La Divina Commedia – Purgatorio – Canto IX
L’Aurora sposa di Titone [figlio di Laomedonte e fratello di Priamo che rapì e portò nell'Etiopia l'Aurora innamoratasi di lui; dove lo sposò e gli ottenne da Giove l'immortalità], appariva biancheggiante all’orizzonte orientale dell’Italia, avendo lasciato il suo dolce marito Titone; ‑ la fronte dell’Aurora, era adornata delle stelle [che appunto in Italia si vede nell'equinozio di primavera poco prima dell'Aurora alla parte d'oriente] che formano la costellazione del Pesce boreale, che con la coda sta rivolto verso l’emisfero abitato: ‑ e invece nel purgatorio, dove noi allora eravamo, la notte aveva già compiuti due dei passi onde sale il terzo volgere a compiersi [erano quindi quasi le tre ore di notte; poiché i “passi con che la notte sale” sono, poeticamente intese, le ore prima di mezzanotte]; ‑ quando io vinto dal sonno, poiché ero là con il corpo che avevo ereditato da Adamo, mi stesi sull’erba, dove già sedevano tutti e cinque. ‑ Nell’ora presso alla mattina nella quale comincia i suoi lamentevoli gridi la rondinella, forse ricordandosi i suoi primi casi dolorosi, quando di donna fu tramutata in uccello, ‑ e che la mente nostra più libera dalle impressioni del corpo, e meno svagata dai pensieri, e quasi resa divina alle sue visioni; ‑ mi pareva vedere in sogno sospesa nel cielo un’aquila con penne d’oro, con le ali aperte, ed intesa a calare: ‑ e mi pareva di essere sul monte Ida nella Frigia, dove furono abbandonati i suoi compagni da Ganimede [figlio di Troo re d'Ilio] quando fu fatto rapire per la sua bellezza da un’aquila mandata da Giove e tratto su in cielo a far da coppiere agli dèi. ‑ Tra me pensavo: «Forse questa suole gettarsi a ghermire per uso solo qui, e forse disdegna di portare con i suoi artigli prede di altri luoghi su al cielo». ‑ Poi mi pareva che l’aquila, fatti alcuni larghi giri circolari, piombasse con la velocità della folgore su di me, e me rapisse su fino alla sfera del fuoco. ‑ Ivi pareva ch’essa ed io ardessimo, e tanto bruciò l’immaginato incendio, che io mi svegliai. ‑ Non altrimenti si riscosse Achille rivolgendo in giro gli occhi svegliati, e non sapendo là dove si trovasse, ‑ quando la madre [Teti rapì, mentre il fanciullo dormiva, Achille affidato alle cure di Chitone, e lo portò nell'isola di Sciro] lo trafugò a Chirone trasportandolo a Sciro, da dove poi i Greci lo trassero alla guerra contro Troia; ‑ di come mi riscossi io, come mi partì il sonno dal volto, e divenni pallido come uomo cui si raggela il sangue per lo spavento. ‑ Da lato mi era solo Virgilio, e il sole era già levato più che da due ore, e vedevo la distesa della marina che prima dalla valletta non potevo scorgere. ‑ «Non avere timore, disse il mio signore, fatti sicuro, che noi siamo a buon punto: non stringere nel timore l’animo tuo, ma allargalo al purgatorio; vedi là il rialzo di terra che lo ricinge; vedi l’entrata là dove il balzo pare interrotto. ‑ Poco fa, nell’alba che precede il sorgere del sole, quando dormivi sopra i fiori e l’erba che adornano la valletta laggiù, ‑ venne una donna e disse: «Io sono Lucia [simbolo della grazia illuminante, che nel sogno di Dante aveva assunto la forma di Aquila], lasciatemi prendere costui che dorme e cosi io l’agevolerò per la sua via». ‑ Sordello e le altre anime gentili rimasero: ella ti prese, e come si fece chiaro il giorno, se ne venne su, ed io dietro le orme dei suoi passi. ‑ Qui ti posò; e prima i suoi begli occhi mi dimostrarono aperta quell’entrata; poi essa al tuo svegliarti disparve». ‑ Come uomo che si rassicura dal dubbio e muta in coraggio la sua paura, poi quando gli viene discoperta la verità, ‑ così mi cambiai io: e come il mio duca mi vide senza preoccupazione, si mosse su per il balzo, ed io dietro a lui verso l’altura. – Lettore, tu vedi bene come io innalzo la mia materia, e però non ti meravigliare se io la sorreggo con più arte. ‑ Noi ci appressammo, ed eravamo in quella parte del balzo dove prima mi pareva che fosse interrotta da una stretta apertura, come una spaccatura che spartisse il muro, ‑ e vidi una porta, e disotto tre gradini di colore diverso per andare ad essa, ed un portiere che ancora non faceva parola. ‑ E come e meglio vi affissai lo sguardo, lo vidi sedere sopra il gradino più alto, con la faccia tanto luminosa che io non potetti affissarla; ‑ ed in mano aveva una spada nuda, che rifletteva così verso noi i raggi, che io guardavo spesso invano. ‑ «Dite di costì, che volete voi? Cominciò egli a dire: dov’è la scorta? Guardate che non vi rechi molestia il venire su!» ‑ «Donna del cielo, che conosce queste cose, rispose il mio maestro a lui, poco fa ci disse: Andate là, quivi è la porta». ‑ «Ed ella bene preceda ‑ i vostri passi aiutandovi alla grazia divina, ricominciò a dire il cortese portinaio: venite dunque avanti ai nostri gradini». ‑ Là dove venimmo, al primo scaglione, il bianco marmo era così terso e pulito, che io mi rispecchiavo in esso quale io sembro. ‑ Il secondo era oscuro e nereggiante, fatto di macigno che non aveva la compattezza e levigatezza del marmo, screpolato per lungo e per traverso. ‑ Il terzo che è sovrapposto, mi pareva porfido tanto fiammeggiante come sangue che spiccia fuori da una vena. [L'entrata nel purgatorio è simbolo del sacramento della penitenza, e i tre gradini significano le tre parti che i teologi in esso distinguono: contrizione, confessione, simbolo della soddisfazione dei peccati per l'opera della penitenza]. ‑ Sopra questo l’angelo di Dio teneva ambo i piedi, sedendo sulla soglia che mi pareva pietra di diamante. ‑ Il mio duca mi trasse su per i tre gradini amorevolmente dicendo: «Chiedi umilmente che apra la serratura». ‑ Devotamente mi gettai ai santi piedi: chiesi che per misericordia mi aprisse dopo essermi battuto tre volte nel petto. ‑ Egli mi descrisse sette P nella fronte con il puntone della spada, e disse: «Fai di lavare queste piaghe quando sei dentro». ‑ Le vesti dell’angelo erano del color della cenere o della creta secca nelle cave, e da sotto di quelle trasse due chiavi. – L’una era d’oro e l’altra d’argento: prima con la bianca e poi con la gialla aprì la porta, sì che io fui contento di poter entrare nel regno della purificazione. ‑ «Quando accade che una di queste chiavi non riesca a volgersi nella toppa, disse egli a noi, non si apre questo passaggio. ‑ Più preziosa è la chiave d’oro [l'autorità del sacerdote che confessa]; ma la chiave d’argento [la dottrina] esige molto lavoro intellettuale prima che apra, perché essa è quella che discioglie il nodo del peccato [raddrizzando la coscienza del peccatore e dandogli un giusto criterio delle sue colpe]. ‑ Io le ebbi dall’apostolo S. Pietro [che le ebbe da Cristo], e mi disse che, pur che i peccatori invocassero il perdono gettandosi ai piedi, sia più propenso ad aprire che a tenerla serrata». ‑ Poi spinse l’uscio alla sacra entrata dicendo: «Entrate; ma vi avverto che chi guarda indietro ritorna fuori» [perché chi ritorna ai vecchi peccati perde di nuovo la grazia del Signore]. ‑ E quando gli spigoli di metallo sonanti e forti di quella sacra porta furono distorti nei cardini, ‑ non fece tanto grande rumore e stridore la rupe Tarpeia quando furono aperte le porte per lo spoglio dell’erario romano da Cesare, rimovendo il buon Metello. – Al primo frastuono io mi rivolsi attento, e mi pareva udire: «Te deum laudamus» con voci di parole miste al dolce canto. ‑ Quell’insieme di parole ed armonie che io sentivo nel purgatorio, mi pareva simile a quello che si ascolta quando si sta a sentire un canto accompagnato dall’organo – che ora sì ed ora no s’intendono le parole.