gen282010

La Divina Commedia – Inferno – Canto XXXIII

Quel peccatore sollevò la bocca dal pasto feroce, forbendola ai capelli del capo che egli aveva guastato di dietro. ‑ Poi cominciò: «Tu vuoi che io rinnovi il disperato dolore che mi stringe il cuore, solo al pensarlo, prima che io te ne parli. ‑ Ma se le mie parole debbono essere causa d’infamia al traditore che io rodo, vedrai nello stesso tempo parlare e lacrimare. ‑ Io non so chi tu sia né in quale maniera tu possa essere venuto quaggiù, ma veramente, quand’io ti odo parlare, mi sembri Fiorentino. ‑ Tu devi sapere che io fui il conte Ugolino [Ugolino della Gherardesca. Fu a capo dell'armata Pisana contro Genova, e dopo la disfatta subita nel 1284 alla Meloria, governò Pisa prima come podestà, poi raccolse tutte le pubbliche autorità assieme col nipote Ugolino Visconti. Ma venuti in discordia ne approfittarono i ghibellini, i quali guidati dall'arcivescovo Ruggieri e dalle casate dei Gualandi, dei Sismondi e dei Lanfranchi, esiliato il Visconti e tolto il governo al Gherardesca, questi fu chiuso in una torre sotto accusa di tradimento e ivi lasciato morire di fame insieme a due figli e due nipoti], e questi l’arcivescovo Ruggieri [degli Ubaldini di Mugello, arcivescovo di Pisa, 1278, fu punito da Niccolò IV col carcere perpetuo pel suo malvagio operare contro il Gherardesca, ma la morte del Papa lo sottrasse a quella punizione fino al 1295, nel quale anno morì a Viterbo. Fu governatore di Pisa col titolo di podestà dal luglio al dicembre del 1288, ma venne sostituito per poca attitudine ad amministrare la cosa pubblica]: ora ti dirò perché io gli sia tale amico [vicino è detto ironicamente]. ‑ Non è necessario che io ti dica come per opera dei suoi tristi pensieri fidandomi di lui io fossi preso e quindi ucciso [poiché tutti lo sanno]. ‑ Ma ciò che tu non puoi avere inteso, cioè come fu crudele la mia morte, udirai ora e saprai se egli mi ha offeso. ‑ Da dentro alla torre [dei Gualandi detta, dopo che in essa fu chiuso Ugolino, la torre della fame] che per me si chiama della fame, e nella quale si dovrebbero ancora chiudere molti altri, una piccola finestra ‑ mi aveva già mostrato per il suo vano più lune quando io feci il cattivo sogno che mi svelò il futuro. ‑ Questi sembrava a me guida e capo di molta gente nell’atto di cacciare il lupo e i lumicini [me ed i miei figli] al monte [di S. Giuliano] che è tra Pisa e Lucca ‑ con cagne magre [i Pisani] intente e sollecite e ammaestrate: Gualandi, con Sismondi e con Lanfranchi si erano messi davanti. ‑ Dopo breve corso mi parevano stanchi il padre e i figli, e mi pareva veder fendere i loro fianchi dai denti acuti delle cagne. ‑ Quando mi destai prima del mattino, sentii piangere nel sogno i miei figliuoli che erano con me [i due figli e i due nipoti], e domandar del pane. ‑ Bene sei crudele se tu già non ti duoli pensando ciò che il mio cuore presentiva: e se non piangi, di che cosa sei solito piangere? ‑ Già erano desti e si avvicinava l’ora nella quale soleva essere portato il cibo e ciascuno dubitava per il suo sogno. ‑ Ed io sentii chiudere l’uscio di sotto all’orribile torre; onde io guardai nel volto i miei figli senza fare parola. ‑ Io non piangevo, sì, è vero, dentro però divenni di pietra dal dolore: essi piangevano; ed Anselmuccio mio [il più giovane, nipote] disse: «Che hai padre a guardare in questa maniera? [con tanta disperazione negli occhi]. – Però io non lacrimai né risposi tutto quel giorno, né la notte appresso, fino allo spuntare del sole nel seguente giorno. ‑ Come un poco di luce penetrò nel carcere doloroso, onde io scorsi rispecchiato per quattro visi il mio stesso aspetto [per la somiglianza di famiglia e il colore sparuto], ‑ mi morsi l’una e l’altra mano per il dolore. E quelli pensando che io lo facessi per voglia di mangiare, di subito si alzarono in piedi, ‑ e dissero: «Padre, assai ci sarà meno doloroso se tu mangi delle nostre carni di che tu ci rivestisti ». ‑ Mi calmai allora per non rattristarli di più; quel giorno e l’altro stemmo tutti muti: ahi dura terra perché non ti apristi? ‑ Dopo che fummo venuti al quarto giorno, Gaddo [figlio maturo già col titolo di conte], mi sì gettò disteso ai piedi dicendo: «Padre mio, perché non m’aiuti?» ‑ Quivi morì, e morti, come tu mi vedi, vidi io cascare gli altri tre ad uno ad uno tra il quinto giorno e il sesto, onde io fatto cieco per la debolezza del lungo digiuno, mi diedi a brancolare sopra ciascuno, e due giorni li chiamai dopo che essi furono morti; poscia più del dolore poté il digiuno». ‑ Quando ebbe dette queste parole, con gli occhi torti per la rabbia riprese il teschio misero con i denti che furono all’osso forti come quelli di un cane. ‑ Ahi Pisa, vituperio delle genti del bel paese italico là dove si afferma con il sì, poiché i tuoi sono lenti a punirti, si muovano l’isole di Capraia e di Gorgona [isolette dell'Arcipelago Toscano, sotto il dominio di Pisa in quel tempo] e si assiepino alla foce dell’Arno, sì che l’acqua di esso rigonfiando e inondando anneghi ogni persona in te. ‑ Poiché anche se il conte Ugolino aveva fama di averti tradito nei castelli [di Bientina, Ripafratta, Viareggio, S. Maria a Monte, Fucecchio, Castelfranco, S. Croce e Montecalvoli, ceduti dal Gherardesca i primi tre ai lucchesi e gli altri ai fiorentini, per separare i nemici e scampare Pisa, quindi falsa era l'accusa di tradimento. Dante forse lo pone nell'Antenora per la sua condotta rispetto a Ugolino Visconti suo nipote per il quale aveva Dante grande simpatia, e del quale il Gherardesca aveva cercato sbarazzarsi] non dovevi porre a tale pena i suoi figli. ‑ Innocenti li faceva la giovane età, o novella Tebe [le atrocità di Pisa contro Ugolino ricordano quelle di Tebe contro Cadmo], Uguccione e il Brigata [l’uno figlio l’altro nipote] e gli altri due che nomino più sopra. – Noi passammo oltre là dove il gelo fascia ruvidamente un’altra gente, non volta in su ma tutta riversata, ‑ il pianto stesso, lì non lascia piangere e il dolore che trova rintoppato il passaggio degli occhi, si rivolge in dentro e fa crescere l’angoscia: ‑ poiché le prime lagrime si raggruppano e, come visiere di cristallo, riempiono tutta la cavità sotto le ciglia, ‑ E sebbene per il freddo ogni sensibilità fosse cessata dal mio volto, come per un callo, ‑ pure mi parve sentire alquanto vento [percuotermi il volto]; per cui io dissi: «Maestro mio, chi muove questo vento? come può esserci vento quaggiù, se non vi è sole che dilatando l’aria lo produca?» ‑ Onde egli disse a me: «Tra poco sarai dove l’occhio tuo ti farà la risposta a questa tua domanda, vedendo la causa che muove il vento». Ed uno dei tristi fitti nella incrostatura di ghiaccio [che riveste il fondo dell’inferno) gridò a noi: «O anime tanto crudeli che vi è dato l'ultimo posto [la Giudecca], levatemi dal viso i duri veli di ghiaccio, sì che io possa sfogare tutto quel dolore che mi rigonfia il cuore, un poco prima che il pianto si geli di nuovo». ‑ Per cui io dissi a lui: «Se vuoi che ti giovi, dimmi chi sei e se io non ti libero dalle croste di ghiaccio possa entrare nel fondo del ghiaccio». – Rispose, dunque: «lo sono frate Alberigo, io sono quello delle frutta che furono segno dell’uccisione [Alberigo Manfredi di Faenza dell'ordine di S. Maria. Avendo odio per Manfredo e Alberguccio Manfredi suoi consorti, li convitò, nel maggio 1285, in una sua villa, e al momento di recare le frutta, ad un segnale convenuto, li fece trucidare], che qui sto riprendendo un frutto peggiore di quello che diedi». – «Oh, dissi a lui, ora sei morto anche tu?» Ed egli a me: «Come su nel mondo stia il mio corpo io non so nulla. ‑ Questa Tolomea [Tolomea, lo spartimento 3° del cerchio 9° stabilito per i traditori dei commensali; da Tolomeo governatore di Gerico, che uccise a tavola il suocero Simone Maccabeo e i figli Mattia e Giuda] ha cotale vantaggio, che spesso l’anima ci cade prima che Atropos [la parca che taglia il filo della vita umana che Cloto avvolge e Lacheso fila] le dia la spinta. E perché tu mi rada più volentieri dal volto le lacrime invetriate, sappi tosto che l’anima tradisce, ‑ come feci io – il corpo le viene tolto da un demonio, che poi lo dirige finché sia terminato il suo tempo. – Esso precipita in questa siffatta cisterna; forse ancora sembrerà essere su nel mondo tra i viventi in corpo dell’ombra che qua dietro a me sta ghiacciata. ‑ Tu lo devi sapere se tu vieni pur ora giù; egli è ser Branca d’Oria e sono passati molti anni da quando fu racchiuso così nel ghiaccio [Branca d'Oria, genovese, per togliere a Michele Zanche suo suocero la signoria di Logodoro in Sardegna, invitandolo a mangiare seco, lo fece tagliare a pezzi con tutta la compagnia]. ‑ «Io credo, dissi a lui, che tu mi inganni; ché Branca d’Oria non è ancora morto, e mangia e beve e dorme e veste come ogni altro vivente». ‑ « Nel fosso su, disse egli, di Malebranche, là dove bolle la pece tenace, non era ancora giunto Michele Zanche, ‑ che questi lasciò un diavolo in sua vece nel suo corpo, e di un suo parente stretto, che fece con lui il tradimento. ‑ Ma distendi ormai in qua la mano, ed aprimi gli occhi». Ed io non glieli apersi, e fu cortesia essere villano con costui. ‑ Ahi, Genovesi, uomini lontani da ogni buona usanza, e pieni di ogni malvagità, perché non siete voi spersi nel mondo? ‑ Ché col peggiore spirito di Romagna [Alberigo Manfredi di Faenza] trovai un tale di voi [Branca d'Oria], il quale è tanto colpevole che mentre l’anima sua è tuffata giù in Cocito, il corpo appare ancora vivo sopra la terra.

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