gen282010

La Divina Commedia – Inferno – Canto XVI

Ero già arrivato in luogo dove si udiva il rimbombo dell’acqua che cadeva nell’altro girone, ma, ancora a qualche distanza, e il rumore era simile a ronzio di api: ‑quando tre ombre uscirono insieme da una turba che passava sotto la pioggia di fuoco. ‑ Venivano verso noi e ciascuna gridava: « Fermati tu che all’abito sembri essere alcuno della nostra malvagia città [Firenze] ». ‑ Ahimè, che bruciature aperte e sanguinanti o rimarginate vidi nelle loro membra! Ricordandolo, pure ora me ne duole. ‑ Alle loro grida il mio dottore si soffermò volgendosi verso loro, poi volse il viso verso di me, e: « Ora aspetta, disse, a costoro bisogna essere cortesi ; ‑ e se la condizione naturale di questo luogo non fosse tale che saetta il fuoco, io direi che stesse meglio la fretta a te che a loro ». ‑ Ripeterono il lamento che prima avevano fatto, come noi ristemmo; e quando come sogliono fare i Campioni [Campione era chi nei duelli usati come giudizio di Dio, combatteva per la ragione di chi aveva diritto di sostituire o era esente dall'obbligo di combattere personalmente. Quando la questione era di poca importanza lottavano nudi entro lo steccato, e perdeva la parte di quello che cadeva] nudi e unti, tenendo gli occhi dove potevano prendere con vantaggio l’avversario, prima di attaccarsi e percuotersi; ‑ cosi, girando attorno, ciascuno volgeva verso di me la vista, sì che il collo si volgeva sempre in direzione opposta a quelli dei piedi: ‑ « Deh, se le miserie di questo luogo cedevole [perché di sabbia] ti fanno spregiare noi e le nostre preghiere, cominciò a dire uno, e il volto abbronzato e scorticato, ‑ pieghi il tuo animo la nostra fama a dirci chi sei tu che te ne vai vivo e così sicuro per l’inferno. ‑ Questi, qui davanti a me, sebbene se ne vada nudo e depilato [per continua arsione questi dannati sono privi di pelo], fu di grado maggiore di quanto tu credi: ‑ fu nipote della buona Gualdrada [Guido Guerra VI dei conti Guidi cfr. Par., XVI, 64, figlio di Marcovaldo conte di Dovadola e di Beatrice degli Alberti, dopo avere passata la giovinezza alla corte di Federico II, tornò in patria nel 1234 e fu da quel momento il principale sostegno della parte guelfa in Toscana, tanto che nel 1243 Innocenzo IV lo dichiarò benemerito della Chiesa: fu nel 1255 capo dell' esercito fiorentino contro i ghibellini di Arezzo: dopo la sconfitta di Monteaperti, esulò coi guelfi da Firenze, e comandando la schiera dei fuorusciti; combatté sotto Carlo I d'Angiò a S. Germano e a Benevento, e cosi poté ritornare in patria, dove morì di 70 anni nel 1272. ‑ Marcovaldo padre di Guido Guerra VI era il quarto figlio di Guido Guerra IV e della seconda moglie di lui Gualdrada dei Ravignani, figlia di Bellincione; di lei le cronache fiorentine parlano come un tipo di virtù domestica] ; Guido Guerra ebbe nome, e mentre fu vivente, fece molto con il senno e più con la spada. ‑ L’altro che calpesta la rena dopo me è Tegghiaio Aldobrandi [Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari podestà di Arezzo nel 1256; sconsigliò i fiorentini di muovere contro i Senesi; non ascoltato ne seguì la sconfitta di Monteaperti], la cui fama dovrebbe essere celebrata dai Fiorentini. ‑ Ed io che sono posto con loro al supplizio, fui Iacopo Rusticucci; e certamente più che ogni altra cosa mi nuoce la fiera moglie». [di Iacopo Rusticucci sappiamo che fu un cavaliere non nobile, valoroso e piacevole. Nel 1254 fu con Ugo della Spina fatto procuratore speciale del Comune di Firenze, a trattare leghe e patti con altre città e regioni della Toscana; dicesi che avesse una moglie pessima e intrattabile, per cui la rimandò, e per essa, prendendo in uggia tutte le donne, si trovò indotto a peccare]. ‑ Se io fossi stato immune dal fuoco mi sarei gettato di sotto, e credo che Virgilio l’avrebbe sopportato. ‑ Ma perché io mi sarei bruciato e cotto, la paura vinse il mio buon desiderio che mi spingeva ad abbracciarli. Poi cominciai: «Non dispetto ma dolore mi ha messo dentro la vostra condizione, tanto forte [dolore] che ancora non si è dileguato, ‑ tosto che questo mio signore [Virgilio] mi disse parole per le quali io avevo già pensato che quella gente che veniva a me fosse tale quale voi siete. ‑ Io sono della vostra città; e sempre notai ed ascoltai con affetto le opere vostre e i vostri nomi. – Lascio l’amarezza del peccato e cerco la dolcezza della beatitudine promessami dal mio duce che non mente; ma prima è necessario che io sprofondi fino al centro della terra». ‑ «Che così tu possa vivere lungamente, rispose allora quegli, e che possa rilucere la tua fama dopo di te, ‑ dì se risplende la virtù civile e militare nella nostra città come soleva, o se pure se n’è andata tutta via? ‑ Ché Guglielmo Borsiere, il quale da poco tempo è venuto a dolersi con noi, ci addolora assai con le sue parole » [Guglielmo Borsiere gentiluomo fiorentino]. « Firenze, in te ha prodotto orgoglio smisurato la gente venuta dalla campagna e dai dintorni, che ha fatto guadagni improvvisi, sì che tu già te ne rammarichi ». ‑ Così io gridai con la faccia sollevata : e i tre, che intesero questa apostrofe come risposta, si guardarono l’un l’altro con la meraviglia di chi sente confessata una grande verità. « Felice te che hai questa felicità di spiegarti, se pure ti riesce sempre ad essere così chiaro. ‑ Però se esci vivo da questi luoghi oscuri e ritorni a veder le belle stelle quanto ti ricorderai del viaggio compiuto parla di noi alla gente». ‑ Indi ruppero la ruota e le loro gambe snelle nel fuggire sembravano ali. ‑ Un’amen non si sarebbe potuta dire più presto di come essi sparirono; per cui al Maestro parve opportuno di proseguire il cammino. ‑ Io lo seguivo, e poco eravamo avanzati, che il suono dell’acqua si fece così intenso che se avessimo parlato ci saremmo appena uditi. ‑ Come quel fiume [il Montone] che di quanti scendono dalla costa sinistra d’Appennino prima di ogni altro ha cammino proprio fino al mare [con proprio alveo, senza unirsi al Po], ‑ che su nei monti, avanti che divalli nel basso letto si chiama Acquacheta, ed a Forlì cambia nome [prendendo quello di Montone], ‑ rimbomba là sopra S. Benedetto dell’Alpe [è il nome di un monastero di Benedettini, assai noto al tempo di Dante] cadendo per una scesa, dove [a far sì che le acque non tumultuassero come fanno], vi sarebbe dovuto essere accolto da mille [scese uguali a quella]. ‑ E così trovammo risuonare giù per una ripa discoscesa quell’acqua sanguigna, sì che, in breve avrebbe offeso l’udito. ‑ Io avevo intorno cinto una corda [simbolo della castità, segno dell'ordine francescano ammirato da Dante per singolare devozione al santo fondatore] e con essa pensai qualche volta di prendere la pantera dalla pelle macchiettata. – Dopo che l’ebbi sciolta tutta da me, come mi aveva comandato il duca, la porsi a lui ravvolta e annodata. Onde ei si volse verso il lato destro e lanciandola alquanto lontano dalla sponda la gettò giù in quel profondo burrone. ‑ « Eppure dovrà rispondere qualche novità, diceva tra me stesso, a questo strano segno, data l’attenzione con cui Virgilio accompagna il cadere della corda ». ‑ Ahi quanto debbono essere cauti gli uomini con coloro che non vedono solamente le azioni, ma con il senso mirano dentro i pensieri! ‑ Egli disse a me: « Presto verrà di sopra ciò che io attendo, e ciò che immagina il tuo pensiero si scoprirà presto alla tua vista ». ‑ L’uomo deve sempre tacere per quanto può davanti a quel vero che ha aspetto di menzogna perché chi racconta i fatti meravigliosi si vergogna [temendo di essere ritenuto bugiardo] senza colpa; ‑ ma qui non posso tacere: e per le parole di questa Commedia, lettore, ti giuro, e così le mie parole possano riuscire lungamente grate ai lettori, ‑ che io vidi per quell’aria densa e scura venir nuotando in su una figura [Gerione] che sarebbe stata causa di stupefazione ad ogni uomo coraggioso, ‑ così come ritorna a galla chi va in fondo al mare a sciogliere l’àncora, che è aggrappata a scoglio od altro che resta nascosto nel mare, ‑ che si distende in su con le braccia e ritira i piedi.

No Responses

Comment RSS Trackback URL

Leave a Reply