Category: Purgatorio

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La Divina Commedia – Purgatorio – Canto XXIII

Mentre io frugavo cogli occhi tra le fronde verdi come suole fare il cacciatore quando cerca l’uccellino che insegue da tanto tempo; ‑ il mio più che padre [Virgilio] mi diceva: «Figliuolo, vieni, perché il tempo che ci è stato assegnato si deve impiegare in cose più utili». ‑ Io volsi tosto lo sguardo ed il passo frettoloso dietro a quei saggi, che parlavano in modo che il camminare non mi costava nessuna fatica. ‑ Ed ecco che sentii cantare e piangere: «Labia mea, Domine» [a coloro che furono golosi in vita, per mondarsi dal peccato conviene aprir alle laudi dell'Altissimo quelle labbra che furono soverchiamente aperte per ingordigia dei cibi] in modo tale che ci cagionò diletto e dolore. – Io cominciai: «O dolce padre, che cos’è ciò che io odo?» Ed egli mi rispose: «Sono ombre che vanno, forse, sciogliendosi da loro debito» [scontando il loro peccato]. ‑ Come fanno i pellegrini, occupati dal pensiero dei loro affari, raggiungendo per via gente sconosciuta, si rivolgono ad essa e non si fermano; ‑ così una turba di anime, taciturna e devota, venendo con passo celere dietro a noi e passando oltre, ci guardava con ammirazione. ‑ Ciascuna ombra aveva gli occhi incavati e foschi, pallida in volto e tanto dimagrita che la pelle prendeva la forma delle ossa. ‑ Non credo che Erisitone [uomo di Tessaglia: dicono i poeti che spregiasse Cerere e vietasse che le si facessero sacrifici, tanto che per vendicarsi la dea eccitò in lui una fame tanto rabbiosa che lo spinse a consumare ogni suo avere e poi a volgere i denti verso sé stesso], ridotto per digiuno a non aver più che la prima pelle, fosse divenuto tanto secco, anche quando privo di tutto, ebbe a temer maggiormente gli orrori del digiuno. ‑ Io dicevo, pensando fra me: «Ecco come doveva essere la gente che perdette Gerusalemme, quando Maria addentò le carni del figlio». ‑ Le due cavità degli occhi sembravano anelli a cui fossero state tolte le gemme: chi nel volto degli uomini legge uomo, avrebbe ben riconosciuto la lettera M nel volto di quelle ombre [alcuni trovano nel volto umano la lettera M, fra le cui gambe sono frapposti due O, onde si legge Omo. I due O, sono gli occhi e la M è formata dalle ciglia e dal naso. Queste lettere appariscono meglio nei volti scarni, e perciò il Poeta dice che in quelle ombre macilente si sarebbe ben conosciuta la M]. ‑ Chi crederebbe, ignorandone la cagione, che l’odore di un pomo e quello di un’acqua facessero dimagrire a tal segno quelle anime, eccitando in esse il desiderio? ‑ Io, ignorando tuttora la cagione della loro pelle così inaridita, stavo pieno d’ammirazione e curioso di sapere che cosa rendesse tanto affannati quegli spiriti; ‑ quand’ecco che un’ombra, dalle cavità profonde della testa, volse gli occhi verso di me e mi guardò fisso, poi gridò forte: «Qual grazia è questa per me?» – Io non l’avrei mai riconosciuto al viso, ma nella sua voce mi si palesò la persona a cui i primitivi lineamenti erano stati distrutti e deformati. ‑ Il suono di questa voce mi bastò per riconoscere quel volto sformato, nel quale ravvisai la faccia di Forese [fiorentino, della famiglia dei Donati e fratello di M. Corso e di Piccarda, amico e parente di Dante avendo questi in moglie una Gemma dei Donati]. ‑ Egli pregava: «Deh, non guardare con tanta meraviglia le rughe riarse che mi scolorano la pelle, ne la deformità del mio corpo; ‑ ma dimmi il vero di te e chi sono quelle due anime che ti fanno scorta: non astenerti dal parlarmi». Io risposi a lui: «La tua faccia, che morta io bagnai di lagrime, vedendola ora così deformata non mi è minor cagione di pianto. ‑ Però dimmi, per Dio, che cos’è che vi consuma, che vi rode la carne; non mi spingere a parlare mentre sono pieno di meraviglia; perché male può parlare chi ha l’animo pieno di un altro desiderio». ‑ Ed egli disse a me: «Dalla divina giustizia che così dispone, cade nell’acqua e nell’albero rimasto indietro, una tal virtù per la quale io divengo così scarno. ‑ Tutta questa gente che canta piangendo avendo spinto la gola oltre misura, nei patimenti della fame e della sete si purifica e si f a santa. ‑ L’odore che esala il pomo e lo spruzzo d’acqua che si stende sulle foglie, eccita in noi la voglia di mangiare e di bere. ‑ E non una volta sola si rinnova la nostra pena girando intorno a questo cerchio: io dico pena ma dovrei dir piacere; ‑ poiché quel desiderio che ci mena all’albero, è quello stesso che menò Cristo lieto a dire sopra la croce: Eli, Eli, quando ci redense col suo sangue». ‑ Ed io gli risposi: «Forese, dal giorno in cui mutasti mondo e passasti a miglior vita, non sono, fin qui, passati cinque anni. ‑ Se prima che giungesse l’ora del pentimento che ricongiunge a Dio, venne meno in te il potere di commettere alcun peccato, ‑ come mai sei tu venuto quassù? Io credeva di trovarti ancora laggiù di sotto al monte dove il tempo perduto, si emenda con altrettanto tempo di tormentosa dimora». – Ed egli mi rispose: «La mia Nella [sua moglie, donna di grande probità] col suo dirotto pianto, mi ha così presto condotto a bere la dolce amarezza delle pene del Purgatorio. – Essa, colle sue preghiere e i suoi sospiri, mi ha tratto dalla costa del monte dove si aspetta e mi ha liberato dagli altri gironi. ‑ La mia vedovella, che io ho amato tanto, è più cara e più diletta al Signore, quanto più è sola nel suo casto tenore di vita; ‑ poiché la Barbagia di Sardegna [paese le cui donne erano scostumate e disoneste nel vestire] ha le sue donne assai più pudiche, di quelle che abbia la Barbagia ove io ti dica? Io vedo già un tempo futuro, al quale l’ora presente non sarà molto anteriore, ‑ nel quale sarà vietato alle donne fiorentine di andare sul pergamo mostrando il petto colle poppe. ‑ A quali donne barbare, a quali Saracine, furono mai necessari degli ordini o spirituali o d’altra maniera, per non farle andare scoperte? ‑ Ma se le scellerate sapessero ciò che il cielo si affretta a preparar loro, già avrebbero le bocche aperte ad urlare. – Ché, se l’antivedere non m’inganna, queste femmine saranno punite della loro sfacciataggine prima che il fanciullino, che ora si consola colla cantilena della nanna, metta il pelo sulle guance. ‑ Deh, fratello, fa che ora più non ti celi a me; ché non io solo ma tutta questa gente guarda là verso il sole che tu ci veli col tuo corpo». ‑ Per cui io gli dissi: «Se tu richiami alla mente i nostri rapporti dell’altra vita, lo stesso ricordo dei passati errori e pericoli ci darà tormento. ‑ Da quella vita mi tolse, giorni indietro, colui che cammina innanzi a me. Costui mi ha condotto per la profonda notte dei morti con questo mio vero corpo che va dietro a lui. ‑ Indi mi hanno tratto su i suoi consigli ed ammaestramenti, percorrendo i giri della montagna, la quale rifà giusti e corretti voi, che il mondo aveva corrotti e traviati. ‑ Egli dice di farmi compagnia fino a che non troverò Beatrice: ivi conviene che rimanga senza di lui. Questi che mi dice così è Virgilio, e quest’altra è l’ombra per la quale dianzi si è scosso tutto il vostro regno per lasciarla dipartire».

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La Divina Commedia – Purgatorio – Canto XXII

Già l’Angelo era rimasto dietro a noi, quell’Angelo che, dopo avermi cancellata una piaga dal viso [cioè un altro dei P simbolici impressi sulla fronte di Dante], ci aveva indirizzati al sesto girone; ‑ e ci aveva detto che coloro che hanno i loro desideri rivolti alla giustizia, sono beati e le sue voci compirono questa sentenza colla sola parola “sitiunt”. ‑ Ed io, fatto più leggero di quel che non fossi stato nelle altre aperture delle scale, camminavo cosi che, senza alcuna fatica, seguivo verso l’alto i due veloci spiriti [Virgilio e Stazio]; ‑ quando Virgilio cominciò: «Amore, che è mosso da virtù, al solo palesarsi della sua fiamma, accese sempre un altro amore. ‑ Onde fin da quando Giovenale [poeta dopo Stazio che lodò la Tebaide nella quale l'autore dimostra tanto affetto per Virgilio] discese tra noi nel limbo dell’inferno, e mi manifestò il suo affetto, ‑ provai una benevolenza verso di te come non mi prese mai per persona conosciuta solo di fama, sì che ora mi sembreranno corte queste scale. ‑ Ma dimmi, e perdonami come ad un amico, se una troppo amichevole confidenza mi fa parlare senza ritegno, e rispondimi come ad amico: ‑ Come mai l’avarizia poté trovar posto in te, tra tanto senno, quanto per tuo indefesso studio fosti ripieno?» ‑ Queste parole prima fecero muovere per un poco il riso a Stazio, poi rispose: «Ogni tuo detto mi è caro segno di amore. – E’ vero che più volte appaiono delle cose che danno falsa materia a dubitare, perché rimangono nascoste le loro vere cagioni. – La tua domanda mi fa credere esser tua opinione che io nell’altra vita sia stato avaro; e ciò forse perché mi vedesti in quel girone ove io era: ‑ ora sappi che l’avarizia fu da me lontana più del dovere, e questa eccedenza è stata punita in questo luogo per migliaia di lunari [mesi]. ‑ E se non fosse stato che io mi ravvidi e tornai alla ragione quando lessi quel tratto dell’Eneide ove tu inveisci contro l’umana natura ed esclamai: ‑ «Perché, o esecranda fame dell’oro, non regoli la bramosia dei mortali?» A quest’ora, voltando col petto quei pesi enormi, sarei tra gli avari e i prodighi in Paradiso. ‑ Allora mi accorsi che le mani potevano troppo allargarsi e spendere e mi pentii di quello come degli altri peccati. Oh, quanti risorgeranno coi capelli mozzi [vedi C. VII dell’Inferno ove dice che i prodighi risusciteranno coi capelli mozzi] per aver ignorato che anche la prodigalità è un peccato; e questa ignoranza toglie al prodigo di pentirsi mentre vive ed in punto di morte. ‑ E sappi che la colpa, la quale direttamente è opposta ad un altro peccato [come l'avarizia alla prodigalità] si consuma qui per purgarsi insieme al suo peccato contrario. ‑ Perciò, se io sono stato, per purgarmi, tra quella gente che piange l’avarizia, ciò è avvenuto perché scontassi la colpa contraria [la prodigalità]». ‑ Il cantore dei carmi pastorali [Virgilio] disse: «Or quando tu cantasti le pugne crudeli dei due tristi figliuoli di Giocasta, doppia cagione di dolore alla misera madre; ‑ a voler giudicare dalle forme poetiche che la musa Clio [la musa che Stazio invoca nel principio della Tebaide] ivi adopera per te, non sembra che la fede ti rendesse ancora cristiano, quella fede senza la quale non basta operar bene. ‑ Se è così, qual sole o quali candele [quale splendore di luce] ti illuminarono così che tu dirigesti le vele della tua nave dietro al Pescatore?» [San Pietro che fu pescatore in Galilea]. ‑ E Stazio rispose: «Tu prima m’inviasti verso il Parnaso a bere nelle sue grotte, e poi mi insegnasti la via che conduce a Dio. ‑ Quando dicesti; sorge un nuovo secolo, torna la giustizia e la felicità dei primi tempi dell’uomo, e nuova progenie discende dal cielo; ‑ facesti come colui che cammina di notte e che porta un lume dietro di sé che non giova a lui stesso, ma fa lume alle persone che stanno dietro di lui. ‑ Per te io fui poeta, per te cristiano; ma affinché tu veda meglio ciò che io esprimo, mi estenderò a parlare più ampiamente. ‑ Già il mondo era tutto pieno della vera credenza seminata dai messaggeri del regno eterno [dagli Apostoli]. ‑ E la sopradetta parola [la profezia della Sibilla] si accordava molto bene con quel che annunziavano i nuovi predicatori, onde io presi usanza a visitarli. Poi mi vennero in apparenza di santi, che quando Domiziano [imperatore romano, figlio di Vespasiano che mosse la seconda persecuzione contro i cristiani] li perseguitò, i loro pianti non furono senza mie lagrime. ‑ E mentre io fui in vita li sovvenni e i loro retti costumi mi fecero dispregiare ogni altra sètta. ‑ E prima che io, poetando, conducessi i greci ai fiumi di Tebe, ebbi il battesimo; ma per paura fui occulto cristiano, ‑ fingendo per lungo tempo d’esser pagano; e questa tiepidezza mi fece girare il quarto cerchio [ove si punisce l'accidia] più che quattro volte cento anni. ‑ Tu dunque, che mi hai tolto il velo che nascondeva al mio intelletto il gran bene del quale io ti parlo, mentre per salire abbiamo più tempo di quel che non occorra, ‑ dimmi, se lo sai, dov’è il nostro antico Terenzio, Cecilio, Plauto e Varrone [poeti latini notissimi]: dimmi se sono dannati ed in qual cerchio sono». ‑ Il mio duca rispose: «Costoro e Persio ed io e molti altri, con quel Greco [Omero] che le muse nutrirono del proprio latte più di ogni altro poeta. ‑ siamo nel primo cerchio dell’oscuro carcere [dell'Inferno]. Spesse volte ragioniamo del Monte [Parnaso] ove abitano le muse, nostre nutrici. ‑ Vi è con noi Euripide [notissimo poeta tragico di Atene], Anacreonte [poeta tragico], Simonide ed Agatone [poeti greci] e molti altri che già ornarono la fronte di alloro. ‑ Quivi dei personaggi da te cantati, si vedono Antigone [figlia d’Edipo re di Tebe], Deifile [figliuola di Adrasto re degli Argivi e moglie di Tideo, uno dei sette che assediarono Tebe], Argia [altra figlia di Adrasto, moglie di Polinice] ed Ismeno [figlia di Edipo] così trista come fu nel mondo. ‑ Vi è quella che additò la fonte Langia [Isifile, figlia di Toante re di Lenno. Fu venduta dai corsari a Licurgo di Nomea e dovette nutrire Ofelte, figlio di lui. Un giorno stava a diporto tenendo in braccio il fanciullo; Adrasto, assetato, la pregò d' indicargli una fontana, ed ella, deposto il bambino, corse a mostrare ad Adrasto la fonte Langia. Tornata a riprendere il fanciullo lo trovo morto per il morso di una serpe]; vi è la figlia di Tiresia [o Dafne o Istoriade] e Teti [la madre di Achille], e Deidamia colle sue sorelle». ‑ Già i due poeti tacevano per esser liberi dal salire la scala e dalle sponde, e stavano di nuovo attenti a guardare intorno – e già le quattro ancelle del giorno erano rimaste indietro [le prime quattro ore del giorno erano trascorse] e la quinta era al timone del carro solare, dirigendo la punta di esso in alto, – quando il mio duca disse: «Io credo che, girando il monte, dobbiamo camminare tenendo il lato destro rivolto di fuori, come abbiamo fatto finora». ‑ Così l’abitudine fu in quel momento la nostra guida e prendemmo la via con più sicurezza, per l’approvazione di quell’anima degna [Stazio]. ‑ Essi andavano innanzi, ed io li seguiva solo, ascoltando i loro discorsi, che mi aprivano la mente. ‑ Ma tosto i loro dolci discorsi furono interrotti dalla vista di un albero che trovammo in mezzo alla strada, carico di pomi dall’odore soave. ‑ E come l’abete che, quanto più si estende in alto tanto più i suoi rami sono sottili, così quell’albero assottigliava i suoi rami in senso opposto, dall’alto in basso, io credo perché nessuno vi potesse salire. ‑ Dal lato del quale il monte faceva sponda alla strada [dal lato sinistro], dall’alta roccia scendeva una limpida acqua e si spandeva sulle foglie. ‑ I due poeti vi si appressarono, ed una voce di dentro le fronde, gridò: «Voi avrete carestia di questo cibo». ‑ Poi disse ancora: «Maria pensava più al modo onde le nozze [di Cana] riuscissero onorevoli e compite, che alla bocca sua, la quale ora risponde per voi. [Maria alle nozze di Cana, più che a mangiare, pensava a far si che lo sposo non si vergognasse per la mancanza del vino e che il convito andasse bene]. – E le antiche donne romane si contentavano di bere acqua e Daniello disprezzò cibi ed acquistò sapienza [ottenne di pascersi di legumi invece della squisita vivanda offertagli da Nabuccodonosor, e perciò ebbe da Dio la grazia di apprendere ogni scienza]. ‑ Il secolo primo fu bello quanto è bello l’oro: con la fame rendeva saporite le ghiande, e con la sete faceva parer nèttare le acque di ogni ruscello: ‑ Miele e locuste furono le vivande che nutrirono il Battista nel deserto; per cui egli è tanto grande e tanto glorioso quanto lo manifesta l’Evangelo».

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La Divina Commedia – Purgatorio – Canto XXI

Il naturale desiderio di sapere che mai non si sazia, se non con l’acqua che la donna samaritana chiese in grazia a Gesù Cristo, mi rendeva anelante l’animo e mi stimolava a camminare in fretta dietro il mio duce per la via ingombra e mi condoleva delle pene giustamente inflitte. ‑ Ed ecco, come ce ne scrive S. Luca, al modo che Cristo, risorto dal sepolcro apparve ai due discepoli che erano in viaggio [andavano ad Emaus], ‑ tale ci apparve un’ombra che veniva dietro a noi, guardando la turba giacente al suolo, né ci accorgemmo di lei finché incominciò a parlare ‑ dicendo: «Fratelli miei, Dio vi dia pace». Noi subito ci volgemmo e Virgilio le fece cenno di ringraziamento, per l’augurio. ‑ Poi incominciò: «La corte del giudice supremo, che mi ha confinato nell’eterno esilio, ti ponga in pace nel concilio dei beati». ‑ Ed egli disse: «Come, e intanto camminavamo in fretta, se voi siete anime che Dio non si degna ricevere su nel cielo, chi vi ha guidate su questa scala che conduce al cielo?» ‑ E il mio dottore disse: «Se tu guardi i segni che questi [Dante] porta in fronte e che l’Angelo delinea, ti accorgerai come egli sia eletto a regnare coi buoni. – Ma poiché colei [Lachesi] che fila notte e giorno, non gli aveva ancora filata la conocchia che Cloto avvolge intorno alla rocca per la durata della vita di ciascuno [Cloto è una Parca che, al nascere di ogni uomo pone sulla rocca di Lachesi quel pennecchio, durante la filatura del quale vuol che duri la vita di ciascuno]. ‑ La sua anima, che è sorella alla tua e alla mia, non poteva venire su [nel Purgatorio] sola, perché non intende né vede come noi: ‑ onde io fui tratto fuori dall’ampia gola [dall'Inferno, di cui Virgilio, come è noto, abitava la bocca o Limbo] per additargli il cammino e le cose, e gliene mostrerò ancora finché la mia dottrina gli potrà esser utile. ‑ Ma dicci, se lo sai, perché poc’anzi il monte diede tali scosse, e perché parvero gridare tutte ad una voce le anime che si aggirano per questo monte fino alle sue radici bagnate del mare?» ‑ Facendo quella domanda, Virgilio colse nel segno il mio desiderio che, per la speranza che ebbi di appagarlo, la mia curiosità si fece meno avida. – Quei cominciò: «Non vi è cosa alcuna che la religione del sacro monte provi senz’ordine o fuori usanza. ‑ Questo luogo è libero da ogni alterazione: solo vi può essere per quei mutamenti che il cielo riceve pel suo naturale moto di rotazione, e non per altra causa; ‑ per cui al di sopra della scaletta dai tre gradini [che è avanti la porta del Purgatorio, dove sta l'Angelo colle chiavi], non cade pioggia, né grandine, né neve, né rugiada, né brina. ‑ Non si vedono nuvole né dense né rade, né lampeggiare, né la figlia di Taumante [l'arcobaleno: secondo la favola è Iride, messaggera di Giunone] che muta di posto nella terra abitata dall’uomo. ‑ Secco vapore [donde hanno origine i venti] non si eleva al disopra dei tre scalini di cui parlai, sopra al quale sta il vicario di Pietro. ‑ La parte del monte sottoposta ai tre gradini, forse talvolta si scuote per terremoto; ma questa parte superiore, non so come, non tremò mai per vento chiuso nelle viscere della terra [gli antichi credevano che il terremoto avesse origine dal vento sotterraneo]. ‑ Trema soltanto quando qualche anima si sente così purificata che sorge in piedi per salire in alto e tal grido [Gloria in excelsis] accompagna il tremare del monte. ‑ Prova che l’anima è monda il solo voler salire [al cielo], il quale volere, libero di mutare stanza, invade l’anima ed ha effetto. – Vuol bensì anche prima salire al cielo, ma il talento [la bramosia di rendersi pura] cui la divina giustizia, nei tormenti del Purgatorio, oppone alla voglia [dì salire al cielo] appunto come nel peccare, il pravo appetito lottava contro il buon volere. ‑ Ed io che ho soggiaciuto a questo tormento cinquecento anni e più, soltanto ora sentii libera volontà di passare a miglior soggiorno. ‑ Per questo sentisti poco fa il terremoto e i pietosi spiriti sparsi pel monte render lode al Signore che io prego perché li invii tosto al cielo». ‑ Così quell’anima disse a Virgilio e poiché tanto si gode del bere quando è grande la sete, non saprei dire quanto mi giovò di parlare di quell’anima. ‑ Ed il savio duca disse: «Ormai vedo l’impedimento che vi trattiene legati in questo cerchio e ciò che avviene quando la rete si apre [quando è avvenuta la purgazione] e il perché questo monte trema e perché vi congratulate. ‑ Ora ti piaccia che io sappia chi fosti e fa’ che intenda dalle tue parole il perché sei rimasto qui giacente per tanti secoli». ‑ Quello spirito rispose: «Nel tempo che il buon Tito [Vespasiano che distrusse Gerusalemme] con l’aiuto di Dio vendicò le ferite dalle quali uscì il sangue venduto da Giuda [di Cristo], ‑ io era nel mondo col nome di poeta che più onora ed è più durevole di qualunque altro, ma non era ancora fedele cristiano. ‑ Il mio canto fu sì dolce che, sebbene fossi Tolosano [questi è il poeta Stazio che Dante suppose di Tolosa], Roma mi trasse a sé dove meritai la corona di mirto. ‑ La gente del mondo mi chiama ancora Stazio; cantai di Tebe e poi del grande Achille, ma caddi per via sotto il peso della seconda soma [ma non potei finire il mio secondo poema, l'Achilleide, perché mi colse la morte]. ‑ Al mio ardore furono incitamento le faville di quella fiamma divina che accese più di mille poeti; ‑ parlo dell’Eneide la quale fu madre e ispiratrice dei miei carmi, senz’essa non fermai nessuna sentenza, anche minima. ‑ E per aver la fortuna di esser vissuto nel tempo in cui visse Virgilio, acconsentirei di penare un altro giro di sole [un altro anno] di più di quel che debbo per uscire dal Purgatorio». ‑ Queste parole fecero volger verso di me Virgilio con un tal viso che, tacendo, pareva dire: «Taci» [non dir chi sono]. Ma la virtù che vuole non può tutto; ‑ perché il riso e il pianto si seguono con tanta facilità per la passione da cui l’uno e l’altro procedono, che negli uomini di cuore aperto obbediscono meno alla volontà. ‑ Io pure sorrisi [nonostante il cenno di Virgilio] come un uomo che ammicca, per cui l’ombra tacque e mi guardò fissamente negli occhi ove il sentimento dell’animo fa più mostra di sé, ‑ e disse: «Che tu possa condurre a termine così grande impresa; ma perché la tua faccia mi mostrò, testé, un lampo di riso?» ‑ Ora io sono preso da due parti; l’una vuol ch’io taccia, l’altra mi scongiura di parlare; onde sospiro e Virgilio m’intende. – Il mio maestro disse: «Di’ pure e non aver paura di parlare, ma parla e digli ciò che egli domanda con tanta curiosità». ‑ Onde io dissi: «O antico spirito, forse tu ti meravigli del mio riso; ma voglio che tu accresca la tua meraviglia. ‑ Questi, che guida gli occhi miei a vedere in alto, è quel Virgilio dal quale tu togliesti l’ispirazione per cantare le gesta degli uomini e degli dei. – Se attribuisti al mio riso un’altra cagione, tienila per non vera, e credi essere state causa del mio sorridere quelle parole che dicesti di Virgilio». – Già Stazio si chinava ad abbracciare i piedi del mio dottore, ma egli disse: «Fratello, non lo fare, poiché siamo ombre ambedue». E Stazio alzandosi disse: «Ora tu puoi comprendere quanto è grande l’amore che nutro per te, quando dimentico la nostra forma impalpabile ‑ trattando le ombre come se fossero corpi».

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La Divina Commedia – Purgatorio – Canto XX

Un cattivo volere si oppone ad un volere migliore, onde per far piacere a lui [a Virgilio] e contro il mio piacere, trassi dall’acqua la spugna non sazia [partii senza aver soddisfatta appieno la mia curiosità]. ‑ Io mi mossi e il mio duca si mosse pei luoghi che, lungo il dorso del monte, erano liberi [non occupati dalle anime stese a terra], come sul muro di una fortezza si cammina rasente ai merli [per non cadere dall'altro lato che è senza riparo]; poiché la gente che piangendo fonde insieme colle lacrime il male che occupa tutto il mondo [l’avarizia], troppo si avvicina alla parte esterna del monte che non ha riparo. ‑ Sii maledetta, o antica lupa [l'avarizia], che per tua voracità hai più preda di tutte le altre bestie! ‑ O cielo, per le cui rivoluzioni taluni credono trasmutarsi le cose e le umane condizioni, quando verrà colui che caccerà la lupa da questa terra? ‑ Noi andavamo a passi lenti e brevi ed io porgevo l’orecchio al lagnarsi e al piangere pietosamente delle anime. ‑ E per ventura udii dinanzi a noi chiamare piangendo: «O dolce Maria» come grida una donna che abbia i dolori del parto; ‑ e quindi udii seguitare: «Tu fosti tanto povera quanto sta a testimoniarlo la misera capanna ove tu deponesti il tuo santo parto». ‑ Poi intesi: «O buon Fabrizio, tu volesti piuttosto posseder la povertà unita alla virtù che la ricchezza unita al vizio. [E’ noto il magnanimo sdegno di Fabrizio che rigettò i tesori offertigli da Pirro che cercava di corromperlo]. ‑ Queste parole mi piacquero tanto che io mi avanzai per vedere chi era quello spirito che pareva averle pronunziate. ‑ Esso parlava ancora della larga sovvenzione che diede Niccolò [vescovo di Mira] alle fanciulle perché conducessero onoratamente la loro giovinezza. ‑ Io dissi: «O anima, che parli tanto bene, dimmi chi fosti e perché tu sola ripeti queste degne lodi? ‑ La tua parola non sarà senza ricompensa se io ritorno a compiere il breve cammino di questa vita mortale che già corre al suo termine». ‑ Ed egli: «Io ti risponderò, non perché mi aspetti, per tuo mezzo, alcun conforto dai miei parenti che sono ancora in vita, ma perché in te riluce tanta grazia [di esser venuto nel Purgatorio] prima di esser morto. ‑ Io fui la radice di quella pianta malefica [della famiglia dei Capeti, re di Francia. Questi che parla è Ugo Magno duca di Francia e duca di Parigi, padre di Ugo Ciapetta primo re dei Capetingi] la quale stende un’ombra nociva su tutta la terra cristiana, sì che raramente se ne coglie buon frutto. ‑ Ma se Doagio, Guanto, Lilla e Bruggia [queste sono le principali città della Fiandra occupate parte colla forza e parte colle lusinghe, da Filippo il Bello. Doagio dicesi oggi Douai; Guanto, Gand; Bruggia, Bruges] ne avessero bastanti forze, ben presto se ne vedrebbe la vendetta; ed io la chiedo a colui che tutto giudica [a Dio]. ‑ Nel mondo dei viventi fu chiamato Ugo Ciapetta: da me son nati i Filippi e i Luigi dai quali é stata retta la Francia in questi ultimi tempi. ‑ Io fui figliuolo di un beccaio di Parigi. Quando gli antichi re [la dinastia dei Carolingi] vennero tutti meno, fuorché uno che vestì gli abiti monacali, ‑ io mi trovai stretto nelle mani il freno del governo del regno e tanta potenza per nuovi possessi acquistati, e così circondato da partigiani, ‑ che la testa di mio figlio [Ugo Ciapetta] d’onde discese la sacra stirpe di costoro, fu promossa alla vedova corona [vacante per la morte di Ludovico V, ultimo re dei Carolingi]. – Finché l’accrescimento della gran dote provenzale non rese audace e sfrontata la mia stirpe, essa aveva scarso potere, ma almeno non faceva male a nessuno. ‑ In Provenza incominciò ad usurpare, parte colla forza e parte colla frode e poi, per fare ammenda delle sue colpe, prese Ponti [Ponthieu in Piccardia] e Normandia e Guascogna. ‑ Carlo [d'Angiò venne in Italia e s'impadronì del regno dì Sicilia e Puglia, scacciandone Manfredi il quale se ne era fatto signore dopo la morte di Corrado] venne in Italia e per fare ammenda di una colpa ne commise un’altra, rendendo Corradino vittima della sua ambizione [Corradino, figlio di Corrado, legittimo erede della corona, fu preso in un tranello], e poi per ammenda ricacciò Tommaso al cielo. ‑ Io vedo un tempo non molto lontano da oggi, che trae fuor dalla Francia un altro Carlo [di Valois], per far meglio conoscere la malvagità sua e dei suoi. Ne esce [dalla Francia] senza soldati, [venne in Italia con soli 500 cavalieri e con molto seguito di baroni e di conti. Fu inviato a Firenze, come paciere, da Bonifacio VIII, ma sotto pretesto di riordinare le città ingannò i Fiorentini] e solo armato della lancia colla quale giostrò Giuda [col tradimento], spinse quella lancia in modo da far scoppiare la pancia a Fiorenza [togliendole e danari e i migliori cittadini]. ‑ Quindi [per questa perfidia] non acquisterà terre [infatti fu chiamato Carlo senza terra] ma aggraverà la sua coscienza di onta e di vitupero, tanto più grave e funesto a lui, quanto meno conto fa di questo danno. ‑ Io vedo l’altro re [Carlo II, figlio di Carlo I re di Puglia e Sicilia] tratto prigioniero dalla sua nave, vendere e patteggiare la propria figlia [Beatrice, che Carlo II vendette al marchese Azzi XIII già vecchio, per trentamila, o per cinquantamila fiorini] come fanno i corsari delle altre schiave. – O avarizia, che cosa puoi fare di peggio, poiché hai tratti a te i miei discendenti in modo che essi non si curano nemmeno più dei loro figliuoli? ‑ E acciocché appaia meno grave il male che i miei discendenti hanno fatto e faranno, vedo il fiordaliso [il giglio, arme di Francia] entrare in Alagna [oggi Anagni città della campagna romana] e vedo Cristo fatto prigioniero nella persona del suo vicario. – Lo vedo [Cristo] deriso un’altra volta: vedo rinnovarsi per lui il fiele e l’aceto ed essere un’altra volta ucciso tra nuovi ladroni [Bonifazio VIII per il dolore e la rabbia di quell'affronto, pochi giorni dopo moriva e i ladroni sono Sciarra, Colonna e il Nogareto ordinatori dell'assalto contro il Pontefice]. Vedo il novello Pilato [Filippo il bello, per ordine del quale Bonifazio fu imprigionato] così crudele che non è pago di ciò e di suo arbitrio stermina il ricco ordine dei Templari. – O mio Signore, quando io sarò soddisfatto a veder la tua vendetta che nascosta nel tuo segreto, raddolcisce l’ira della tua giustizia? Riguardo a ciò che io dicevo di quell’unica sposa dello Spirito Santo [Maria Vergine] e che si indirizzò a me perché ti dessi spiegazioni, ‑ tali esempi [di povertà e di astinenza] si lodano [cioè si prega e si medita] soltanto di giorno, ma quando si fa notte ne prendiamo altri di significato opposto. ‑ Noi allora ripetiamo Pigmalion [uccise a tradimento, per sete di vendetta, Sicheo suo zio e marito di Didone, sua sorella] che la sua ingorda brama dell’oro fece traditore, ladro e parricida; ‑ e la miseria dell’avaro Mida [costui chiese agli dèi che tutto ciò che toccava si cangiasse in oro: fu esaudito e in mezzo all'oro morì] che seguì alla sua ingorda domanda per la quale è necessario che si rida sempre. ‑ Poi ciascuno si ricorda del folle Acamo [giudeo il quale, per essersi appropriato di una parte della preda fatta nella città di Gerico, fu lapidato per ordine di Giosuè], come rubò la preda, così che l’ira di Giosuè sembra che lo perseguiti anche qui. ‑ Quindi accusiamo Safira insieme a suo marito [Anania e Safira si ritennero una parte del denaro ricavato dalla vendita di un loro campo, e fecero credere a S. Pietro Apostolo che ciò che gli offrivano era l'intero ricavo della vendita]; lodiamo i calci che ebbe Eliodoro [fu inviato da Seleuco, re di Siria a Gerusalemme per usurpare i tesori del tempio, ma appena egli pose piede sulla sacra soglia, gli apparve un cavaliere armato che lo prese a calci e lo costrinse a fuggire a mani vuote]; e il nome di Polinestore che uccise Polidoro, gira infamato per tutto il monte [Polinestore fu re di Tracia e uccise Polidoro, il figlio di Priamo, che a lui era stato dato in custodia durante l'assedio di Troia]. Finalmente ci si grida: Crasso [Marco Crasso, famoso per la sua sete dell'oro, morì in una spedizione contro i Parti, ed i nemici, trovatone il cadavere, lo portarono al loro re il quale gli versò in bocca dell'oro liquefatto dicendo: d'oro avesti sete, oro bevi], dicci poiché lo sai per esperienza, di che sapore è l’oro. ‑ Talora parliamo uno a bassa voce e uno ad alta voce, secondo l’affezione che ci porta a parlare, ora con maggiore ed ora con minor forza. ‑ Però dianzi non ero io solo a rammentare i buoni esempi dei quali qui si ragiona durante il giorno, ma qui vicino non vi era altra persona che alzasse la voce». – Noi ci ci eravamo già allontanati da esso e cercavamo di avanzare sollecitamente tanto quanto era permesso alle nostre forze, ‑ quand’io sentii tremare il monte come per una cosa che cada, onde mi prese un gelo come prende a colui che va alla morte. ‑ Certo non ci scoteva così fortemente l’isola di Delo [isola dell'Arcipelago che anticamente, come narra Virgilio, errò agitata e natante sulle onde, ma dopo che ebbe ricettato Latona, che vi partorì, si fermò] prima che Latona vi facesse il nido per partorirvi i due occhi del cielo [Apollo e Diana, cioè il sole e la luna]. ‑ Poi da tutte le parti si elevò un grido tale che il mio maestro si avvicinò a me e mi disse: «Non temere mentre io ti guido». – Tutti dicevano, per quel che io compresi dal luogo vicino d’onde il grido si poteva intendere: «Gloria in excelsis Deo». ‑ Noi restammo immobili e sospesi come i pastori di Betlemme quando udirono quell’inno, finché cessò il tremare del monte e l’inno ebbe termine. ‑ Poi ripigliammo il nostro santo cammino, guardando l’ombre giacenti per terra che avevano già ricominciato a piangere. ‑ Mai nessuna ignoranza, se ben mi ricordo, accompagnata da tanta guerra d’impaziente curiosità, quanta mi pareva allora di avere, – mi fece così desideroso di sapere il perché, né io per la fretta ardivo domandarlo, né da me poteva comprendere la cagione di quello scuotimento. ‑ Così me ne andavo timido e pensoso.

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La Divina Commedia – Purgatorio – Canto XIX

Nell’ora [ultima della notte] in cui il calore lasciato dal sole, vinto dalla frigidezza naturale della terra, e talora da Saturno, non ha più forza di intiepidire il freddo della notte; ‑ quando i geomanti [indovini che presumevano di leggere il futuro nella figura dei corpi celesti e nelle punteggiature che, alla cieca, facevano nell'arena colla punta di una verga] innanzi all’alba, vedono sorgere in oriente il segno della loro maggior fortuna in quella parte di cielo che rimane per poco oscura [perché i raggi del sole, che di là nasce, la rischiarano], ‑ mi apparve in sogno una femmina balbuziente con gli occhi guerci e storta sui piedi, monca e cadaverica in volto. ‑ Io la mirava; e come il sole ravviva col suo calore le membra intirizzite dal freddo della notte, così il mio sguardo le rendeva spedita ‑ la lingua e poscia, in breve tempo, le raddrizzava la persona e le colorava il volto sbiancato, di quel colore che tanto interessa l’amore. ‑ E poiché aveva acquistato la scioltezza della parola, incominciò a cantare in modo che io avrei distolto con dolore la mia attenzione da lei. ‑ Ella cantava: «Io sono una dolce sirena [le sirene sono bellissime femmine dal mezzo in su e nel resto pesci mostruosi, che con false lusinghe dilettano i marinari, li addormentano e poi li uccidono] che svio i marinari in mezzo al mare, e tanto sono piacevole a chi mi ode. ‑ Io, col mio canto sviai il cammino dì Ulisse, e chi si addomestica meco raramente se ne allontana, tanto io l’appago in tutto». ‑ Non avevo ancora finito di parlare, quando apparve vicino a me una donna santa e svelta [forse questa donna è la Santa Verità oppure la grazia illuminante, la solita Lucia] per confondere la sirena ‑ e disse fieramente: «O Virgilio, Virgilio, chi è questa?» E Virgilio veniva cogli occhi fissi in quelli della donna onesta. ‑ Poi prendeva l’altra donna [la sirena] e stracciandole le vesti dinanzi mi mostrava il suo ventre: il fetore che da esso veniva mi destò. ‑ Io volsi gli occhi e il buon Virgilio mi disse: « Ti ho chiamato almeno tre volte, alzati e vieni, troviamo la porta per la quale tu possa entrare». ‑ Io mi alzai e vidi tutti i gironi dei sacro monte illuminati dal sole nascente che avevamo dietro alle spalle, camminando. ‑ Seguendo Virgilio io portava la fronte come colui che l’ha carica di pensieri e che fa della sua persona un mezzo arco di ponte [che va ricurvo della persona]; ‑ quando ad un tratto io udii queste parole soavi e benigne come non si odono in questa regione dei mortali: «Venite, di qui si passa». ‑ Colui che ci parlò così, aprendo le ali che parevano di cigno, ci avviò fra le due pareti del duro macigno. ‑ Poscia agitò le penne facendoci vento e affermando esser “beati qui lugent” [coloro che non stanno neghittosamente negli agi ma si affaticano per la salute eterna e piangono le proprie miserie e la cecità del mondo] che un giorno avranno l’anima piena di consolazione. ‑ Quando ambedue fummo saliti poco al disopra dell’angelo, la mia guida incominciò a dirmi: «Che hai che guardi soltanto verso terra?» ‑ Ed io risposi: «Una nuova visione che mi attrae verso di sé in modo che io non posso distogliere il mio pensiero da essa, mi fa andar così sospettoso». ‑ Virgilio disse: «Vedesti quell’antica strega [la sirena veduta poc'anzi in sogno da Dante e che è figura dei tre peccati capitali: avarizia, gola e lussuria], per cagione della quale si piange nei gironi che sono sopra di noi? Vedesti in qual modo l’uomo si libera da essa? ‑ Ti basti aver veduto ciò e affretta il passo rivolgendo gli occhi al logoro [cenno di invito: il logoro è quel richiamo fatto di penne a guisa di ala, col quale il falconiere suole chiamare il falco] che il re eterno [Dio] ti gira intorno colle sfere celesti. ‑ Come il falco che prima si guarda i piedi e poi, al grido del falconiere, si gira e si protende per la bramosia del pasto che lo attira, ‑ così feci io, e così me ne andai per la lunghezza della fenditura della roccia, per dar libero il passo a chi sale, fino alla cornice circolare. – Com’io fui all’aperto nel quinto girone, vidi sparsa della gente che piangeva, prostrata a terra, colla faccia volta in giù. Io sentivo dire: «Adhaesit pavimento anima mea» [con queste parole le anime confessano di aver aderito alle cose terrene] con sì alti sospiri che appena si intendevano le parole. ‑ Virgilio così pregò: «O eletti di Dio, a cui la giustizia e la speranza rendono meno dure le pene, indirizzateci verso le alte scale». ‑ Cosi ci fu risposto: «Se voi venite qui, liberi dalla pena di star volti in giù, e volete trovare più presto la strada, tenetevi sempre alla destra del monte». ‑ Così pregò Virgilio e così ci fu risposto un poco innanzi a noi, per cui io, mentre ascoltavo parlare [seguendo il suono della voce] scopersi colui che parlava [non poteva vederlo perché stava bocconi] ‑ ed io volsi gli occhi al mio signore [chiedendogli, con quell’occhiata, che egli concedesse di parlare a quell'anima], onde egli, con un lieto cenno annuì al desiderio che mi si leggeva negli occhi. ‑ Poiché io potei disporre a mio piacere di me stesso, andai presso a quella creatura che io notai mentre parlava, ‑ dicendo: «O spirito, in cui il pianto opera il lavacro senza il quale non si può tornare a Dio, poni un freno per un poco alla tua maggiore occupazione [quella di piangere le sue colpe]. Dimmi chi fosti e perché avete gli occhi volti all’ingiù, e dimmi anche se vuoi che io impetri qualche cosa per te nel mondo dal quale mi sono partito vivente». ‑ Ed egli mi rispose: «Perché il cielo voglia rivolti verso di sé i nostri doni, lo saprai, ma prima “scias quod ego fui successor Petri” [sappi che io fui successore di Pietro, cioè fui sommo pontefice. – Questi è Ottobuono dei Fieschi, conte di Lavagna, pontefice col nome di Adriano V, morto nel 1276, quaranta giorni dopo la sua elezione]. Tra Sestri e Chiavari scorre al basso una bella fiumana [il fiume Lavagna], e dal suo nome ha origine il nome e il vanto della mia famiglia. ‑ Per un mese o poco più io provai quanto pesa il gran manto [manto papale] a chi vuol serbarlo puro dalle lordure della lezza, che al paragone di esso tutti gli altri pesi sembrano una piuma. – La mia conversione, ohimè, fu tarda; ma, come fui fatto Pastore Romano così scopersi gl’inganni della vita. ‑ Vidi che il cuore non trovava pace né soddisfazione nemmeno in quel posto che è il più elevato nella vita, per cui si accese in me l’amore per la vita spirituale ed eterna. ‑ Fino ad allora fui anima gretta, divisa da Dio, avara di tutto ed ora, come vedi, qui ne vengo punita. ‑ L’effetto che produce l’avarizia è qui spiegato dal modo con cui si mondano le anime che si convertirono da quel vizio, e nessuna pena ha il monte più triste ed amara della nostra [era loro negato di vedere il cielo, di cui erano infiammate quelle anime]. Siccome il nostro occhio, per esser fisso alle cose terrene, non si alzò verso il cielo, così la divina giustizia lo costringe a guardare in Terra. ‑ Come l’avarizia spense in noi l’amore per le buone opere, così la divina giustizia ci tiene – qui strettamente legati mani e piedi e rimarremo immobili e distesi finché piacerà al giusto Sire [a Dio]. ‑ Io mi eroinginocchiato e volevo parlare; ma appena incomincia ed egli solo dalla mia voce si accorse del mio modo di stare rispettoso, disse: «Qual cagione ti piegò così a terra?» Ed io gli risposi: «La voce della mia retta coscienza mi impone d’inginocchiarmi dinanzi a voi, per riverenza alla vostra dignità». – Rispose: «Drizza le gambe, fratello, ed alzati; non errare, con te e con gli altri io sono conservo ad una sola podestà [a Dio]. ‑ Se tu mai intendesti il significato di quelle sante parole evangeliche che dicono “neque nubent” [parole di Gesù Cristo ai Sadducei per trarli dall’inganno in cui erano che nella vita eterna fossero matrimoni] ben puoi comprendere perché io ragiono in tal modo. ‑ Adesso vattene, non voglio che ti fermi qui ancora, poiché la tua presenza impedisce il mio pianto col quale compio ciò che tu dicesti poc’anzi [la purgazione]. ‑ Io ho nel mondo una nipote che ha nome Alagia, di buona indole, purché la nostra famiglia non la renda malvagia col suo esempio; – e solo questa è rimasta in vita di tutti i miei parenti».

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La Divina Commedia – Purgatorio – Canto XVIII

L’alto dottore aveva posto fine al suo ragionamento e mi guardava fisso negli occhi per vedere se gli sembravo soddisfatto. – Ed io, ancora stimolato dalla brama di sapere, tacevo colle labbra, ma dicevo fra me: forse le troppe domande che gli pongo lo molestano. Ma quel mio verace padre, che si accorse del mio timido desiderio che non osavo esprimere, rivolgendomi la parola mi incoraggiò a parlare. – Ond’io dissi: «Maestro, il mio intelletto si rischiara così nel lume della tua dottrina, ch’io discerno chiaramente quanto il tuo ragionamento contiene. ‑ Però ti prego, dolce e caro padre, che tu mi dica qual’è quell’amore al quale riduci ogni buono e cattivo operare». ‑ Ei mi rispose: «Rivolgi verso di me le acute luci dell’intelletto e ti sarà dimostrato l’errore di quei ciechi che pretendono guidare gli altri. ‑ L’animo, per sua natura, è pronto ad amare e si muove verso ciò che gli piace, appena è destato da una gradevole impressione. ‑ La vostra facoltà di apprendere ritrae immagine dall’essere reale e la spiega dentro all’animo vostro, tanto che richiama la sua attenzione su di essa [immagine]. ‑ E se l’animo, rivolto a questa immagine, si piega verso di lei [si abbandona in lei], quell’abbandono è amore e quell’amore è natura, la quale in virtù del piacere forma un nuovo legame con l’animo vostro. ‑ Poi, come il fuoco divampa verso l’alto, per la sua natura che lo porta a salire in alto dove si conserva più nella sua materia; ‑ così l’animo, preso dal piacere, entra in desiderio, che è un moto spirituale, e mai si posa finché il possesso della cosa amata non lo rende soddisfatto. ‑ Ora tu puoi capire quanto è nascosta la verità alla gente che afferma essere sempre ogni amore cosa lodevole; ‑ perché la sua naturale disposizione all’amore gli sembra sempre buona; ma non è buono ogni segno che s’imprime nella cera, benché la cera sia buona». ‑ Io gli risposi: «Le tue parole e il mio intelletto che ha seguito attentamente il tuo dire, mi hanno rivelato che cosa sia l’amore, ma questa rivelazione mi ha maggiormente ripiena la mente di dubbio: ‑ ché se l’amore nasce in noi per effetto delle cose esterne che ci piacciono e l’anima è indotta a questo atto solamente da questa cagione, non ha nessun merito o colpa se opera bene o male». ‑ Ed egli a me: «Io ti posso dire tutto ciò che la ragione umana può discernere intorno a questa cagione; per quel che è al disopra della ragione umana, che è opera della fede, aspetta che te lo spieghi Beatrice. Ogni anima che è distinta dalla materia e che pure ad essa è unita, contiene in sé una sua particolare virtù ‑ la quale non è conosciuta senza operare né si dimostra altro che per l’effetto attuale, come la vita si manifesta in una pianta per mezzo delle sue verdi fronde. ‑ Però nessun uomo sa di dove venga l’intelligenza delle primitive verità, né l’amore di quelle cose [la propria conservazione, il piacere, la felicità] che sono le prime a bramarsi, e queste bramosie sono in voi come è nell’ape l’inclinazione a fare il miele; e questa tendenza primitiva non è meritevole né di biasimo né di lode. ‑ Ora perché a questa voglia istintiva si riportino tutte le altre voglie e bramosie, è innata in voi la ragione che consiglia la scelta, la quale ragione deve custodire la porta dell’assentimento [aprendola, ai buoni sentimenti e chiudendola ai pravi]. ‑ Questa facoltà di regolare le bramosie è il principio donde si parte il vostro merito, secondo che questo volere accoglie i buoni amori e rigetta i cattivi. ‑ Coloro che ragionando filosoficamente penetrano addentro nella natura delle cose, si accorsero di questa libertà innata e però lasciarono al mondo dottrine e insegnamenti morali. ‑ Onde, supponendo che ogni bramosia sorga in voi necessariamente, in voi è sempre il potere di contenerla. ‑ Beatrice chiama col nome di virtù il libero arbitrio e procura di tenerlo a mente nel caso che essa te ne parlasse». ‑ La luna, che aveva tardato a levarsi fino a mezzanotte, sembrava un secchione arroventato e ci faceva apparire più rare le stelle [oscurandone la minori non faceva apparire altro che quelle di maggior grandezza più qua e più là]; – e correva contro all’apparente corso del cielo per quelle strade [dello zodiaco] che sono illuminate dal sole quando gli abitanti di Roma lo vedono tramontare in quella parte del cielo che è tra la Corsica e la Sardegna; ‑ e quell’anima gentile [Virgilio] per la quale Pietole [sua patria] è più rinomata della città di Mantova, si era sgravata del carico che io le aveva imposto per soddisfare alle mie domande. – Per cui io, che avevo compresa ben chiara ed aperta la ragione sopra le mie questioni, stavo come un uomo che vaneggia incerto e sonnolento di pensiero in pensiero. Ma tal sonnolenza mi fu tolta ad un tratto da gente che dietro le nostre spalle veniva verso di noi. ‑ E come avendo i Tebani bisogno dell’aiuto di Bacco, i fiumi Ismeno ed Asopo videro già, nottetempo, lungo le loro rive, gran calca di gente correre in furia verso di essi; tal folla io vidi di coloro [accidiosi] che sono spronati dal buon volere e giusto amore venendo alla nostra volta avanzando il passo per quel girone. ‑ Ben presto ci sopraggiunsero, perché tutta quella turba correva e due innanzi gridavano piangendo: «Maria corse velocemente alla montagna [a visitare S. Elisabetta] e Cesare cinse d’assedio Marsiglia e poi corse in Ispagna per soggiogare la città d’Ilerda [oggi Lerida]». – E gli altri, dietro di lui, gridavano: «Presto, presto, non perdiamo tempo; che il fervido desiderio di far del bene, rinvigorisca in noi la grazia divina». ‑­ «O gente, in cui un intenso fervore forse supplisce adesso al difetto della negligenza e della pigrizia, messo da voi per tiepidezza nel bene operare, ‑ questi che è ancora vivente, e io per certo non vi dico bugia, vuol salir su appena il sole torni ad illuminarci; però diteci da qual parte è vicina la fenditura del monte [ove è la scala per salire]». ‑ Queste furono le parole del mio duca: ed uno di quegli spiriti disse: «Seguici e troverai l’apertura. Noi abbiamo tanta bramosia di muoverci che non possiamo fermarci; però perdonaci se tu ritieni per scortesia quello che facciamo per nostra natura. ‑ Io fui abate di S. Zeno a Verona, sotto l’impero del buon [prode] Barbarossa [Federico I] del quale Milano parla ancora con dolore. ‑ Ed un tale che ha già un piede dentro la fossa [Alberto della Scala, signore di Verona vecchio e presso a morte: morì nel 1301] che ben presto piangerà quel monastero e si dorrà di avervi dominato; ‑ perché ivi ha posto, in luogo del vero abate di S. Zeno, un suo illegittimo figliuolo [Giuseppe] deforme nel corpo e più ancora nell’animo». ‑ Io non so se questo spirito continuò a parlare oppure tacque, tanto si era già allontanato da noi; ma intesi questo e mi piacque ritenerlo a memoria. ‑ E quegli che mi veniva in aiuto ad ogni bisogno [Virgilio] disse: «Rivolgiti da questa parte e guarda queste due anime che vengono avanti gridando esempi di accidia». Dietro a tutti dicevano: «La gente ebrea, al cui passaggio si aperse il Mar Rosso, fu tutta sterminata prima che il Giordano [la Palestina] vedesse i suoi eredi. ‑ E quella gente che non volle soffrire gli affanni del viaggio con Enea [quei Troiani condotti da Enea, stremati dalle fatiche del viaggio che rimasero senza gloria in Sicilia con Alceste] sino alla fine, si offrì ad una vita senza gloria». ‑ Poi, quando le ombre furono molto lontane da noi, che non si potevano più vedere, mi venne alla mente un nuovo pensiero ‑ dal quale altri ne nacquero e vaneggiai d’uno in altro pensiero, sì che chiusi gli occhi e tramutai il pensiero in sogno.

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La Divina Commedia – Purgatorio – Canto XVII

O lettore, se trovandoti sulle Alpi ti colse la nebbia attraverso alla quale tu vedesti confusamente, come la talpa vede attraverso alla pellicola che ha dinanzi agli occhi; ‑ ricordati della spera del sole che penetra lievemente attraverso i vapori umidi e densi quando incominciano a diradarsi; e l’immaginazione di questo fenomeno sarà scarsa [debole] per giungere a farti figurare come io rividi il sole, già prossimo al tramonto, uscendo dal fumo. ‑ Così, andando di pari passo col mio maestro, uscii da tal nube quando già i raggi del sole erano morti ne’ bassi lidi [quando il sole tramontando, immergeva nell'ombra le pianure]. ‑ O fantasia, che talvolta ci togli la sensazione delle cose esterne tanto che uno non si accorge di quel che accade fuori di se stesso, anche se intorno squillano mille trombe, ‑ chi è che ti fa muovere [agire, operare] se i sensi non ti porgono nessuna esterna impressione?Ti muove una luce che si forma in cielo, e ti fa agire o per sé stessa [naturalmente] o per una volontà superiore [Iddio] che la invia quaggiù. – Nella mia fantasia apparve l’orma dell’empietà di colei [Progne, moglie di Teseo e sorella di Filomena: queste due donne, per vendicarsi di un'ingiuria ricevuta da Teseo, fecero in pezzi Iti, il figlio di lui e, cottolo, glielo diedero in cibo. Secondo alcuni poeti, Progne fu convertita in rondine e Filomena in rosignolo, ma Dante, con molti altri, ritiene che la convertita in rosignolo fosse Progne] che mutò forma in quella dell’augello che si diletta soavemente a cantare [rosignolo]. ‑ E qui la mia niente si chiuse e si raccolse in sé stessa, ché di fuori [per la via dei sensi] non veniva cosa alcuna che fosse da essa ricevuta. ‑ Poi discese nella mia fantasia rapita in estasi, un uomo crocifisso [Aman], feroce e dispettoso nel sembiante e in tale aspetto moriva. ‑ Intorno a lui stavano il grande Assuero [re di Persia] Ester sua sposa e il giusto Mardocheo che fu perfetto nel dire e nell’operare. ‑E tosto che questa immagine si dileguò da sé stessa, come si dilegua una bolla in aria quando si rompe il velo d’acqua sotto la quale si formò, ‑ apparve nella mia fantasia la visione di una fanciulla [Lavinia, figlia del re Latino e di Amata] piangente che diceva: «O regina [madre mia] perché ti sei voluta annientare per ira? ‑ Ti sei uccisa per non perdere Lavinia [non potendo tollerare che andasse sposa al profugo Enea] ed ora mi hai ineluttabilmente perduta; adesso sono io che piango sulla tua morte, o madre, prima che su quella altrui» [di Turno al quale era stata promessa in moglie Lavinia, e fu creduto che Enea lo avesse per gelosia ucciso]. ‑ Come rompesi il sonno quando una luce vivissima percuote di botto gli occhi chiusi, e prima che si dilegui completamente, dà l’ultimo scotimento; ‑ così si dileguò il mio immaginare, quando mi percosse il volto una luce molto maggiore di quella che suole ferire i nostri occhi. ‑ Io mi volgeva per vedere in qual luogo mi trovassi, quando una voce mi disse: «Qui si sale» e mi distolse da ogni altro pensiero ‑ e acuì tanto la mia voglia [di vedere chi era che aveva parlato], che quando arriva a tal punto non si appaga se non messa a confronto colla cosa bramata. ‑ Ma qui veniva meno la mia facoltà visiva come viene meno in faccia al sole, la cui potenza luminosa opprime la nostra vista e ci rende invisibili le cose. – Il mio duca disse: «Questi è uno spirito divino che, senza essere pregato, c’indirizza sulla retta via per salir su e colla sua luce si cela da sé stesso ai nostri occhi. Egli fa con noi come l’uomo fa con sé stesso [non aspetta preghiera per giovare a sé stesso]; perché colui che vede l’altrui bisogno ed aspetta di esser pregato per venirgli in aiuto, si dimostra malignamente disposto a negare il soccorso. ‑ Ora accettiamo l’invito dell’Angelo e procuriamo di salir su prima che si faccia buio, perché non si potrebbe salire finché non si facesse giorno di nuovo». ‑ Ed io e lui rivolgemmo i nostri passi ad una scala; e tosto che io fui al primo gradino, ‑ mi sentii vicino un muover d’ala farmi vento sul volto e dirmi: «Beati pacifici che sono senza ira peccaminosa». – Già gli ultimi raggi, che precedono la notte si erano tanto elevati sopra di noi, che le stelle apparivano in più punti del cielo. ‑ Io che mi sentivo mancare il vigore delle gambe, dicevo fra me: O forza mia, perché mi abbandoni? ‑ Già eravamo giunti dove la scala non saliva più [al termine] e ci sentivamo divenuti immobili come rimane immobile una nave che giunge alla riva e si ferma. ‑ Ed io stetti un poco in ascolto per udire qualche rumore che venisse dal nuovo girone [quarto]; poi mi volsi al mio maestro e dissi: «Dolce padre mio, dimmi quale colpa si purga nel girone ove siamo. Se i piè stanno fermi, non cessi il tuo parlare». Ed egli mi rispose: «L’amore del bene, minore di quello che doveva essere [che manca del suo fervore], qui viene risarcito; qui si punisce chi fu lento ad oprar bene. Ma perché tu possa intender meglio, rivolgi tutta la tua attenzione a me e ricaverai qualche vantaggio da questa nostra dimora». ‑ Egli cominciò: «Figliuolo mio, né Creatore, né creatura fu mai senz’amore o naturale [pel quale bramiamo i beni necessari alla nostra conservazione] o dell’anima [ossia di ragione che dipende dal libero volere], e tu lo sai. – L’amore naturale non errò mai, ma l’altro, quello dell’anima, può errare o per aver per suo oggetto il male, o per troppo o per poco vigore. ‑ E finché l’amore naturale è diretto ai primi beni [a Dio e alla virtù] e regola sé stesso nei beni secondari, non può causare colpevoli diletti; ma quando si volge al male, o tende al bene con maggiore o minore cura di quel che deve, la creatura opera contro il suo Creatore. ‑ Da ciò puoi ben capire come l’amore deve essere in voi il seme di ogni virtù, come d’ogni azione meritevole di castigo. ‑ Ora, poiché l’amore non può mai distogliersi dalla utilità di quell’ oggetto in cui risiede, ne viene di conseguenza che tutte le cose suscettive d’amore non possono odiare sé stesse; ‑ e poiché non sì può concepire un essere sussistente di per sé stesso, diviso dall’ente primo, ne segue che ogni affetto è impossibilitato ad odiare. – Se dunque io ben distinguo e stimo ciò che ho detto, resta che se si ama il male è solamente per desiderio che esso ricada sul nostro prossimo e tale odio per altrui nasce in tre modi nella vostra fragile natura. ‑ Vi è chi spera di raggiunger l’altezza con l’oppressione del suo prossimo, e solo per questo brama che esso sia avvilito e degradato nella sua grandezza. ‑ Vi è qualche altro che teme di perdere il potere, la grazia, l’onore e la fama per l’innalzarsi di un altro, onde si rattrista talmente dell’altrui innalzamento che gli desidera il contrario [la depressione]. ‑ Vi è altri che per un’ingiuria ricevuta pare che se ne offenda al punto che si fa avido di vendetta, e conviene che cerchi nella sua mente il danno di chi l’offese. ‑ Questo triplice amore è scontato nei balzi sottoposti [dei superbi, degli invidiosi e degli iracondi]; ora voglio che tu ascolti dell’altro amore che corre al bene con ordine corrotto. ‑ Ogni uomo apprende confusamente e desidera un bene nel quale l’anima trovi la sua soddisfazione e la sua quiete; per cui ognuno agogna di raggiungere cotesto bene. ‑ Ora se il vostro amore è lento a rivolgersi a quel bene o ad acquistarlo, questo girone, dopo la penitenza fattane in vita, ve ne dà il castigo. ‑ Vi è un altro bene che non fa l’uomo felice, esso non è la felicità, non è la bontà essenziale, frutto e radice [premio ed origine] di ogni bene. L’amore, che troppo si abbandona a questo bene materiale, si piange nei tre cerchi che stanno sopra di noi, ma come sia ragionata la triplice ripartizione di questo amore, io lo taccio, affinché tu lo investighi da te stesso».

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La Divina Commedia – Purgatorio – Canto XVI

Buio com’io trovai nell’inferno, o buio di una notte senza stelle e senza luna, sotto un cielo di orizzonte limitato e cosparso, quanto può essere, di densi nuvoli, ‑ non fecero mai agli occhi miei sì fitto velo, né sì acre impressione, come quel fumo che ivi ci coperse; ‑ per cui non potemmo tenere gli occhi aperti: onde la mia scorta fedele e sapiente mi si avvicinò e mi offerse l’omero. ‑ Come un cieco va dietro alla sua guida per non smarrirsi e per non urtare in qualche cosa che lo molesti o che, forse, lo uccida; ‑ così io me ne andavo per l’aere amaro [acre] e sozzo [saturo di fumo] ascoltando il mio duca che mi diceva: «Stai attento a non separarti da me». ‑ Io sentivo delle voci e ciascuna sembrava pregare l’Agnello di Dio, che toglie i peccati, per ottenere pace e misericordia. ‑ La loro preghiera incominciava colle parole Agnus Dei, e tutti le proferivano ad un tempo e sullo stesso tono, tanto che ne risultava la più perfetta armonia. ‑ Io dissi: «Maestro, sono forse spiriti, quelli che odo cantare in tal modo?» Ed egli: «Sì, tu hai capito il vero; essi sono spiriti che stanno scontando il peccato d’ira che, simile a un nodo, li tiene legati». – «Chi sei tu che fendi il denso fumo che ci avvolge e parli di noi come se tu misurassi ancora il tempo per calendi?» [come se tu fossi ancora nel regno dei viventi]. ‑ Così fu detto da una voce, onde il mio maestro mi disse: «Rispondi e domanda se di qui si sale alla cima del monte». ‑Ed io: «O creatura che ti purifichi per tornare a Colui che ti fece, così pura come uscisti dalle sue mani, se tu mi seguirai udrai narrare cosa meravigliosa». ‑ Rispose: «Io ti seguirò fin dove mi è permesso, e se il fumo non ci permetterà di vederci, ci terremo uniti conversando». ‑ Allora incominciai: «Io vado in alto con quella fascia corporea che la morte dissolve e venni qui passando attraverso le pene dell’inferno; ‑ e se Dio mi ha ricolmato della sua grazia, al punto di farmi vedere la sua beata corte in modo insolito ai nostri tempi, ‑ non mi tener nascosto chi fosti prima di morire, ma dimmelo; e dimmi anche se mi sono bene incamminato sulla via che mena al varco [alla salita dell'altro cerchio]; e le tue parole ci serviranno di guida». – Così rispose: «Io fui lombardo e fui chiamato Marco: ebbi pratica delle cose del mondo ed amai quel valore [virtuoso e onesto operare] al quale più nessuno mira. Per salire in alto tu sei sulla via dritta»; e poi aggiunse: «Quando sarai lassù, ti prego di pregare per me». ‑ Ed io gli risposi: «Ti prometto di far ciò che mi chiedi; ma ho nell’anima un dubbio tale che ne scoppio se non me lo tolgo. ‑ Prima era un semplice dubbio, ma ora si è raddoppiato dopo la sentenza che tu hai detta poco fa, la quale mi dà la certezza di quella verità che io ho udita in questo cerchio ed altrove [da Guido del Duca, sulla corruzione sociale] ed a quella certezza va unito il mio dubbio. ‑ Purtroppo al mondo, come tu mi dici, non vi è più virtù, ma tutto è avvolto circondato dalla malizia; ‑ per cui io ti prego di additarmene la cagione affinché la veda e la mostri agli altri; poiché taluni credono che la cagione di tal corruzione sia dovuta all’influsso dei cieli, e tal’altri credono che dipenda da noi». ‑ Egli mandò prima un profondo sospiro che si convertì in hui [interiezione di vivo dolore], poi cominciò: «Fratello, il mondo è cieco, ed io mi accorgo dalla tua cecità, che vieni da lui. ‑ Voi attribuite tutto all’influsso del cielo, come se tutti gli avvenimenti fossero necessariamente gli effetti di questa influenza celeste. – Se fosse così, in voi sarebbe distrutto ogni libero arbitrio e non sarebbe giusto ricevere il bene in premio delle opere buone e il male per castigo delle cattive azioni. ‑ Il cielo inizia [dà principio] i vostri movimenti; non dico tutti, ma posto ch’io lo dica, vi ha dato lume della ragione per discernere il bene dal male, e siete liberi nella vostra volontà la quale, se si oppone e resiste ai primi assalti delle prave tendenze raggiate dal cielo, riporta poi la vittoria su tutto purché sappia sempre trionfare e mantenersi saldo nei buoni propositi. ‑ Voi siete liberi e soggiacete ad una forza maggiore, a una migliore natura [Dio] e tal natura crea in voi la mente che non è sottoposta all’influenza del cielo. ‑ Però, se il mondo presente esce dalla retta via, è colpa di voi uomini, in voi soli se ne ricerchi la cagione ed io ora te lo dimostrerò veracemente. ‑ L’anima semplice, che non sa null’altro all’infuori di esser partita dal lieto Fattore e che fa volentieri ritorno a tutto ciò che la diletta, esce pura dalle mani del Creatore che la vagheggia nell’eterna idea prima ancora di trarla dal nulla, ed è come una fanciulla che or piangendo ed or ridendo segue l’impulso delle sue varie passioni. ‑Prima ella sente la piacevole impressione di un piccolo bene terreno; e qui s’inganna correndo dietro ad esso, finché una buona guida e un buon freno non ne raddrizzano il suo amore [la sua inclinazione al bene]. ‑ Per tale falsa inclinazione, fu necessario avere una legge e porre un freno alla volontà, convenne avere un capo che discernesse almeno la torre [la giustizia] della vera città [la ben regolata società]. ‑ Le leggi vi sono, ma chi si cura di osservarle e di farle osservare? Nessuno; perché il Pastore che guida il suo popolo [il Papa] può ben ruminare [insegnare il bene], ma non ha l’unghie aperte [cammina male, dà cattivo esempio, non mette in opera le pratiche che insegna]. Per cui il popolo che vede il suo capo correr dietro soltanto ai beni terreni di cui esso è avido, solo di tali beni si pasce e non si cura d’altro. ‑ Tu puoi accorgerti che il cattivo governo è la ragione della corruzione del mondo e non la natura che si è corrotta in voi. ‑ Roma, che fece il mondo buono e cristiano, aveva due soli, il Papa e l’Imperatore, i quali mostravano le due strade che conducono l’una al mondo e l’altra a Dio. Ora uno di questi soli ha spento l’altro e la spada si è congiunta al pastorale; [il governo spirituale unito al temporale] e l’uno e l’altro uniti, debbono necessariamente andar male. ‑ Poiché, così congiunti, l’uno non teme l’altro. Se non credi alle mie parole, osserva la spiga, perché dal seme che sta in essa si conosce la qualità delle erbe. Prima che Federigo [II] avesse delle questioni colla chiesa, il valore e la virtù si trovavano in quel paese irrigato dall’Adige e dal Po [la Marca Trivigiana, la Lombardia e la Romagna]. – Ma ora può liberamente passarvi anche colui che prima evitava di appressarvisi per tema di ragionare coi buoni e di aver contatto con essi. ‑ Però è vero che vi sono ancora tre vecchi, dei quali l’antica età è un continuo rimprovero all’età moderna, e par loro che Iddio tardi troppo a farli passare a miglior vita: ‑ Corrado di Palazzo [gentiluomo di Brescia], il buon Gherardo [di Treviso soprannominato il buono], e Guido di Castello [poeta di Reggio, della nobile famiglia dei Roberti] che, alla maniera francese, si chiama il semplice Lombardo [era usanza francese di chiamar lombardi tutti gli italiani]. ‑ Di’ dunque che oggi la Chiesa di Roma, per aver voluto unire i due governi, è caduta nel fango ed ha imbrattato sé stessa e loro». ‑ Io dissi: «O Marco mio, tu parli bene; ed ora comprendo per qual ragione i figli di Levi [la tribù dei Leviti] fossero esclusi dal retaggio: ‑ ma dimmi chi è quel Gherardo che tu dici esser rimasto come campione di quei buoni antichi ora estinti, e come a rimprovero del presente secolo selvaggio?» ‑ Ei mi rispose: «O il tuo parlare m’inganna [fingi di non conoscere Gherardo] o mira ad avere una prova da me [se veramente conosca detto Gherardo]; poiché, parlandomi tu il linguaggio toscano, dimostri di non conoscere il buon Gherardo [tanto noto in Toscana]. – Io non lo conosco per altro soprannome se pure non lo togliessi da sua figlia Gaia [donna, conosciuta in tutta l’Italia per la sua grande bellezza e, sembra, anche per i suoi depravati costumi]. Dio sia con voi, perché io non posso più accompagnarvi, ‑ Vedi già biancheggiare in mezzo al buio quell’albore; ivi sta l’Angelo e prima che appaia è necessario che io parta». ‑ Così detto tornò indietro e non volle più darmi ascolto.

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La Divina Commedia – Purgatorio – Canto XV

Quanto spazio della sfera celeste, che scherza sempre, a guisa di fanciullo [giusta il sistema Tolemaico, il cielo non cessa mai di girare su se stesso come fa il fanciullo], apparisce percorso dal sole, dal punto orientale dell’orizzonte al compiersi dell’ora terza; altrettanto se ne vedeva rimasto a lui [al sole] per giungere al tramonto [mancavano tre ore al tramonto del sole]: là [nel purgatorio] era vespro e qui [in Italia] mezzanotte. ‑ I raggi solari ci ferivano per mezzo la faccia, perché avevamo girato tanto intorno al monte, che già andavamo in linea retta verso ponente; ‑ quando mi sentii gli occhi abbacinati da uno splendore più forte della luce del sole, ed io ne stupiva ignorandone la causa: ‑ onde portai le mani alla sommità delle ciglia e mi feci scudo. ‑ Come quando dall’acqua o dallo specchio il raggio riflesso rimbalza in modo uguale ‑ a quello con cui discende, e tanto si allontana dalla perpendicolare quanto da essa si allontana per uguale spazio il raggio incidente, come dimostrano esperienza ed arte; ‑ così mi parve di esser percosso da luce che ivi era riflessa dinanzi a me, per cui i miei occhi si affrettarono a sottrarsi a quello splendore. ‑ Io dissi: «Dolce padre, che è mai quello splendore innanzi a cui non posso fare schermo ai miei occhi tanto che mi giovi e che pare muoversi verso di noi?» ‑ Rispose a me: «Non ti meravigliare se ancora ti abbagliano gli abitatori celesti; è un angelo che viene ad invitarci a salire. ‑ Ben presto avverrà che il veder queste cose non ti sarà più grave, anzi ne riceverai tanto diletto quanto natura ti ha disposto a provarne». – Quando fummo giunti all’angiolo benedetto con dolce voce egli ci disse: «Entrate di qui dove è una scala meno ripida delle altre». ‑ Essendo noi già partiti dì lì, montavamo, e dietro noi udimmo cantare: Beati misericordes e si udì pur cantare: «Godi tu che vinci». ‑ Il mio maestro ed io salivamo, ed io pensava, andando, di tirar profitto dalle sue parole; ‑ e mi rivolsi a lui domandandogli: «Che cosa volle dire lo spirito di Romagna quando menzionò divieto e consorzio?» [verso 86 e segg. del Canto XIV]. Per cui egli mi rispose: «Costui conosce i dannosi effetti del suo vizio maggiore [l'invidia] e però non deve far meraviglia se rimprovera i rei d’invidia acciocché poi nel purgatorio abbiano a piangere meno questa colpa. ‑ L’invidia muove il mantice ai sospiri [vi affanna], perché i nostri desideri si dirigono e si fermano su quei belli dei quali scema il godimento quando altri vi partecipano. ‑ Ma se l’amore della patria celeste volgesse il vostro desiderio più in alto, il temere che altri partecipassero dei vostri beni non vi pungerebbe il cuore; ‑ perché quanto più lì [in cielo] sono i possessori di quel bene, che per esser di tutti può da ognuno chiamarsi nostro, tanto più ciascuno ne possiede in particolare e più carità arde in quel chiostro». ‑ Io dissi: «Io sono più lontano dall’esser contento di quel che sarei se non ti avessi fatto nessuna domanda, e la mia mente è ora piena di dubbio. ‑ Come può essere che uno stesso bene distribuito a più persone le faccia più ricche di quel che fosse distribuito a meno?» ‑ Ed egli a me rispose: «Perché tu torni sempre col pensiero alle cose terrene, dalle quali non sai staccarti? ‑ Quell’infinito e ineffabile bene che è in cielo corre ad investire le anime innamorate dei beati come il raggio del sole investe i corpi lucidi. ‑ Si dà più a conoscere quanto più è amato, cosicché quanto è maggiore la carità delle anime, tanto più sopra di esse si stende l’eterna virtù. ‑ E quanti più sono i beati che s’intendono ed amano, tanto più vi è virtù e tanto più si ama, e l’amore si riflette da un’anima all’altra come si riflette la luce, dall’uno all’altro specchio. ‑ E se il mio ragionamento non ti soddisfa, vedrai Beatrice ed ella ti appagherà appieno di questa e di ogni altra brama. ‑ Procura pure che dalla tua fronte siano ben presto tolte le cinque piaghe, come sono già tolte le due, le quali si risanano col pentimento». ‑ Mentre io stava per dire: «Tu mi appaghi», mi vidi giunto sopra al terzo girone, sì che gli occhi miei mirando altre cose non potei parlare. ‑ Qui mi parve di esser rapito in una visione estatica e veder più persone in un tempio; ‑ ed una donna sulla entrata, con dolce atteggiamento di madre, dire: «Figliuol mio, perché hai agito così verso di noi? – Ecco, tuo padre ed io ti cercavamo dolenti». E tacque; poi disparve quella prima visione. ‑ Indi mi apparve un’altra donna colle guance inondate di quelle lagrime che spreme il dolore quando è cagionato da una forte ira contro altrui; – e dire: «O Pisistrato, se tu sei signore di quella città [Atene] per dar nome alla quale vi furono tante liti fra gli dei, e dalla quale splende e si diffondo la luce di ogni scienza, ‑ vendicati di quelle ardite braccia che abbracciarono nostra figlia». E il re mi pareva benigno e mansueto rispondere con placido volto: «Che faremo noi a chi ci vuole male, se condanniamo chi ci ama?» ‑ Poi vidi gente col volto infiammato da ira feroce uccidere a colpi di pietra un giovanetto gridando fortemente «Dagli, dagli». ‑ E vedeva lui già aggravato dalla morte piegarsi verso terra ma cogli occhi sempre aperti e rivolti al cielo; pregando in tanto martirio il Signore, con quell’aspetto che apre i cuori alla pietà, che perdonasse i suoi persecutori. ‑ Quando l’anima mia tornò alla percezione delle cose esterne, le quali hanno una reale esistenza fuori di essa, io riconobbi che le cose vedute erano sogni ma non falsi [perché rappresentavano fatti storici]. ‑ Il mio duca che poteva vedere ch’io faceva come uno che si scuote dal sonno, disse: «Che hai che non ti reggi in piedi; ‑ ma sei venuto per più dì mezza lega cogli occhi socchiusi e barcollando come uomo ubriaco o sonnacchioso» ? ‑ Io dissi: «O dolce padre mio, se tu mi ascolti, ti dirò ciò che mi apparve in sogno quando mi fu tolto il libero uso delle gambe». ‑ Ed egli : «Se anche tu avessi la faccia ricoperta da cento maschere, le tue interne affezioni, per quanto fossero lievi, non mi sarebbero nascoste. ‑ Ciò che vedesti avvenne perché tu non avessi scusa ad aprire il tuo cuore alle acque della pace [a pentimenti di perdono] che dall’eterno fonte [Dio] si diffondono sui cuori. ‑ Ti domandai: Che cosa hai? Non per quel motivo per il quale suole domandarlo chi guarda solo con l’occhio materiale che più non vede quando il corpo giace esanime; ma ti feci quella domanda per scuoterti e renderti il vigore: così si debbono stimolare i pigri i quali, appena destati, non sono pronti a far uso delle loro riacquistate facoltà». ‑ Noi camminavamo avvolti nelle ombre del vespero, guardando innanzi a noi per quanto potevano allungarsi i nostri sguardi contro i raggi serotini e lucenti che ci offendevano la vista: ed ecco a poco a poco avanzarsi incontro a noi un denso fumo, oscuro come la notte, e lì intorno non vi era luogo ove ripararsi per scansarlo; ‑ e quel fumo ci tolse la vista e rese l’aria irrespirabile.

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La Divina Commedia – Purgatorio – Canto XIV

«Chi è costui che gira intorno al nostro monte prima che la morte gli abbia liberato lo spirito, ed apre e chiude gli occhi a suo piacere?» [lo ha sentito dire a Sapìa da Dante stesso]. ‑ «Non so chi sia, ma so che non è solo: domandaglielo tu che più a lui sei vicino e accoglilo dolcemente, sì che parli». – Così due spiriti, chini l’uno vicino all’altro, ragionavano di me ivi a mano destra, poi alzarono in su i loro volti per parlarmi; e ‑ l’uno disse: «O anima che te ne vai verso il cielo fitta ancora nel corpo, per carità consolaci e dicci ‑ di dove vieni e chi sei; ché tu ci fai tanto meravigliare della grazia concessati di viaggiare per il regno dei morti, quanta richiede una cosa che fin ora non è mai avvenuta». ‑ Ed io: «Per mezzo la Toscana si estende un fiume che nasce dal monte Falterona [l'Arno] e scorre per più di cento miglia. ‑ Io vengo da una città posta sopra questo fiume; dirvi chi io sia sarebbe un parlare inutilmente, poiché il mio nome non è ancora troppo conosciuto». ‑ «Se ben con la mente ho penetrato il tuo concetto, mi rispose allora quello che prima parlava, tu parli dell’Arno». ‑ E l’altro disse a lui: «Perché questi nascose il nome di quel fiume come uomo che nasconda cose orribili?» ‑ E l’ombra che era interrogata di ciò, si sdebitò così: «Non so; ma il nome di quella valle per la quale scorre l’Arno è degno di perire; ‑ poiché dal suo principio [questa valle], dove l’Appennino da cui è staccato Peloro, è cosi pregno d’acqua che in pochi altri punti della sua lunga estensione è più pregno, ‑ fin là dove sbocca nel Tirreno, per ristorare la marina dell’acqua evaporata in cielo, dai quali vapori poi i fiumi vengono alimentati, ‑ la virtù viene sfuggita da tutti come biscia, o per sventura del luogo che disponga naturalmente gli uomini al male, o per la cattiva abitudine fatta al peccato che così li eccita a sfuggire la virtù: ‑ per cui hanno così mutata la loro natura gli abitanti della valle dell’Arno, che sembra che Circe [figlia del Sole e di Perse, dimorava nel monte Circello e per incanti e droghe dava agli uomini forme dì animali] li avesse pascolati. ‑ Dapprima l’Arno volge il suo corso, scarso di acque, tra gli abitanti del Casentino, brutti porci degni più di ghiande che d’altro cibo più conveniente agli uomini. ‑ Poi, venendo in giù, trova cagnetti ringhiosi più di quanto non richieda la loro forza, e da loro si ritrae quasi schivo. ‑ Continua sempre più scendendo a valle, e quanto più ingrossa tanto più trova mutata la natura degli abitanti di maledetta e disgraziata valle divenendo tanto più lupi quanto più sono fiorentini. ‑ Disceso poi nel Val d’Arno inferiore, oltrepassata la foce profonda della Pietra Gonfolina, entra nel basso letto della pianura di Empoli e di Pisa e trova i Pisani, volpi così piene di frodi che non temono di essere sottomesse dalle frodi degli altri. ‑ Né lascerò di dire, per quanto sia udito da altri, la vergogna del mio parente; e sarà buono per costui se si ricorderà di ciò che verace spirito profetico mi fa predire fino allora che le cose avverranno. ‑ Io vedo tuo nipote [Fulcieri da Calboli, nipote di Rinieri] che diventa cacciatore di quei lupi, sulla riva del fiero fiume d’Arno, e tutti li sgomenta. ‑ Vende [il Fulcieri ebbe per ricompensa la riconferma nell’ufficio per un altro semestre dai Neri] la carne loro essendo viva; poi li uccide come buoi vecchi; e molti priva di vita e sé di pregio. ‑ Depone quindi il suo ufficio essendo sanguinoso e lascia la triste città; e la lascia tale che da qui a mille anni non ritorna allo stato di prima». ‑ Come all’annunzio di danni futuri il viso di chi ascolta si conturba da qualunque parte lo assalga il pericolo; ‑ così io vidi l’al­tra anima, che stava rivolta ad udire, turbarsi e rattristarsi, dopo che ebbe ascoltato le parole. ‑ Le parole dell’una e il turbamento dell’altra [Guido del Duca della famiglia dei signori di Bertinoro ‑ l'altro M. Rinieri di Calboli da Forlì], mi fecero desideroso di sapere i loro nomi e ne feci domanda mista a preghiera; ‑ per la quale lo spirito che prima aveva parlato, ricominciò: «Tu vuoi che io m’induca a fare ciò che non vuoi fare a me; ‑ ma poiché Dio vuole che in te risplenda tanto grande favore di vedere questi luoghi prima di morire, non ti sarò avaro di parole; e perciò sappi che io sono Guido del Duca. ‑ Fu così riarso dall’invidia il mio sangue, che, se avessi veduto uno farsi lieto, mi avresti visto sparso di livore. ‑ In questa pena sto espiando le mie colpe d’invidia; o uomini, perché mai desiderate quei beni per possedere i quali bisogna spogliare il prossimo? – Questi è Rinieri, il pregio e l’onore della casa da Calboli, dove dopo la sua morte non si è ereditato nulla del suo valore. ‑ E non solo la casa dei signori di Calboli si è spogliata in Romagna delle virtù morali necessarie all’anima e di quelle necessarie alla vita pratica ‑ che nella medesima regione il paese è così ripieno di sterpi velenosi che, per quanto vi si lavorasse non sarebbe facile estirparli. ‑ Dov’è il buon Lizio [da Valbona] ed Arrigo Manardi [di Bertinoro], Pietro Traversaro [signore della città di Ravenna e contado nel secolo XIII] e Guido di Carpegna [del Montefeltro?], o romagnoli degenerati! ‑ Quando in Bologna si avrà cittadino virtuoso come Fabbro dei Lambertazzi? quando in Faenza si avrà un Bernardino di Fosco, che sebbene d’umile origine fu nobile uomo? ‑ Non ti meravigliare, o toscano, se io piango quando ricordo con Guido da Prato, Ugolino d’Azzo degli Ubaldini [celebre famiglia toscana] che visse con noi. ‑ Federigo Tignoso [di Rimini] e la sua compagnia, la casa Traversara e gli Anastagi [principalissime famiglie di Ravenna], e l’una e l’altra gente è senza erede delle virtù degli avi, ‑ avevano quell’assieme di virtù cavalleresche nelle quali l’ideale eroico era temperato dallo spirito delle avventure d’amore in quella stessa Romagna dove i cuori sono divenuti così malvagi. ‑ O Bertinoro [piccola città tra Forlì e Cesena], perché non fuggi via pure tu, poiché se n’è partita la tua nobile famiglia dei Mainardi [?] e molta gente, per non adattarsi ai pessimi costumi del paese? ‑ Bene fa Bagnacavallo [piccola città romagnola tra Lugo e Ravenna, signoreggiata nel secolo XIII dai conti Malvicini, e benché ancora in fiore, Dante li ritiene prossimi a finire] che non produce più conti, e male fa Castrocaro e peggio Cunio che s’impaccia ancora di figliare tali conti. Bene faranno i Pagani [famiglia di Faenza] quando sarà morto Maghinardo [chiamato demonio perché il più astuto e sagace degli uomini]; sebbene resterà pur sempre in questa famiglia qualche macchia che ne offenda il nome. ‑ O Ugolino dei Fantolini [faentino], il tuo nome è sicuro poiché non avendo eredi non corre pericolo di tralignare. ‑ Ma vai via, toscano, ché oramai mi è molto più gradito piangere che parlare, sì il nostro ragionamento mi ha stretto a pietà la mente». ‑ Noi sapevamo che quell’anime care ci sentivano andare da esse; perciò ci facevano confidare che noi fossimo sulla buona via per giungere presso alla scala. ‑ Poi che procedendo lasciammo indietro le anime, e parve di folgore che fenda l’aria una voce che giunse dicendo: ‑ «Chiunque mi troverà mi ucciderà » [è l'esempio dell' invidia di Caino, che questa frase disse dopo aver ucciso Abele]. E fuggì come tuono che si dilegua se la nube viene squarciata da vento improvviso. ‑ Come cessammo di udirla, ecco un’altra con sì grande fracasso che somigliò un tuonare che segua subito al baleno. ‑ «Io sono Aglauro che divenni di pietra» [figlio di Creope, re di Atene, che si oppose a Mercurio, che voleva entrare da Erse sorella di lei, e fu dal Dio convertito in sasso] ed allora per restringermi al poeta feci un passo addietro e non avanti. – Già era quieta da ogni parte l’aria, ed egli mi disse: «Queste voci che gridano esempi d’invidia punita sono il freno che dovrebbe trattenere l’uomo dal porre la mente al bene altrui». Ma voi vi lasciate ingannare dall’allettamento dei beni mondani, sì che il diavolo vi tira a sé; e perciò poco vale freno e richiamo. ‑ Il cielo vi chiama a sé; e ruota sopra di voi mostrandovi le sue eterne bellezze, e pure l’occhio vostro è sempre rivolto alla terra; ‑ per ciò vi punisce quel Dio che tutto conosce».