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	<title>Parafrasi &#187; Purgatorio</title>
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	<description>Parafrasi della Divina Commedia</description>
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		<title>La Divina Commedia &#8211; Purgatorio &#8211; Canto XXXIII</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 14:19:27 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Le donne, lacrimando, intonarono una dolce salmodia, alternandosi [ora le tre virtù teologali, ora le quattro cardinali] il salmo: Deus, venerunt gentes; ‑ e Beatrice, addolorata e sospirosa, ascoltava il canto di quelle donne così pallida in volto che Maria, al suo confronto ai piedi della croce, poco mutò di colore. ‑ Ma poiché le altre vergini tacquero, Beatrice alzatasi, tutta accesa in volto, rispose: ‑ «O mie dilette sorelle, ancora un poco e non mi vedrete, e di nuovo mi vedrete dopo un poco». [Parole di Cristo colle quali predisse ai discepoli che sarebbe salito al cielo dove essi lo avrebbero raggiunto. Allegoricamente: Beatrice pronostica che la Sede Pontificia avrebbe fatto breve dimora ad Avignone e sarebbe tornata a Roma]. ‑ Poi mise innanzi a sé tutte le sette donne e solo con un cenno fece muovere dietro a sé me e la donna [Matelda] e il savio [Stazio] che rimase in nostra compagnia [dopo partito Virgilio]. ‑ Così ella se ne andava e non credo che avesse fatto dieci passi, quando mi guardò; ‑ e con aspetto tranquillo, mi disse: «Accelera il passo, affinché se io ti parlo tu possa intendermi». – Tosto che io mi fui mosso al fianco di lei, giusta il suo comando, mi disse: «Fratello, perché, venendo tu meco, non ti arrischi a farmi delle domande?» ‑ Come avviene a coloro che, parlando in faccia ai loro superiori, sono troppo riverenti e non riescono a pronunziare distintamente le parole, ‑ così avvenne a me che, senza ben profferire le parole, incominciai: «Madonna, voi conoscete il mio bisogno e ciò che è ad esso utile».  ‑ Ed ella mi rispose: «Io voglio che ormai tu lasci ogni timore e vergogna così che tu non parli più con parole tronche come un uomo che parla in sogno. ‑ Sappi che il carro, che figura la chiesa, sfondato da quel dragone, già fu ed ora non è più; ma chi ne ha colpa sia sicuro che la vendetta di Dio non teme opposizioni. ‑ Non sarà sempre senza erede l’aquila [imperiale, dalla quale venne quella dominazione che cagionò gravi danni alla Santa Sede e la fece poi preda dei Francesi] la quale lasciò le sue penne al carro per cui esso divenne un mostro e poscia fu preda [dei francesi] , ‑ perché io vedo con certezza, e perciò lo predico,   stelle già vicine a portarne un tempo sicuro da ogni contrasto e da ogni ostacolo, &#8211; nel quale un gran Duce mandato da Dio ucciderà la meretrice ladra [la curia Romana] e quel gigante [la potenza francese] che pecca con essa. ‑ E forse che la mia predizione è oscura come erano gli oracoli di Temi e gli enigmi della Sfinge, ed offusca l&#8217;intelletto; ‑ ma ben presto gli eventi saranno le Naiadi [le interpreti],‑ le quali, senza recare alcun danno alle greggi ed alle campagne, faranno chiara la mia predizione. ‑ Tu nota [queste mie parole] e quali io le porgo a te, tali tu insegnale ai vivi, a coloro che vivono di quella vita che è un breve cammino verso il sepolcro; ‑ ed abbi in mente, quando tu scrivi queste parole, di non lasciar di descrivere la pianta quale tu l’hai veduta spogliata per ben due volte da mano rapace [significa il doppio spogliamento sofferto da Roma: del seggio imperiale e della cattedra apostolica]. ‑Chiunque ruba o schianta quella pianta offende Iddio con bestemmia di fatto, Iddio che la creò santa solo per servire alla sua gloria. ‑ E perché la prima anima [Adamo] volle mordere quella pianta, stette in pena e in desio per cinquemila anni e più, bramando la venuta di colui [Cristo] che morì per espiare in sé stesso il morso che Adamo diede al frutto. ‑ Tu hai l&#8217;ingegno bene addormentato, se non capisci che questa pianta è tanto eccelsa e con la cima cosi rovesciata. ‑ E se i tuoi vani pensieri e il piacere di essi non avessero, come le acque del fiume Elsa [le acque dell’Elsa, fiume di Toscana, ricoprono di un tartaro pietroso ciò che in esse s’immerge], impietrita ed offuscata la tua mente, come Piramo tinse col suo sangue i frutti del gelso; ‑ solamente per tali e sì brevi circostanze apportando il senso morale a questo albero, avresti potuto conoscere gli alti fini di Dio, nel divieto intimatone all’uomo; ‑ ma perché io ti vedo indurito nell&#8217;intelletto come una pietra ed offuscato come il colore oscuro della pietra stessa, cosicché la luce del mio mistico parlare ti abbaglia, ‑ voglio che anche tu porti dentro di te, se non chiaramente espresso, almeno adombrato questo mio detto e ciò per quel fine [di dar segno di ciò che hai veduto] stesso per cui si reca il bordone ornato di foglie di palma» [il pellegrino ritornando dalla Palestina porta il bordone ornato di foglie di palma per testimoniare che è stato in quella regione che abbonda di tali alberi]. ‑ Ed io risposi: «Il mio cervello ritiene l&#8217;impronta che avete impressa in esso, come è segnata da un suggello la cera, la quale non trasmuta la figura impressa. ‑ Ma perché la vostra tanto desiderata parola si solleva tanto sopra il mio intendimento, il quale, quanto più si sforza di intenderne i velati concetti, tanto più la perde di vista?» ‑ Beatrice disse: «Affinché tu conosca quanto è debole la scuola che hai seguita ed affinché tu veda quanto poco valga la dottrina di essa scuola a tener dietro ai miei concetti; ‑ e veda altresì la nostra via [la scienza umana] esser tanto lontana dalla via divina, quanto si discosta dalla terra quel cielo che, per essere il più alto di tutti i cieli, gira intorno ad essa con più velocità». ‑ Onde io risposi a lei: «Non mi torna in mente che io mi allontanassi giammai da voi, né io ne ho rimorso di coscienza». ‑ Beatrice, sorridendo, rispose: «Se tu non te ne puoi ricordare, ricordati che oggi hai bevuto l&#8217;acqua del fiume Lete; ‑ e come dal fumo ben si argomenta il fuoco, così da questa tua dimenticanza si arguisce chiaramente la colpevolezza della tua volontà tutta rivolta ad altre cose mortali. ‑ Veramente le mie parole saranno oramai aperte e chiare quanto converrà che lo siano per essere comprese dalla corta veduta del tuo intelletto». E già il sole più risplendente e con passi più lenti teneva il cerchio meridiano, il quale si fa diverso da una regione all&#8217;altra secondo i luoghi da cui si guarda, ‑ quando le sette donne, giunte dove finiva l&#8217;ombra della foresta bruna, qual’è l&#8217;ombra che l’Alpe porta sopra i suoi freddi rivi scorrenti sotto verdi foglie e rami nereggianti; &#8211; si soffermarono come si sofferma un uomo che va per guida innanzi ad una schiera, se sulla strada che percorre trova qualche novità. ‑ Dinanzi ad esse sette donne mi parve vedere i due fiumi Eufrate e Tigri uscire da un medesimo fonte e, quasi amici, separarsi lentamente. ‑ «O luce, o gloria della gente umana [io così pregai Beatrice], che acqua è questa che qui scaturisce da una medesima fonte e, [dividendosi in due rive] allontana una parte di sé dall&#8217;altra?» ‑ Per tale preghiera mi fu risposto: «Prega Matelda che te lo dica». E a questo dire rispose subito la bella donna [Matelda] come fa chi si difende da una colpa e disse: ‑ «Questa ed altre cose gli sono state da me dette; e sono certa che l&#8217;acqua di Lete non gli fece dimenticare quello che io gli dissi». ‑ E Beatrice disse: «Forse maggior cura, che toglie spesse volte la memoria, ha offuscato il lume della sua mente. ‑ Ma vedi il fiume Eunoè che là sgorga: conducila ad esso e, come tu sei solita di fare, ravvivagli la illanguidita virtù di ricordare». ‑ Come una anima gentile che non si ricusa, ma fa sua propria l’altrui voglia, subito che si è manifestata per alcun segno; ‑ così la bella donna [Matelda], poiché mi ebbe preso per mano, si mosse ed in atto e sembiante di gentildonna disse a Stazio: «Vieni con lui». ‑ O lettore, se io avessi lungo spazio per scrivere, mi studierei di cantare, almeno in parte, la dolcezza delle acque del fiume Eunoè [nelle quali mi tuffò Matelda], le quali non mi avrebbero mai saziato; ‑ ma la regola dell&#8217;arte non mi permette di estendermi più oltre perché sono già piene tutte le carte prescritte a questa seconda Cantica. ‑ Io ritornai dalle acque dell’Eunoè così rifatto, come piante novelle rinnovellate di fronde, ‑ puro e disposto a salire in Paradiso.</p>
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		<title>La Divina Commedia &#8211; Purgatorio &#8211; Canto XXXII</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 14:18:54 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Gli occhi miei erano tanto fissi ed attenti a soddisfare il desiderio di veder Beatrice che gli altri sensi mi erano tutti sopiti; ‑ e gli occhi da tutte le parti trovavano ostacoli alla loro distrazione, nella noncuranza di ogni altra cosa, così la sua bocca, lieta di un celeste sorriso, traeva i miei occhi a sé con la antica attrattiva; ‑ quando quelle divine donne mi fecero, contro mia voglia, rivolgere lo sguardo verso la mia sinistra, perché io sentii dirmi da loro: «Troppo fisso» [tu guardi Beatrice]. ‑ E quello stato di abbagliamento che rimane negli occhi percossi dal sole, mi rese per un poco incapace di vedere. ‑ Ma poiché l&#8217;occhio si riebbe e poté ricevere l&#8217;impressione della poca luce, dico poca per rispetto al troppo lume abbagliante da cui staccai gli occhi per forza, ‑ vidi il glorioso esercito esser già rivolto a mano destra e ritornare verso levante, avendo in faccia i raggi del sole e quelli dei sette candelabri. &#8211; Come una schiera, riparata sotto gli scudi per difendersi del nemico, gira una dopo l&#8217;altra le sue file intorno alla bandiera, prima che possa muoversi liberamente in tutte le sue parti; ‑ così quella milizia del celeste regno che precedeva il carro, ci passò tutta dinanzi, prima che il carro piegasse il timone. ‑ Indi le donne tornarono a prender posto presso le ruote del carro e il grifone cominciò a tirare il benedetto carro in modo però che nessuna delle sue penne, scotendosi, diede segno che nel tirarlo facesse alcuno sforzo. – La bella donna [Matelda], che mi trasse a trapassare il fiume Lete, e Stazio ed io, seguitavamo la rota, la quale segnò la sua orbita in terra con un arco minore [cioè la ruota destra]. ‑ Così percorrendo la selva situata in cima al monte e disabitata per colpa di colei che credette al serpente [Eva], un angelico canto regolava i passi della comitiva. ‑ Forse ci eravamo avanzati per tanto spazio di terra quanto ne misurava un dardo scoccato dall&#8217;arco tre volte di seguito, allorquando Beatrice scese. – Io sentii pronunziare a tutti con voce flebile e sommessa: «Adamo! » Poi circondarono un albero privo di fiori e di ogni fronda in tutti i suoi rami. ‑ La sua fronzuta cima, la quale, quanto più s&#8217;innalza, tanto più va dilatandosi, per la sua altezza sarebbe guardata con ammirazione dagli stessi Indiani in quei loro boschi. ‑ «Tu sei beato, o grifone che col tuo becco non spicchi nulla di questo albero, dolce al gusto, poiché il ventre dei nostri primi padri, per sua cagione, fu aspramente tormentato». – Così gli altri gridavano intorno al robusto albero e l’animale di doppia natura ed origine [il grifone] disse: «Così si serba il fondamentale principio di ogni giustizia». ‑ E, rivoltosi al timone del carro tirato da lui, lo trasse al piede della pianta già sfrondata e nuda e ad essa legò quel carro che apparteneva a lei: ‑ Come nel tempo che la gran luce del sole scende dal cielo in terra [di primavera], mischiata colla luce che risplende dietro al segno dei pesci [al segno dell'ariete], le nostre piante ‑ rigonfiano le loro gemme e poi ciascuna si rinnova prendendo il naturale colore delle proprie fronde, prima che il sole aggioghi i suoi corsieri sotto un&#8217;altra costellazione, ‑ così quella pianta, che prima aveva i rami così nudi, si rinnovò mettendo fuori un colore fra rosato e violaceo. &#8211; Io intesi, né quaggiù s&#8217;intende mai, cantare l’inno che quelle genti allora cantarono, né ressi sveglio fino alla fine, ché mi addormentai. ‑ Se io potessi descrivere come gli occhi spietati [di Argo] udendo raccontare la favola di Siringa, si addormentarono, quegli occhi a cui lo star troppo vigilanti costò sì caro [costò la vita; secondo la favola, Giove mandò in terra Mercurio per impossessarsi della fanciulla Io, guardata, per ordine della gelosa Giunone, da Argo, che la vegliava con cento occhi. Mercurio andò da Argo e si pose a narrargli con si dolce canto la favola di Siringa amata da Pane che gl'infuse negli occhi il sonno e poi lo uccise], ‑ come un pittore che dipinga col modello dinanzi, io dipingerei come mi addormentai, ma lo dipinga chi sa farlo. ‑ Però passo a dire quello che avvenne quando mi svegliai, e dico che uno splendore e una voce che gridava: «Sorgi che fai?» mi squarciò il velo dal sonno. &#8211; Come i tre discepoli: Pietro, Giovanni e Giacomo, condotti a vedere i fioretti del melo che fa gli angeli ghiotti del suo pomo, e fa perpetue nozze nel paradiso; ‑ e vinti si riebbero al suon di quella parola dalla quale furono rotti ben più forti sonni [il sonno della morte] ‑ e videro la loro compagnia diminuita di due, cioè di Mosè e di Elia e sparito il niveo splendore delle vestimenta del loro Maestro; &#8211; tale io mi riscossi dal sonno e vidi sopra di me quella pia [Matelda] che pria fu conduttrice dei miei passi lungo il fiume; ‑ e tutto dubbioso, dissi: «Dov&#8217;è Beatrice?» Ed ella mi rispose: «Vedila sotto le nuove fronde dell&#8217;albero starsene seduta sopra la radice. ‑ Mira la compagnia che la circonda [le sette donne]; gli altri, seguendo il grifone, se ne vanno al cielo intonando un canto dolce e misterioso». &#8211; E non so se continuò a parlare, perché già mi era negli occhi colei [Beatrice] che mi aveva impedito di prestare la mia attenzione ad altro che lei. ‑ Essa sedeva sola su quella terra di verità, quasi lasciata lì guardiana al mistico carro, che io vidi dal grifone esser legato all&#8217;albero. ‑ Le sette ninfe, coi sette candelabri in mano, i quali sono esenti dal vento Austro [non si spengono mai], forte in cerchio attorno a lei, le facevano corona. ‑ Beatrice disse: «Tu sarai per poco abitatore di questa selva: e sarai meco per sempre cittadino di quella Roma eterna, onde Cristo è Romano; ‑ però, in pro di chi mal vive in qualsiasi condizione, tieni or gli occhi al carro e, ritornato al mondo, fai che tu scriva quel che vedi». ‑ Così mi disse Beatrice ed io, che, umile ai suoi piedi, stava aspettando i suoi ordini, rivolsi la mente e gli occhi dov’ella volle. ‑ Fuoco di densa nube [fulmine], quando viene giù dalla più alta parte del cielo, non scese mai con moto così veloce &#8211; come io vidi calare l’uccello di Giove [l’aquila], all’ingiù lungo l&#8217;albero rompendo parte della sua scorza nonché dei fiori e delle foglie recenti; ‑ e con tutta la sua forza ferì il carro, onde esso, come una nave in mezzo alla tempesta, sopraffatta dalle onde, piegò ora dalla parte destra, ora dalla sinistra. ‑ Poscia vidi una volpe, che pareva digiuna d&#8217;ogni buon pasto, avventarsi sopra la cassa del carro trionfale. ‑ Ma la mia donna, riprendendola di laide colpe, la volse tanto in fuga quanto le permisero di correre le sue ossa spolpate. ‑ Poscia vidi l’aquila, dal luogo stesso donde era prima discesa, scender di nuovo ma placidamente, nell’interno del carro e lasciarlo tutto coperto delle sue penne. ‑ E, quale esce una voce dal cuore addolorato, tale uscì dal cielo una voce e disse: «O navicella mia, qual pericolo corri per esser così carica?» ‑ Poi mi parve che la terra si aprisse fra l&#8217;una e l&#8217;altra ruota e da quell’apertura vidi uscire un dragone che vibrò e infisse la sua coda disopra del carro: e, traendo a sé la maligna coda, come una vespa che ritira il pungiglione, tirò seco una parte del fondo del carro ed andò via tutto allegro. ‑ E, come un terreno trascurato, si ricopre di gramigna, così quel che restò del carro si ricoperse della piuma offerta forse con casta e benigna intenzione, ‑ e ne fu ricoperta l&#8217;una e l&#8217;altra ruota e il timone in minor tempo che non dura un sospiro. ‑ Mutato così il sacro carro, cacciò fuori più teste [significano i diversi vizi sopravvenuti nella Curia Romana per le indebite appropriazioni di ricchezza e del dominio temporale] da diverso partì, cioè tre sopra il timone ed una in ciascuno dei suoi quattro lati. ‑ Le prime teste avevano due corna come il bue, ma le altre quattro avevano un sol corno di fronte; simile mostro non fu mai più visto. ‑ Sopra il carro, seduta con sicurezza, quasi una rocca su un alto monte, mi apparve una donna dai facili costumi [sta a significare il Papato: retto in quell'epoca da Bonifazio VIII] senza ritegno di pudore con le ciglia volgentisi in qua e in là. ‑ E vidi un gigante [la casa di Francia e più semplicemente Filippo il Bello] stare in piedi presso di lei, quasi facendo guardia perché nessuno gliela togliesse, ed ogni tanto si baciavano: ‑ ma perché la donna sfacciata rivolse a me l&#8217;occhio cupido e vagante, quel drudo feroce [il gigante] la flagellò da capo ai piedi. ‑ Poi, pieno di sospetto, e inferocito sciolse il carro mostruoso [è qui la profezia della traslazione della sede apostolica da Roma ad Avignone] e lo trascinò tanto attraverso la selva, che solo essa selva mi fece riparo contro la sfacciata e il mostruoso carro.</p>
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		<title>La Divina Commedia &#8211; Purgatorio &#8211; Canto XXXI</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 14:18:17 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Beatrice volgendo direttamente a me il suo parlare che, pure indiretto, m&#8217;era sembrato acerbo, ‑ ricominciò senza alcun indugio: «O tu che stai di là dal fiume sacro, dì, dì se quello che io ho detto di te è vero; a tanta accusa deve andar congiunta la tua confessione». ‑ Le mie facoltà sensitive erano tanto smarrite, che la voce si mosse e si spense prima che uscisse dalla bocca. ‑ [Beatrice] Aspettò un poco, poi disse: «A che pensi? Rispondi a me poiché le tristi memorie non sono ancora in te cancellate dalle acque del Lete». ‑ Confusione e paura mi spinsero fuor dalla bocca un sì tale [di suono così debole] che bisognarono gli occhi per comprenderlo dall&#8217;atteggiamento delle labbra. ‑ Come un balestro scoppia quando la sua corda e l&#8217;arco scoccano per troppa tensione, e l’asta che ne parte tocca il segno con minor forza [per la rottura] ‑ cosi io scoppiai sotto il grave peso della confusione e della paura sgorgando fuori lagrime e sospiri e la voce venne a morire sulle labbra. – Onde ella mi disse: «Nel seguire i miei desideri che ti conducevano ad amare Iddio, oltre al quale non è altro bene al quale possa l’uomo aspirare, ‑ quali ostacoli o quali impedimenti ti si mostrarono da dovere abbandonare la speranza di vincerli e passare innanzi? ‑ E quali attrattive o quali vantaggi ti si mostrarono nell’aspetto lusinghiero dei beni mondani, al punto di passeggiarvi dinanzi come un innamorato e vagheggiarli?» ‑ Dopo aver tratto un amaro sospiro, appena ebbi la voce di rispondere e le labbra le formarono a fatica, ‑ piangendo dissi: «Tosto che il vostro viso mi si nascose [quando moriste] le cose di questo mondo, col loro falso piacere, distolsero i miei passi dalla via dritta». ‑ Ed ella ripigliò: «Se tu tacessi o negassi ciò che confessi, non sarebbe per questo meno conosciuta la tua colpa, da tal giudice si sa. ‑ Ma quando l&#8217;accusa del peccato esce dalla bocca del peccatore, nella corte del cielo la divina giustizia, quasi ruota che aguzza il taglio della propria spada, rivolge sé con il taglio [la divina giustizia si disarma]. ‑ Tuttavia, affinché tu senta maggior vergogna del tuo errore, ed affinché altra volta, udendo gli allettamenti del piacere, tu sia più forte, ‑ poni giù la cagione del pianto ed ascolta; e n&#8217;udrai come l&#8217;esser io morta invece di attaccarti alle cose mondane, doveva allontanartene. ‑ Natura ed arte, miste insieme, non offrirono mai al tuo sguardo cosa così piacente ed amabile, quanto le belle membra in cui io fui rinchiusa e che, disciolte, ora sono terra. ‑ E se, per la mia morte, ti venne meno il sommo piacere che provavi a vedermi, qual cosa mortale doveva invogliarti ad amarle e desiderarle? ‑ Tu per la prima ferita che, a vedermi morta, provasti per le cose fallaci di questo mondo, ben dovevi alzare il tuo pensiero al cielo dietro a me, che non ero più cosa mortale. – Né qualsiasi giovinetta, né altra vana cosa, il cui godimento è sì breve, non doveva aggravarti le ali e tenerti basso alla terra ad aspettar nuovi colpi di sventura. ‑ Un augello di nido, inesperto, per due o tre volte corre al pericolo, ma innanzi agli occhi degli augelli che hanno già messo le penne, si spiega invano la rete, invano si scocca l&#8217;arco». ‑ In quella stessa maniera che i fanciulli [sgridati per i loro falli], vergognosi e muti, cogli occhi bassi, stanno ad ascoltare [i rimproveri] riconoscendosi colpevoli e mostrandosi pentiti, ‑ tale io mi stava. Ed ella (Beatrice] disse: «Poi, per le cose che hai udite, ti mostri pentito, alza la barba [la faccia barbuta] e, guardando, proverai maggior dolore e pentimento». ‑ Un robusto cerro, al soffiar del vento nostrale o d&#8217;un vento che spiri dalla terra [africana] ove regnò Iarba, si diradica con minor resistenza, &#8211; che io al suo comando non alzai il mento: e quando per farmi alzare il volto, mi chiese di alzare la barba, io sentii bene l&#8217;amaro rimprovero che ella intendeva farmi con quelle parole. ‑ E come io ebbi alzata la faccia, il mio occhio vide che quelle prime creature [gli angeli) avevano cessato di gettar fiori; ‑ ed i miei occhi ancor timidi videro Beatrice sopra la fiera che è una sola persona in due creature [il grifone]. ‑ Sebbene coperta dal velo e da me alquanto lontana, perché al di là del fiume dalle verdi rive, nonostante mi parve che ella superasse sé stessa in bellezza quand’era mortale più di quel che non superasse le altre donne quand’era sulla terra. ‑ Tanto allora mi punse il rimorso della coscienza, che di tutte le cose mortali, quella che mi volse ad amar sé, deviandomi da Beatrice, più mi venne in odio. ‑ Tanto pentimento dei miei peccati mi punse il cuore, che caddi abbattuto dal dolore e quale io allora divenni lo sa colei [Beatrice] che me ne porge cagione. ‑ Poi, quando il cuore, riavutosi dal suo abbattimento, mi restituì la virtù tolta ai miei sensi esterni, vidi sopra di me la donna [Matelda] che io avevo trovata sola e diceva: «Tieniti, tieniti, a me». ‑ Essa mi aveva tratto nel fiume fino alla gola e, tirandovi me dietro, se ne andava scorrendo sopra all&#8217;acqua con quella leggerezza con cui la spola delle tessitrici corre da una banda all’altra della tela. ‑ Quando fui presso alla beata riva del fiume si udì così dolcemente cantare: «Asperges me», che io non solo non posso scriverlo, ma non lo so neppure ricordare. ‑ La bella donna [Matelda] allargò le braccia, mi abbracciò la testa e mi sommerse per modo che io dovetti inghiottire dell&#8217;acqua. ‑ Indi mi tolse dell&#8217;acqua e, così bagnato com&#8217;era, mi presentò in mezzo alle quattro belle che danzavano [le virtù cardinali] e ciascuna mi coperse col braccio. ‑ Cominciarono a cantare così: «Noi siamo Ninfe abitatrici di questa selva e nel cielo siamo stelle: prima che l&#8217;anima dì Beatrice scendesse nel mondo ad informare il suo corpo, noi fummo destinate per sue ancelle. ‑ Noi ti condurremo innanzi a lei, ma le tre donne che stanno al di là [alla destra del carro] e vedono più a fondo di noi [le virtù teologali], aguzzeranno i tuoi occhi a mirare nel giocondo lume che splende negli occhi di Beatrice». ‑ E poi mi condussero seco presso al petto del Grifone, ove Beatrice stava a noi rivolta. ‑ Dissero: «Fa&#8217; che non risparmi gli sguardi: noi ti abbiamo posto innanzi agli smeraldi [agli occhi di Beatrice], dai quali un tempo, Amore ti saettò coi suoi strali». ‑ Mille affetti, più ardenti che fiamma mi fecero fissar gli occhi negli occhi splendenti della mia donna, i quali stavano immobili e fissi sopra al Grifone. – Come il sole raggia in uno specchio, non altrimenti la fiera dalle due nature [il grifone] or in uno, ora in un altro atteggiamento, raggiava dentro agli occhi di Beatrice. ‑ Pensa, o lettore, la mia meraviglia quando vedevo il grifone in sé non fare alcun movimento e prender varie forme nella sua immagine impressa negli occhi dì Beatrice. ‑ Mentre che l’anima mia, piena di stupore e di letizia, gustava quel cibo che, facendo contenta l&#8217;anima, sempre più l’accende nel desiderio di sé; ‑ le altre tre donne [le virtù teologali] mostrandosi agli atti ed ai movimenti tutti celesti, di appartenere al più alto ordine angelico, si fecero avanti, accompagnando colla danza il loro canto divino. ‑ La loro canzone era questa: «Volgi o Beatrice, volgi i tuoi santi occhi al devoto che, per vederti, ha fatto tanti passi. ‑ Per grazia, concedi a noi di svelargli la tua faccia sì che egli discerna la bellezza che tu hai acquistata in cielo e che tieni ancora celata». ‑ O Beatrice, splendore di viva luce eterna, chi è mai impallidito tanto, sotto l&#8217;ombra del Parnaso, o chi bevve al suo fonte [chi acquistò tanto valore poetico], &#8211; che non paresse aver la mente affrancata, tentando ritrarti quando apparisti là dove il cielo, tra le sue armonie, ti avvolge, ‑ quando ti mostrasti, qual sei, nell&#8217;aere aperto?</p>
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		<title>La Divina Commedia &#8211; Purgatorio &#8211; Canto XXX</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 14:17:48 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando il settentrione del primo cielo [chiama così i sette candelabri, rassomigliandoli alle sette stelle dell’orsa maggiore] il quale mai tramontò né risorse, né fu ingombrato mai d&#8217;altra nebbia fuor che da quella della colpa, ‑ e che in quel luogo insegnava il cammino, come il più basso settentrione [l’orsa maggiore] lo insegna a qualunque nocchiero che volge il timone della nave per venire al porto, ‑ si fermò; la gente di verità che prima era venuta tra il grifone ed esso [settentrione] si rivolse al carro come alla mèta de suoi desideri: ‑ ed uno di loro, quasi celeste messaggero, cantando gridò tre volte: «Veni, sponsa, de Libano» [verso della sacra Cantica], e tutti lo ripeterono appresso. ‑ Come i beati all&#8217;ultima intimazione risorgeranno prontamente dalla sepoltura, sfogando in alleluja la voce riacquistata; ‑ tali, ad vocem tanti senis, si levarono sul carro divino cento ministri e messaggeri. ‑ Tutti dicevano: «Benedictus qui venit» e, gettando fiori di sopra e d’intorno, dicevano: «O date lilia  plenis manibus» [spargete i gigli a piene mani]. &#8211; Come talvolta mi accadde di vedere la parte orientale tutta sparsa di vapori rugiadosi e l&#8217;altra parte del cielo adorno di un bel sereno, ‑ e la faccia del sole sorgere adombrata cosicché l&#8217;occhio ne sosteneva per lungo tempo la luce pur essa temperata dai vapori, ‑ così dentro una nuvola di fiori, la quale dalle mani degli angeli era gettata in alto e ricadeva giù dentro e di fuori dal divino carro, ‑ mi apparve una donna [Beatrice] coronata di fronde di ulivo [che denotano la sapienza] sopra il candido velo che aveva in testa, e che sotto un manto verde [che denota la eternità] aveva una veste di colore vermiglio [per dimostrare l’amore]. ‑ E il mio spirito, che già era passato tanto tempo da che non era stato tremando alla sua presenza, abbattuto dallo stupore, ‑ senza che i miei occhi la potessero più riconoscere [era velata], per effetto di una occulta virtù che emanò da lei, sentì la gran potenza dell&#8217;antico amore. ‑ Tosto che alla sola vista provai l&#8217;impressione di quell&#8217;arcana virtù che già mi aveva innamorato prima che fossi uscito dalla puerizia [aveva nove anni quando s' innamorò di Beatrice] ‑ io con quello sguardo sollecito e fiducioso col quale il fanciullo corre alla mamma, quando ha paura o è afflitto mi volsi alla sinistra per dire a Virgilio: «Non mi è rimasta una dramma di sangue che non tremi; conosco in me i segni dell&#8217;antico, ardente amore». ‑ Ma già Virgilio ci aveva lasciati, Virgilio, dolcissimo padre, Virgilio, a cui io mi affidai per mia salute: ‑ né tutte le delizie del Paradiso perduto da Eva poterono impedire alle mie guance, di divenire, da asciutte che erano, atre di lagrime che allora versai. &#8211; Allora sentii dirmi: «Dante, non piangere, non piangere ancora, perché Virgilio se ne è andato, poiché ti converrà piangere per altra cagione più pungente». &#8211; Quando io, all&#8217;udir pronunziare il mio nome, che qui si registra per necessità, mi voltai, vidi in sulla sponda sinistra del carro, ‑ simile quasi ad ammiraglio che a poppa e a prora viene a vedere gl’impiegati nel servizio degli altri legni, e li incoraggia a ben fare, ‑ quella donna che prima mi apparve velata sotto la nuvola dei fiori gettati dagli angeli festeggianti, drizzare gli occhi verso di me di qua e di là dal fiume. ‑ Sebbene il velo che le scendeva dalla testa coronata dalle fronde di Minerva [l’ulivo che, si è detto altrove, è simbolo della sapienza] non la lasciasse apparire allo sguardo, ‑ con maestà regale ed altera anche nell&#8217;atto e nel modo di parlare, continuò come uomo che parla e riserba per ultime le parole più forti e veementi: &#8211; «guardami bene, ben sono io, ben sono io Beatrice: come ti degnasti salire il monte? Non sapevi tu che qui l&#8217;uomo è felice?» ‑ Abbassai gli occhi, fissandoli nelle chiare acque del fiume; ma, vedendo in esso la mia immagine, rivolsi gli occhi al suolo erboso, tanta fu la vergogna che mi aggravò la fronte. &#8211; Così superba sembra la madre al figlio, come Beatrice parve a me, perché sa d&#8217;amaro il sapore del pietoso rigore acerbo. ‑ Ella si tacque e subito gli angeli cantarono.. «In te, Domine, speravi», ma non passarono più oltre le parole pedes meos. ‑ Come la neve percossa dal soffio e condensata dai venti di Schiavonia [vengono all'Italia dal lato di greco], si congela tra le travi vive [gli abeti e i pini ancor vegetanti] sopra il dosso d’Italia [l'Appennino], ‑ poi liquefatta, penetra in se stessa purché dia vento la terra che perde l&#8217;ombra dei corpi [la terra africana i cui corpi non proiettano ombra], si che [la neve] sembra una candela che si liquefa al fuoco; ‑ così io rimasi impietrito finché non udii il cantare degli angeli che sempre cantano in accordo all’eterno movimento delle sfere celesti. ‑ Ma poiché in quel dolce salmo intesi come essi mi compativano, più che se avessero detto: «Donna, perché lo fai struggere così?» ‑ il gelo che mi aveva stretto il cuore si sciolse in sospiri e in lacrime e uscì con affanno dal petto per la via degli occhi e della bocca. ‑ Ella, stando sempre ferma sulla sponda sinistra del carro, così volse le sue parole alle pietose anime: ‑ «Voi vigilate nell&#8217;eterna luce divina così che né notte né sonno a voi nasconde ciò che accade nel volger dei secoli, ‑ onde la mia risposta è, più che ad altre, diretta a farmi intendere a colui che piange al di là del fiume, affinché si generi in lui un dolore proporzionato al suo fallo. ‑ Questi [Dante] non solo per influsso delle sfere celesti le quali indirizzano ciascuno che nasce a qualche fine buono o triste, secondo la virtù di quella stella sotto la quale è generato, ‑ ma per abbondanza di grazie divine, le quali provengono da così alta cagione, che riesce impenetrabile alla nostra intelligenza; ‑ questi, nella sua età giovanile, fu dotato di tali virtù che in ogni buona dottrina avrebbe fatto mirabili prove. ‑ Ma il terreno, quando è pieno di mala semenza e non è coltivato, si fa tanto più maligno e più selvaggio quanto è maggiore la naturale forza produttrice che esso ha. ‑ Per qualche tempo [mentre io vissi] lo sostenni nella via della virtù colle attrattive del mio volto; mostrandogli i miei occhi giovinetti, lo conducevo meco direttamente a buon fine. ‑ «Ma tosto che io fui sul limitare della mia seconda età [della gioventù] e mutai vita [passando dalla terrena alla celeste] questi [Dante] si tolse a me e si diede ad altre. ‑ Quando di immortale e corporea io ero divenuta spirito immortale e come tale avevo acquistata maggior virtù e bellezza, allora io fui a lui meno cara e meno gradita; &#8211; ed egli volse i suoi passi per una via ingannevole, seguendo false immagini di bene, le quali non mantengono nulla di quel che promettono. – Né mi valse avergli impetrato da Dio ispirazioni colle quali lo richiamai in sogno ed in altri modi; così poco egli se ne curò. ‑ Cadde in tale abisso che tutti i provvedimenti e rimedi erano già insufficienti alla sua salvezza, fuor che quello di mostrargli le genti dannate. ‑ Per questo visitai l’uscio dei morti [andai a trovar Virgilio] e le mie preghiere furono presentate colle lagrime a colui che lo ha condotto quassù. – L’alto decreto di Dio verrebbe violato se si passasse il fiume di Lete e si bevesse quest’acqua del peccato senza alcuna compensazione ‑ di pentimento tale che versi largo pianto di contrizione».</p>
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		<title>La Divina Commedia &#8211; Purgatorio &#8211; Canto XXIX</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 14:17:21 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Cantando come donna innamorata continuò con fine delle sue parole: «Beati, quorum tecta sunt peccata». ‑ E come le ninfe che si dilettavano per le solinghe, ombrose selve desiderando quale di fuggire il sole e quale di vederlo, ‑ [Matelda] si mosse contro la corrente del fiume, ed io mi mossi con lei, seguendo i suoi brevi passi con passi ugualmente piccoli. ‑ I suoi passi aggiunti ai miei non erano cento [non ci eravamo inoltrati cinquanta passi] quando le ripe, rimanendo sempre equidistanti, voltarono, per modo che io tornai a rivolgermi a levante. ‑ Né anche ci eravamo di molto inoltrati in tal modo, quando Matelda si volse tutta col viso verso di me, dicendo: «Fratello mio, guarda ed ascolta». ‑ Ed ecco che un improvviso chiarore scorre da tutte le parti per la gran foresta, tale che io ebbi il dubbio che balenasse. ‑ Ma poiché il baleno sparisce appena mostratosi e quel chiarore di là durando, più e più splendeva, io dicevo nel mio pensiero: «Che cos&#8217;è questo?» ‑ Ed una melodia dolce correva per l’aere luminoso, per la qual cosa mi prese un giusto sdegno contro l’ardire temerario di Eva, ‑ la quale, là dove la terra e il cielo ubbidivano a Dio, essendo l&#8217;unica femmina che fosse al mondo e creata da poco, non volle tollerare che alcuna verità le fosse nascosta; ‑ se fosse stata umilmente sommessa sotto a quel velo io, fin dalla mia nascita, avrei godute quelle ineffabili delizie e poi eternamente [perché nello stato d'innocenza l'uomo non sarebbe stato soggetto alla morte]. – Mentre io mi aggirava incerto e pieno di stupore fra tante primizie dell&#8217;eterno piacere e bramoso di altre maggiori felicità, ‑ l&#8217;aere dinanzi a noi parve divenire come un fuoco acceso sotto i verdi rami, e quello che in lontananza pareva un dolce suono, ora si manifesta essere un canto. &#8211; O sante Muse, se io mai soffersi per voi patimenti di fame e freddo e di lunghe veglie, forte motivo mi sprona ora a chiedere, in ricompensa, il vostro aiuto. ‑ Ora conviene che il fonte di Elicona [il giogo di Parnaso ove sorge il fonte Pegaseo] spanda per me le sue acque ed Urania, col suo coro, mi faccia concepire dei grandi e forti pensieri e mi aiuti a metterli in versi. ‑ A poca distanza, il lungo tratto d&#8217;aria che s’interponeva fra noi e alcuni oggetti indistinti, li faceva falsamente parere agli occhi nostri sette alberi d&#8217;oro; ‑ ma quando io fui presso di loro si che l&#8217;oggetto comune [le immagini comuni ai corpi lontani e ai vicini], per il quale il senso resta ingannato, non perdeva più per la distanza alcuna delle sue distinte qualità; ‑ la virtù che prepara la materia al ragionamento apprese che quelli erano candelabri [figurano i sette doni dello Spirito Santo] e nelle voci in tese che si cantava: Osanna. ‑ Il bell&#8217;ordine dei candelabri, nella sua parte superiore, fiammeggiava assai più chiaro della luna, quando, essendo nel suo mezzo mese, e di mezza notte, splende nell&#8217;aere sereno. ‑ Io mi rivolsi, pieno di ammirazione, al buon Virgilio, ed egli mi rispose, con uno sguardo non meno pieno di stupore. ‑ Indi riportai gli occhi sugli altri candelabri i quali si muovevano verso di noi con tanta lentezza che nel loro andare sarebbero stati sorpassati in celerità da spose novelle. &#8211; La donna [Matelda] mi sgridò: «Perché ti mostri tanto desideroso di mirar la viva luce dei candelabri e non guardi ciò che viene dietro a loro?» ‑ Allora io vidi genti vestite di bianco venir dietro la luce [dei candelabri] come dietro a loro guide, e un candore tale non fu mai veduto nel mondo. ‑ L&#8217;acqua del ruscello splendeva dal lato sinistro e se io vi guardava dentro, l&#8217;acqua mi rendeva, come uno specchio, l&#8217;immagine del mio fianco sinistro ‑ Quando io, dalla riva in cui era, mi trovai posto in tal punto che la processione mi era dirimpetto sulla riva opposta e non ne ero diviso che dalla larghezza del fiume, per osservar meglio mi fermai; ‑ e vidi le fiaccole accese sui candelabri andare avanti e, colle luminose tracce che si lasciavano dietro, rassomigliavano ad altrettante banderuole spiegate, ‑ cosicché l’aere, al disopra dei candelabri, rimaneva distinto in sette strisce, luminose tutte dipinte in quei colori dei quali il sole dipinge l&#8217;arcobaleno e la luna il suo cinto. ‑ Questi stendardi luminosi e colorati, si allungavano pel cielo più che non si allungava la mia vista e, per quanto sembrava a me, tra il primo e l&#8217;ultimo, vi era la distanza di dieci passi. ‑ Sotto un cielo così bello come io descrivo, ventiquattro venerabili vecchi coronati di gigli, venivano due a due [i sacri scrittori di libri del vecchio testamento]. Tutti cantavano: «Sii tu benedetta nelle figlie di Adamo e siano in eterno benedette le tue bellezze». – Poiché i fiori e le altre fresche erbette che erano in faccia a me sulla sponda opposta, non furono più ingombre da quei nobili personaggi, ‑ e come in cielo una stella viene appresso all&#8217;altra, cosi appresso a loro venivano quattro animali coronati [simbolo dei quattro Evangelisti] di fronde verdi. ‑ Ognuno aveva sei ali, le penne erano piene di occhi e questi occhi erano come sarebbero quelli di Argo se fossero vivi. ‑ Lettore, io non spargo più rime a descrivere la loro forma; poiché le parole che io devo spendere in altro tema sono tante, che qui non posso dilungarmi di più. &#8211; Ma leggi Ezechiello [cap. 1] che dipinse tali animali quando li vide venire dall&#8217;aquilone, con vento, con nube e con fuoco; ‑ e quali li troverai descritti nelle sue profezie, tali erano qui, eccetto che Giovanni, nel descrivere le loro ali, va meco d&#8217;accordo e si stacca da Ezechiello. Un carro trionfale su due ruote [questo carro è figura della cattedra papale e le due ruote, del Vecchio e Nuovo Testamento], che venne tirato dal collo di un grifone, occupò lo spazio compreso tra i quattro animali. Ed esso tendeva l&#8217;una e l&#8217;altra delle ali all&#8217;insù tra la lista intermedia e le tre liste laterali a sinistra, di modo che, fendendo quegli spazi, non intersecava nessuna delle colorate liste. ‑ Le ali del grifone erano così elevate che non erano viste; nella parte anteriore, che aveva la forma di uccello [aquila] aveva le membra d&#8217;oro e le altre membra di un color bianco misto a vermiglio. ‑ Non solo affermo che Scipione l&#8217;Africano e Cesare Augusto non rallegrarono Roma, nel loro trionfo, con sì bel carro, ma dico che il carro del sole, messo al confronto con questo, sarebbe disadorno e meschino; ‑ quel carro del sole che, sviando, fu combusto [fu arso dal fulmine di Giove] per la preghiera della terra afflitta e supplichevole, quando Giove fu misteriosamente giusto. ‑ Dalla parte della ruota sinistra danzavano in giro tre donne [le virtù teologali]; la prima [la carità] tanto rossa, che posta dentro al fuoco, appena si sarebbe distinta dal fuoco stesso; ‑ la seconda [la speranza] era d&#8217;un colore [verde] come se le sue carni e le ossa fossero fatte smeraldo, la terza [la fede] pareva neve allora allora scesa dal cielo: ‑ ed ora parevano guidate dalla donna bianca, ora dalla rossa; e dal cantare di questa le altre due prendevano in movimento della danza ora lente, ora celeri. ‑ Dalla parte della ruota sinistra, quattro altre donne [le virtù teologali], vestite di porpora, danzavano lietamente al modo di una di loro [la prudenza] che aveva tre occhi in testa. ‑ Dopo tutto il gruppo da me descritto, vidi due vecchi [S. Luca e S. Paolo], diversamente vestiti ma simili nell&#8217;atteggiamento della persona composta ad onestà e nella gravità del portamento. ‑ Il primo si dimostrava discepolo di quel sommo Ippocrate che fu dalla natura creato per il bene degli uomini [per allungar la loro vita] che la natura stessa ha cari sopra tutti gli altri animali. ‑ L&#8217;altro mostrava aver virtù contraria [a quella di allungar la vita agli uomini] poiché impugnava una spada lucida e acuta, talché mi fece paura benché mi trovassi di qua dal ruscello. ‑ Poi vidi quattro personaggi in umile aspetto [gli apostoli Giacomo, Pietro, Giovanni e Gidda: altri dicono che questi siano i quattro dottori della chiesa: S. Gregorio Magno, S. Girolamo, S. Ambrogio e S. Agostino], e dietro a tutti venir solo un vecchio dormente con la faccia non sonnacchiosa ma vivace [San Giovanni Evangelista]. ‑ E questi sette erano vestiti come il primo stuolo [dei ventiquattro signori]; ma non avevano in capo corona di gigli, ‑ sebbene di rose e di altri fiori vermigli di colore così vivo che un osservatore alquanto lontano avrebbe giurato che tutti e sette i personaggi avessero fuoco intorno alla fronte. &#8211; E quando il carro fu di rimpetto a me si udì un tuono; e quei degni personaggi parvero aver vietato andar più oltre, ‑ fermandosi ivi colle prime insegne [coi candelabri già descritti].</p>
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		<title>La Divina Commedia &#8211; Purgatorio &#8211; Canto XXVIII</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 14:16:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Bramoso già di osservare dentro e d&#8217;intorno la divina foresta folta di alberi e verdeggiante, che temperava agli occhi la vista del nuovo giorno, ‑ senza più aspettare lasciai l&#8217;estremità del monte inoltrandomi nella campagna a passo lento su per la via che mandava profumo da ogni parte. ‑ Un&#8217;aura dolce, che spirava sempre uguale, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Bramoso già di osservare dentro e d&#8217;intorno la divina foresta folta di alberi e verdeggiante, che temperava agli occhi la vista del nuovo giorno, ‑ senza più aspettare lasciai l&#8217;estremità del monte inoltrandomi nella campagna a passo lento su per la via che mandava profumo da ogni parte. ‑ Un&#8217;aura dolce, che spirava sempre uguale, tenue come un vento soave, mi colpiva di fronte, ‑ per cui le fronde, tremolando, si piegavano verso quella parte ove, al nascere del sole, il santo monte [del Purgatorio] getta prima la sua ombra [verso Occidente]. ‑ Non però [quelle fronde] piegandosi venivano a scostarsi dalla loro perpendicolare, in modo che gli uccellini sparsi per le cime lasciassero di cantare e saltellare a modo loro; ‑ ma, cantando con piena letizia, ricevevano le prime aure del giorno tra le foglie che, stormendo, accompagnavano il loro canto, ‑ pari al mormorio che scorre di ramo in ramo per la pineta che si estende sul lido di Chiassi [sul mare Adriatico vicino a Ravenna, dov'è una vasta pineta] quando Eolo [re dei venti] scuote il vento scirocco. ‑ Già i lenti passi mi avevano trasportato tanto dentro all&#8217;antica selva che io non poteva più vedere il punto per il quale mi ero introdotto: ed ecco che un ruscello m&#8217;impedì d&#8217;andar più oltre, il qual ruscello, colle sue piccole onde, faceva piegare verso sinistra l&#8217;erba spuntata sulla sua riva. ‑ Tutte le acque più pure in queste terre, sembrerebbero intorbidate da qualche mescolanza in paragone di quell&#8217;acqua, che lascia trasparire quel che sta nel fondo del ruscello, ‑ sebbene essa si muova bruna, bruna sotto la perpetua ombra degli alberi, la quale non lascia ivi penetrare raggio dì sole né di luna. ‑ Coi piedi mi fermai e collo sguardo passai all&#8217;altra sponda del fiumicello, per mirar la gran varietà dei freschi arboscelli fioriti; ‑ e come appare ad un tratto cosa che per la gran meraviglia che ci apporta, ci distoglie da ogni altro pensiero, &#8211; così mi apparve una donna soletta, che andava cantando e scegliendo i più belli tra i fiori, dei quali era tutta smaltata la via che ella percorreva. ‑ Io le dissi: «Deh, bella donna, che ti scaldi ai raggi d&#8217;amore, a voler giudicare dai sembianti che sogliono manifestare gli affetti del cuore, ‑ di grazia, ti piaccia di avanzare tanto verso questa riva, sì che io possa intendere quel che tu canti. ‑ Tu mi fai ricordare, vedendoti così, il fiorito prato ove era Proserpina e come essa era [bella ed ingenua] quando fu perduta da sua madre [Cerere], ed essa stessa perdette i piaceri della primavera». &#8211; Come una donna, che ballando, si volge colle piante striscianti per terra tenendole strette tra loro e mette appena un piede innanzi l&#8217;altro; ‑ così quella donna, movendo i passi sui vermigli e sui gialli fiorellini, si volse verso di me, non altrimenti che una vergine la quale abbassa gli occhi modestamente; ‑ e mi appagò in ciò che io le chiedeva, appressandosi tanto che il dolce suono veniva a me colle parole del canto chiare e distinte. ‑ Come fu là ove l&#8217;erbe sono già bagnate dalle onde del bel fiume, mi fece dono di alzar gli occhi. ‑ Non credo che tanto splendore sfolgorasse dagli occhi di Venere, quando essa fu trafitta dal figlio [narra la favola che il suo figliuolo, Amore, volendola baciare, le punse il cuore con uno dei suoi strali, onde ella si sentì accesa d'amore per Adone], inconsideratamente. ‑ Ella rideva, stando dritta sull&#8217;altra riva del fiumicello, mentre andava, tra le sue mani, incrociando fiori di vario colore, che questa terra elevata produce da sé senza alcuna sementa. ‑ Il fiume ci teneva a distanza di tre passi ma l’Ellesponto [stretto che divide l'Europa dall'Asia] per dove passò Serse [vi fece un ponte sopra le navi e passò con settecentomila Persiani in Grecia dove fu sconfitto da Temistocle; ma, fuggendo dopo la sconfitta, trovò il ponte distrutto e dovette tragittare sopra una barchetta da pescatore] e che tuttora è freno all&#8217;orgoglio ed alla presunzione dei potenti, ‑ non fu da Leandro tanto detestato per l&#8217;ondeggiare impetuoso della marea che si interponeva tra Abido e la città di Sesto [Leandro passò l'Ellesponto a nuoto per venire da Abido, a Sesto, ove stava Ero, la sua donna]; quanto quel fiume fu odiato da me perché allora non si aperse. ‑ Ella cominciò: «Voi siete nuovi e forse la vostra meraviglia vi desta dei sospetti, perché mi vedete gioire in questo luogo già destinato all&#8217;umana natura per suo primo soggiorno; ‑ ma il salmo “Delectasti” rende luce che può rischiarare il vostro intelletto da ogni dubbio. ‑ E tu che sei dinanzi e mi pregasti, dici pure se vuoi udire altro da me, ch&#8217;io venni qui per rispondere ad ogni tua domanda, finché tu rimanga appagato». ‑ Io dissi: «L&#8217;acqua e il vento che fa mormorare le fronde, combattono la nuova credenza che io avevo fermata nel mio cuore [Stazio gli aveva detto che dalla porta del Purgatorio in su non vi erano più né venti né piogge], mentre io vedo il contrario di quel che udii». – Onde ella rispose: «Io ti dirò come quel che ti fa meraviglia procede da cagione tutta sua propria; e ti toglierò la nebbia dell’ignoranza che ti ingombra la mente. ‑ Il sommo bene, che solo intende ed ama sé stesso, fece l&#8217;uomo retto e gli diede le delizie di questo paradiso terrestre, per caparra della beatitudine eterna. ‑ Per sua colpa egli non dimorò qui che per poco, per sua colpa mutò il santo gaudio e la dolce gioia in pianto e in affanno. &#8211; Questo monte s’innalzò tanto verso il cielo e dalla parte del Purgatorio in su è libero da ogni disturbo, affinché non recassero alcuna molestia all&#8217;uomo ‑ i turbamenti cagionati dalle esaltazioni dell&#8217;acqua e dalla terra [piogge, venti, ecc.] le quali tendono verso il calore del sole sino alla porta del Purgatorio. ‑ Ora, siccome intorno alla terra immobile l&#8217;acre tutto gira insieme alla prima volta del cielo, se ad esso non viene da alcuna parte interrotto il cerchio, ‑ ne segue che cotale moto dell&#8217;aere percuote in questo alto monte che lanciasi libero nell&#8217;aere puro, e fa risuonare la selve perché è folta di alberi: ‑ e la pianta percorsa può tanto che, colla sua virtù generativa, feconda l&#8217;aria ed essa aria poi, girando intorno alla terra, depone [quella virtù generativa comunicatale dalla pianta]; ‑ l&#8217;altra terra, [quella abitata dagli uomini] secondo che è atta per sua propria natura o per il clima, concepisce e genera piante e frutti di diverse qualità. ‑ Se questo fosse udito [dagli uomini] non sembrerebbe più cosa meravigliosa sulla terra, quando alcuna pianta, senza seme visibile vi mette radici e germoglia. ‑ E devi sapere che la campagna santa ove tu sei, è piena d&#8217;ogni semenza ed ha in sé dei frutti che nell&#8217;altro emisfero [abitato dagli uomini] non si colgono. ‑ L&#8217;acqua che vedi non scaturisce da vena che sia di continuo rinnovata dai vapori convertiti in acqua dal freddo, come i fiumi che ora scorrono con minore ora con maggiore affluenza; ‑ ma sgorga da una fontana sempre uguale e perenne la quale, per volere di Dio, riacquista tanta acqua quanta ne perde così dai due rivi nei quali è divisa. ‑ Essa discende da questa parte con una virtù che toglie gli altrui peccati e dall’altra colla virtù che rende la memoria d’ogni buona azione. ‑ Quindi da questo lato la fontana si chiama Letè [in greco vale obblivione] e dall’altro Eunoè [buona memoria] e non opera il suo effetto se prima non è gustato. ‑ Il vapore di queste acque è al disopra degli altri vapori. E sebbene la sua brama possa essere soddisfatta, ancorché non ti rilevi altre cose; ‑ pure io ti darò ancora un corollario [ una verità che aggiungerai a quelle già udite]: né credo che ti sia meno caro il mio dire, perché ti spiega oltre quello che io ti promettevo. &#8211; Quei poeti che anticamente finsero poetando l&#8217;età dell&#8217;oro e il suo felice stato, forse sognarono in Parnaso questo luogo delizioso. ‑ Qui fu innocente l’umana radice [Adamo ed Eva], qui si ha sempre una stagione mista di primavera e di autunno; questo è il vero nèttare di cui si parla». ‑ Io allora mi volsi indietro verso i miei poeti, e vidi che sorridendo avevano udito le ultime parole: &#8211; poi rivolsi gli occhi alla bella donna [Matelda].</p>
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		<title>La Divina Commedia &#8211; Purgatorio &#8211; Canto XXVII</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 14:16:09 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il sole stava in quel punto del cielo in cui suole trovarsi quando vibra i suoi raggi là ove il suo Fattore sparse il suo sangue [a Gerusalemme] scorrendo le acque del fiume Ibero verso il mare sotto il segno della Libra alta [al suo meridiano], ‑ e le onde del fiume Gange riarse da nona [dalla sferza del sole a mezzogiorno] onde il giorno tramontava [nel Purgatorio], quando ci apparve lieto l&#8217;Angelo di Dio. ‑ Stava esso sull&#8217;estremità della strada, fuori delle fiamme, e con voce molto più chiara ed armoniosa della nostra, cantava: «Beati mundo corde». ‑ Poscia disse: «Anime sante, non si va più avanti se prima il fuoco non vi scotta: entrate tra le fiamme e non siate sordi alla voce che udrete cantare al di là». ‑ Così egli disse, quando noi gli fummo vicini; per cui io, quando lo intesi, divenni tale come colui che è condannato ad esser sepolto vivo. ‑ Mi protesi sulle mani giunte [atto che denota la meraviglia e lo spavento] guardando il fuoco e immaginandomi i corpi di quegl&#8217;infelici arsi tra le fiamme. ‑ Le mie buone guide [Virgilio e Stazio] si volsero verso di me e Virgilio mi disse: «Figliuolo mio, in questo fuoco si può soffrire tormento ma non si muore. ‑ Ricordati&#8230;. ricordati [con questa tronca espressione Virgilio forse richiama alla mente di Dante, che non era del tutto mondo del peccato che quel fuoco puniva e che in esso bisognava che si purgasse se voleva andar su] se io [nell'inferno] ti guidai salvo sul dorso di Gerione [quel mostro infernale che trasportò sul dorso Virgilio e Dante nell'ottavo cerchio dell' Inferno]; che cosa farò ora che sono più vicino al cielo ove risiede Iddio? ‑ Credi per certo che se tu stessi anche mille anni in mezzo a questa fiamma essa non potrebbe bruciarti un sol capello. ‑ E se tu credi che io forse t&#8217;inganni, accostati alla fiamma e fatti convincere che io non t&#8217;inganno, avvicinando con le tue stesse mani, il lembo della tua veste alla fiamma. ‑ Lascia ormai ogni timore: rivolgiti in qua e vieni oltre sicuro con me». Ed io seguitava a starmene fermo e contro la voce della coscienza. ‑ Quando mi vide stare fermo ed ostinato, Virgilio si turbò un poco e disse: «Or vedi, o figlio, fra Beatrice e te vi è questo ostacolo» [le fiamme]. ‑ Come Piramo, vicino a morte, all&#8217;udire il nome di Tisbe aprì gli occhi e la guardò allorché il gelso divenne vermiglio [Piramo e Tisbe furono due giovani amanti babilonesi. Datisi, un giorno convegno fuori della città presso un gelso, vi giunse prima Tisbe ma, impauritasi alla vista di una leonessa si diede alla fuga lasciando cadere il velo. La belva fiutandolo, lo lasciò lordo di sangue di cui aveva imbrattato il muso e l'amante sopravvenuto e visto il velo dell'amata e credendola divorata da una fiera, si trafisse con un pugnale. Sopraggiunse Tisbe, alla cui voce il giovane morente aprì gli occhi e la guardò e poi li richiuse per sempre. Tisbe tolse il pugnale dal seno dell'innamorato e si uccise. Dice la favola che il gelso, bagnato del sangue dei due infelici, mutasse in rosse le sue more bianche]; ‑ così, udendo io il nome [di Beatrice] che mi sta sempre in mente, resa già pieghevole la mia durezza, mi volsi al mio duca. ‑ Onde egli crollò la testa e disse: «Come! Vorremmo noi rimaner di qua?» indi sorrise come si sorride al fanciullo che è preso dal piacere del pomo mostratogli. ‑ Poi, mettendosi innanzi a me, entrò nel fuoco e volgendosi a Stazio, il quale prima per lungo tratto di strada aveva camminato in mezzo a noi due, lo pregò che venisse dopo di me. ‑ Come fui dentro al fuoco provai un ardore così smisurato che, per rinfrescarmi, mi sarei gettato su un vetro bollente. ‑ Il mio dolce padre, per confortarmi, mi andava così ragionando di Beatrice: «Mi par già di vedere i suoi occhi». ‑ Una voce che cantava dall&#8217;altra parte ci serviva di guida e noi, stando sempre attenti ad essa, uscimmo dalle fiamme, là ove era la scala per salir su. ‑ Allora in mezzo ad uno splendore, tanto luminoso che m&#8217;abbagliò al punto che non potei guardare, si udirono risuonare queste parole: «Venite benedicti patris mei». ‑ Poi soggiunse: «Il sole se ne va e viene la sera; non vi soffermate, ma affrettate il passo prima che non si faccia notte del tutto». ‑ Io salivo la via diritta entro il sasso verso tal parte [oriente] che interrompevo i raggi del sole che già veniva a mancare [sì faceva ombra col suo corpo]. ‑ Avevamo saliti pochi scalini quando i miei saggi [Virgilio e Stazio] ed io, ci accorgemmo, al dileguarsi delle ombre dinanzi a noi, che il sole tramontava. E prima che l&#8217;orizzonte si fosse fatto oscuro in tutte le parti del suo giro immenso, e la notte fosse distesa ugualmente per tutto, &#8211; ciascuno di noi si coricò su uno dei gradini della scala, perché la condizione del monte ci tolse le forze anzi che la voglia di salire. ‑ Come le capre, state agili e voraci sopra le cime prima di esser satolle, &#8211; si fanno poi mansuete ruminando all&#8217;ombra mentre ferve il sole, guardate dal pastore che si è appoggiato sul vincastro, e fa riposare le bestie e si riposa egli stesso: ‑ e come il mandriano che alberga fuori, pernotta quieto vicino alla sua mandria, facendo la guardia affinché qualche fiera non la disperda; ‑ tali eravamo allora tutti e tre, io come capra ed esse come pastori, serrati di qua e di là dalle pareti della scala. ‑ Poco spazio di cielo poteva apparire a noi là [attesa la strettezza della fenditura], ma per quel poco io vedevo le stelle più grandi e più brillanti del consueto. ‑ Stando io così a meditare sulle cose vedute e guardando fisso le stelle, mi prese il sonno, il sonno che spesso sa le notizie dei fatti prima che essi siano accaduti. ‑ Nell&#8217;ora, credo, in cui dal balzo di Oriente la stella di Venere, la quale appare sempre ardente di fuoco amoroso, gettò i suoi primi raggi sul monte [del Purgatorio], ‑ mi pareva di vedere in sogno una donna giovine e bella andar cogliendo fiori per un prato e cantando diceva: ‑ «Chiunque domanda il mio nome, sappia che io sono Lia [la prima moglie di Giacobbe; per essa si deve intendere la vita attiva] e vado intorno movendo le belle mani per farne una ghirlanda. ‑ Mi adorno qui per piacere a me stessa quando sarò dinanzi allo specchio [per trovarmi bella allorché mi specchierò in Dio], ma mia sorella Rachele [seconda moglie di Giacobbe: è figura della vita contemplativa] non si allontana mai dal suo specchio [Dio] ed è tutto il giorno dedita alla contemplazione. ‑ Ella è bramosa di contemplare coi suoi begli occhi, io desidero di adornarmi con le mie mani lei appaga il contemplare e me l’operare». ‑ E già, per gli splendori antelucani [dell'alba, cioè prima che sorga il sole] i quali sorgono tanto più grati ai pellegrini quando, tornando essi alla loro patria, a albergavano in luoghi meno lontani da essa, le tenebre fuggivano da tutti i lati e con esse il mio sonno, onde mi alzai vedendo già alzati i miei gran maestri. «Quel dolce sonno [la felicità] che gli uomini vanno con tanta cura cercando per ogni via, oggi appagherà le tue brame». ‑ Tali parole mi rivolse Virgilio e non vi furono mai doni spiacevoli come questi [come quelle parole]. ‑ Tanto si accrebbe il mio desiderio di giungere alla sommità del monte, che poi ad ogni passo mi sentivo crescere il vigore delle ali per volar più in alto. ‑ Come la scala fu tutta corsa sotto di noi [appena percorsa tutta la scala] e fummo sul gradino supremo [nel Paradiso], Virgilio fissò in me il suo sguardo penetrante ‑ e disse: «Figlio, tu hai veduto il fuoco temporale [del Purgatorio] e l’eterno [dell’Inferno] ed ora sei giunto in tal parte ove io non discerno più da me solo. ‑ Io ti ho condotto fin qui con ingegno e con arte, prendi ormai per guida il tuo piacere, che già sei uscito fuori dalle vie ripide e strette. ‑ Vedi là il sole che ti riluce in fronte, vedi l&#8217;erbetta, i fiori e gli arboscelli che questa terra produce da sé stessa. ‑ Mentre che lieti si avvicinano a te gli occhi belli [di Beatrice] i quali lacrimando [pei tuoi traviamenti] mi fecero venire in tuo soccorso, ti puoi sedere e puoi andare tra essi [tra quelli arboscelli e quei fiori]. ‑ Non aspettar più le mie parole né  il mio volere, il tuo arbitrio è già libero, retto e sano e sarebbe fallo non operare a suo modo, la onde io ti do il pieno governo politico e sacro, su te stesso».</p>
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		<title>La Divina Commedia &#8211; Purgatorio &#8211; Canto XXVI</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 14:15:44 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Mentre ce ne andavamo così sull&#8217;orlo uno innanzi all&#8217;altro, il buon maestro mi diceva spesso: «Guarda dove metti i piedi: ti giovi il mio avvertimento». Il sole che, raggiando, tingeva in bianco tutto il cielo già cilestrino ad occidente, mi feriva sull&#8217;omero destro: ‑ ed io, colla mia ombra, facevo parer più rovente la fiamma ed anche qui vidi molti spiriti fare attenzione alla mia ombra. ‑ Questa fu la cagione che li mosse a parlar di me e incominciarono a dir così: «Colui non sembra corpo aereo». ‑ Poi taluni, per quanto poterono, si avanzarono verso di me, sempre però badando di non uscire dalle fiamme. ‑ «O tu che vai dietro gli altri, non perché tu sii più lento, ma forse per riverenza verso coloro che sono teco, rispondi a me che ardo in sete ed in fuoco: ‑ né solamente a me è necessaria la tua risposta, perché tutti questi ne hanno maggior desiderio di quel che non abbiano dell&#8217;acqua fresca gli abitanti dell&#8217;India o dell&#8217;Etiopia [paesi bruciati dal sole]. ‑ Dì a noi come accade che tu fai ostacolo al sole col tuo corpo, come se tu fossi ancor vivo». Così mi parlava uno di essi ed io mi sarei già manifestato se non avessi avuto l&#8217;animo rivolto ad un&#8217;altra novità che allora mi apparve; ‑ perché nel mezzo della strada, ove ardevano le fiamme veniva gente incontro alla moltitudine che si era avvicinata a me, e questa gente che veniva mi fece rimaner sospeso a rimirare. &#8211; Lì [dentro alle fiamme] vedo affrettarsi da ogni parte ciascuna ombra e baciarsi l&#8217;una con l&#8217;altra senza soffermarsi, paghe di quell&#8217;abbracciamento. ‑ In tal modo le formiche, dentro la schiera bruna, si scontrano muso a muso l&#8217;una con l&#8217;altra, forse per informarsi dove vanno e come procedono le cose loro. ‑ Tosto che quelle anime partono, dopo essersi fatta amichevole accoglienza, prima di fare il primo passo per discostarsi le une dalle altre, ciascuna si affatica a gridare il più forte che possa: ‑ e la gente venuta di fresco gridava: «Sodoma e Gomorra» [città infami punite orribilmente da Dio a terrore di chi disonora la natura], e l&#8217;altra: «Pasifae [fu moglie di Minos re di Creta e, secondo la favola, innamoratasi di un toro, per congiungersi con lui, entrò in una vacca e di legno. E’ simbolo delle disordinate e mostruose libidini] entra nella vacca [di legno] affinché il toro corra a soddisfare la sua lussuria». Poi, simile a un branco di gru che, dividendosi, parte volassero alle montagne Rife [nella Moscovia boreale] schivando il sole, e parte verso le arene [libiche] aborrendo il gelo; ‑ l&#8217;una gente va e l&#8217;altra viene e lacrimando tornano ai primi canti ed alle grida che più si convengono alla loro condizione; ‑ e quei medesimi che mi avevano pregato, si riaccostarono a me come avevano fatto avanti, composti a grande attenzione per ascoltarmi. ‑ Io, che per ben due volte avevo capito il loro desiderio, incominciai: «O anime, sicure di avere, prima o poi, stato di pace, ‑ [sappiate che] le mie membra non sono rimaste né giovani né vecchie nel mondo dei vivi, ma sono ancora meco col loro sangue e le loro giunture. ‑ Quindi me ne vo al cielo per illuminare la mia mente: Donna è in cielo che si acquista grazia da Dio [Beatrice] per la quale io porto il mio corpo mortale pel vostro mondo. ‑ Ma se il più grande dei vostri desideri [quello di purgarsi] sia tosto appagato, cosicché vi alberghi il cielo, che, essendo sopra tutti gli altri cieli è più ampio ed è pieno di amore, ‑ ditemi, anche perché io possa scriverlo a memoria degli uomini, chi siete voi e chi è quella schiera di anime che cammina in tal modo dietro alle vostre spalle». ‑ Ben diversamente il montanaro quando, rozzo e selvatico, entra in città, si turba e istupidisce e si fa muto guardando ‑ così fece ciascuna ombra nella sua sembianza; ma quando furono sgombre di stupore, il quale tosto nei cuori nobili, ‑ quell&#8217;ombra che per la prima ci rivolse la domanda, ricominciò: «Beato te che per viver meglio nel mondo vieni a provvederti di esperienza in queste nostre contrade. ‑ La gente che va in senso inverso al nostro peccò di quel peccato per cui già Cesare, nel suo trionfo si sentì chiamar regina [Cesare, udì nel suo trionfo che i soldati licenziosi lo chiamarono regina: dicesi che il re Nicomede abusasse della giovinezza di Cesare e che i soldati gridassero nel suo trionfo: Gallias Caesar subegit, Nicomedes Caesarem]; ‑ però si partono da noi gridando, come hai udito, in rimprovero di sé stessi e la vergogna che ne sentono li brucia ed accresce l&#8217;arsura che soffrono per le fiamme. ‑ Il nostro peccato fu ermafrodito [fu di ambo i sessi], ma perché non osservammo la legge naturale, seguendo l&#8217;appetito come le bestie, ‑ e a nostra confusione e vergogna, quando ci separiamo, si grida da noi stessi il nome di colei [Pasifae] che si fece bestia dentro ai legni raffiguranti una vacca. ‑ Ora conosci le nostre azioni e le colpe delle quali fummo rei; se forse vuoi sapere il nostro nome, non rimane tempo per poterlo dire né saprei dirti il nome di tutti. ‑ Ben ti farò scienza [ti appagherò] la voglia che hai di conoscer me: io sono Guido Guinicelli [famoso rimatore bolognese] e mi trovo qui a purgarmi per essermi pentito prima di giungere all&#8217; estremo della mia vita». Quali i due figli [Toante ed Euneo] quando ritrovarono la loro madre [Issifile] divennero impetuosi vedendo che Licurgo [al quale era morto, per il morso di un serpe, il figlio Toante che Issille aveva in custodia], afflitto per la morte del figlio, stava per ucciderla, ‑ tale io divenni, quando udii nominare da sé stesso colui [Guido Guinicelli] che fu padre nella poesia a me ed agli altri migliori scrittori, miei nazionali, che in alcun tempo si segnalarono usando dolci e leggiadre rime d&#8217;amore: ‑ E, senza udire né parlare, andai pensoso per lungo tempo guardando lui e se non me gli appressai, fu per tema del fuoco. ‑ Poi che fui sazio di guardarlo, mi offersi pronto al suo servizio, con quell&#8217;affermazione colla quale si acquista la altrui fiducia [col giuramento]. ‑ Ed egli mi disse: ‑ «Per quello che io odo tu lasci impresso in me tale e tanto chiaro segno dell&#8217;amor tuo verso di me, che Lete [l'obblivione] non lo può cancellare né oscurare. ‑ Ma se le tue parole or giurarono il vero, dimmi qual&#8217; è la cagione per la quale, tanto nel parlare che nel guardare, mi dimostri che io ti sono caro». Ed io gli risposi: «[Ne sono cagione] le vostre dolci rime le quali faranno ancor preziosi i manoscritti in cui sono scritte per quanto sarà lunga la durata del volgare moderno». ‑ Egli disse: «O fratello, questi che io ti accenno col dito, e additò uno spirito che stava innanzi, [Arnaldo Daniello] fu il migliore di quanti abbiano poetato nella propria lingua volgare: ‑ superò tutti nei versi di amore, nelle prose e nei romanzi  e lascia parlare gli stolti i quali credono che quel poeta di Lemosì [Gerault de Berneil, provenzale, che dal volgo fu preferito ad Arnaldo Daniello] superi tutti. ‑ Coloro che così credono porgono con ammirazione l&#8217;orecchio più alla fama che alle voci della verità e così, prima di ascoltare il giudizio dell&#8217;arte o della ragione, stabiliscono la loro opinione nel merito altrui. ‑ Così fecero molti antichi di Guittone, dando lode solamente a lui, uno dopo l&#8217;altro, finché la verità coi meriti maggiori di parecchi poeti, lo ha vinto [gli ha tolto quella fama che il volgo immeritatamente gli dava]. ‑ Or se tu hai così gran privilegio che ti sia lecito di andare in Paradiso, nel quale Cristo è capo dell&#8217;adunanza dei beati, recita a lui per me un “pater noster”, quella parte cioè che può giovare a noi di questo mondo ove non possiamo più peccare». ‑ Poi disparve, forse per far posto all&#8217;altro che stava vicino a lui attraverso il fuoco, come il pesce sparisce nell&#8217;acqua andando a fondo. ‑ Io mi avvicinai un poco a colui che mi era stato mostrato col dito e gli dissi che il mio animo, desideroso di conoscerlo, avrebbe accolto con speciale piacere il suo nome. ‑ Egli cortesemente cominciò a dire: «Tanto mi aggrada la vostra cortese domanda che io non mi posso né mi voglio nascondere. &#8211; Io sono Arnaldo che piango e vo cantando; pensieroso vedo la passata follia e vedo gaudente la gioia che spero presto. ‑ Ora vi prego, per quella virtù che vi guida alla sommità, senza sentir freddo né caldo, sovvengavi a tempo di questo mio dolore». ‑ Poi si nascose nel fuoco che li purifica e li perfeziona.</p>
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		<title>La Divina Commedia &#8211; Purgatorio &#8211; Canto XXV</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 14:15:20 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Era tale ora che il salire non voleva indugio perché il sole aveva lasciato il cerchio meridiano al segno del Toro [erano due ore dopo mezzogiorno] e la notte [nell’emisfero opposto] aveva lasciato il cerchio meridiano dello Scorpione [erano due ore dopo mezzanotte]. ‑ Per la quale ora, come fa l&#8217;uomo stimolato da un bisogno pressante, non si ferma ma va sempre avanti nel suo cammino qualunque cosa gli si presenti, ‑ così noi entrammo, l’uno innanzi l&#8217;altro, per l&#8217;apertura del sasso [per lo stretto calle ove era la scala che conduceva dal sesto al settimo girone] prendendo la scala che per la sua strettezza, costringeva i salitori a star separati. ‑ E come fa il cicognino [il piccino della cicogna] che per voglia di volare alza l&#8217;ala e non si attenta di abbandonare il nido e giù la ricala [l’ala]; tale era io con voglia di domandare accesa dal desiderio di sapere e nello stesso tempo spenta [per timore d'infastidire Virgilio] giungendo fino all&#8217;atto, che fa colle labbra colui che si dispone a parlare. ‑ Il mio dolce padre, per quanto fosse celere il suo andare, non cessò di parlare com&#8217;ebbe conosciuto il mio desiderio, ma disse: «Lascia andar la parola che hai già sulle labbra». ‑ Allora aprii con sicurezza la bocca e cominciai: «Come possono diventar magre le ombre dei morti se non sentono bisogno di nutrirsi?» ‑Virgilio disse: «Se tu avessi in mente come Meleagro si consumò col consumarsi di un tizzone, questo dimagramento delle ombre dei morti non ti riuscirebbe così difficile a capire ». [Meleagro, figlio di Enea re di Caledonia. Quando nacque, le fate ordinarono che la sua vita durasse fino a tanto che fosse consumato un ramo d'albero che esse posero ad ardere. La madre di lui, Altea, saputo ciò, spense il tizzone, ma quando Meleagro ebbe ucciso due fratelli di lei, fu presa da tanto furore che rimise il tizzone nel fuoco per cui Meleagro cessò di vivere. Come in Meleagro era una fatal disposizione a consumarsi unitamente a quel legno, così nell’aria che circondava quelle anime era attitudine a ricevere e presentare le passioni onde sono affette le anime stesse]. ‑ E se tu pensassi come l&#8217;immagine del corpo umano si muove agile dentro allo specchio col muoversi del corpo stesso, ciò che ti par duro e incomprensibile ti sembrerebbe facile e chiaro a capirsi. ‑ Ma affinché tu ti interni nella cosa [di cui parliamo] quanto ti piace, ecco qui Stazio ed io lo prego di toglierti i dubbi». Stazio rispose: «Se io gli spiego il modo onde la divina giustizia punisce queste anime, mentre tu sei qui presente, mi valga a discolpa il non poterti io fare una negativa». ‑ Poi cominciò: «Figlio, se la tua mente considera attentamente e capisce le mie parole, esse ti chiariranno il dubbio come queste anime possano talmente dimagrire. &#8211; La parte più pura del sangue, la quale non è mai assorbita dalle vene assetate [assorbenti] e rimane sempre come l&#8217;avanzo delle vivande che tu togli dalla mensa, ‑ questo sangue puro prende nel cuore virtù atta a riprodurre tutte le umane membra stesse. ‑ Sempre più raffinato scende in quegli organi che è meglio tacere che nominare [negli organi della generazione] e poscia di lì stilla sopra il sangue della femmina nell&#8217;organo a ciò destinato. ‑ Poi l&#8217;uno e l’altro sangue si uniscono insieme, l&#8217;uno [il mestruo della femmina] disposto a patire [atto a ricevere impressione] e l’altro [il sangue puro] disposto a fare [a dar forma alle umane membra], per la perfetta natura dell&#8217;organo da cui viene, &#8211; e aggiunto a lui [congiunto il sangue virile al femmineo], comincia prima a coagularsi formando l’embrione, e poi vivifica quel che fece coagulare per sua materia. ‑ La virtù attiva [quella del padre] diventa animata [mediante l'anima vegetativa] come quella di una pianta, ed in ciò solo differente dall&#8217;anima di una pianta che questa [la vita vegetativa dell'anima umana] è in uno stato di semplice avviamento, laddove quella [l'anima di una pianta] è giunta alla sua ultima perfezione. ‑ Poscia opera tanto [la virtù attiva divenuta anima] che già si muove e sente come fungo marino ed allora imprende a fornire di organi sensitivi il corpo umano [gli occhi, le orecchie, ecc.] corrispondenti alle potenze sensitive dell&#8217;anima [la vista, l'udito, ecc.], delle quali potenze la virtù attiva è produttrice. ‑ Figliuolo, la virtù attiva che procede dal cuore del generante dove la natura lavora tutte le membra [dove sta la potenza della riproduzione della specie], ora si allarga ora si allunga secondo il bisogno. &#8211; Ma tu non vedi ancora come di animale sensitivo questo embrione divenga animale ragionevole, e questo punto è talmente difficile a conoscersi che già fece errare uno più savio di te [Averroe, commentatore di Aristotile], &#8211; così che, nel suo modo di pensare, fece disgiunta dall&#8217;anima la facoltà d&#8217;intendere, perché non vide che l&#8217;intelletto, per intendere facesse uso di alcun organo. ‑ Apri il petto alla virtù che viene e sappi che, appena l&#8217;articolare del cerebro è perfetto nel feto umano, ‑ il primo motore lieto si volge a lui e spira un nuovo spirito pieno di virtù [la nuova anima razionale] sopra così gran lavoro della natura. ‑ E questo nuovo spirito identifica tutto ciò che quivi nel feto trova d&#8217;attivo [l'anima vegetativa e la sensitiva], e fa di sé e di quello una sola anima vivente senziente e riflessiva. ‑ E perché tu ti meravigli meno del mio ragionamento, guarda il calore del sole, che unito all&#8217;umore fluente della vite, si fa vino. ‑ E quando Lachesi [è quella delle tre Parche che fila lo stame della vita umana] non ha più lino [in punto di morte] l&#8217;anima si scioglie dal corpo e seco portasi virtualmente le facoltà corporee e le spirituali. ‑ La memoria, l&#8217;intelletto e la volontà, divengono molto più acute [attive] ad operare di quello che non erano prima, ma le altre potenze [quelle che si esercitano per gli organi corporei], rimangono tutte quante mute [inoperose]. ‑ L&#8217;anima, sciolta dal corpo, senza alcun indugio, scende mirabilmente per moto spontaneo all&#8217;una delle due vie [o alla via di Acheronte, o alla foce del Tevere], ed ivi giunta conosce qual luogo le è destinato. ‑ Appena si è posata sopra una delle rive, la virtù inerente all&#8217;anima, di formarsi un corpo, raggia intorno alla sua attività e formasi un corpo uguale nelle fattezze e nella  estensione a quello che animava nel mondo, ‑ e come l&#8217;aere, quando è ben pregno di pioggia, pel raggio di sole opposto riflesso in esso, forma l&#8217;iride; ‑ così qui l&#8217;aere circostante si condensa in quella forma che nell’aere stesso, per propria virtù, l&#8217;anima vi fermò; ‑ e poi, somigliante alla fiammella che  segue il fuoco in tutti i suoi movimenti, così l&#8217;aereo corpo, novellamente formato, va dietro allo spirito. ‑ E perché poscia l&#8217;anima si fa visibile da questo corpo aereo, questo corpo chiamasi ombra, e quindi l&#8217;anima si organizza tutti i sensi fino alla vista. ‑ Quindi [in virtù di questo corpo] noi parliamo, udiamo, facciamo lagrime e sospiri come tu hai potuto sentire per il monte. ‑ L&#8217;ombra si atteggia secondo la impressione che produce in noi il desiderio o gli altri effetti e questa è la cagione di ciò che vedi con tua meraviglia». ‑ E già noi eravamo giunti all&#8217;ultimo girone [settimo ed ultimo] ove si tormentano le anime, e ci eravamo rivolti dalla parte destra e stavamo attenti ad altra cosa interessante. ‑ Qui la ripa getta con impeto ardenti fiamme e la cornice [l’orlo della strada dalla parte opposta] manda vento in su che respinge la fiamma e l&#8217;allontana da sé. – Onde ci conveniva camminare uno ad uno dal lato non riparato dalla sponda ed io da una parte [sinistra] temevo il fuoco e dall&#8217;altra di cader giù. ‑ Il mio duca diceva: «Traversando questo luogo bisogna guardar bene dinanzi a sé, perché si potrebbe facilmente cadere in errore». ‑ Allora, in mezzo alle cocenti fiamme, udii cantare: «Summae Deus clementiae». [Principio dell'inno che si recita nel mattutino del sabato e che le anime, che si purgano del vizio della lussuria, cantano per domandare a Dio il dono della purità] che mi fecero voltare gli occhi verso di loro sollecitamente. ‑ E vidi spiriti andar tra le fiamme, per cui io guardavo ai loro passi ed ai miei, dividendo fra di essi a quando a quando la mia vista [dando uno sguardo ora ai miei ed ora ai loro passi]. In seguito all’ultima strofa di quell&#8217;inno, gridavano ad alta voce: «Virum non cognosco» indi ricominciavano l’inno a bassa voce. Finito l&#8217;inno, tornavano a gridare: «Diana [figlia di Latona, conservò la verginità fece sua delizia delle selve, perché nella solitudine e nei faticosi esercizi della caccia, vi è meno pericolo di offendere quella virtù] restò sempre nel bosco, e ne discacciò la ninfa EIice [Elice, ossia Calisto, che divenne poi in cielo l’Orsa maggiore, era una del coro di Diana, e quando questa seppe che Elice era gravida, la cacciò dal bosco] che già aveva gustato il velenoso diletto di Venere» [aveva perduta la sua verginità]. &#8211; Indi tornavano a cantare: ricordavano esempi di donne e di mariti che vissero casti, come ne impone la virtù e il dovere maritale. ‑ E credo che questo modo alternato di cantare e di gridare duri per tutto il tempo della loro purgazione: con tali mezzi [di cantare e gridare] e con tal pascolo [col fuoco purgante] conviene si purghi il peccato punito nell&#8217;ultimo girone.</p>
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		<title>La Divina Commedia &#8211; Purgatorio &#8211; Canto XXIV</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Jan 2010 14:14:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Né il dire faceva più lento l’andare, né l’andare faceva più lento il dire: ma ragionando andavamo più lesti, come una nave spinta dal buon vento. ‑ E l&#8217;ombre, che sembravano scheletri, accortesi che io ero persona vivente, volgevano dalla cavità degli occhi le loro pupille piene di ammirazione verso di me. ‑ Ed io, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Né il dire faceva più lento l’andare, né l’andare faceva più lento il dire: ma ragionando andavamo più lesti, come una nave spinta dal buon vento. ‑ E l&#8217;ombre, che sembravano scheletri, accortesi che io ero persona vivente, volgevano dalla cavità degli occhi le loro pupille piene di ammirazione verso di me. ‑ Ed io, continuando il mio discorso dissi: «Essa ombra va su forse più lentamente che non farebbe di per sé stessa, per cagione di altri [affine di trattenersi in compagnia di Virgilio]. ‑ Ma dimmi, se tu lo sai, dove si trova Piccarda [sorella di Forese e di Corso che, fattasi monaca di S. Chiara, dovette poi uscire dal monastero forzata da Corso che voleva darla in sposa ad un della Tosa al quale l’aveva già promessa; ma ella s'infermò poco dopo e morì]; dimmi se io vedo persona degna di esser notata tra tutta questa gente che mi guarda con tanta meraviglia». ‑ Forese prima mi disse cosi: «La mia sorella, che tra bella e buona non so qual fosse di più, già trionfa lieta di sua corona nell&#8217;Olimpo» [in cielo]. E poi aggiunse: «Qui non si vieta di nominare le ombre che vi sono, giacché l&#8217;umana sembianza è in esse così smunta pel digiuno [che non sarebbe possibile riconoscerle]. ‑ Questi, e mostrò col dito, è Buonagiunta [Buonagiunta da Lucca degli Orbisani o Urbicini, buon rimatore per i suoi tempi, ma di stile negletto]: e quella faccia dietro a lui, più smunta delle altre, ‑ ebbe fra le sue braccia la Santa Chiesa [cioè fu Pontefice. Questi è Martino IV di Torso di Francia, il quale faceva morire nella vernaccia le anguille pescate nel lago di Bolsena e poi se le faceva squisitamente cucinare. Fu papa dal 1281 al 1284]: fu del Torso e col digiuno purga le anguille del lago di Bolsena e la vernaccia». ‑ Molti altri mi mostrò uno ad uno; e tutti parevano contenti nell&#8217;esser nominati, sicché io non vidi nessuno far atto di sdegno. ‑ Vidi Ubaldino dalla Pila [Ubaldino degli Ubaldini dalla Pila che è un castello nel Mugello sul dorso del Monte Senario] per gran fame usare i denti a vuoto [come se avesse qualche cosa da rodere] e vidi Bonifazio [dei Fieschi di Lavagna, paese nel Genovesato; fu arcivescovo di Ravenna] che col rocco [pastorale arcivescovile di Ravenna] governò e resse molte popolazioni. ‑ Vidi Messer Marchese [de' Rigogliosi di Forlì, gran bevitore] che già a Forlì ebbe agio di bere con meno avidità e con ciò fu tale che non si sentì mai sazio. ‑ Ma come fa chi guarda e poi stima più uno di un altro, così io feci a quel di Lucca [a Bonagiunta] il quale più degli altri pareva volesse saper di me. ‑ Ei mormorava, ed io sentivo profferire dubbiosamente il nome Gentucca [fu nobile e costumata giovine lucchese, della quale Dante, nel suo esilio, passando per Lucca, s'innamorò. Qui finge che Bonagiunta gli predicesse questo amore. Si crede che questa Gentucca fosse moglie di Bernardo Morla degli Antelminelli Allucinghi e che Dante s'innamorasse di lei quando si trattenne a Lucca nel 1314] in quel luogo [tra i denti] ove egli sentiva il tormento [la fame] che gl’infliggeva la divina giustizia, la quale in tal modo li scarna. ‑ Io dissi: «O anima, che ti mostri così bramosa di parlarmi, fai in modo che io t&#8217;intenda e col tuo parlare appaga il tuo e mio desiderio». ‑Egli incominciò: «E’ nata una femmina e ancora non porta benda [vuol dire non è ancora maritata. La benda era un drappo che scendendo dal capo copriva gli occhi e il volto delle donne, e la portavano solo le maritate e le vedove, sebbene di diverso colore], la quale ti farà piacere la mia città, quantunque da molti ne sia detto male. ‑ Tu te ne andrai con questa mia profezia: se quello che io dianzi mormorai fra i denti ti fu cagione di errore o di dubbio, ti sarà chiarito dalle cose che certamente ti accadranno. ‑ Ma dimmi se io qui vedo colui [quel Dante Alighieri] che scrisse quelle rime: Donne che avete intelletto d&#8217;amore, [così comincia una nobile canzone del poeta, che si legge nella Vita Nuova]. ‑ Ed io risposi a lui: «Io sono uno che quando amore spira, noto colla mente, ed a quel modo che l&#8217;amore mi parla al cuore, io lo esprimo con parole convenienti». &#8211; Egli disse: «O fratello, ora io vedo la cagione che fu impedimento al notaio [Jacopo da Lentino rimatore], a Guittone ed a me, e ci tenne lontani dal dolce nuovo stile che io odo. ‑ Io vedo bene come le penne in voi sommi se ne vanno strette [senza dilungarsi] dietro ad Amore che detta i versi: come certo non accadde delle nostre penne. &#8211; E chiunque approfondisce con l’intelletto i vostri versi, non vede alcuna somiglianza tra il vostro stile ed il nostro». E qui, come soddisfatto nel suo desiderio, tacque. &#8211; Come gli augelli [le gru] che passano l’inverno lungo il Nilo, alcuna volta formano una schiera, poi volano più in fretta e vanno in fila; ‑ così tutta la gente che era là, volgendo il viso verso la strada, accelerò il passo, agile e svelta per la magrezza e per il desiderio di purgarsi. ‑ E come l&#8217;uomo che è stanco di camminare velocemente, si distacca dai compagni e se ne va di passo finché cessi l&#8217;impeto dell&#8217;ansare del petto; così Forese lasciava passare innanzi la santa greggia di quelle anime e se ne veniva dietro insieme a me, dicendo: «Quando ti rivedrò?» ‑ Io gli risposi: «Non so quanti anni vivrò, ma già non sarà il mio ritorno in questi luoghi [il mio morire] tanto presto che di esso non sia più presto il desiderio che ho di lasciare il mondo e di venire alle rive di questo monte. – Perché il luogo ove io fui posto a vivere [Firenze] di giorno in giorno si vuota sempre più di bene e par che sia disposto a triste rovina». ‑ Egli disse: «Or và [consolati] che io vedo colui che ne ha più colpa [Corso Donati, capo dei Neri e principale cagione del male della città] esser trascinato a coda di un cavallo [Corso, fuggendo il popolo che lo perseguitava, cadde da cavallo ed appiccato alla staffa fu trascinato finché non lo raggiunsero ì nemici e lo uccisero] e rovinare verso la valle dell&#8217; Inferno dove la colpa non si purga mai. ‑ La bestia ad ogni passo infuria e va sempre crescendo di velocità, finché essa lo fa stramazzare a terra e lascia il corpo bruttamente pesto e lacerato. [Il poeta suppone che il cavallo imbizzarrito uccidesse Corso Donati, ma veramente fu ucciso da alcuni soldati catalani presso S. Salvi, un miglio distante da Firenze]. ‑ Quelle ruote, e drizzò gli occhi al cielo, non hanno da fare molti giri [non passeranno molti anni: Corso Donati fu ucciso il 15 settembre 1308 cioè otto anni dopo la supposta visione di Dante], che a te sarà chiaro ciò che le mie parole non possono di più dichiararti. ‑ Tu rimani ormai, poiché il tempo è così prezioso in questo regno, che io ne perdo troppo venendo pari passo con te». &#8211; Come il cavaliere di schiera talvolta stacca il galoppo e va per farsi onore nel primo scontro, ‑ tale Forese si partì da noi con passi più veloci dei nostri, ed io rimasi nella via coi due poeti [Virgilio e Stazio] che furono nel mondo così grandi maestri del vivere civile. ‑ E quando [Forese] si fu allontanato da noi, i miei occhi lo seguirono come la mia mente seguì le sue parole, &#8211; vidi i rami carichi di frutta e verdeggianti di un alto albero pomifero e non molto lontani, perché solamente allora, al voltar della strada, potevano vedersi. ‑ Sotto a quell’albero vidi gente alzar le mani e gridare non so che cosa verso le fronde, come fanciulli che, bramosi ed impotenti ‑ di alcuna cosa, pregano [che sia loro concessa] ed il pregato non risponde, ma per acuire la loro voglia, tiene in alto la cosa bramata e gliela mostra. ‑ Poi [questa gente] partì come disingannata e noi intanto venimmo al grande albero che respinge tante preghiere e tante lacrime. &#8211; «Passate innanzi senza avvicinarvi a questa pianta; più sopra è il legno che fu morso da Eva e da esso rampollò questa pianta». ‑ Così diceva, non so qual persona, tra le frasche; per cui Virgilio, Stazio ed io, tutti e tre uniti, andammo innanzi dal lato ove sorge il monte e fa sponda [lato sinistro]. Diceva: «Ricordatevi dei maledetti [Centauri] generati nelle nuvole i quali, satolli e coi petti biformi [di uomo e di cavallo] combatterono contro Teseo; ‑ e [ricordatevi] degli Ebrei che si mostrarono troppo avidi di bere, per cui Gedeone non li volle per suoi compagni, quando, scendendo i monti, andò contro i Madianiti. [Quando Gedeone andò contro i Madianiti non volle, per compagni, secondo il comandamento di Dio, coloro che con troppa avidità di bere si prostrarono presso la fonte Arad, ma scelse quelli che, stando in piedi, avevano attinto l'acqua colla mano e bevuto posatamente]. ‑ Così, tenendoci vicini ad uno degli orli della via, passammo, udendo rammentare esempi di peccati di gola già seguiti da miseri guadagni [da castighi terribili]. ‑ Poi, rallegrati dalla strada libera, avanzammo oltre mille passi, meditando in silenzio ciascuno di noi sulle cose vedute. &#8211; Ad un tratto si udì una voce che disse: «Che cosa pensate voi tre soli?» Onde io mi scossi come fanno le bestie poltrone, prese dallo spavento. ‑ Drizzai la testa per vedere chi fosse; e non si videro mai vetri o metalli così lucenti e rossi dentro ad una fornace, ‑ come io vidi uno che diceva: «Se a voi piace montar su, qui conviene voltare strada; di qui va chi vuole andare alla pace dei beati». ‑ Il suo aspetto mi abbarbagliò la vista, per cui io mi nascosi dietro ai miei maestri, come un uomo il quale, non vedendo, va dietro al suono delle parole e dei passi altrui. ‑ E come l&#8217;aura di maggio che spira sul nascere del giorno, tutta impregnata del profumo dell&#8217;erbe e dei fiori, si muove e diffonde soavissima fragranza, tale io mi sentii far vento in mezzo alla fronte e ben sentii l’aleggiare della piuma [dell'Angelo] che profumava d&#8217;ambrosia; ‑ sentii dir: «Beati coloro a cui la grazia divina rischiara l&#8217;intelletto in modo che il naturale trasporto del mangiare e del bere non suscita nel loro petto i fumi di una passione, facendoli bramare solo quanto basta per sostentar la vita».</p>
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