gen282010

La Divina Commedia – Purgatorio – Canto VIII

Era già l’ora della sera, nella quale si volge alla patria il desiderio dei naviganti, e nel giorno in cui partendo hanno salutato i loro amici riempie di tenerezza il cuore; ‑ la quale ora punge di desiderio della patria l’uomo che si avventura per la prima volta ad un viaggio, se ode risuonare da lungi la campana dell’avemaria, che sembra piangere il giorno morente; ‑ quando io cominciai a non udire più alcuna voce, né quella di Sordello che aveva cessato di parlare, né quella delle anime che avevano finito il canto della Salve Regina; e invece incominciai a guardare una delle anime che accennava alle altre di ascoltare. Ella giunse e sollevò ambo le palme guardando verso l’oriente, come dicesse a Dio: «Non ho altra cura che quella di pregar te ». ‑ Te lucis ante [è il principio dell'inno di S. Ambrogio] le uscì così devotamente dalla bocca, e con note così dolci che tutto mi rapì a sé distraendomi da ogni altro pensiero ‑ e le altre anime poi, dolcemente e devotamente l’accompagnarono per tutto l’inno intero, tenendo gli occhi alle sfere celesti. ‑ Rivolgi qui bene l’attenzione alla verità, o lettore, che il velo è ora tanto sottile: e certamente è facile trapassarlo. ‑ Io vidi poscia quella gentile moltitudine di anime riguardare tacitamente in su, pallide ed umili, quasi aspettando: ‑ e vidi uscire dall’alto del cielo e scendere in giù due angioli con due spade infuocate, tronche e prive delle loro punte. Le loro vesti erano verdi come fogliette nate da poco, le quali vesti traevano dietro percosse e ventilate dalle verdi ali. ‑ Uno venne a stare un poco sopra di noi, e l’altro discese nella sponda opposta, sì che la gente rimase tra i due angioli. ‑ Bene in essi scorgevo la testa bionda; ma nelle facce l’occhio si smarriva, come senso che perde la sua attività se soverchia è l’impressione che riceve. ‑ «Vengono ambedue dalla sfera superba nella quale siede la Vergine Maria, disse Sordello, a guardia della valle per il serpente che verrà di tanto in tanto». Onde io che non sapevo per quale via il serpente dovesse venire, mi volsi attorno e mi accostai, tutto gelato, strettamente alle spalle fidate di Virgilio. ‑ E anche Sordello disse: «Ora scendiamo nella valle tra le grandi ombre dei re e parleremo ad esse; gradito assai sarà loro di vedervi». ‑ Io credo che scendessi soli tre passi e fui giù nella vallata, e vidi uno che mi guardava come se mi volesse conoscere. ‑ Già l’aria si oscurava, ma non già che tra i suoi occhi e i miei non si scorgesse la nostra fisionomia che prima la distanza maggiore non faceva vedere. ‑ Esso si fece verso me, ed io verso lui: quanto mi compiacqui, giudice Nino gentile [Nino della Casa de' Visconti di Pisa, giudice del Giudicato di Gallura nell'isola di Sardegna, capo di parte Guelfa, nipote del conte Ugolino della Gherardesca], quando vidi che tu non eri tra i rei dell’inferno!» ‑ Ci salutammo affettuosamente; poi domandò: «Quanto tempo è che tu venisti ai piedi del monte dalla foce del Tevere?» ‑ «O, dissi io a lui, attraversando l’inferno, venni stamani e sono ancora vivo, sebbene mi abiliti ad acquistare la vita immortale con questo viaggio». ‑ E come fu udita la mia risposta, Sordello e Nino si volsero indietro come gente subitamente smarrita. ‑ Sordello si volse a Virgilio, e l’altro si volse ad uno che sedeva lì vicino, gridando: «Su, Corrado, vieni a vedere che cosa volle Dio». ‑ Poi volto a me: «Per quella singolare riconoscenza che tu devi a Colui, che nasconde così il suo primo perché, che non vi è modo [guado] di poterlo penetrare, ‑ quando sarai di là dal vasto mare, tornato alla terra dei mortali, dì a mia figlia Giovanna, che preghi per me là, al divino tribunale, dove si risponde alle preghiere degli innocenti. ‑ Non credo che più mi ami la madre sua [Beatrice Marchesotta di Este moglie di Nino; dopo la morte di lui maritata a Galeazzo Visconti di Milano] che dopo la morte mia cambiò le bende bianche, che portava in segno di vedovanza, in altre di gaio colore, le quali deve desiderare ancora dopo aver ricevuto i cattivi trattamenti del nuovo marito. ‑ Per lei assai facilmente si comprende quanto poco dura in femmina il fuoco dell’amore, se l’oggetto amato non è sempre vicino. ‑ Non sarà al suo sepolcro tanto onorifico ornamento l’arme dei Visconti [che era una vipera] che i milanesi portano in campo per insegna, come la mia» [che era un gallo]. – Così diceva, improntato nell’aspetto di quel giusto zelo che avvampava misuratamente nel suo cuore. ‑ I miei occhi andavano pure desiderosi al cielo, è là solamente al polo antartico dove le stelle, essendo di là dall’Equatore, fanno un giro assai più corto che non quelle lontane dai poli, come ruota più vicino all’asse. ‑ E il duca mio: «Figliuolo, perché guardi lassù?» Ed io a lui: «A quelle tre stelle guardo, delle quali arde di qua tutto quanto il polo». ‑ Ed egli a me: «Le quattro chiare stelle che vedevi stamani, sono basse di là; e queste sono salite dove erano quelle». Mentre egli parlava, Sordello lo trasse a sé, dicendo: «Vedi là il nostro nemico»; e drizzò il dito perché guardasse in là. ‑ Da quella parte in cui la piccola valle non è circondata da rialzo, era una biscia, forse quella che diede ad Eva il frutto proibito. ‑ Tra l’erba e i fiori veniva strisciando la malvagia biscia, volgendo di tanto in tanto qua e là la testa, e leccando il dorso, come bestia che si liscia. ‑ Io non lo vidi e quindi non posso dire quando e in quale guisa mossero gli angeli, ma bene vidi mosso l’uno e l’altro. ‑ Sentendo fendere l’aria dalle verdi ali, fuggì il serpente e gli angeli si rivoltarono in su nuovamente volando ai loro posti. – L’ombra [di Corrado Malaspina] che si era raccolta al Giudice quando chiamò, per tutto il tempo di quell’assalto, non si distolse dal guardar me. ‑ «Se il lume che ti mena in alto trova in te tanta corrispondenza quanta n’è necessaria per arrivare fino al cielo, alla sommità del purgatorio, cominciò ella, se vere novelle sai di Valdimagra o di parte vicina, dimmele, che già grande fui costà. ‑ Io fui chiamato Corrado Malaspina; non sono l’antico, ma discesi da lui, portai troppo amore ai miei parenti che qui si purga». [Corrado Malaspina marchese della Valdimagra, distretto della Lunigiana]. ‑ «O, dissi io a lui, non fui mai per i vostri paesi; ma ovunque sono palesi per tutta l’ Europa. ‑ La fama che onora la vostra casa pubblicano ad alta voce i Marchesi e la Lunigiana, sì che anche chi non vi fu la conosce. ‑ Ed io vi giuro, e così mi riesca salire questo monte, che la vostra gente onorata non perde il pregio della cortesia, della liberalità, e del valore guerriero. ‑ La buona educazione e la buona indole sortita da natura, la rende così immune dal comune traviamento che, sebbene il mondo torca il reo capo dalla via della virtù, va diritta sola, e dispregia il malo cammino». ‑ Ed egli: «Ora vai, che non passeranno sette anni, – che codesta cortese opinione che hai della mia famiglia, ti sarà fortemente impressa nella memoria con la esperienza che tu stesso farai della generosità dei Malaspina, e non soltanto per le parole degli altri; se altrimenti non dispone la Provvidenza impedendo il corso cominciato delle cose».

No Responses

Comment RSS Trackback URL

Leave a Reply