gen282010

La Divina Commedia – Purgatorio – Canto X

Noi entrammo dentro la porta che è aperta rare volte, a causa della tendenza peccaminosa degli uomini, la quale tendenza al male fa parere buono ciò che è cattivo, ‑ sentii sonando che veniva richiusa: E se io avessi rivolti ad essa gli occhi quale degna scusa sarebbe stata al fallo? ‑ Noi salivamo per una pietra spaccata, che procedeva in linea tortuosa, in modo che era un continuo rientrare e sporgere delle due sponde laterali, simile all’andare e venire delle onde marine sulla spiaggia. ‑ «Qui è necessario usare un poco d’arte, cominciò a dire il mio duca, ripiegandosi ora alla destra, ora alla sinistra, secondo le insenature, per non battere contro gli spigoli». ‑ E ciò rallentò i nostri passi tanto che la luna era già pervenuta all’orizzonte, sotto il quale va a coricarsi ogni mattina [corrisponde a quattro ore dopo la levata del sole; due ore dopo il destarsi di Dante] ‑ prima che noi fossimo giunti al termine di quella stradina incassata; quando noi fummo liberi e all’aperto in luogo elevato dove il monte restringendosi lascia attorno a sé un piano circolare, ‑ io stanco ed incerti ambedue di quale via dover prendere, ci soffermammo su quel piano più solitario che strada che attraversi un deserto. ‑ Dall’orlo esteriore all’alta ripa intorno, che risale, misurerebbe tre volte la lunghezza di un uomo: ‑ e fin dove il mio occhio poteva giungere sia dal fianco sinistro che dal destro, questo ripiano mi pareva della medesima larghezza. ‑ Non erano mossi ancora i nostri piedi lassù sul ripiano, quando io conobbi intorno quella ripa che non dava modo di salire, ‑ essere di marmo bianco e sì adorno d’intagli che non pure Policreto [scultore greco, contemporaneo di Fidia] ma la natura stessa davanti ad essi sarebbe rimasta scornata. ‑ L’angelo che venne in terra col decreto della pace invocata dagli uomini a Dio per molti anni, e che aprì alle anime il regno del cielo chiuso fin dal tempo di Adamo, ‑ davanti a noi intagliato nella pietra in atto soave, sembrava così vero, che non sembrava, immagine che non parla. ‑ Si sarebbe giurato ch’egli dicesse: «Ave» perché ivi era immaginata Colei che mosse l’Amore Divino ad avere pietà degli uomini; ‑ ed aveva nell’espressione impressa questa parola: «Ecce ancilla Dei», con la precisione della figura impressa dal sigillo sulla cera. ‑ «Non tenere l’attenzione sempre fissa ad un luogo» disse il dolce maestro, che mi teneva dalla parte sinistra, in cui gli uomini hanno il cuore; ‑ per la qual cosa io mi volsi col viso, e vedevo dopo l’effigie di Maria, alla mia destra ove si trovava Virgilio che mi moveva da quella parte [nel purgatorio procedono sempre verso destra e Virgilio è alla destra di Dante] ‑ un’altra storia in rilievo nella roccia: per la quale io passai oltre Virgilio, e mi avvicinai ad essa, affinché fosse disposta davanti agli occhi miei. ‑ Lì nello stesso marmo era intagliato il carro e i buoi che traevano l’arca santa, per la quale si teme di fare officio che non sia richiesto [accenna al fatto biblico di Uzza che per sostenere l'arca quando non aveva necessità del suo appoggio, fu punito di morte]. ‑ Davanti ad essa si raffiguravano moltitudini di persone; e tutte quante ripartite in sette cori e a giudicare dall’udito si diceva che non cantavano, ma dalla vista, pareva realmente che cantassero: ‑ similmente al fumo degli incensi che vi era raffigurato, la vista credeva realmente di vederne il fumo, ma il naso non sentendo alcun odore toglieva l’illusione. ‑ Precedeva all’arca santa Davide, autore dei salmi, danzando con la testa alzata, e in quel caso era più che re perché aveva addosso l’abito pontificale, e meno che re perché per umiltà faceva atti più convenienti a uomini di bassa condizione. ‑ Nello stesso bassorilievo e nella parte destra, era rappresentato ad una finestra di un gran palazzo Micol che guardava con atto dispettoso e di dolore [Micol figlia di Saul data in moglie a David in premio della vittoria riportata sul gigante Golìa]. ‑ Io mossi i piedi dal luogo dove io stavo, per vedere da vicino un’altra storia che biancheggiava dopo Micol. ‑ Quivi era raffigurato il fatto glorioso del romano principe, la virtù del quale indusse Gregorio I a strapparne l’anima dall’inferno: ‑ io parlo dell’imperatore Traiano, ed una vedova gli teneva il freno del cavallo, atteggiata al pianto ed al dolore. ‑ Intorno a lui pareva una calca densa di cavalieri, e le bandiere che portavano le aquile nel campo d’oro [i romani le usavano in cima alle aste] si vedevano muovere al vento sopra di esso. ‑ La misera tra tutti costoro pareva volesse dire: «Signore, vendica il mio figlio che è stato ucciso, per il che io mi addoloro»; ‑ ed egli pareva rispondesse: «Ora aspetta finché io ritorni»; ed ella, come persona alla quale il dolore dà fretta: «Mio signore ‑ e se tu non torni?» ed egli: «Ti renderà quella giustizia che tu devi colui che sarà nell’officio nel quale ora mi trovo io»; ed ella: «Che vantaggio verrà a te del bene fatto da altri, quando trascuri di fare quel bene che dovresti fare per il tuo officio?» – Onde egli: «Confortati dunque, che conviene che io compia il mio dovere d’imperatore prima di allontanarmi di qui con l’esercito: la giustizia vuole che io eserciti il mio officio e la pietà mi ritiene ad esercitarlo». ‑ Dio, a cui nulla è nuovo, perché eterno ed infinito, produsse queste immagini che visibilmente parlano, nuovo per noi, perché l’arte umana ciò non sa fare. ‑ Mentre io mi dilettavo a guardare le immagini di esempi così grandi di umiltà, le quali anche sono care a vedere perché opera di Dio; – «Ecco di qua, ma a passi lenti, mormorava il poeta, venire molte persone: queste c’indicheranno come salire ai cerchi superiori». ‑ I miei occhi che erano intenti a mirare le effigi della pietra, non furono lenti a volgersi verso di lui desiderosi di vedere cose nuove. ‑ Non voglio però, o lettore, che tu ti disanimi dal buon proponimento della penitenza, per udire come Dio vuole che si espiano le colpe. ‑ Non badare alla qualità della pena, pensa a ciò che viene dopo: pensa che, alla peggiore ipotesi, questa sentenza non può durare dopo il giudizio finale. – Io cominciai a dire: «Maestro, quelle che io vedo muovere verso di noi non mi sembrano persone, e non so che cosa siano neppure io, tanto guardo senza poter discernere chiaramente». ‑ Ed egli a me: «La grave condizione del loro tormento li tiene rannicchiati e curvi a terra in modo che anche io al primo vederli non seppi distinguere che cosa fossero. – Ma guarda fisso là e con i tuoi occhi cerca di discernere la figura umana che è sotto a ciascuno di quei massi; già puoi scorgere come ciascuno si batte il petto in segno di penitenza». ‑ «O superbi cristiani, miseri e stanchi, che infermi della vista della mente avete fiducia di pervenire a buon fine camminando all’indietro; ‑ non vi accorgerete voi che i nostri corpi sono materiale che riveste l’anima incorporea come gli angioli, che vola alla giustizia divina senza difesa che nasconda le sue brutture? – Di che cosa monta in superbia l’animo vostro? Poiché siete come gl’insetti imperfetti, come verme che per incompiuta formazione non sia giunto ad essere farfalla?» ‑ Come si vede talvolta per mensola una figura sostenere soffitto o tetto rannicchiata in modo che giunge al petto con le ginocchia, ‑ la quale fa provare a chi la vede una vera pena per un affanno che non è reale; così fatti io vidi coloro quando posi bene attenzione. ‑ In vero erano più o meno contratti nel volto secondo il maggiore o minore peso che avevano addosso; e quello che aveva più pazienza nell’atteggiamento, ‑ pareva dicesse piangendo: «Non posso più».

No Responses

Comment RSS Trackback URL

Leave a Reply