donna sulla entrata, con dolce atteggiamento di madre, dire: «Figliuol mio, perché hai agito così verso di noi? – Ecco, tuo padre ed io ti cercavamo dolenti». E tacque; poi disparve quella prima visione. ‑ Indi mi apparve un’altra donna colle guance inondate di quelle lagrime che spreme il dolore quando è cagionato da una forte ira contro altrui; – e dire: «O Pisistrato, se tu sei signore di quella città [Atene] per dar nome alla quale vi furono tante liti fra gli dei, e dalla quale splende e si diffondo la luce di ogni scienza, ‑ vendicati di quelle ardite braccia che abbracciarono nostra figlia». E il re mi pareva benigno e mansueto rispondere con placido volto: «Che faremo noi a chi ci vuole male, se condanniamo chi ci ama?» ‑ Poi vidi gente col volto infiammato da ira feroce uccidere a colpi di pietra un giovanetto gridando fortemente «Dagli, dagli». ‑ E vedeva lui già aggravato dalla morte piegarsi verso terra ma cogli occhi sempre aperti e rivolti al cielo; pregando in tanto martirio il Signore, con quell’aspetto che apre i cuori alla pietà, che perdonasse i suoi persecutori. ‑ Quando l’anima mia tornò alla percezione delle cose esterne, le quali hanno una reale esistenza fuori di essa, io riconobbi che le cose vedute erano sogni ma non falsi [perché rappresentavano fatti storici]. ‑ Il mio duca che poteva vedere ch’io faceva come uno che si scuote dal sonno, disse: «Che hai che non ti reggi in piedi; ‑ ma sei venuto per più dì mezza lega cogli occhi socchiusi e barcollando come uomo ubriaco o sonnacchioso» ? ‑ Io dissi: «O dolce padre mio, se tu mi ascolti, ti dirò ciò che mi apparve in sogno quando mi fu tolto il libero uso delle gambe». ‑ Ed egli : «Se anche tu avessi la faccia ricoperta da cento maschere, le tue interne affezioni, per quanto fossero lievi, non mi sarebbero nascoste. ‑ Ciò che vedesti avvenne perché tu non avessi scusa ad aprire il tuo cuore alle acque della pace [a pentimenti di perdono] che dall’eterno fonte [Dio] si diffondono sui cuori. ‑ Ti domandai: Che cosa hai? Non per quel motivo per il quale suole domandarlo chi guarda solo con l’occhio materiale che più non vede quando il corpo giace esanime; ma ti feci quella domanda per scuoterti e renderti il vigore: così si debbono stimolare i pigri i quali, appena destati, non sono pronti a far uso delle loro riacquistate facoltà». ‑ Noi camminavamo avvolti nelle ombre del vespero, guardando innanzi a noi per quanto potevano allungarsi i nostri sguardi contro i raggi serotini e lucenti che ci offendevano la vista: ed ecco a poco a poco avanzarsi incontro a noi un denso fumo, oscuro come la notte, e lì intorno non vi era luogo ove ripararsi per scansarlo; ‑ e quel fumo ci tolse la vista e rese l’aria irrespirabile.

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