La Divina Commedia – Inferno – Canto XXIX
La molta gente così variamente impiagata mi aveva riempito di lacrime gli occhi, tanto desiderosi di mettersi a piangere. – Ma Virgilio mi disse: «Perché ancora guardi? Perché i tuoi occhi si soffermano ancora laggiù tra le ombre tristi e mutilate? Tu non hai fatto in questo modo alle altre bolgie. Pensa, se tu intendi fare questo cammino, che la valle si avvolge ancora per ventidue miglia; ‑ e già la luna [che la notte antecedente era piena: Inf., XX, 127, si trova sotto i nostri piedi, ossia sono le 13]: il tempo che ci è concesso è corto e sono da vedersi ancora altre cose che tu non vedi ». ‑ « Se tu avessi, risposi io, badato alla causa per la quale io guardavo, forse mi avresti concesso di rimanere, ancora ». ‑ Mentre rispondevo, il duca se ne andava, e intanto soggiungevo: «Dentro quella bolgia, ‑ dove io tenevo così fissi gli occhi, credo che un mio parente pianga la colpa di aver seminato discordie che laggiù costa tanto ». ‑ Allora rispose il maestro: « Non fermarti più oltre col pensiero sopra a quello spirito: bada ad altro egli se ne rimanga là; ‑ ché io lo vidi al piede del ponticello accennarti agli altri spiriti, e minacciarti menando il dito [come quegli che era rimasto invendicato dai consorti] con forza, e lo sentii chiamare per nome Geri del Bello [di Bello di Alighiero, Paradiso, XV, 91, [cugino del padre di Dante]. Visse verso la metà del duecento; e, per avere ucciso uno dei Gerernei o dei Sacchetti fu per vendetta ucciso in Fucecchio, da un parente della sua vittima]. Tu era così attento in quel punto ad ascoltare il signore di Altoforte [Hautefort], che non guardavi là finché egli non si partì». ‑ « O mio duca, la violenta morte che non gli è stata ancora vendicata, dissi io, per uno che è come suo parente, partecipe dell’offesa, ‑ si è sdegnato; per la qual cosa, come io credo, se ne andò senza parlarmi; e per questa ragione egli mi ha fatto più pietoso verso di lui ». ‑ Così parlammo fino al limitare dell’altro ponte da cui si sarebbe scorto il fondo dell’altra bolgia, se vi fosse stata più luce. Quando noi fummo sopra l’ultima bolgia di Malabolge, in maniera che i suoi dannati potevano apparire al nostro sguardo, ‑ vari lamenti mi vennero a colpire, che destavano pietà nel petto: per cui io mi chiusi gli occhi con le mani. ‑Quale dolore sarebbe se i malati dì febbre malarica degli ospedali di Valdichiana, di Maremma e di Sardegna tra il luglio e il settembre ‑ fossero adunati tutti insieme in una fossa, tale era quivi, e ne usciva puzzo eguale a quello che suole uscire dalle membra marcite. ‑ Noi scendemmo sopra l’ultima riva del lungo scoglio, sempre tenendoci alla mano sinistra, e allora potetti scorgere più chiaramente giù verso il fondo, dove la infallibile giustizia, ministra di Dio, punisce i falsari che confina, in questa bolgia. ‑ Non credo che si provasse maggior tristezza in Egina [isoletta vicina il Peloponneso, in cui tutti gli uomini e le bestie perirono di grande pestilenza; ma avendo il re Eaco, pregato Giove di trasformare in uomini le formiche, l'isola venne ripopolata. Ovidio: Metam., VII,523] a vedere il popolo tutto infermo, quando l’aria fu così piena di effluvi pestilenziali, ‑ che tutti gli animali fino al più piccolo verme cascarono morti, e poi gli abitatori primitivi di Egina, secondo confermano i poeti, ‑ si rinnovarono dal seme delle formiche, di quella tristezza che si provava nel vedere languire per quella valle oscura gli spiriti ammucchiati qua e là. ‑ Quale giaceva sopra il ventre e quale sopra le spalle l’uno dell’altro e quale carponi cambiava di posto per la triste strada. ‑ Noi andavamo passo passo senza parlare, guardando e ascoltando gli ammalati, che non potevano alzarsi in piedi. Io vidi due sedere appoggiati l’uno a l’altro, come si appoggia teglia a teglia per scaldare, tutti macchiati di scabbia dalla testa ai piedi: ‑ e mai vidi menar striglia [arnese per pettinare i cavalli] da garzone che abbia fretta perché il padrone suo aspetta, né da servo che non veglia volentieri; ‑ come ciascuno spesso menava il morso delle unghie sopra sé stesso per la gran rabbia del pizzicore, che non ha altro sollievo che questo. ‑ E l’unghie si traevano giù la scabbia, come coltello trae le scaglie di scardova [pesce d'acqua dolce, dalle scaglie larghe e dure], o di altro pesce che le abbia ancora più larghe, «O tu che ti togli le maglie della corazza scabbiosa con le dita, cominciò a dire il mio duca ad uno di loro, e fai di esse spesso tenaglie, ‑ dimmi se vi è nessun Latino tra costoro che stanno costì dentro, e che così l’unghia possa darti eterno sollievo». ‑ «Noi che tu vedi così impiagati, siamo Latini tutti e due, rispose uno piangendo, ma tu che domandi di noi chi sei? » ‑ E il duca disse: « Io sono uno che discendo giù di girone in girone con questo uomo vivo, e intendo mostrare a lui l’inferno ». ‑ Allora cessarono di rincalzarsi a vicenda scostandosi; e ciascuno si volse a me tremando con gli altri che indirettamente lo avevano udito. ‑ Il buon maestro si avvicinò tutto a me, dicendo: «Di’ a loro ciò che tu vuoi». E poiché egli voleva così, io cominciai: ‑ « Che così la vostra memoria non si perda nel mondo dei viventi, dalla mente degli uomini, e che cosi ella viva per molti anni, ‑ ditemi chi voi siete e di qual nazione e cittadinanza: non vi spaventi di dimostrarvi a me chi siete per la vostra pena sconcia e fastidiosa ». ‑ «Io fui di Arezzo [Griffolino, uomo sottile ebbe pretesa di insegnare ad Alberto l'arte di volare, ma non riuscendo a mantenere la promessa, accusato di negromanzia fu dal vescovo di Siena fatto bruciare. ‑ Alberto da Siena, parente del vescovo Bonfiglio, 1216‑1252], rispose uno, e Alberto da Siena mi fece mettere al fuoco: ma quella colpa per cui io fui arso non è quella che mi mena qui. – E’ vero che parlando per scherzo io dissi a lui, che mi sarei levato a volo per l’aria; e quello che aveva curiosità e vanità e poco senno ‑ volle che io gli mostrassi l’arte di volare; e solo perché io non lo feci simile a Dedalo [che fece le ali per è e per il figlio Icaro, V. Inf., XVII, 109], mi fece ardere dal vescovo di Siena che lo teneva come suo figliuolo. ‑ Ma nell’ultima delle dieci bolgie Minos, che non si sbaglia, mi dannò per l’alchimia che usai nel mondo ». ‑ Ed io dissi al Poeta: «O vi fu mai gente più vana della senese? Certamente non fu mai tanto vana la gente francese, che pure lo è tanto». ‑ Per cui l’altro lebbroso che m’intese, rispose al mio detto: «Eccetto lo Stricca [dei Salimbeni; giovane ricco da Siena, detto ironicamente da D.] che seppe spendere con parsimonia [detto con ironia]; ‑ e Niccolò [fratello dello Stricca] che scoprì l’usanza dispendiosa di condire le vivande con garofani nella città di Siena dove tali costumi allignano per la ghiottoneria; ‑ e tranne la brigata [la brigata spendereccia di cui facevano parte i due sunnominati, si compose verso la seconda metà del duecento, di dodici gentiluomini senesi, con l'intenzione di vivere in feste e conviti, dopo venti mesi si squagliò], nella quale Coccia di Asciano [uno della brigata] sperperò ì suoi vigneti e gli estesi boschi, e l’Abbagliato [Bartolomeo Folcacchicri], dopo aver scialacquato in gioventù si diede a nobili uffici. ‑ Ma perché tu sappia chi sia colui che ti dispone tanto sfavorevolmente contro i senesi, aguzza verso me la vista, sì che tu mi possa conoscer bene; ‑ e così vedrai che io sono l’ombra di Capocchio [senese, o fiorentino, falsificatore di metalli; fu bruciato vivo nel 1289 in Siena], che con l’alchimia falsai i metalli, e se ti vedo bene, te ne devi ricordare, ‑ come io fossi un buon imitatore del vero ».