La Divina Commedia – Purgatorio – Canto XIII
Noi eravamo alla sommità della scala dove viene tagliato per la seconda volta il monte, che purifica dal male coloro che vi salgono: ‑ ivi una cornice circonda il poggio come la prima, se non che l’arco suo è più piccolo. ‑ Lì non vi è ombra né scultura alcuna; la ripa e la via schietta hanno il medesimo colore livido della pietra. – «Se qui ci fermiamo ad aspettare le anime per chiedere loro da quale parte ci dobbiamo incamminare per trovare la scala, io temo che la nostra scelta che noi dobbiamo fare della scala troppo ci farà indugiare». – Poi volse fissamente gli occhi al sole; e si voltò a destra. ‑ «O dolce luce, diceva, in cui pongo fiducia per il nuovo cammino, tu conduci come qui dentro si suole condurre. ‑ Tu riscaldi il mondo e riluci sopra di esso; se altra ragione non ci sollecita a rimuoverci diversamente, noi seguiremo sempre la direzione dei tuoi raggi, camminando a destra ». – Avevamo già percorso uno spazio, che nel mondo sarebbe stato misurato un miglio, in breve tempo per il desiderio di far presto; ‑ e verso noi furono sentiti volare spiriti, non visti però e facendo inviti cortesi alla mensa di amore. ‑ La prima voce che passò volando disse altamente: «Non hanno vino» e, passata oltre noi, ripeté reiteratamente questa frase [è l’esempio di carità della Vergine Maria; la quale trovandosi col figlio alle nozze di Cana, essendosi avvista che mancava il vino, per carità che ebbe per gli sposi disse a Gesù: «Non hanno vino»; per cui Egli fece il suo primo miracolo per il quale le pile dell'acqua si trovarono piene di vino]; ‑ e prima che si sparisse del tutto nella lontananza, passò un’altra gridando: «Io sono Oreste» e pure non si soffermò [è l'esempio dell’amicizia generosa di Oreste e di Pilade]. ‑ «O, dissi io, padre, che voci sono queste?» e, mentre domandavo, ecco una terza dire: «Amate coloro da cui aveste male ». ‑ E il buon maestro: «Questo cinghio punisce la colpa dell’invidia, e però gli esempi adoperati alla correzione sono tratti dall’amore. ‑ Gli esempi di invidia punita debbono essere ricordati in suono di minaccia; credo per mio parere che l’udrai prima di giungere al piede della scala [che dal secondo balzo ascende al terzo] dove sta l’Angelo che perdona e rimette questo peccato. – Ma fissa bene lo sguardo nell’aria, e vedrai davanti a noi sedere gente, ciascuno dei quali è assiso lungo la grotta. ‑ Allora aprii gli occhi più di prima; mi guardai davanti e vidi ombre con manti non diversi dal colore della pietra. ‑ E poiché fummo un poco più avanti, udii gridare: «Maria, prega per noi»; e quindi : «Michele e Pietro e tutti gli altri Santi» [le litanie dei santi]. ‑ Non credo che oggi vada per la terra uomo così duro da non sentirsi punto da compassione di quello che io poi vidi; ‑ poiché, quando fui giunto così presso a loro che i loro atti potevo distinguere, piansi per gran dolore. ‑ Mi parevano coperti di vile cilicio [cilicio fatto di setole di cavallo pungenti] ed erano appoggiati alla ripa con le spalle l’uno contro l’altro. ‑ Così i ciechi, a cui manca la provvigione per vivere, stanno alle chiese dove è il perdono [l'indulgenza], e l’uno piega il capo sopra l’altro, ‑ perché si desti tosto la pietà negli altri non solamente per il lamentoso gridare, ma per il loro aspetto miserevole, che non meno chiede: ‑ e come agli orbi il sole nasce invano, così alle ombre, delle quali io ora parlavo, la luce del cielo non si vuole mostrare; ‑ poiché a tutte un filo di ferro fora le ciglia e le cuce, così come si fa a sparviero selvaggio, poiché non sta quieto. – Pareva a me commettere inciviltà nell’andare vedendo gli altri, senza essere veduto; per la qual ragione io mi volsi a Virgilio, mia saggia guida. Bene egli sapeva che cosa volevo io dire rivolgendomi a lui, quantunque non parlassi ma stessi a guisa di muto, e però non aspettò la mia domanda; ma disse: «Parla e sii breve e chiaro». ‑ Virgilio mi veniva da quella banda della strada dalla quale si può cadere, perché non è cinta da nessuna sponda. Dall’altra parte mi erano le ombre devote che per l’orribile tessuto [cucitura], premevano sì le lacrime che avevano le guance bagnate. ‑ Mi volsi a loro e dissi: «O gente che siete certa di vedere Iddio, il quale ha in sua cura solo il vostro desiderio; ‑ se la grazia divina scioglie tosto le impurità della vostra coscienza, sì che per essa scenda il corso della memoria [dalla quale le acque di Lete rimuovono il ricordo del peccato], ‑ ditemi, poiché ciò mi sarà gradito, se vi è qui tra voi anima che sia latina; e forse per lei sarà buono che io la conosca». ‑ «O fratello mio, nessuna anima delle nostre, non ha in conto che la patria celeste; ma tu intendi dire di anima che vivesse una volta peregrina in Italia». – Questa risposta mi parve udire alquanto più avanti di dove io stavo; onde io alzai la voce per essere sentito anche da quell’anima. Tra l’altre vidi un’ombra che apparentemente aspettava; e se alcuno mi volesse domandare come aspettava, dirò: a guisa di orbo levava in su il mento. ‑ «Spirito, dissi io, che ti purghi per salire, se tu sci quello che mi rispondesti, fatti conoscere in qualche maniera o dicendomi il tuo nome o almeno il luogo di dove fosti». – «Io fui di Siena, rispose, e con questi altri, qui, ripurgo la rea vita, con lacrime cercando Dio che sé conceda a noi. ‑ Non fui savia, benché fossi chiamata Sapìa [gentildonna senese; vivendo a Colle, bandita da Siena, ebbe gran piacere quando nel medesimo luogo ove si trovava furono sconfitti i Senesi, che odiava, dai Fiorentini] e fui molto più lieta dei danni altrui che della mia fortuna. ‑ E perché tu non creda che io t’inganni, odi se fui folle, come io ti dico. Quando già avevo oltrepassato i trentacinque anni, ‑ i miei cittadini erano già presso a Colle giunti in campo coi Fiorentini loro avversari; ed io pregavo Dio di quella rotta medesima che volle anche lui che i Senesi riportassero. Quivi furono rotti, e fugati; e vedendo la caccia [che davano i Fiorentini ai Senesi], ebbi la letizia maggiore che avessi mai avuta; ‑ tanto che io volsi in su arditamente la faccia gridando a Dio: «Ormai non ti temo più», come fece il merlo per alquanti giorni di buon tempo. [E’ antica fola popolare che il merlo, dimesso nell' inverno, ai primi segni di primavera dica: «Non ti temo, domine, che uscito son dal verno] ». ‑ All’estremo della mia vita volli pace con Dio; ed ancora non sarebbe diminuita la mia penitenza ‑ se non fosse che mi ebbe in memoria Pietro Pettinaio [eremita senese] nelle sue sante orazioni, al quale rincrebbe di me per carità. ‑ Ma tu chi sei che vai domandando le nostre condizioni, e porti gli occhi non uniti, sì come io credo, e mentre ragioni respiri?» ‑ «Gli occhi, dissi io, mi saranno cuciti pure a me qui, ma per poco tempo; poiché poca è l’offesa che hanno fatta a Dio, riguardando gli altri invidiosamente. ‑ Troppo è maggiore la paura del tormento che si dà ai superbi nel balzo di sotto, che già mi sento gravare dal peso di laggiù». ‑ Ed ella a me: «Chi dunque ti ha condotto quassù fra noi, se credi ritornare giù?» Ed io «Costui che è con me e non fa parola: ‑ sono vivo; e perciò richiedimi, spirito eletto, se tu vuoi che io vada ad avvisare del tuo stato bisognoso i tuoi parenti ed amici». ‑ «Questa mi giunge ora cosa così nuova ad udire, rispose, che è gran segno che Dio ti brami; però giovami talvolta con le tue preghiere ‑ e ti chiedo per quella cosa che tu brami di più, se mai tornerai in Toscana, di ricordarmi ai miei parenti. – Tu li vedrai fra quella gente vana che hanno speranza dì divenir grandi avendo acquistato il porto dì Talamone [i Senesi], e che farà loro perdere la speranza più che trovar la Diana [fu antica credenza popolare dei Senesi che sotto terra per la loro città passasse un fiume che dicevano Diana, e per averne acqua fecero degli scavi]; ‑ ma più vi perderanno [essendo morti dì malaria a Talamone, assistendo agli scavi] i condannati».