La Divina Commedia – Inferno – Canto XXXI
La medesima lingua di Virgilio che prima mi aveva rimproverato, sì che ne ero arrossito di vergogna, poi me ne diede il rimedio. ‑ Così ho udito che la lancia dì Achille e del padre suo, con un colpo feriva e con un altro guariva la piaga. ‑ Noi voltammo il dorso alla misera bolgia, salendo su per la ripa che lo recinge, e attraversando questa senza parlare, ‑ giungemmo alla soprastante radura; nella luce incerta la vista poteva andare assai poco avanti: ma io sentii suonare un corno che aveva un suono sì forte, ‑ tanto che avrebbe fatto sembrare fioco al paragone il tuono, il quale suono fece volgere ad un punto tutta la attenzione dei miei occhi, che seguitavano la direzione contraria a quella del suono. ‑ Dopo la dolorosa rotta di Roncisvalle [nella quale Orlando, sopraffatto dal gran numero dei nemici, chiamò con il corno, in suo aiuto Carlo Magno, con squillo che si sentì risuonare per trenta leghe attorno], quando Carlo Magno perdé i paladini, morti per la fede, Orlando non suonò così terribilmente. ‑ Da poco tempo tenevo volta la testa dalla parte da cui era venuto il suono, che mi parve vedere molte alte torri; onde io dissi: «Maestro, dimmi, che città è questa? » ‑ Ed egli a me: « Volendo guardare troppo innanzi in quest’aria tenebrosa, ti accade di fare giudizio erroneo delle cose che tu vedi. ‑ Quando tu sarai giunto là dove guardi. vedrai come t’inganni delle cose viste da lontano; perciò affrettati un poco». ‑ Poi mi prese amichevolmente per mano e disse: «Prima che noi siamo più avanti, affinché ti riesca meno strana la sorpresa, ‑ sappi che non sono torri, ma giganti, e sono dall’ombelico in giù dentro il pozzo [nel cui fondo è la ghiaccia con Lucifero] sovrastando con il resto del corpo intorno all’argine di esso». ‑ Come quando dissipandosi la nebbia lo sguardo a poco a poco scorge, e distintamente ciò che nasconde il vapore che addensa l’aria; ‑ così penetrando meglio l’aria densa e scura con lo sguardo, più e più avvicinandomi verso la sponda del pozzo, l’errore [del prendere per torri i giganti] si dileguava, e mi accresceva la paura. Poiché, come sulla sua cinta circolare il Castello di Montereggioni si corona di torri [castello Senese in Val d'Elsa, innalzato nel 1213 a difendere i confini contro Firenze], così la riva che circonda il pozzo ‑ coronavano a guisa di torri da mezza la persona gli orribili giganti, ai quali ancora minaccia Giove dal cielo, quando tuona [si riferisce alla pugna di Flegra dove il re degli dèi fulminò i giganti sollevatisi contro di lui] ‑ ed io già scorgevo il volto di uno, e le spalle e il petto, e gran parte del ventre, e ambo le braccia giù per le costole. ‑ La natura certamente, quando lasciò produrre di così fatti animali, fece assai bene togliendo in tal modo combattenti così poderosi [tali esecutori a Marte] che avrebbero sopraffatto gli uomini; ‑ e se ella non ha cessato di produrre grandi mostri, come elefanti e balene, chi bene consideri la riterrà giusta e savia, poiché essi non sono forniti di ragione e quindi non possono arrecare gran male: ‑ poiché dove l’arma del pensiero si aggiunge alla intenzione di fare il male e alla forza di attuarlo, gli uomini non vi possono porre alcun riparo. ‑ La faccia sua mi pareva lunga e grossa come la pina di S. Pietro a Roma [la pina di bronzo che anticamente ornava, secondo alcuni, il Pantheon e, secondo altri, il mausoleo di Adriano, e dopo varie trasposizioni fatte dai papi, ora si trova sulla scala di Bramante; al tempo di Dante era davanti al Vaticano, sulla Piazza di S. Pietro] e le altre parti del corpo erano proporzionate ad essa: ‑ sì che la ripa che ricopriva come grembiale metà del corpo in giù [perizoma dal greco, vale grembiale] lasciava vedere tanta parte di sopra, che per giungere alla chioma del gigante ‑ tre uomini della Frisa [celebri per l'alta statura] sarebbero bastati appena: poiché io ne vedevo trenta palmi buoni [misura circa di 24 cm.] dal collo in giù. ‑ « Rafel maì amech zabì almi» [parole non significative; o il significato probabile non è stato trovato dagli annotatori] cominciò a gridare la fiera bocca, alla quale non si confacevano parole meno aspre. ‑ E il mio duca rivolto verso lui: «Anima sciocca, stai contenta con il corno, e sfogati a suonare quello, quando ti prende ira o altra passione. ‑ Cercati al collo e troverai la cinghia che lo tiene legato o anima confusa, e vedi il corno che ti cinge il gran petto». – Poi disse a me: « Egli stesso si accusa: questi è Nembrotto [primo re di Babilonia: fu colui che promosse la costruzione della torre di Babele], per il cui malvagio pensiero non si usa nel mondo un solo linguaggio. – Lasciamolo stare e non parliamo inutilmente: che ciascun linguaggio è a lui come il suo agli altri, che nessuno capisce». ‑ Facemmo dunque un cammino più lungo volgendo a sinistra; e, alla distanza di una tirata di balestra, trovammo l’altro assai più terribile nell’aspetto e più alto. ‑ Non so chi fosse colui che lo avvinse; ma egli teneva stretto davanti il braccio sinistro, e l’altro dietro le reni, ‑ da una catena, che lo avvinceva dal collo in giù sì che in quella parte del corpo che rimaneva fuori dal pozzo si avvolgeva per cinque giri. ‑ «Questo superbo volle sperimentare la sua potenza contro il sommo Giove, disse il mio duca, onde egli ne ha tale ricompensa. – Si chiama Fialte [Fialte figlio di Nettuno e di Efimadia, tra i più violenti nella pugna di Flegra assieme al fratello Oto]; e fece le grandi bravure quando i giganti fecero paura agli dèi: le braccia che menò contro essi, non muove mai più». ‑ Ed io a lui: « Se si può, vorrei poter vedere lo smisurato Briareo» [figlio di Urano e della Terra, uno dei tre giganti dalle cento mani]. ‑ Onde egli rispose: « Tu vedrai Anteo [figlio di Nettuno e della Terra, non ancor nato al tempo della pugna dei giganti contro Giove] qua vicino, che parla ed è libero nei suoi movimenti, che ci porrà nel fondo dell’inferno. ‑ Quello che tu vuoi vedere è molto più in là, ed è legato e conformato come questo, salvo che è più feroce nell’aspetto». Non vi fu mai terremoto tanto impetuoso, che scuotesse così fortemente una torre, come fu sollecito a scuotersi Fialte udite le parole di Virgilio. ‑ Allora ebbi più che mai timore della morte, e se io non avessi visto le catene che lo avvincevano, la sola paura mi avrebbe fatto morire. ‑ Noi procedemmo allora più avanti, e venimmo ove era Anteo che, senza contare la testa, usciva bene cinque alle [antica misura lineare] fuori dalla roccia. ‑ «O tu che nella valle straordinaria [del Bagrada presso Zama, dove P. Cornelio Scipione si rese glorioso riportando sopra Annibale la vittoria che pose fine alla seconda guerra punica] che Scipione rese gloriosamente memorabile ai posteri, quando fece volgere le spalle ad Annibale ed ai suoi soldati, ‑ recasti già mille leoni per preda, e che se ti fossi trovato alla grande guerra dei tuoi fratelli giganti, pare che ci sia ancora chi stimi ‑ che i giganti, figliuoli della Terra, avrebbero vinto; non ti dispiaccia metterci giù dove il lago Cocito è ghiacciato. Non ci fare ricorrere né a Tizio né a Tifeo [altri giganti]; questo mio compagno può parlare di te nel mondo, che è ciò che qui nell’inferno si desidera; e però chinati e non torcere il muso. ‑ Esso può ancora rinfrancare la tua fama nel mondo, che egli vive e lo attende lunga vita, se prima del tempo non lo chiama a sé la grazia divina ». ‑ Così disse il maestro; e quegli distese in fretta quella mano dalla quale già Ercole era stato fortemente stretto [quando lottò con Anteo] e prese il mio duca. ‑Virgilio, quando si sentì prendere, disse a me: « Fatti in qua, si che io ti possa prendere »; poi afferratomi, formammo un fascio egli ed io. ‑ Come pare la torre di Garisenda [torre pendente di Bologna, presso quella degli Asinelli ‑ dal nome di due antiche famiglie] a chi la riguarda sotto l’inclinazione, quando una nube corra dalla parte opposta della sua pendenza; ‑ tale parve Anteo a me che stavo attento di vederlo chinare, e fu un tale momento di paura che io avrei voluto essere per un altro cammino: ‑ ma ci depose lievemente nel fondo del pozzo in cui si trova Lucifero con Giuda: e dopo averci posati non rimase chinato, ma [appena depostici a terra], ‑ si raddrizzò come albero nella nave.