gen282010

La Divina Commedia – Inferno – Canto XII

Il luogo dove venimmo a scendere la ripa era alpestre e tale, anche perciò che era ivi, da incutere terrore a chi lo riguardasse. ‑ Com’è quella frana che per terremoto o per sostegno mancato percosse di qua da Trento l’Adige. ‑ dalla cima del monte da dove si mosse la rovina, la roccia è tanto scoscesa fino al piano che non darebbe modo di scendere a chi fosse sopra, ‑ cotale era la scesa di quel burrato; e nella punta della rotta cavità era disteso il Minotauro [nato in Creta dal congiungimento di un toro con Pasife, moglie di Minos] ‑ che fu concepito nella falsa vacca di rame [in cui si era posta Pasife]; e quando vide noi morse se stesso, come quegli fiaccato da ira [impotente]. ‑ Il mio savio gridò verso di lui: « Forse tu credi che qui sia Teseo, re di Atene, che su nel mondo ti diede la morte? ‑ Vattene, bestia, ché questi [Dante] non è ammaestrato dalla tua sorella, ma se ne va per vedere le vostre pene » [Teseo re di Atene guidando la spedizione Ateniese che recava al Minotauro il tributo di sette giovani e di sette fanciulle, s'innamorò di Arianna sorella del mostro, e con l'aiuto di lei, che gli diede il filo per uscire dal labirinto, lo uccise, liberando così i suoi sudditi dal vergognoso tributo]. Come quel toro che si slega nel punto che ha ricevuto il colpo mortale, e non sa dove andare, ma saltella qua e là, ‑ così io vidi fare ugualmente dal Minotauro: e quegli accorto gridò: « Corri al varco: mentre che è in furia, è il momento che tu scenda ». ‑ Cosi scendemmo giù per la frana di quelle pietre che spesso, per il nuovo carico, si muovevano sotto ai miei passi. ‑ Io scendevo pensando: e quegli disse: « Tu forse pensi a quella rovina che è guardata da quell’ira bestiale del Minotauro che io ho ammazzato. ‑ Io voglio che tu sappia che l’altra volta che io scesi quaggiù nell’inferno basso, questa roccia non era ancora caduta. ‑ Ma certamente poco prima, se bene ricordo, che venisse Cristo che tolse le anime dal limbo, degne del paradiso, al dominio di Lucifero, – tremò sì fortemente da ogni parte la valle infernale, che io pensai che l’universo sentisse amore, per la quale ragione c’è chi crede – essere più volte convertito in caos il mondo: ed in quell’istante fece tale rovescio qui ed altrove. ‑ ‑Ma guarda laggiù, che si avvicina la riviera del sangue, nella quale bollono i violenti contro il prossimo ». ‑ O cieca cupidigia, o ira folle,‑ che così ci sproni nella vita mondana e poi così ci immergi dolorosamente nel fiume di sangue. in quella eterna! ‑ Io vidi un’ampia fossa circolare abbracciando tutto il piano come, mi aveva detto Virgilio che mi scortava; ‑ e tra il piede della riva ed essa correvano centauri armati di saette, uno dopo l’altro [in traccia], come solevano andare a caccia nel mondo. ‑ Vedendoci calare ciascuno sostò, e tre si partirono dalla schiera con archi e frecce che avevano prima scelto. ‑ Ed uno gridò da lontano: « A qual martirio venite voi che scendete la costa? Ditelo costì se no tiro l’arco». ‑ Il mio Maestro disse: «Noi risponderemo a Chirone costà, vicino a voi, la tua voglia con tuo danno fu sempre così pronta ». ‑ Poi mi toccò col gomito e disse: «Quegli è Nesso che morì per la bella Deianira, e fece la vendetta di se stesso [quando Ercole ebbe sposato Deianira, Nesso si offrì di trasportarla al di là del Fiume Eveno, ma avendola in groppa se ne innamorò e tentò di rapirla dandosi alla fuga; di che accorgendosi Ercole, saettò il centauro con una freccia avvelenata e lo ferì a morte: se non ché Nesso per vendicarsi, diede la sua camicia a Deianira, perché la facesse indossare ad Ercole, assicurando la donna che così ella avrebbe sempre conservato l'amore del marito; Deianira seguì il consiglio, ma Ercole indossando la camicia intrisa di sangue avvelenato infuriò e morì] ; ‑ e quello di mezzo che si guarda al petto, è il gran Chirone, il quale nutrì Achille: l’altro è Jolo, che fu così pieno d’ira [ Chirone figlio di Saturno e di Fillira : Jolo, altro centauro di cui si raccontano violenze, come quella di forzare le donne dei Sapiti durante le nozze di Pirotoo e Ippodomia]. ‑ D’intorno al fosso ­vanno a mille a mille, saettando le anime che tentano uscire fuori dal sangue più di quanto la sua colpa non comporti ». ‑ Noi ci avvicinammo a quelle fiere agili: Chirone prese uno strale, e con la parte posteriore di esso, fece la barba dietro alle mascelle. ‑ Quando ebbe scoperto la gran bocca, disse ai compagni: « Vi siete accorti che quello di dietro muove ciò che tocca con i piedi? ‑ Così non fanno quelli dei morti». E il mio buon duca che già era arrivato al suo petto, dove la natura dell’ uomo e del cavallo si uniscono, ‑ rispose: «Bene è vivo, e io debbo mostrargli da solo la valle tenebrosa: c’induce a questo la necessità e non il diletto. ‑ Tale [Beatrice] scese dal cielo ad affidarmi questo officio diverso dai comuni offici degli uomini; non è un ladrone, né io anima di ladrone. ‑ Ma per quella virtù divina per cui io muovo i passi per strada così selvaggia, dona un centauro della tua schiera a cui noi possiamo tener dietro ‑ e che ci dimostri là dove si guarda, e che porti il mio compagno sulla groppa; poiché non è spirito che possa andar per aria». ‑ Chirone si volse su1 lato destro, e disse a Nesso: « Ritorna, e così guidali prima, e se incontrate altra schiera di centauri fa’ che vi lasci passare ». ‑ Noi ci movemmo con la fida scorta lungo la proda dal bollore rosso, dove i dannati mettevano alte strida. ‑ Io vidi gente sotto fino alle ciglia; e il gran Centauro disse: « Essi sono tiranni che fecero violenza nel sangue e negli averi altrui. Quivi si piangono i danni recati senza pietà, quivi è Alessandro [Alessandro Magno re di Macedonia. n. 356, m. 323 av. C.] e Dionisio feroce [ Dionisio il vecchio, tiranno di Siracusa, n. 431, m. 367 av. C.] il quale fece avere dolorosi anni alla Sicilia, ‑ e quella fronte che ha i capelli così neri è Azzolino [Ezzelino II da Romano. n. 1194, m. 1259, tiranneggiò per trent'anni la marca Trivigiana, e fu principale sostegno della parte imperiale nell' Italia superiore] e quell’altro che è biondo è Obizzo da Esti [Obizzo Il d’Este, figlio di Rinaldo e di Adelaide da Romano, successe nel 1264 nella Signoria di Ferrara all'avo Azzo VII e la tenne fino al 1293, in cui morì: si disse che fosse fatto strangolare dai due figli maggiori, e veramente gravi indizi sono su di loro, specialmente su di Azzo]; il quale, in verità ‑ fu ucciso su nel mondo, dal figliastro». ‑ Allora mi volsi al poeta, ed egli disse: «Questo venga avanti a te (per dirne la via), ed io dopo di te ». – Poco più oltre il Centauro si fermò sopra una gente che pareva uscisse fuori di quel fiume di sangue bollente fino alla gola. ‑ Ci mostrò un’ombra sola in un canto, dicendo: « Colui spaccò in chiesa il cuore che ancora cola sangue agli occhi dei suoi connazionali » [Guido di Monforte, che fu vicario in Toscana per il re Carlo I d'Angiò e con lui combatté a Benevento nel 1271 per vendicare la morte di Simone suo padre già fatto uccidere ignominiosamente da Eduardo I, che fu poi re d 'Inghilterra, in una chiesa di Viterbo durante la celebrazione della messa e alla presenza di Filippo III re di Francia e di Carlo I re di Napoli, uccise di propria mano Arrigo cugino di Eduardo e lo trascinò per i capelli fuori della chiesa: il corpo di Arrigo fu portato in Inghilterra e nelle sepolture reali e sopra la sua tomba fu posta una statua con un calice in mano in cui era il cuore del detto Arrigo imbalsamato e sopra il cuore una spada nuda]. ‑ Poi vidi gente che teneva fuori dal rivo la testa ed anche tutto il torace; e di questi molti ne conobbi. ‑ Così man mano si faceva più basso quel sangue, sì che arrivava a cuocere appena i piedi; e quivi passammo il fosso. ‑ « Come vedi che da questa parte scema sempre più il sangue bollente, disse il Centauro, così da quest’altra parte il suo fondo si abbassa sempre più giù finché arriva al massimo della sua profondità, dove geme la tirannia. ‑ La divina giustizia costà punisce quell’Attila [il condottiero degli Unni, regnò dal 433 al 453] che fu un flagello in terra e Pirro [ i commendatori non sono d'accordo a stabilire quale sia il personaggio accennato da Dante] e Sesto [Sesto Pompeo, il figlio minore di Pompeo il Grande, che dopo la morte del padre continuò l'opposizione a Cesare corseggiando i mari della Sicilia]: e spreme in eterno ‑ le lacrime, che con il bollore fa uscire a Rinier da Corneto [ grandissimo rubatore in Maremma], a Rinier Pazzo [grandissimo ladrone ugualmente in Valdarno], che fecero tanta guerra alle strade ». Poi si rivolse, e ripassò il guado.

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