gen282010

La Divina Commedia – Inferno – Canto XX

Ora debbo fare versi di una singolare pena e darne materia al canto ventesimo della prima cantica della Commedia, che tratta delle anime sepolte nell’inferno. ‑ lo ero già tutto disposto a guardare nel fondo della quarta bolgia [la cui veduta i poeti scorgevano interamente dalla sommità del ponte, Inf. XIX, 128] che si bagnava di pianto angoscioso: ‑ e vidi gente [gl’indovini che per voler vedere nel futuro sono condannati in inferno a guardare eternamente indietro] per il vallone che girava attorno, venire piangendo silenziosamente, al passo con cui vanno le processioni in questo mondo. ‑ Come la vista mi scese in loro più giù del volto, mi apparve avere ciascuno meravigliosamente il mento volto indietro fino al principio del busto: ‑ sì che la loro faccia era rivolta dietro alle reni e quindi dovevano camminare all’ indietro, perché non potevano vedere davanti. ‑ Forse alcuno si travolse così per forza di paralisi, ma io non l’ ho mai veduto e non credo che possa accadere. ‑ Se Dio ti lascia considerare, o lettore, la tua lettura, ora pensa da te stesso come potevo non piangere, ‑ quando vidi, cosi da vicino, la nostra immagine contorta in modo che il pianto degli occhi bagnava la fessura delle natiche. ‑ Io piangeva, ben ricordo, appoggiato ad uno dei massi dello scoglio da cui guardavo la processione, sì che la mia scorta mi disse: « Anche tu sei degli altri sciocchi? ‑ Qui tra i dannati per malizia e per frode, la pietà consiste nel non aver pietà. Chi è più scellerato di colui che porta compassione per coloro che sono puniti da Dio? ‑ Drizza, drizza la testa, e vedi colui al quale si aperse la terra agli occhi dei Tebani, per cui tutti gridavano: ‑ «dove rovini, – Anfiarao [figlio di Oicleo e di Ipermemnestra. Si nascose per non andare a Tebe, dove sapeva sarebbe morto: ma scoperto per tradimento della moglie Erifile, sotto le mura tebane perì inghiottito da una voragine apertasi innanzi a lui improvvisamente] e perché lasci di combattere ? » Ed egli non restò di precipitare a basso, fino a Minos, che afferra ciascun peccatore. « Guarda che le sue spalle sono divenute il suo petto: perché volle vedere troppo davanti, guarda indietro e cammina all’indietro. ‑Vedi Tiresia [indovino di Tebe] che cambiò di sembianza quando da maschio divenne femmina, cambiandosi tutte quante le membra; ‑ e prima che potesse avere la barba dovette ribattere con la verga i due serpenti avvolti. ‑ Aronta [aruspice etrusco; al tempo delle guerre civili predisse il trionfo di Cesare] è quegli che ha il suo tergo al di lui ventre, che nei monti di Luni [città etrusca, alle foci della Magra] dove i Carraresi che abitano di sotto lavorano la terra, ‑ ebbe tra i bianchi marmi la spelonca per sua dimora dal cui vano guardava le stelle e il mare. ‑ E quella donna che ricopre le mammelle che tu non vedi [poiché volte dall'altro lato], ed ha di là ogni pelosità, ‑ fu Manto; per cui mi piace che tu mi ascolti un poco. ‑ Dopo che il padre suo morì e Tebe, la patria di Bacco, cadde nella servitù di Creonte, questa camminò per il mondo gran tempo. ‑ Su nella bella Italia giace un lago ai piedi di quel tratto delle Alpi che sopra il Tirolo separa l’Italia dalla Germania, e si chiama Benaco [lago di Garda]. Per mille fonti e anche di più, credo, i monti delle Alpi Pennine si bagnano, tra Garda e Val Camonica dell’acqua che immette nel Benaco. ‑ Là nel mezzo vi è un luogo dove il pastore della diocesi di Trento, di quella di Brescia e di Verona, potrebbe benedire se facesse quel cammino. ‑ Dove la riva attorno è più discesa siede Peschiera [fortezza dei veronesi, nella parte più bassa del lago di Garda, cioè a mezzogiorno, dove scolano le acque del fiume], bella e munita fortezza per tener fronte ai Bresciani ed ai Bergamaschi. ‑ Ivi tutte le acque che non possono stare in Benaco conviene che scolino, e formano un fiume giù per le verdi pasture [Veronesi]. ‑ Tosto che l’acqua incomincia a correre, non più lago Benaco si chiama, ma Mincio [emissario del Garda, che s'impaluda nel basso piano, lama, di Mantova e sbocca nel Po presso Governolo] fino a Governolo, dove cade nel Po. ‑ Non molto ha corso [il Mincio che s'impaluda in un basso piano, lama], che d’estate suole talora riuscire pernicioso [per la malaria]. Passando oltre la vergine [Manto ancora vergine quando venne in Italia alla magia, vide nel mezzo del pantano una terra senza cultura, e vuota di abitanti. ‑ Ivi per fuggire ogni consorzio umano, si soffermò con i suoi servi a fare le sue arti, e visse costì fino alla morte. ‑ Gli uomini poi che erano dispersi attorno si adunarono in quel luogo ch'era forte per il pantano che aveva tutt'attorno, ‑ fecero la città sopra le ossa di Manto; e senz'altro, dal nome di colei che per la prima scelse il luogo, la chiamarono Mantova. ‑ Prima che la dabbenaggine di Casalodi, ricevesse inganno da Pinamonte, i suoi abitanti furono più numerosi. ‑ Però t'insegno, che se tu mai udissi essere stata originata diversamente la mia città, nessuna menzogna venga ad offuscare la verità ». Ed io: « Maestro, i tuoi ragionamenti per me sono così veri e porgo loro tanta fede, che gli altri che mi venissero fatti sarebbero di nessun valore. ‑ Ma dimmi se tu vedi alcuno degno di nota tra la gente che s'incammina; che la mia mente è intesa a ciò solo». ‑ Allora mi disse: «Quegli che ha la barba dalla gota sulle spalle brune fu augure quando la Grecia rimase vuota di maschi [quando per la spedizione contro Troia, i greci partirono tutti per la guerra sì che non restarono in patria che i fanciulli] ‑ sì che appena rimasero quelli nelle cune, e con Calcante disse quale fosse il momento opportuno di tagliare le funi che trattenevano le navi nel porto di Aulide. ‑ Si chiamò Euripilo e la mia alta tragedia [Eneide] in qualche luogo lo ricorda: tu bene lo sai, poiché la conosci tutta quanta. ‑ Quell’altro che è così mingherlino, fu Michele Scotto che assai bene conobbe il segreto delle arti magiche. ‑ Vedi Guido Bonatti, vedi Asdente [da Parma, calzolaio e indovino], che avrebbe voluto attendere solamente al cuoio ed allo spago ora, ma si pente tardi. ‑ Vedi le triste che lasciarono l’ago, la spola e il £uso e si fecero indovine; fecero le malìe con erbe ed immagini [An. Fior., « Puossi fare malìa per virtù di certe erbe medianti alcune parole o per immagini di cosa o d’altro.... et per certo modo che, tenendo queste immagini al fuoco, o ficcando loro spilletti nel capo, così pare che senta colui a cui immagine elle sono fatte»]. ‑ Ma vieni oramai che la luna [nella quale il volgo scorge l'immagine di Caino con una forcata di spine] sta già nell’orizzonte e tramonta nell’ Oceano al di là di Siviglia. ‑ E già ieri notte fu la luna piena: bene lo devi ricordare, che qualche volta, nella selva profonda ti ha schiarito il cammino [la notte dal 24 al 25 marzo. Quando i due poeti entrarono nel settimo cerchio erano presso a poco le due ore antimeridiane del 26 marzo; visitarono in fretta i tre gironi dei violenti e, scesi in Malebolge, le prime quattro bolge, e si trovarono sull'argine che divide la quarta bolgia dalla quinta, allorché la luna che era stata piena nella notte precedente del 25 marzo, tramontava già, ed era già levato il sole da un'ora: quindi all'incirca erano le sette antimeridiane del 26 marzo, quando i poeti si disponevano a passare sul ponte della quinta bolgia]. ‑ Così mi parlava, e frattanto camminavamo.

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