La Divina Commedia – Inferno – Canto XXVI
Godi Firenze, perché sei tanto grande che liberamente puoi spaziare per terra e per mare [un secolo dopo, i Fiorentini, vittoriosi per l’acquisto di Pisa, ricantarono la invettiva di Dante a loro gloria: « odi, Firenze, po' che se' sì grande. Che batti l'ale per terr'e per mare, facendo ogni toscan di te tremare! » Cfr. G. CARDUCCI, Sudi letterari], e per l’inferno il tuo nome si diffonde. ‑ Tra i ladroni trovai cinque fiorentini di tanto grande casato, onde mi viene vergogna, e tu non ne sali in grande onoranza. ‑ Ma se i sogni fatti verso il mattino svelano la verità, tu sentirai tra poco tempo, di quei mali che ti augura Prato per non dire di altre città. ‑ E se il voto dei tuoi nemici si fosse già avverato, non sarebbe stato troppo presto; e così fosse già accaduto poiché deve essere! poiché se ritardano ne avrò affanno tanto più grave quanto sarò vicino alla vecchiezza. – Noi ce ne partimmo, e su per le scalinate che ci avevano fatte prima le pietre, quando eravamo discesi per veder meglio il fondo, rimontò il duca mio e mi aiutò a salire, e proseguendo la via solitaria tra le schegge di pietre e tra i macigni dello scoglio, i piedi non poterono andare senza l’aiuto delle mani. ‑ Allora mi dolsi, ed ancora mi ridolgo quando penso a ciò che io vidi; faccio proponimento più di quanto sono solito di frenare il mio ingegno ‑ sì che non possa esplicare la sua potenza al di fuori della virtù, poiché se una buona stella o la grazia di Dio mi ha dato questo bene io stesso non me n’abbia dispiacere a possederlo, usandolo malamente. [Terzine 27‑30]. ‑ Quante lucciole vede il villano che riposa sul colle, giù per la vallata, forse colà dove vendemmia ed ara, nel tempo in cui le notti sono più brevi del giorno [nell'estate], quando sopraggiungendo la notte la mosca cessa di volare e in sua vece vola la zanzara; ‑ così di tante fiamme tutta l’ottava bolgia risplendeva, come io mi accorsi quando fui giunto in luogo da dove si poteva scorgere il fondo. ‑ E come il profeta Eliseo che si vendicò [delle beffe dei fanciulli] con due orsi [usciti dalla selva che ne uccisero quarantadue, secondo il libro IV dei Re] vide il carro di Elia alla sua partenza, quando i cavalli si levarono erti al cielo, ‑ che non lo poteva seguire con lo sguardo, altro che per vedere la sola fiamma salire in su come nuvoletta [il libro IV del Re narra che mentre il profeta Elia e il suo discepolo Eliseo camminavano per una via, apparve un carro di fuoco, sul quale Elia fu rapito al cielo, rimanendo il suo discepolo estasiato a mirare la massa di fuoco che saliva, senza poter distinguere altro]; – tale si muoveva ciascuna fiamma per la gola del fosso, nessuna della quale mostrava il peccatore che rapiva. Io non stavo più carponi, ma in piedi sopra il ponte, e protendendomi tanto in fuori che se non mi fossi tenuto ad un masso, senza essere urtato sarei caduto giù; ‑ e il Duca che mi vide tanto intento, disse: «Dentro quei fuochi vi sono gli spiriti; ciascuno si fascia di quella fiamma che lo brucia». ‑ «Maestro mio, risposi io, dopo averti udito, sono fatto più certo di quanto mi ero immaginato, e già volevo dirti: ‑ Chi è in quel fuoco, che viene così diviso alla cima, che pare sorgere dalla pira dove fu messo Eteocle con il fratello?» [Eteocle e Polinice figli di Edipo e di Giocasta, contrastandosi il trono di Tebe si uccisero. Quando i due cadaveri furono posti ad ardere nello stesso rogo, la fiamma, per segno dell'odio eterno, si divise in due]. Mi rispose: «Là dentro si martiria Ulisse e Diomede [Ulisse figlio di Laerte e re d'Itaca, Diomede di Tideo furono due campioni dell'assedio di Troia, nella quale impresa, l'uno con astuzia ed inganno, e l'altro con la violenza commisero insieme molte frodi], e così vanno insieme ancora alla vendetta come all’ira; ‑ e dentro alla loro fiamma si geme l’agguato del cavallo di legno, che aprì ai greci la città, dalla quale poi uscì Enea, progenitore dei romani: ‑ dentro vi si piange l’astuzia per la quale Deidamia, pure dopo morta, si duole di Achille. [Altra frode di Ulisse e Diomede per cui indussero con le loro ragioni Achille a prendere parte, alla guerra contro Troia, abbandonando la moglie Deidamia, che ne morì di dolore] e vi si porta la pena del Palladio [il simulacro di Pallade, rapito ai troiani da Ulisse e da Diomede] ». ‑ « Se essi possono parlare da dentro a quelle vampe, dissi io, maestro ti prego e ti riprego caldamente, ‑ che non mi neghi di attendere finché non venga qua la fiamma cornuta: vedi che è tanto grande il desiderio che mi piego verso lei». ‑ Ed egli a me: « La tua preghiera è degna di molta lode, ed io accetto; ma astieniti dal parlare. ‑ Lascia parlare a me, che io ho già immaginato ciò che tu vuoi sapere; ch’essi forse sarebbero sdegnosi di parlare con te perché furono dei principali eroi della Grecia antica, e non ti conoscono ». ‑ Poiché la fiamma venne quivi, quando al mio duca parve che fosse il momento e il luogo conveniente, io lo udii parlare in questa forma: «O voi che siete dentro una sola fiamma, se io acquistai mentre io vissi qualche merito verso di voi; se io meritai molto o poco, – quando di voi parlai nell’Eneide, non vi muovete; ma l’uno di voi [Ulisse] dica dove andò a finire la vita». ‑ Il corno più alto della fiamma antica cominciò ad agitarsi mormorando, come quella fiamma che viene mossa dal vento. ‑ Indi menando qua è là la cima come se fosse la lingua che parlasse, gettò fuori una voce che disse: « Quando mi partii da Circe, la maga che mi trattenne per più di un anno presso Gaeta, prima che Enea le desse questo nome [il monte Circello, residenza di Circe, sorge non lontano dal luogo al quale Enea, per memoria della sua nutrice, pose il nome di Gaeta], né l’amore verso il figlio Telemaco, né la pietà verso il vecchio padre Laerte, né l’affetto che doveva rallegrare Penelope ‑ poterono vincere dentro me l’ardore che io ebbi di conoscere il mondo e i vizi e le virtù umane, ‑ ma mi misi per l’alto e aperto mare solo con una nave e con piccola ciurma di marinai, dalla quale non fui abbandonato. ‑ Visitai l’una e l’altra spiaggia, fino alla Spagna e fino al Marocco e l’isola di Sardegna e le altre che bagna quel mare. Io e i miei compagni eravamo vecchi e curvi, quando venimmo alla foce stretta [stretto di Gibilterra] dove Ercole aveva posto le due colonne perché non si passasse oltre [montagne Abila in Africa e Calpe in Europa, dette le colonne d'Ercole, dalla favola mitologica accennata]; ‑ dalla mano destra mi lasciai indietro Siviglia, [città della Spagna], dall’altra già avevo lasciata Ceuta [città dell'Africa]. ‑ O compagni, dissi, che per cento mila perigli siete giunti all’occidente, a questo poco tempo ‑ di vita che vi resta, non vogliate negare di conoscere ciò che vi è, seguendo il corso del sole, nel mondo disabitato. ‑ Considerate la dignità della vostra origine; voi uomini, non foste fatti per vivere come bestie, ma per seguire la virtù e per apprendere la scienza. ‑ Con questo piccolo sermone feci ben disposti i miei compagni al cammino, tanto che dopo, appena li avrei potuti trattenere: ‑ e nella mattinata, volta la nostra poppa, i remi cambiarono in ale, e con tanto desiderio ci mettemmo all’ardita navigazione per mari ignoti sempre avanzando dalla parte mancina. ‑ Nella notte già ci apparivano tutte le stelle del polo antartico, e la nostra stella polare non si mostrava per essere il polo artico sotto l’orizzonte e nascosto dalla superficie del mare [cioè erano pervenuti di là dell'Equatore]. ‑ Cinque volte era stato il plenilunio e cinque il novilunio, dacché eravamo entrati nell’alto passo, ‑ quando mi apparve una montagna bruna [la montagna del Purgatorio] per la distanza, e mi parve tanto alta quanto non ne avevo veduta alcuna. ‑ Noi ci rallegrammo e tosto l’allegrezza si mutò in pianto; poiché dalla nuova terra nacque un turbine che investì la prua del legno. ‑Tre volte lo fece girare violentemente con tutte le acque circostanti, producendo un vortice, alla quarta gli fece levare in alto la poppa e quindi fece sprofondare all’ingiù la prua, come piacque a Dio, ‑ finché il mare si richiuse su di noi ».