gen282010

La Divina Commedia – Paradiso – Canto IV

Un uomo libero, posto tra due cibi ugualmente distanti da lui ed ugualmente eccitanti in lui l’appetito, morrebbe di fame prima di recarsi alla bocca uno di essi. – Così starebbe immobile per paura un agnello tra due lupi bramosi, e così pure un cane resterebbe immobile tra due damme [daini]. – La onde se io, sospinto da due dubbi come le due forze uguali, mi torcevo, non mi riprendo né mi commendo, perché ciò era di necessità. ‑ Io tacevo, ma il mio desiderio era dipinto nel mio volto, e il domandare col desiderio dipinto sul viso, era più vivo che se fosse stato espresso con parole. ‑ Beatrice fece come fece Daniello [profeta] quando indovinando e spiegando a Nabuccodonosor [re di Babilonia] il sogno dimenticato, placò in lui quell’ira la quale lo aveva reso ingiustamente crudele. ‑ E disse: «Io vedo bene come uno ed altro desiderio ti spinge a domandare, cosicché la tua voglia s’inceppa da sé medesima in modo che non si manifesta con parole. ‑ Tu discorri così: Se la buona volontà di osservare i voti monastici continua in me, per qual ragione l’altrui violenza mi scema la misura del merito? Oltre a ciò ti è cagione di un secondo dubbio, il parere, a quanto hai veduto qui, che l’anime tornano veramente alle stelle. ‑ Queste sono le due questioni che gravitano ugualmente nella tua volontà; e però prima tratterò la seconda questione, la quale ha più veleno [di falsa dottrina]. ‑ Quello tra i serafini che più si unisce a Dio, Moisè, Samuello, e quale di quei Giovanni tu voglia [o il Battista o l’Evangelista], e dirò anche la stessa Maria, ‑ non hanno i seggi loro in altro cielo diverso da quello in cui stanno gli spiriti che ora qui ti apparirono, né hanno un maggiore o minore numero di anni loro destinato per esser beati. ‑ Ma tutti adornano il primo cielo [l'Empireo] e vi hanno dolce beatitudine in maggiore o minor grado, secondo che più o meno sentono l’emanazione della gloria di Dio. – Qui si mostrarono [Piccarda e Costanza] non perché sia toccata loro in sorte questa sfera lunare, ma per significare che, come questa sfera è meno elevata di ogni altra, così la condizione della loro beatitudine è la meno alta. – Così si conviene parlare al nostro intendimento, poiché esso impara solamente, per via degli oggetti sensibili, le cose che poi diventano degna materia dell’intelletto umano. ‑ Per questo la Sacra Scrittura si accomoda nel suo linguaggio alla vostra capacità, ed attribuisce mani e piedi a Dio ed intende altro di quel che suonano le sue parole; ‑ e la santa Chiesa vi rappresenta con aspetto umano Gabriele, Michele e l’altro arcangelo [Raffaele] che risanò Tobia [gli rese la vista]. ‑ Quel che dice il Timeo [scritto da Platone] non è un’immaginazione simbolica simile a ciò che si vede qui, ma pare che egli realmente creda come dice. ‑ Platone dice che l’anima torna alla sua stella ed è sua opinione che l’anima si sia da lei dipartita e discesa in terra quando, per opera della natura, fu data per principio animatore del corpo umano. ‑ E forse il concetto di Platone è diverso da quel che suonano le sue parole, e può essere anche che tal sentenza sia da lui proferita in tal senso da non meritare di esser derisa. ‑ Se egli intende l’influenza operata dalle stelle sulle anime umane, tornare in onore o in biasimo di esse, forse il suo modo di pensare dà, sotto qualche rapporto, nel vero. ‑ Questo principio, per essere stato male inteso, fece traviare quasi tutto il mondo, tanto che diede a questi pianeti ì nomi di Giove, di Mercurio e di Marte. – L’altro dubbio che ti tiene inquieto ha meno veleno [di falsa dottrina], perché la malignità di esso non ti potrebbe allontanare da me. ‑ Se la giustizia di Dio, che è anche giustizia nostra, sembra talvolta un’ingiustizia agli occhi dei mortali, ciò deve essere loro ragione a confermarsi nella fede e non ad iniqua miscredenza. ‑ Ma poiché l’umano ragionamento può ben comprendere questa verità, io ti farò contento come tu desideri. ‑ Se vera violenza è quando quegli che la soffre non aderisce in modo alcuno al volere di chi sforza, queste due anime [Piccarda e Costanza] non furono del tutto scusate per la violenza sofferta, ‑ perché la volontà, se non consente, non si può forzare a consentire, ma fa come la fiamma che se violentemente è volta all’ingiù mille volte, altrettante si ritorce all’insù. ‑ Per la qual cosa, se essa cede assai o poco, accondiscende in tal caso e s’accomoda alla forza; e così fecero queste due anime [Piccarda e Costanza] mentre potevano ritornare al santo chiostro. ‑ Se la loro volontà fosse stata ferma, come quella volontà che tenne fermo sulla graticola Lorenzo e rese Muzio [Scevola] spietato contro la sua mano; ‑ appena furono libere dalla sofferta violenza, la loro stessa volontà le avrebbe rimosse dalla strada del secolo per la quale erano state trascinate; ma così saldo volere è troppo raro; ‑ e per queste parole, se le hai intese come conviene, è distrutto il tuo argomento contro la divina Giustizia, il quale ti avrebbe più volte turbato lo spirito. ‑ Ma ora un’altra difficoltà ti si attraversa talmente dinanzi agli occhi che tu, da te stesso, non riusciresti ad uscirne altro che stanco. ‑ Io certo ti ho messo nella mente che un’anima beata non potrebbe mentire, perché è sempre vicina a Dio: ‑ e ciò nonostante potesti udire da Piccarda che Costanza mantenne sempre affezione al sacro velo; così che Piccarda par che si contraddica meco. ‑ Fratello, molte volte già avvenne che per evitare un pericolo, si fece con ripugnanza ciò che non sarebbe stato conveniente di fare; ‑ come appunto Almeone il quale, pregato da suo padre di uccidere la propria madre, la uccise, e così, per non mancare alla pietà verso il padre, divenne spietato contro la madre. ‑ A questo punto voglio che tu consideri che la violenza bensì unisce all’atto volontario e fanno sì che le offese a Dio non si possano scusare. ‑ In tal caso la volontà non acconsente al peccato assolutamente, ma vi acconsente in quanto, ritraendosene, teme di cadere in un male peggiore. ‑ Però quando Piccarda dice di Costanza quanto ha detto di sopra, intende parlare della volontà assoluta, ed io intendo della volontà condizionata; così che entrambi diciamo il vero». ‑ Tale fu il ragionare di Beatrice ed acquietò tutti i miei desideri quel fiume di sapienza, il quale emanò da Dio, fonte di ogni verità. Io appresso dissi: «O donna amata dal primo amante o divina donna il cui parlare mi empie l’anima e mi accende in modo che più e più mi avviva, ‑ la mia attitudine non è tanto profonda che basti a rendervi ringraziamento pari al favore; ma quei che vide e che può [Iddio] ve ne ricompensi. ‑ Io vedo bene che il nostro intelletto non si sazia mai, se non lo illumina il primo vero [Iddio] fuori del quale non si diffonde verità alcuna. ‑ Tosto che l’intelletto ha conseguito il vero, si posa in esso come una fiera nel suo covile: e può sempre giungere a scoprire il vero, altrimenti il desio che è in ciascuno di noi di sapere il vero, sarebbe vano. ‑ Per tal desio e curiosità di sapere a piè della verità germoglia, a guisa di rampollo, il dubbio; ed è questo un provvedimento di natura, la quale dalle cose mortali ci spinge di grado in grado alla cognizione del sommo vero. – Quest’ordine di natura m’invita, questo mi assicura a farvi, o donna, un’altra domanda sopra una verità che non mi è ben manifesta. ‑ Io voglio sapere se a Dio ed a voi può l’uomo soddisfare, rispetto a voti non adempiuti, con altre opere buone, le quali, poste nella vostra giustizia, non siano scarse». – Beatrice mi guardò con gli occhi sfavillanti di amore così divini che, oppressa per soverchio lume la mia virtù visiva, mi voltai per ripararmi da quella luce, ‑ e quasi restai smarrito con gli occhi bassi.

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