gen282010

La Divina Commedia – Inferno – Canto XXVII

Già la fiamma che agitava la punta qua e là non parlando più la teneva su dritta, e già se ne andava da noi dopo essersi licenziata da Virgilio; ‑ quando un’altra fiamma, che veniva dietro alla prima, ci fece volgere gli occhi a guardare la sua cima, per un suono confuso che ne veniva fuori. ‑ Come il bue siciliano [il toro bronzeo costruito dall’ateniese Perillo e donato a Falaride tiranno di Agrigento perché vi arrostisse dentro i condannati a morte] che muggì prima di tutto con il pianto di colui che lo aveva temprato con la sua lima [che l’aveva costruito] e ciò fu punizione inflitta giustamente, ‑ con la voce dell’uomo che dentro arrostiva muggiva sì che, con tutto ciò egli fosse di rame, sembrava realmente un toro trafitto dal dolore, ‑ così in tale linguaggio per non trovare uscita o foro alla punta del fuoco si convertivano le parole dolenti. ‑ Ma poiché trovarono modo di sprigionarsi su dalla punta, dando ad essa quel guizzo che la lingua [dentro la bocca del dannato] dava quando uscivano le parole dalla bocca del dannato, ‑ udimmo dire: «O tu a cui rivolgo la voce, e che parlavi poco fa lombardo, dicendo: Ora [Issa: lat. ipsa, ora] vattene, io non ti stimolo più a parlare, non ti rincresca di parlare con me perché forse sono giunto alquanto tardo: vedi che non rincresce a me benché soffra bruciandomi dentro la fiamma. ‑ Se tu sei caduto pur ora in questo inferno dall’Italia, dalla quale reco qua tutta la mia colpa; ‑ dimmi se i Romagnoli hanno pace o guerra: ché io fui dei monti là tra Urbino e il giogo da cui nasce il Tevere » [designa la regione del Montefeltro, tra Urbino e il monte Cornaro]. ‑ Io ero ancora attento e chinato a guardare in giù, quando il mio duca mi toccò a lato, dicendo: « Parla tu, questi è latino ». ‑ Ed io, che avevo già pronta la risposta, incominciai a dire senza indugio: «O anima che sei nascosta laggiù ‑ la tua Romagna non è e non fu mai senza odio fra i suoi signorotti che la tiranneggiano; ma ora al mio venire qua non vi ho lasciato nessuna guerra palese. ‑ Ravenna sta come è da molti anni, governata dai signori da Polenta [che hanno per loro arme un'aquila vermiglia nel campo giallo], la cui signoria comprende Cervia [terra a mezzodì di Ravenna]. ‑ Forlì, che sostenne la lunga guerra e fece sanguinoso ammasso di Francesi [allude alla lunga guerra fatta per mandato di Martino IV, da Giovanni d'Appia, che l'assediò nel 1282, e alla strage dei francesi fatta dai Forlivesi, capitanati dal conte Guido di Montefeltro], si trova sotto la casa degli Ordelaffi [che avevano, dice l 'An. Fior. « uno scudo dal mezzo in giù addogato, da indi in su uno mezzo leone verde in campo giallo»]. – E Malatesta e Malatestino [detti da Verrucchio, castello donato dai Riminesi al padre di Malatesta. Dante, dice mastino per alludere alla loro crudeltà] che tagliarono la testa a Montagna. [Quando i Malatesta nel 1295 presero la signoria della città, il Parcitale, capo dei Ghibellini, lasciò Rimini: e Montagna, rimasto prigioniero dei nemici, fu ucciso in seguito] là sulla loro terra, come sogliono, tiranneggiano [fanno succhiello dei denti, mordono, lacerano]. ‑ Faenza sul Lamone, Imola sul Santerno, sono governate da Maghinardo dei Pagani di Susinana [che per arme aveva un leone in campo bianco], che cambia ogni momento partigianeria, ‑ e Cesena, bagnata dal Savio, come ella sta, tra il piano e il monte, vive tra la signoria dei suoi gentili e il popolo. ‑ Ora ti prego che tu mi dica chi tu sei: non essere più reticente di quanto non sono stati gli altri, se vuoi che nel mondo il tuo nome regga per molto tempo». ‑ Dopo che il fuoco ebbe alquanto mugghiato alla sua maniera, agitò la punta acuta e poi disse: ‑ «Se io e credessi che la mia risposta fosse per persona che dovesse ritornare al mondo, questa mia fiamma non si muoverebbe più ‑ ma poiché mai da questo fondo alcuno ritornò vivente, se io ho ascoltato la verità, ti rispondo senza timore che il mio nome venga infamato. ‑ Io fui uomo di armi e poi fui frate francescano credendo così cinto [del cordone di S. Francesco, di cui quei frati sono cinti. Guido da Montefeltro, il più astuto e sottile uomo che fosse in Italia in quei tempi, nacque verso il 1220 e dopo avere, come capitano dei ghibellini romagnoli, arrecati molti danni alla chiesa, riconciliatosi con la curia pontificia negli ultimi anni, si fece frate francescano e morì nel 1298] di fare ammenda dei miei peccati; e certamente non mi sarei ingannato se, non fosse il papa, a cui venga il malanno [papa Bonifazio VIII], che mi rimise nelle prime colpe e come e perché voglio che tu sappia. ‑ Mentre che io fui formato di carne ed ossa, le opere mie non furono da uomo forte, e generoso, ma fraudolente. – Gli accorgimenti e le vie coperte io tutte conobbi e fui così esperto nella loro arte, che la fama delle mie astuzie si sparse per tutto il mondo. ‑ Quando mi vidi arrivato a quell’età in cui ciascuno dovrebbe ritirarsi dal mare della vita e badare a quella futura, ‑ quel modo di agire che prima mi piaceva. mi rincrebbe; e pentito e confessato mi feci frate, ohimè! misero e stanco! e ciò mi avrebbe giovato e portato a salvazione. ‑ Il papa avendo guerra presso al luogo dove è, in Roma, la basilica di S. Giovanni in Laterano [dove i Colonna avevano le loro case; con i quali nel 1297 il Pontefice era in aspra contesa] e non con Saraceni e con Giudei, nemici nella nostra fede; ‑ ché ciascun suo nemico era cristiano e nessuno era stato alla conquista di S. Giovanni d’Acri in Siria [espugnata dai Saraceni l'anno 1291], né era mai stato in Alessandria o in Egitto alle terre del Soldano a portare mercanzie [le quali cose sono proibite dalla Chiesa]: ‑ né il sommo ufficio né gli ordini sacri rispettò in se stesso, né in me quel cordone che soleva fare più magri [per le penitenze] i frati che ne erano cinti. ‑ Ma come Costantino chiese a S. Silvestro di venire dentro a Soratte per guarirlo della lebbra [narra la leggenda che Costantino ammalatosi di lebbra, preferisse chiamar presso di sé S. Silvestro a guarirlo, anziché fare un bagno nel sangue dei fanciulli come volevano i medici], così questi chiese di me per indicargli il modo ‑ di guarirlo della sua febbre di dominio: mi chiese consiglio, ed io tacqui perché le sue parole mi parvero da ubriaco. ‑ E poi mi disse: Non abbia sospetti il tuo cuore: ti assolvo fin da ora, e tu insegnami come devo fare per espugnare Penestrino [castello dei Colonna, di Palestrina]. ‑ Io posso chiudere e dischiudere il cielo, come tu sai; perché due sono le chiavi alle quali il mio antecessore [Pietro da Morrone, papa Celestino V] rinunziò dopo pochi mesi. ‑ Allora questi argomenti gravi mi spinsero, e sembrandomi che fosse il peggio tacere, dissi: Padre, poiché tu mi lavi ‑ di un peccato dove ora debbo cadere, prometti larghe franchigie a quelli che posseggono Palestrina perché rendano la terra; e, avutala, non mantenere la parola [la resa e distruzione di Palestrina avvenne nel 1298] ciò ti farà trionfare sul tuo alto seggio papale. ‑ S. Francesco, poi che io fui morto, venne per prendere la mia anima: ma un demonio gli disse: Non la portare; non mi fare questo torto; ‑ egli se ne deve venire con me tra i miei servi, perché diede il consiglio fraudolento al papa, dal quale istante fino ad ora gli sono stato appresso attendendo che morisse per portarlo all’Inferno; ‑ poiché chi non si pente non si può assolvere, né si può sentire il desiderio del pentimento nel tempo stesso che si delibera di commettere il peccato. ‑ Ahi me dolente! come mi riscossi, quando mi prese dicendomi: forse tu non pensavi che io fossi buon ragionatore! ‑ Mi portò a Minos: e questi attorse otto volte la coda attorno il duro dorso, e dopo che l’ebbe morsa per grande rabbia, ‑ disse: Questi è dei peccatori del fuoco ladro, per la quale colpa che ti ho detto sono perduto in questo fuoco come vedi, e andando così vestito mi dolgo». ‑ Quando egli ebbe così compiuto il suo dire, la fiamma si mosse e procedette avanti mormorando dolorosamente, torcendo e dibattendo la punta acuta. ‑ Noi passammo oltre, ed io e il mio Duca ci spingemmo, su per lo scoglio, fin sopra l’altro arco che copre la bolgia nella quale si sconta la pena ‑ da coloro che seminando discordie [separando legami] acquistano peso di colpa.

No Responses

Comment RSS Trackback URL

Leave a Reply