La Divina Commedia – Inferno – Canto XIII
Non era ancora Nesso arrivato all’altra parte, quando ci incamminammo per un bosco ove non era segno di sentiero, per il quale passare. ‑ In esso non vi erano piante verdi, ma di colore scuro, non rami dritti e lisci, ma intrecciati e nodosi, non frutta, ma delle spine velenose. ‑ Gli animali selvaggi che nella Maremma toscana fuggono i luoghi coltivati, non abitano boscaglie così incolte e fitte [il fiume Cecina e il territorio di Corneto Tarquinia, segnano i confini della Maremma]. – Quivi fanno il loro nido le brutte Arpie [le favolose figlie di Tammonte ed Elettra. raffigurate con volti di fanciulle e corpi di uccelli, furono poste da Virgilio. En.. III 209 e segg., nelle isole Strofadi, Ionio, e da Dante nel secondo girone, a guardia e strazio dei suicidi], che cacciarono dalle isole Strofadi i Troiani, con trista profezia di disgrazia. [Accenna alla profezia fatta da Celeno, una delle Arpie, ai Troiani, annunziando loro la fame che doveva travagliarli]. ‑ Hanno grandi ali, e colli e visi di uomo, zampe con artigli e il gran ventre pennuto, fanno lamenti strani sugli alberi ». ‑ Il buon maestro disse: « Prima che più t’inoltri, sappi che sei nel secondo girone, e vi sarai ancora ‑ quando verrai al sabbione orribile [perché vi piovono sopra le fiamme], però guardati bene attorno e vedrai cose che se io te le raccontassi non le crederesti ». ‑ Io sentivo emettere grida da ogni parte, e non vedevo alcuno che le facesse, per cui io mi arrestai tutto smarrito. Io credevo ch’egli supponesse che io ritenessi che tutte quelle voci uscissero da gente che per noi si nascondesse tra quegli sterpi. ‑ Però disse il maestro: « Se tu tronchi qualche fraschetta di una di queste piante, verrà meno ciò che pensi di questi lamenti ». ‑ Allora allungai un poco la mano e colsi un ramoscello da un grande pruno; e il suo tronco gridò: «Perché mi schianti? » ‑ Come si fu poi fatto bruno di sangue, ricominciò a gridare: «Perché mi laceri? Non hai tu alcuno spirito di pietà? Fummo uomini ed ora siamo fatti sterpi, ben più pietosa dovrebbe essere la tua mano se noi fossimo state anime di serpi». ‑ Come da un tizzo verde che sia bruciato da uno dei capi, che geme dall’altro e cigola stillando gocce per vento che ne esce: ‑ così dalla scheggia rotta uscivano insieme parole e sangue: onde io lasciai cadere la punta e stetti come uomo che teme. ‑ Il savio mio allora rispose: « Se egli avesse potuto credere prima, o anima offesa, ciò che pure gli è stato rappresentato nel mio poema, ‑ non avrebbe distesa in te la mano ma la cosa incredibile mi fece indurlo ad opera che pesa a me stesso. ‑ Ma digli chi tu fosti sì che, in riparazione e compenso dell’offesa, ravvivi la tua fama su nel mondo, dove deve tornare». ‑ E il tronco: « Tanto mi adeschi con il dolce dire, che io non posso tacere, e a voi non riesca grave se io m’ intrattengo un poco a ragionare. – lo sono colui che signoreggiai l’animo dell’imperatore Federico II, sì che egli concedeva o negava le grazie secondo il mio volere, ‑ sì che allontanai dalla sua confidenza ogni altro cortigiano; fui tanto fedele nell’esercizio delle mie funzioni, che sacrificai il riposo della notte e l’attività del giorno [Pier delle Vigne, nato a Capua alla fine del secolo XII e fatti in Bologna gli studi giuridici, entrò come notaio nella corte di Federico II e fu da lui elevato all'ufficio di cancelliere del Regno: in quest'officio, per motivo che s'ignora, nel 1248 perdette la grazia di Federico II, il quale lo fece incarcerare e accecare: di che Pier delle Vigne tanto si accorò che colta l’occasione si suicidò, nel 1249]. ‑ L’invidia, morte comune, che mai manca nelle corti imperiali e specie di quelle dei principi, ‑ infiammò tutti gli animi contro di me; e tanto infiammarono l’imperatore gl’infiammati, che i lieti onori si cambiarono in tristi lutti. ‑ L’animo mio per gusto sdegnoso, credendo por fine al disprezzo con la morte, uccidendomi, mentre ero innocente delle colpe imputatemi, commise un’ingiustizia contro me stesso. ‑ Per le radici nuove di quest’albero, vi giuro che mai tradii il mio signore, che fu tanto degno di onore. ‑ E se alcuno di voi ritorna al mondo rivendichi l’onore del mio nome, che è ancora sotto il peso dell’accusa di traditore ». ‑ Passò qualche momento di silenzio, e poi disse il poeta a me: « Poiché egli tace non perdere tempo, ma parlagli e interrogalo se vuoi saperne di più». Onde io a lui: « Chiedigli tu ancora ciò che tu credi che a me possa piacere, ché io non potrei, tanto mi accora la pietà ». ‑ Però ricominciò: « Se vuoi che l’uomo vivente ti faccia spontaneamente ciò che tu gli preghi di fare, spirito incarcerato, ti piaccia dire ancora come l’anima si lega in questi tronchi nodosi e di’, se tu puoi, se mai alcuna si discioglie da tali membra ». Allora il tronco soffiò forte e poi questo vento si convertì in tale voce: « In breve risponderò. ‑ Quando l’anima feroce se ne parte dal corpo da cui essa stessa si è strappata, Minos la manda al settimo cerchio. ‑ Cade nella selva, e non le è scelta alcuna parte, ma dove la balestra la fortuna germoglia come grano di biada; – sorge in forma di piccolo arboscello e cresce via via in pianta selvatica: le Arpie, nutrendosi poi delle sue foglie fanno dolore, e apertura di cui escono i lamenti. ‑ Come le altre anime verremo il giorno del giudizio finale a cercare i nostri corpi nella valle di Giosafat, ma non però che alcuno se ne rivesta: ché non è giusto riavere ciò che uno si è tolto da se stesso. – Qui lo trascineremo, e i nostri corpi saranno appesi per la mesta selva ciascuno all’ albero della sua ombra nemica del corpo, di cui essa si spogliò». ‑ Noi eravamo ancora intenti al tronco, credendo che volesse dire altre parole, quando fummo sorpresi da un rumore, ‑ come colui che sente venire alla sua posta il cinghiale, e la caccia che ode stormire le bestie e le frasche. ‑ Ed ecco due dalla parte sinistra, nudi e graffiati, venire fuggendo così forte, che rompevano ogni ramo e frasca della selva che l’impedivano nella corsa. ‑ Quello davanti gridava : « Ora accorri, accorri. morte! » e l’altro, a cui pareva di tardare troppo, gridava: « Lano, non furono così accorte ‑ le tue gambe al combattimento del Toppo » [Pieve del Toppo nel territorio di Arezzo, dove nel 1288 gli Aretini sconfissero i Senesi]; e poiché forse veniva meno fece un nodo di sé e d’un cespuglio. ‑ Dietro a loro la selva era piena di cagne nere, affamate, correnti come veltri disciolti da poco dalle catene. ‑ In quello che si era appiattato nel cespuglio, misero i denti e lo lacerarono brano a brano, poi se ne portarono per la selva quelle membra straziate. ‑ Allora la mia scorta mi prese per la mano, e mi condusse al cespuglio che piangeva invano per le rotture sanguinose. ‑ « O Iacopo, diceva, da Santo Andrea [dei due fuggitivi uno è Giacomo da Sant'Andrea Padovano, figlio di Odorico da Monselice e di Speronella Delesmanini, fatto uccidere da Ezzelino da Romano nel 1239; dissipò malamente i suoi averi dopo la morte del padre; e l'altro, il primo, è Lano (dei Moioni?) da Siena; fu in molte maniere sperperatore delle sue ricchezze, ma innanzi che l'avesse del tutto distrutte, fu ucciso alla battaglia di Pieve del Toppo], che t’è giovato farti schermo di me? Che colpa ho io della tua trista morte?» ‑ Quando il maestro si soffermò davanti ad esso, disse: « Chi fosti tu che per tanti punti soffi tale lamento doloroso con il sangue? » ‑ E quegli a noi: « O anime che siete giunte a vedere lo strazio disonesto che ha cosi strappato da me le mie fronde, ‑ raccoglietele ai piedi dell’infelice cespuglio. Io fui della città che mutò in S. Giovanni Battista il primo protettore [Firenze prima del cristianesimo riconosceva come protettore Marte, dio della guerra, poi ebbe S. Giovanni] onde egli [Marte] per questa ragione ‑ sempre la rattristerà con la sua arte; e se non fosse che sul Ponte Vecchio rimane ancora qualche resto visibile di una sua statua, ‑ quei cittadini che poi la rifondarono sopra le ceneri che vi aveva lasciato Attila, avrebbero fatto lavorare inutilmente. ‑ Io mi impiccai nelle mie case [io feci forca a me delle mie case].