La Divina Commedia – Purgatorio – Canto VI
Quando si finisce il giuoco della zara [giuoco fatto con i dadi] separandosi i giocatori, colui che perde rimane dolente esercitandosi a ripetere le tratte [gettando i dadi], e impara tristemente; ‑ con l’altro che ha vinto tutti se ne vanno; quale gli va davanti per chiedergli il nome della vincita, quale lo tira di dietro per averne parte e quale procura di ricordargli da lato per avere tenuto le sue parti durante il giuoco. ‑ Egli non si arresta e porge attenzione a questo e a quello; chi riceve denaro non lo incalza più; e così si fa largo tra la calca andando ad altra parte. ‑ Tale ero io in quella turba densa di anime volgendo a loro qua e là il volto, e promettendo mi liberavo da essa. ‑ Quivi era Benincasa da Laterina [terra del Valdarno superiore. Benincasa: valente giureconsulto del secolo XIII. Funzionando da giudice in Siena condannò a morte un fratello ed uno zio di Ghino di Tacco, gentiluomo senese della famiglia Fratta, perché tolto un castello al comune di Siena, forse la Torrita in Val di Chiana, commettevano ruberie attorno. Ghino di Tacco, famoso anche come ladro, attese che dal comune di Siena Benincasa passasse a Roma e lo uccise mentre era nelle suo funzioni di giudice] che ebbe la morte dalle fiere braccia di Ghino di Tacco, e l’altro aretino [Guccio dei Tarlati, signori della rocca di Pietramala, nel territorio aretino, e capi della parte ghibellina d'Arezzo: mentre quelli della sua parte avevano guerra con i Bostoli, guelfi fuorusciti d'Arezzo e rifugiati in Castel Rondine, perseguitando una volta i nemici, levatagli la mano dal cavallo fu trasportato nel fiume Arno, ove annegò]. ‑ Quivi tendendo le mani pregava Federico Novello [figlio di Guido Novello dei Conti fuorusciti d'Arezzo, mentre era in aiuto dei Tarlati di Pietramala] ‑ e quello da Pisa [Farinata, figliuolo dì Marzucco degli Scornigiani da Pisa: variamente è raccontato il fatto per cui Farinata “fe' parer lo buon Marzucco forte”: Boccaccio racconta a Benvenuto che fu mozzato il capo a Farinata in Pisa al tempo che il conte Ugolino era signore di Pisa, e fu lasciato stare così sulla piazza; onde messer Marzucco suo padre, trasfigurandosi si recò dal conte Ugolino, chiedendo che si concedesse di seppellire quel cadavere sulla piazza, ché appestava l'aria. Riconoscendolo il conte Ugolino, commosso dal coraggio da lui dimostrato, gli concesse ciò che richiedeva]. ‑ Vidi conte Orso [Orso degli Alberti della Cerbaia, figlio del conte Napoleone, tra i fratricidi della Caina, Inferno, XXXII, 55‑57, fu ucciso dal cugino Alberto, figlio del conte Alessandro; il quale forse volle vendicare l'uccisione del padre, e fu poi egli stesso ucciso da un cugino bastardo; così per varie generazioni continuò la tragedia domestica finché distruttisi tutti gli Alberti, il Comune di Firenze prese possesso dei loro feudi in Val di Bisenzio per i quali avevano commesso tanti fratricidi] e l’anima sua fu separata dal corpo per odio e per invidia, come diceva, e non per avere commesso alcuna colpa; ‑ Pietro della Brosse [chirurgo che acquistò gran favore presso Filippo III re di Francia; per avere accusato Maria di Brabante, seconda moglie di Filippo, di aver fatto avvelenare il figliastro, per assicurare la successione al figlio Filippo il Bello fu, scoppiata la guerra tra Filippo III e Alfonso X re di Castiglia, dai fautori della regina accusato di tradimento, per cui il re lo fece impiccare] : e in questo provveda mentre è viva ad espiare la colpa, Maria dì Brabante, sì che non abbia a finire nella schiera dei falsi accusatori, che sono in Malebolge. Come fui libero da tutte quelle ombre, che pregarono perché altri pregassero per loro, sì che si affretti il loro divenire sante, ‑ io cominciai: «E pare che tu affermi in qualche luogo del tuo poema che le preghiere non valgono a mutare i decreti divini, e queste anime chiedono che le preghiere affrettino la loro salita al purgatorio: e sarebbe dunque vana la loro speranza? O non ho compreso bene le tue parole?» ‑ Ed egli a me: «La mia scrittura non è astrusa e non falla la speranza di costoro, se bene si guardi, poiché non si abbassa l’altezza del giudizio divino, perché il fuoco di amore possa compire in un momento solo, ciò che deve riuscire gradito a chi sta in questo luogo: ‑ e là dove io dissi che le preghiere non valevano a piegare il divino volere, non poteva certamente essere espiata con preghiere la colpa, poiché chi pregava era fuori la grazia di Dio. ‑ Ma in verità tu non fermare la mente a questioni così profonde, se non ti richiama a ciò quella donna che al tuo intelletto rischiarerà con la luce della scienza divina la verità [Virgilio, simbolo della ragione, non può sciogliere i dubbi di natura teologica, per i quali è necessario l'intervento di Beatrice simbolo della fede]. ‑ Non so se intendi; io dico di Beatrice: tu la vedrai di sopra, nella vetta di questo monte, ridente e felice» ‑ Ed io: «Signore, andiamo con maggior fretta; ché già non mi sento affaticato come dianzi, e vedi ormai che il sole è dietro al monte». ‑ «Noi continueremo a salire finché durerà il giorno; ma il fatto è ben diverso da quello che tu immagini: la salita è lunga e difficile e a compierla occorrerà più tempo di quanto non pensi. ‑ Prima che sii giunto lassù vedrai rinascere il sole che già si copre della costa del monte, sì che tu non rompi i suoi raggi. – Ma vedi là un’anima che, separata del tutto dalle altre anime, riguarda verso noi; quella c’insegnerà la via più breve». ‑ Venimmo a lei. O anima lombarda, come ti stavi altera e disdegnosa, e onesta e tarda nel muover degli occhi! – Ella non ci diceva nulla; ma ci lasciava andare solo riguardandoci, come leone che si riposa. – Pure Virgilio si trasse a lei pregando che ci mostrasse la salita migliore, e quella non rispose alla sua domanda : ‑ ma ci chiese del nostro paese e della vita. E il dolce duca cominciava a dire. « Mantova…. » e l’ombra prima tutta raccolta in sé, sorse verso di lui dal luogo dove prima stava, dicendo: «O mantovano, io son Bordello della tua terra»; e l’un l’altro abbracciava. ‑ Ahi serva Italia, albergo di ogni male civile, nave senza marinaio in gran tempesta, non signora di province, ma luogo di corruzione e di vizi! ‑ Quell’anima gentile fu così pronta, solo per avere sentito il dolce nome della sua città a fare festa quivi al suo cittadino; ed ora in te i tuoi vivi non stanno senza guerra, e l’un l’altro si straziano, anche quelli nati entro una stessa cinta di muri e di fossa. ‑ Considera o misera le tue regioni marittime lungo il Tirreno e l’Adriatico e le regioni interne, e vedrai che nessuna è in pace. Che vale l’ordinamento delle leggi imperiali fatto da Giustiniano se l’imperatore non ha più alcuna autorità sull’Italia? Se l’imperatore non avesse dato ordine di leggi la vergogna sarebbe minore. ‑ Ahi gente di chiesa che dovresti essere devota e lasciare all’imperatore l’esercizio dell’autorità civile, se bene intendi ciò che ti dice Dio [date a Cesare ciò che è di Cesare, e a Dio ciò che è di Dio], ‑ guarda come questa cavalla selvaggia [Italia divenuta ribelle ad ogni potestà] è divenuta indomita per non essere corretta dagli sproni [essendo mancato ogni efficace governo] poi che ponesti mano al freno. – O Alberto Tedesco [Alberto d'Austria], che abbandoni costei che è divenuta indomita e selvaggia, e dovresti salire in sella, ‑ cada sopra il tuo sangue giusta vendetta dal cielo, e sia straordinaria e manifesta, tale che ne abbia timore il tuo successore [Arrigo VII di Lussemburgo]. ‑ Che distratti per cupidigia di acquistare paesi di costà [Germania] avete tu e tuo padre tollerato che l’Italia, giardino dell’impero, fosse abbandonata. ‑ Vieni a vedere Montecchi e Cappelletti [nobilissime e possenti famiglie ghibelline di Verona in guerra tra loro], Monaldi e Filippeschi (altre due nobili famiglie di Orvieto, pure ghibelline], uomini senza cura alcuna! Coloro [i Montecchi e Cappelletti] già oppressi e rovinati dai Guelfi, e costoro [Monaldi e Filippeschi] con sospetti di subire la stessa sorte. – Vieni, crudele, vieni e vedi l’oppressione fatta ai tuoi nobili e sudditi Ghibellini, e vendica le loro ingiurie, e vedrai Santafiora [contea dello stato di Siena] come barbaramente si governa. ‑ Vieni a vedere la tua Roma che piange, vedova di governo e sola e, giorno e notte, chiama «Cesare mio perché non sei con me?» ‑ Vieni a vedere quanto si ama la gente, e se nessuna pietà di noi ti muove vieni, e vedendo come per questa noncuranza in cui lasci l’Italia la tua fama è avvilita, abbine vergogna. ‑ E se mi è lecito dire questo, o sommo Dio, che fosti crocifisso per noi in terra, sono forse rivolti altrove i tuoi occhi? ‑ O pure con questi mali che permetti, dispone l’infinito abisso della tua sapienza e provvidenza di preparare alcun bene, affatto separato dal nostro pensare? ‑ Che tutte le terre d’Italia sono piene di tiranni, ed ogni villano che viene parteggiando diventa un Marcello [Marco Marcello si oppose in Roma a Giulio Cesare che tendeva ad occupare la repubblica. Sferza la gente dì campagna venuta di fresco alla cittadinanza]. ‑ Firenze mia, bene puoi rallegrarti [ironicamente] di questa digressione che non tocca te in grazia al tuo popolo che così si crede [che non tocca te]. ‑ Molti hanno ingiustizia in cuore, ma tardi viene messa in effetto, per tema di non adoprar l’arme della giustizia sconsigliatamente, ma il tuo popolo la tiene sulle labbra. ‑ Molti rifiutano cariche di magistrature e governo; ma il popolo è avido di tali uffizi che poi non sa disimpegnare. – Ora dunque fatti lieta, che tu ne hai ben ragione; tu ricca, tu con pace, tu con senno; se io dico il vero non lo nascondono i fatti. ‑ Atene e Sparta che fecero le leggi antiche, furono cosi civili che diedero un piccolo saggio di buon regolamento politico, a paragone di te, che fai tanto sottili [arguti, fievoli] provvedimenti, che non giunge alla metà di novembre ciò che ordini l’ottobre. ‑ Quante volte a memoria d’uomo hai mutate leggi, monete, offici e costume, e rinnovati i tuoi edifici! ‑ E se bene ricordi e vedi chiaro, vedrai te somigliante a quella inferma, che non si può riposare nel letto, ‑ ma cerca di calmare il suo dolore voltandosi e rivoltandosi.