gen282010

La Divina Commedia – Inferno – Canto III

Per me si va nella città del dolore eterno, abitata dalla gente perduta. – Fui fatta dalla divina giustizia punitrice, dal Padre eterno , dal Verbo incarnato e dallo Spirito Santo. – Prima di me non fu creata alcuna cosa mortale ed io duro eternamente; lasciate ogni speranza voi che entrate. – Queste lugubri parole vidi scritte, sopra una porta onde io dissi: « Maestro il senso loro mi è penoso ».- Ed egli a me come persona che sapeva quello che stava nel mio animo, disse: «Qui si deve lasciare ogni sospetto, ogni viltà deve finire. – Noi siamo venuti al luogo di cui ti ho parlato, dove vedrai le genti dolorose che hanno perduto la conoscenza di Dio». – E poiché pose la sua mano nella mia, con volto lieto, onde io mi  confortai, mi fece passare dentro il mondo dei morti. -  Quivi sospiri, pianti ed alti lamenti risuonavano nell’aria senza stelle, per cui io appena li udii ne lacrima. -Lingue strane e favelle orribili, parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche e, con esse, suoni di mani percosse facevano un tumulto continuo in quell’aria eterna e tenebrosa come la rena quando spira il turbine. – Ed io che avevo la testa piena di confusione, dissi: «Maestro, che cos’è quello che io odo? E che gente è questa che pare si affranta dal dolore? ». – Ed egli a me: «Questa misera condizione hanno le anime tristi di coloro che vissero senza infamia e senza meritar lode. – Mischiate sono a quel coro cattivo degli angeli che non furono ribelli, né furono fedeli a Dio, ma per sé. – I cieli li cacciarono poiché sarebbero stati male accanto ai beati; né li volle il profondo inferno, ché i rei avrebbero ragione d’insuperbire davanti ad essi». Ed io: « Maestro, che cosa è tanto greve a loro che li fa lacrimare così forte? » Rispose: « Te lo dico subito. – Questi non hanno speranza che il loro misero stato abbia a cessare e la loro cieca vita è tanto bassa che sono invidiosi di ogni altra sorte. Nel mondo non è rimasta di loro alcuna memoria, la Misericordia e la giustizia gli sdegna: ma non ragioniamo di loro, guarda e passa. -  Ed io che riguardai vidi un’ insegna, che girando correva tanto ratta, che d’ogni posa mi pareva indegna. – E dietro le veniva si lunga schiera di gente, ch’io non avrei mai creduto che ne fosse morta mai tanta. – Dopo che ebbi riconosciuto alcuno, guardando vidi l’ombra di  Pietro Morone (?) eletto papa col nome di Celestino V e che per viltà rinunziò al papato. -Subito intesi dire, e ne fui accertato, che questa era la schiera dei malvagi spiacenti a Dio e ai diavoli. – Questi sciagurati, che mai non ebbero fama né per buone né per cattive azioni, erano ignudi e molto stimolati da mosconi e da vespe che erano in quel luogo. – Esse rigavano loro il volto di sangue che, mischiato alle lacrime, era ricolto ai loro piedi da vermi fastidiosi. – E poiché mi diedi a riguardare oltre, vidi gente alla riva di un gran fiume, per cui io dissi: «Maestro, concedimi  ch’io sappia chi sono costoro e quale legge le fa sembrare così pronte di traversare il fiume, come io vedo per la luce fioca ». – Ed egli a me: « Tutto ti sarà detto quando noi ci soffermeremo sulla triste riva del fiume Acheronte ». – Allora con gli occhi vergognosi e bassi, temendo che gli riuscisse molesto il mio discorrere, mi tenni di parlare sino al fiume. – Ed ecco venire verso noi, per nave, un vecchio canuto gridando: « Guai a voi, anime malvagie! – Non sperate di veder mai il cielo, io vengo per menarvi all’altra riva nelle tenebre eterne, nel fuoco e nel gelo. – E tu, anima vivente, che sei costì, partiti da codesti che sono morti ». Ma poiché vide che io non mi partivo, disse: « Per altre vie, per altri porti verrai alla spiaggia, per passare, non qui; ti dovrà portare legno più lieve». – E il mio duce a lui: « Caronte, non ti crucciare, così si desidera colà dove si può ciò che si vuole e non domandar di più ». Allora si quietarono le gote barbute del nocchiero della livida palude, che intorno agli occhi aveva ruote di fiamme. -Ma quelle anime che erano abbattute e nude, cambiarono colore e batterono i denti subito che intesero le parole crudeli. – Bestemmiarono Iddio e i loro parenti, la specie umana, il luogo, il tempo delle loro nascite e i progenitori dei loro padri. – Poi si ritrassero tutte insieme, piangendo forte alla riva malvagia che aspetta ciascun uomo che non teme Iddio. – Caronte, demonio con occhi di fuoco, facendo loro cenno tutte le raccoglie e batte con il remo, qualunque che non si affretta. – Come di autunno cadono le foglie una dopo l’altra, finché il ramo rende tutte le sue vesti alla terra, ugualmente i cattivi discendenti di Adamo si gettano ad uno ad uno dalla riva nella barca di Caronte, per mezzo dei cenni del nocchiero come uccelli attirati dal loro richiamo. – Cosi se ne vanno su per l’onda bruna e prima che ne siano scesi di là, nuova schiera si aduna di qua. – « Figlio mio, disse il Maestro cortese, tutti coloro che muoiono nell’ira di Dio, convengono qua da ogni paese e sono pronti a traversare il fiume poiché la divina Giustizia li sprona in modo che il timore si cambia in desiderio. – Di qui non passa mai anima buona e, quindi, se Caronte si lagna di te, puoi ormai immaginarti che cosa significa il suo dire». – Finito questo, la buia campagna si mise a tremare così forte che la fronte mi si bagnò ancora per lo spavento. – La terra lacrimosa spirò un vento che balenò una luce rossiccia, la quale mi fece perdere i sensi e caddi, come uomo cui prende il sonno.

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