La Divina Commedia – Inferno – Canto X
Ora il mio Maestro se ne va per una strada stretta, tra le mura della città e le fosse dei martiri ed io vengo dopo le sue spalle. – « 0 uomo di virtù somma, cominciai a dire, che mi conduci per i gironi infernali, parlami, come a te piace e soddisfa ai miei desideri di sapere. ‑ La gente che giace nei sepolcri si potrebbe vedere? Già tutti i coperchi sono sospesi e nessuno ci fa guardia». ‑ Ed egli a me: « Tutti saranno serrati quando da Josaphat torneranno qua con i corpi che hanno lasciati lassù [Josaphat è la valle presso Gerusalemme, dove sarà il giudizio universale, nel qual giorno, secondo la Bibbia, ogni spirito tornerà in terra a riprendere il proprio corpo]. ‑ Da questa parte hanno il loro cimitero con Epicuro [filosofo ateniese, 342‑270 av. C., fondatore di una scuola che prese nome da lui. Dante crede essere stato costui a riporre ogni bene nei piaceri mondani, Conv, IV, 6‑22, e ad insegnare la mortalità dell'anima: la quale dottrina era già stata insegnata da Aristippo], tutti i seguaci dei suoi insegnamenti, che fanno perire l’anima al perire del corpo. [Credenza che nel medioevo fu professata da molti che dai casi o dalle indagini particolari della vita furono allontanati dalla ortodossia cattolica. Tra essi dovettero essere, o ritenuti tali, nel secolo XIII, molti ghibellini, ai quali gravi colpe appose la Curia Romana.... si che furono designati assai volte, con strana confusione d'idee e di nomi, come « paterini » ed « epicurei ». Cosi si spiega come Dante ponga tra i seguaci di Epicuro, Farinata degli Uberti, Federico II, il cardinale Ubaldini, ecc. ‑ Casini]. Però alla domanda che mi fai tra queste mura sarai subito appagato, ed ancora al desiderio (non espresso da Dante, ma indovinato da Virgilio di vedere Farinata) che mi taci ». ‑ Ed io: «Buon duca, non ti nascondo il mio cuore, se non per non parlare troppo, e a ciò mi hai non soltanto ora disposto ». ‑ « O Toscano, che te ne vai vivo per la città del fuoco, parlando cosi onestamente, se ti piace, soffermati. La tua parlata ti palesa nativo di quella nobile patria [Firenze] alla quale forse fui troppo molesto ». ‑ Improvvisamente questa voce usci da una delle tombe: per cui mi accostai, temendo, un poco più al mio duca. ‑ Ed egli a me: «Volgiti, che fai? Vedi là Farinata [Manente, detto Farinata, di Jacopo degli Uberti, capitano Ghibellino] che si è alzato, tutto dalla cintola in su, vedilo». ‑ Io già avevo fissato i miei occhi nei suoi;, ed egli si ergeva col petto e con la fronte, come se avesse in gran disprezzo [Fuit enim Farinata superbus tota cum sua stirpe Benvenuto] l’inferno: E le mani ardite e pronte del duca mi spinsero tra le sepolture a lui dicendo: « Le tue parole siano franche e precise ». ‑ Come fui al piede della sua tomba mi guardò un poco e poi, quasi sdegnoso, mi domandò: « Chi furono i tuoi maggiori? » ‑ Io che ero desideroso di ubbidire non glielo nascosi, ma tutto gli palesai: onde egli levò un poco in su le ciglia; poi disse: « Fieramente furono avversi a me ed ai miei maggiori ed al mio partito, si che io li dispersi per due volte ». ‑ « Se essi furono scacciati, sono però ritornati da ogni parte, risposi a lui, e l’una e l’altra volta; ma i vostri non hanno appreso bene quell’arte di ritornare in patria » [cacciati a Pasqua del 1267, alcuni poterono, per intercessione del Legato apostolico, ritornar l'anno di poi; ma gli Uberti né furono tra quei pochi, né tra i moltissimi che riottennero la patria nel 1280, Cfr. Vill., VII, 66, D. Compagni, 1, 3]. ‑ Allora sorse alla bocca dell’arca un’altra ombra lunga questa, fino ad arrivarle al mento: credo che si fosse levata in ginocchioni [era l'ombra di Cavalcante Cavalcanti, guelfo fiorentino, cavaliere «ricco e leggiadro » dice il Boccaccio, e seguace della sètta di messer Farinata nell'eresia ‑ chiosa il Buti]. ‑ D’intorno mi guardò, come se avesse avuto desiderio di vedere se altri era con me, ma poiché il dubbio fu tutto svanito, disse piangendo: « Se vai per questo cieco carcere in merito della tua altezza d’ingegno, dov’è mio figlio? e perché non è con te? » ‑ Ed io a lui: « Non vengo da me solo; colui che attende là, mi mena per questi luoghi, e forse il vostro. Guido non lo apprezzò per quanto meritava essere apprezzato». – Le sue parole e la sua pena mi avevano già palesato il suo nome però la mia risposta fu così completa. ‑ Drizzatosi subito gridò: « Come hai detto: egli apprezzò? non vive egli ancora? Non ferisce ancora il dolce sole i suoi occhi? » ‑ Quando si accorse che prima di rispondere facevo qualche indugio, cadde supino e non apparve più fuori. ‑ Ma quell’altro magnanimo attendendo la cui risposta mi ero prima arrestato, non mutò aspetto, né mosse il collo e né piegò il suo lato. ‑ «E se, proseguendo ciò che si diceva prima, egli disse, e se hanno male imparato l’arte di rientrare in patria, ciò mi tormenta più di questo letto infuocato. – Ma non passeranno quattro anni e due mesi (dal marzo del 1300 al maggio 1304) che tu saprai quanto sia difficile a chi ne è cacciato trovare la via di rientrare in patria, per tuo stesso esperimento. ‑ E se tu puoi tornare nel dolce mondo, dimmi perché quel popolo è così empio contro i miei in ciascuna sua legge? ». [Il popolo fiorentino contro gli Uberti, dei quali «mai alcuna cosa si voleva udire se non in disfacimento e in distruzione di loro » [Boccaccio]. ‑ Onde io a lui: « Lo strazio è il grande scempio che fece l’Arbia colorata di sangue, [accenna alla battaglia di Montaperti, combattuta sull'Arbia il 4 settembre 1260 tra quei di Siena e gli usciti ghibellini da una parte e tra i guelfi di Firenze dall'altra, i quali ultimi vi ebbero la peggio. Farinata con i suoi Uberti molto contribuì alla vittoria dei Senesi, [ Cfr. Vill., VI, 78] cosiffatta preghiera ci fa fare nel tempio nostro ». ‑ Poiché ebbe scosso il capo sospirando disse: « Alla battaglia di Monteaperti non fui io solo, né certamente mi sarei mosso con gli altri senza una causa; ma fui io solo a difendere Firenze nel consiglio d’Empoli [Vill., VI, 8, dove per comune consenso dei ghibellini toscani radunatisi a parlamento dopo la vittoria dell'Arbia, fu deliberato di distruggere la città], dove da ciascuno fu tollerato che si distruggesse Firenze, io fui quegli che la difese a viso aperto». ‑ « Deh, se riposi mai la vostra semenza, pregai io a lui, discioglietemi quel nodo che qui tiene legata la mia opinione. Se bene odo, pare che voi vediate davanti quello che il tempo porta con sé, e non le cose presenti» . ‑ « Noi vediamo, come quegli che vede a malapena le cose che sono lontane; tanto ancora ci concede Iddio: quando si avvicinano o sono presenti, il nostro pensiero è vano del tutto; e se altri non ci viene a riferire qualche cosa, non sappiamo nulla della vostra condizione umana. Però puoi comprendere che la nostra conoscenza sarà morta del tutto quando sarà terminato il futuro, dopo il giudizio universale ». ‑ Allora, come compunto della mia colpa, dissi: « Direte dunque a quel caduto che il suo figlio è ancor tra i vivi, ‑ e se io fui dianzi muto alla sua risposta, fategli sapere che lo fui perché pensavo già a quell’errore che voi ora mi avete sciolto». E già il mio Maestro mi richiamava: per cui pregai lo spirito che mi dicesse più, in fretta chi stava con lui. ‑Mi rispose : « lo qui giaccio con più di mille: qua dentro è Federigo II [l'imperatore Federico II, 1194-1250, del quale il Villani. V', 1, racconta che « in tutti i diletti corporali volle abbondare e quasi vita epicurea tenne, non facendo conto che mai fosse altra vita »], è il cardinale [Ottaviano degli Ubaldini, signori ghibellini in Mugello e nella Romagna Toscana. Ottaviano fu vescovo di Bologna: eletto cardinale nel 1245 morì nel '73. Costui « non credia che anima fosse: e quando venne a morte ‑ scrive l'autore delle Chiose Anonime, pubbl. dal Selmi ‑ disse: se anima fosse direi che per gli ghibellini io l'avessi perduta »] e non dico degli altri. ‑ Indi si nascose: ed io volsi i passi verso l’antico poeta. pensando a quel parlare che mi pareva nemico. ‑ Egli si mosse; e poi, camminando, mi disse: « Perché sei cosi smarrito? » ‑ Ed io soddisfeci la sua domanda, ‑ « La tua memoria conservi quello che hai udito contro di te, mi comandò quel saggio, ed ora attendi qui » e drizzò il dito. « Quando sarai davanti al dolce raggio di Beatrice, il cui bell’occhio tutto vede, saprai da lei il cammino della tua vita ». ‑ Quindi volse il piede a mano sinistra. Lasciammo il muro e ci dirigemmo verso il mezzo per il sentiero che riesce ad una valle, che mandava fin lassù il suo puzzo spiacente.