La Divina Commedia – Inferno – Canto XXIV
Nella primavera, quando rinvigorisce il sole, che appare nella costellazione dell’Acquario [dal 21 gennaio al 21 febbraio], e incominciano le notti ad avvicinarsi alla metà del giorno [cioè 12 ore: equinozio di primavera] ‑ quando la brina sulla terra ritrae l’immagine della neve, ma la sua penna temperata [con la quale la brina ritrae, l'immagine di sua sorella bianca] poco dura [cioè presto si discioglie]; ‑ il villanello a cui manca l’erba per le sue pecore, si leva e guarda, e vede tutta biancheggiare la campagna, per cui egli si batte, in atto di disdetta, l’anca; ritorna in casa e attendendo qua e là ad altre cose, si lamenta come il misero, incerto di ciò che deve fare, poi si affaccia di nuovo a guardare fuori e rimette speranza ‑ vedendo che il mondo ha cambiato aspetto in poco tempo, e prende il suo bastoncello e caccia fuori, a pascolare, le pecore: – come il mutato aspetto della campagna conforta il contadinello, così mi confortò il rischiararsi della fronte del maestro [dal turbamento prodotto dall'ira già detta nel canto antecedente]; ‑ poiché, come noi venimmo al ponte rovinato, il duca si rivolse a me con quell’atteggiamento benigno che per la prima volta avevo veduto quando ai piedi del monte Virgilio mi apparve per liberarmi dalle tre fiere. ‑ Dopo aver bene riguardato la rovina e dopo aver pensato quale via fosse migliore, aprì le braccia e mi prese. ‑ E come colui che non si mette in azione senza aver prima pensato tanto che pare che sempre abbia la mente a ciò che farà poi, così Virgilio, spingendomi su verso la cima ‑ di un grosso masso, con la vista ne cercava un altro, dicendo: « Aggrappati poi sopra quello; ma prima tenta con la mano se è così saldo da poterti reggere». ‑ Non era via quella per la quale alcuno degli ipocriti, vestiti delle cappe di piombo, avrebbe potuto salire, poiché appena noi, Virgilio lieve [essendo ombra], ed io aiutato e sorretto, potevamo salire di appiglio in appiglio. ‑ E se non fosse stato che da quella parte del recinto [recinto dal lat. Praecingere, ricingere] la costa era più bassa che dall’altra [dalla quale eravamo scesi inseguiti dai demoni], non so di Virgilio, ma per conto mio sarei stato vinto dalla fatica; ma perché Malebolge verso la bocca del pozzo che forma l’ultima parte dell’inferno, è inclinata da ogni parte, l’argine di ciascuna bolgia necessariamente ‑ dalla parte esterna è più alto e più basso dalla parte interna: noi pure alfine venimmo sulla cima dell’argine dalla quale sporge l’ultima pietra per la quale eravamo saliti. Quando fui su alla cima, era così esausta la forza dei miei polmoni, che io non poteva camminare oltre, e mi sedetti appena giunto. « Oramai è necessario che tu ti spoltrisca con simili esercizi faticosi, disse il maestro, poiché vivendo oziosamente adagiato su guanciali [seggendo in piuma] o sotto le coltri, non si viene in fama; ‑ chi consuma la vita senza la quale, lascia di sé tale orma in terra, come il fumo nell’aria e la schiuma nell’acqua: ‑ e quindi levati su, vinci la stanchezza con la forza della volontà che vince ogni difficoltà purché non si abbandoni con il corpo. E’ necessario fare più lunga salita; non basta essere partito dai peccatori: se tu m’intendi, fa’ che ti giovi il mio consiglio» [Virgilio accenna alla salita del monte del Purgatorio; non basta aborrire il vizio, ma bisogna purificarsi d’ogni colpa, per essere degno della beatitudine]. Allora mi alzai mostrandomi più fornito di lena di quanto io ne sentivo; e dissi: «Vai pure ché io sono forte e di buona volontà ». ‑ Prendemmo via su per lo scoglio, che forma l’altro ponticello ed era pieno di sassi, stretto e malagevole, e molto più ripido di quello di prima. Per non parere affaticato mentre camminavo parlavo, onde uscì una voce dalla settima bolgia a formare parole indistinte. ‑ Non so che cosa disse, poiché anche mi trovavo sul culmine del ponte che passa sopra questa bolgia; ma chi parlava pareva mosso dall’ira. ‑ Io ero volto in giù a guardare, ma gli occhi vivi non potevano vedere il fondo per l’oscurità; per cui io: « Maestro, fa’ di arrivare ‑ all’altro argine e dismontiamo il muro; poiché come io odo e non intendo costì, così io guardo e non vedo nulla ». ‑ « Altra risposta, disse, non ti do se non facendo ciò che tu mi chiedi; poiché alla domanda onesta si deve rispondere con l’opera e tacendo». – Noi scendemmo il ponte dalla parte dove mette capo all’argine ottavo, e poi mi fu palese alla vista la bolgia [settima]: e vi scorsi dentro un terribile ammasso e aggrovigliamento di serpenti, e di così strane specie, il cui ricordo mi guasta ancora il sangue. ‑ Più non si vanti la Libia [Lucano in una parte del suo poema, accennato da Dante nell'Inf. XXV, 94, enumera e descrive i serpenti che infestano i deserti della Libia] con i suoi arenosi deserti; poiché se produce chelidri, iacule e farèe e cencri con amfesibene [vari nomi dei serpenti descritti da Lucano], mai mostrò nulla di così pestifero e velenoso con tutta l’Etiopia e l’Arabia. – Tra questa grande quantità di serpenti correvano genti nude e spaventate, senza sperare buco per il quale potessero sfuggire, o talismano che le potesse proteggere, dalle loro morsicature [elitropia, pietra preziosa, alla quale gli antichi attribuivano la virtù di guarire dalle morsicature dei serpi o di rendere invisibile chi la portasse addosso, tra molte altre]. ‑ Avevano legate le mani dietro con serpi, le quali ficcavano per le reni la coda e il capo, e davanti erano annodate. ‑ Ed ecco ad uno, che era sceso presso la ripa dove eravamo noi, si avventò un serpente, che lo trafisse dove il collo si congiungo alle spalle. ‑ Mai si scrisse così presto una lettera dell’alfabeto, come egli si accese e bruciò, e cascando divenne tutto cenere; ‑ e poiché fu così distrutto a terra, la polvere si raccolse per se stessa e ritornò di colpo quello di prima: ‑ così si conferma dai grandi sapienti [accenna alle favole narrate sull’uccello favoloso, la Fenice dai dotti antichi e medioevali] che la Fenice muore e poi rinasce dopo cinquecento anni: ‑ nella sua vita non si pasce né di erba e né di biada, ma solo delle gocce [o granelli] dell’incenso e dell’amomo [pianta aromatica come il nardo e la mirra], e prima di morire si avvolge nel nardo e nella mirra [sostanze odorose]. ‑ E come colui che cade senza saper come, per forza di demonio che facendogli smarrire i sensi lo getta a terra [ossessione] o per attacco epilettico, ‑ quando si rialza da terra. si guarda attorno tutto smarrito dalla grande angoscia che ha sofferto, e guardando sospira: tale era il peccatore poscia che si era levato in piedi. O potenza di Dio, quanto sei inesorabile! che infiggi per vendetta colpi così violenti. Il duca gli domandò poi chi fosse; ed egli rispose: «Io piovvi da poco tempo di Toscana in questa gola selvaggia. Mi piacque vita non da uomo, ma bestiale, come conveniva a mulo che io fui: sono Vanni Fucci bestia, e Pistoia mi fu degna tana». [Vanni Fucci figlio bastardo di messer Fucci dei Lazzari di Pistoia; ebbe parte nelle discordie pistoiesi incominciate nel 1286, tagliando la mano a Dore Cancellieri e seguendo la parte nera, commise violenze e rapine a danno degli avversari]. ‑ Ed io dissi al duca: «Digli che non fugga via, e domandagli quale colpa lo spinse quaggiù; ché io lo vidi uomo omicida e attaccabrighe». ‑ E il peccatore che intese, non fece finta di non sentire, ma drizzò verso me il pensiero e lo sguardo, e arrossì di collerica vergogna; ‑ poi disse: « Mi duole più che tu mi abbia sorpreso nella miseria in cui tu mi vedi, di quando fui tolto nell’altra vita [è l'uomo di parte che si duole di essere trovato dall'avversario nella miseria]. Io non posso negare ciò che tu chiedi; sono messo tanto in giù nell’inferno, perché io fui ladro dei bei arredi sacri [operò un audace tentativo di furto nella chiesa di S. Jacopo in Pistoia]: ‑ e il furto fu falsamente attribuito ad altri. Ma perché tu non godi di questa vista, se mai uscirai dall’inferno, ‑ apri gli orecchi e odi ciò che io dico: Pistoia prima si spoglia dei Neri [allude alla cacciata dei Neri da Pistoia avvenuta nel maggio 1301, e all'ingresso di Carlo di Valois in Firenze e alla proscrizione dei Bianchi tra il 1301 e il 1302], poi rinnova genti e modi di governo Firenze. Marte [dio della guerra] solleva un vapore di val Magra [Morvello Malaspina marchese di Giovagallo in Lunigiana, che postosi a capo dei Neri di Pistoia e dei Lucchesi uniti insieme, batte l'esercito dei Bianchi nel piano tra Serravalle e Montecatini] che è involto di torbidi nuvoli, e con tempesta impetuosa e fiera, si combatte sopra Campo Piceno; in cui egli repentinamente spezzerà come folgore la nebbia sì che ogni Bianco ne sarà ferito: – e ciò io ho detto perché tu te ne dolga ».