Category: Inferno

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La Divina Commedia – Inferno – Canto XXIV

Nella primavera, quando rinvigorisce il sole, che appare nella costellazione dell’Acquario [dal 21 gennaio al 21 febbraio], e incominciano le notti ad avvicinarsi alla metà del giorno [cioè 12 ore: equinozio di primavera] ‑ quando la brina sulla terra ritrae l’immagine della neve, ma la sua penna temperata [con la quale la brina ritrae, l'immagine di sua sorella bianca] poco dura [cioè presto si discioglie]; ‑ il villanello a cui manca l’erba per le sue pecore, si leva e guarda, e vede tutta biancheggiare la campagna, per cui egli si batte, in atto di disdetta, l’anca; ritorna in casa e attendendo qua e là ad altre cose, si lamenta come il misero, incerto di ciò che deve fare, poi si affaccia di nuovo a guardare fuori e rimette speranza ‑ vedendo che il mondo ha cambiato aspetto in poco tempo, e prende il suo bastoncello e caccia fuori, a pascolare, le pecore: – come il mutato aspetto della campagna conforta il contadinello, così mi confortò il rischiararsi della fronte del maestro [dal turbamento prodotto dall'ira già detta nel canto antecedente]; ‑ poiché, come noi venimmo al ponte rovinato, il duca si rivolse a me con quell’atteggiamento benigno che per la prima volta avevo veduto quando ai piedi del monte Virgilio mi apparve per liberarmi dalle tre fiere. ‑ Dopo aver bene riguardato la rovina e dopo aver pensato quale via fosse migliore, aprì le braccia e mi prese. ‑ E come colui che non si mette in azione senza aver prima pensato tanto che pare che sempre abbia la mente a ciò che farà poi, così Virgilio, spingendomi su verso la cima ‑ di un grosso masso, con la vista ne cercava un altro, dicendo: « Aggrappati poi sopra quello; ma prima tenta con la mano se è così saldo da poterti reggere». ‑ Non era via quella per la quale alcuno degli ipocriti, vestiti delle cappe di piombo, avrebbe potuto salire, poiché appena noi, Virgilio lieve [essendo ombra], ed io aiutato e sorretto, potevamo salire di appiglio in appiglio. ‑ E se non fosse stato che da quella parte del recinto [recinto dal lat. Praecingere, ricingere] la costa era più bassa che dall’altra [dalla quale eravamo scesi inseguiti dai demoni], non so di Virgilio, ma per conto mio sarei stato vinto dalla fatica; ma perché Malebolge verso la bocca del pozzo che forma l’ultima parte dell’inferno, è inclinata da ogni parte, l’argine di ciascuna bolgia necessariamente ‑ dalla parte esterna è più alto e più basso dalla parte interna: noi pure alfine venimmo sulla cima dell’argine dalla quale sporge l’ultima pietra per la quale eravamo saliti. Quando fui su alla cima, era così esausta la forza dei miei polmoni, che io non poteva camminare oltre, e mi sedetti appena giunto. « Oramai è necessario che tu ti spoltrisca con simili esercizi faticosi, disse il maestro, poiché vivendo oziosamente adagiato su guanciali [seg­gendo in piuma] o sotto le coltri, non si viene in fama; ‑ chi consuma la vita senza la quale, lascia di sé tale orma in terra, come il fumo nell’aria e la schiuma nell’acqua: ‑ e quindi levati su, vinci la stanchezza con la forza della volontà che vince ogni difficoltà purché non si abbandoni con il corpo. E’ necessario fare più lunga salita; non basta essere partito dai peccatori: se tu m’intendi, fa’ che ti giovi il mio consiglio» [Virgilio accenna alla salita del mon­te del Purgatorio; non basta aborrire il vizio, ma bisogna purificarsi d’ogni colpa, per essere degno della beatitudine]. Allora mi alzai mostrandomi più fornito di lena di quanto io ne sentivo; e dissi: «Vai pure ché io sono forte e di buona volontà ». ‑ Prendemmo via su per lo scoglio, che forma l’altro ponticello ed era pieno di sassi, stretto e malagevole, e molto più ripido di quello di prima. Per non parere affa­ticato mentre camminavo parlavo, onde uscì una voce dalla settima bolgia a formare parole in­distinte. ‑ Non so che cosa disse, poiché anche mi trovavo sul culmine del ponte che passa so­pra questa bolgia; ma chi parlava pareva mosso dall’ira. ‑ Io ero volto in giù a guardare, ma gli occhi vivi non potevano vedere il fondo per l’oscurità; per cui io: « Maestro, fa’ di arri­vare ‑ all’altro argine e dismontiamo il muro; poiché come io odo e non intendo costì, così io guardo e non vedo nulla ». ‑ « Altra rispo­sta, disse, non ti do se non facendo ciò che tu mi chiedi; poiché alla domanda onesta si deve rispondere con l’opera e tacendo». – Noi scendemmo il ponte dalla parte dove mette ca­po all’argine ottavo, e poi mi fu palese alla vi­sta la bolgia [settima]: e vi scorsi dentro un terribile ammasso e aggrovigliamento di ser­penti, e di così strane specie, il cui ricordo mi guasta ancora il sangue. ‑ Più non si vanti la Libia [Lucano in una parte del suo poema, ac­cennato da Dante nell'Inf. XXV, 94, enumera e descrive i serpenti che infestano i deserti della Libia] con i suoi arenosi deserti; poiché se pro­duce chelidri, iacule e farèe e cencri con amfesibene [vari nomi dei serpenti descritti da Lu­cano], mai mostrò nulla di così pestifero e ve­lenoso con tutta l’Etiopia e l’Arabia. – Tra questa grande quantità di serpenti correvano genti nude e spaventate, senza sperare buco per il quale potessero sfuggire, o talismano che le potesse proteggere, dalle loro morsicature [eli­tropia, pietra preziosa, alla quale gli antichi attribuivano la virtù di guarire dalle morsica­ture dei serpi o di rendere invisibile chi la por­tasse addosso, tra molte altre]. ‑ Avevano le­gate le mani dietro con serpi, le quali ficcavano per le reni la coda e il capo, e davanti erano annodate. ‑ Ed ecco ad uno, che era sceso presso la ripa dove eravamo noi, si avventò un serpente, che lo trafisse dove il collo si congiungo alle spalle. ‑ Mai si scrisse così presto una lettera dell’alfabeto, come egli si accese e bruciò, e cascando divenne tutto cenere; ‑ e poiché fu così distrutto a terra, la polvere si raccolse per se stessa e ritornò di colpo quello di prima: ‑ così si conferma dai grandi sapienti [accenna alle favole narrate sull’uccello favoloso, la Fenice dai dotti antichi e medioevali] che la Fenice muore e poi rinasce dopo cinquecento anni: ‑ nella sua vita non si pasce né di erba e né di biada, ma solo delle gocce [o granelli] dell’incenso e dell’amomo [pianta aromatica come il nardo e la mirra], e prima di morire si avvolge nel nardo e nella mirra [sostanze odorose]. ‑ E come colui che cade senza saper come, per forza di demonio che facendogli smarrire i sensi lo getta a terra [ossessione] o per attacco epilettico, ‑ quando si rialza da terra. si guarda attorno tutto smarrito dalla grande angoscia che ha sofferto, e guardando sospira: tale era il peccatore poscia che si era levato in piedi. O potenza di Dio, quanto sei inesorabile! che infiggi per vendetta colpi così violenti. Il duca gli domandò poi chi fosse; ed egli rispose: «Io piovvi da poco tempo di Toscana in questa gola selvaggia. Mi piacque vita non da uomo, ma bestiale, come conveniva a mulo che io fui: sono Vanni Fucci bestia, e Pistoia mi fu degna tana». [Vanni Fucci figlio bastardo di messer Fucci dei Lazzari di Pistoia; ebbe parte nelle discordie pistoiesi incominciate nel 1286, tagliando la mano a Dore Cancellieri e seguendo la parte nera, commise violenze e rapine a danno degli avversari]. ‑ Ed io dissi al duca: «Digli che non fugga via, e domandagli quale colpa lo spinse quaggiù; ché io lo vidi uomo omicida e attaccabrighe». ‑ E il peccatore che intese, non fece finta di non sentire, ma drizzò verso me il pensiero e lo sguardo, e arrossì di collerica vergogna; ‑ poi disse: « Mi duole più che tu mi abbia sorpreso nella miseria in cui tu mi vedi, di quando fui tolto nell’altra vita [è l'uomo di parte che si duole di essere trovato dall'avversario nella miseria]. Io non posso negare ciò che tu chiedi; sono messo tanto in giù nell’inferno, perché io fui ladro dei bei arredi sacri [operò un audace tentativo di furto nella chiesa di S. Jacopo in Pistoia]: ‑ e il furto fu falsamente attribuito ad altri. Ma perché tu non godi di questa vista, se mai uscirai dall’inferno, ‑ apri gli orecchi e odi ciò che io dico: Pistoia prima si spoglia dei Neri [allude alla cacciata dei Neri da Pistoia avvenuta nel maggio 1301, e all'ingresso di Carlo di Valois in Firenze e alla proscrizione dei Bianchi tra il 1301 e il 1302], poi rinnova genti e modi di governo Firenze. Marte [dio della guerra] solleva un vapore di val Magra [Morvello Malaspina marchese di Giovagallo in Lunigiana, che postosi a capo dei Neri di Pistoia e dei Lucchesi uniti insieme, batte l'esercito dei Bianchi nel piano tra Serravalle e Montecatini] che è involto di torbidi nuvoli, e con tempesta impetuosa e fiera, si combatte sopra Campo Piceno; in cui egli repentinamente spezzerà come folgore la nebbia sì che ogni Bianco ne sarà ferito: – e ciò io ho detto perché tu te ne dolga ».

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La Divina Commedia – Inferno – Canto XXIII

Silenziosi e soli e senza la compagnia dei diavoli, andavamo l’uno davanti e l’altro do­po [Virgilio primo e Dante secondo, vedi Inf., 11, 141; IV, 15; XXXIV, 136] come usano andare i frati minori. [Dice il Lasca «Usanza è quando li frati minori vanno da una cittade ad un'altra o da un luogo ad un altro, s’elli fossero ben cento, vanno in fila l'uno dietro all’altro; può essere forse perché vanno con­templando con Dio».] ‑ La mia mente era ri­volta alla favola d’Esopo [Esopo. novellatore della Frigia, ebbe, per la versione latina delle sue opere fatta da Fedro, e da altri, grande fama nel medio evo. Si dissero sue anche quelle fatte sul suo stile quale appunto questa a cui Dante accenna. Essa è la seguente: Fedro, Fa­bul, aesopiarum, appendice, favole 6: «Mus et rana: Mus, quo transire posset flumen facilius, Auxilium ranae petit. Haec muris alligat lino priorem crus ad posterius pedem. Amnemnatantes vix medium devenerant. Cum rana subito fundum fluminis petens se mergit, muriut vitam esiperet perfide. Qui dum ne merge retur, tendit validius; Praedam conspexit milvus prope volans, Muremque fluctuantem rapuit unguibus. Simulque ranam colligatam sustulit. Sic saepe intereunt, aliis meditantes necem»] per la divenuta zuffa dei diavoli, poiché sono somigliantissime tra di loro [mo avverbio, è identico all'avverbio issa], se bene si paragona con la mente attenta il principio e la fine: ‑ e come un pensiero nasce naturalmente da un altro, così dal pensiero della favola di Esopo nacque in me un altro pensiero, che mi raddop­piò la paura avuta quando Malacoda ci diede la compagnia dei diavoli. ‑ Io pensavo: « Que­sti diavoli, per causa nostra, sono rimasti scher­niti e con tale danno e beffa, che credo rincresca assai ad essi. ‑ Se al malvolere proprio dei demoni si aggiunge l’ira [aggueffa = aggiunge, cfr. Inf., XXXI 56 e Purg., V, 112], essi ci verranno dietro più crudeli di quel cane che addenta la lepre [inseguito. «Acceffare è propriamente afferrare con il ceffo: con la bocca e con i denti] ». – Io già mi sentivo tutto rabbrividire per la paura, e stavo ascoltando e guardando indietro, quando dissi: « Maestro, se non nascondi ‑ me e te subito, io ho spavento di Malebranche; noi gli abbiamo già dietro; io li ho così scolpiti nell’immaginazione che già me li sento addosso ». ‑ E quegli: « Se io fossi uno specchio [impiombato vetro] la tua immagine esteriore non rifletterei così bene, e d’un tratto, come ricevo dentro di me [conosco] il tuo pensiero. ‑ I tuoi pensieri, pur ora, procedevano con i miei ‑ dallo stesso sentimento di paura [simile atto] e però erano conformi [simile faccia] sì che degli uni e degli altri feci una sola risoluzione. Se si trova un punto così pendente della ripa destra dell’argine per cui noi possiamo discendere nella sesta bolgia noi per esso fuggiremo l’inseguimento dei diavoli che c’ immaginiamo ». ‑ Non aveva terminato di esprimere un tale divisamento, che io vidi i demoni venire con l’ali tese, non molto lontani, per volerci prendere. ‑ Il mio duca subito mi prese come la madre che si sveglia al rumore e vede divampare presso di sé le fiam­me, ‑ che prende il figlio e fugge e non si arresta, avendo più cura di lui che di sé stessa, senza indugiare né meno quanto tempo è necessario per vestirsi di una camicia: ‑ e giù dalla sommità della ripa pietrosa si lasciò andare con le spalle appoggiate alla roccia pendente che forma il lato della sesta bolgia. ‑ Non corse mai con tanta fretta l’acqua per un canale artificiale fatto per volgere la ruota di un mulino piantato al suolo [Lombardi: «a differenza di quelli che si fabbricano nelle navi sopra fiumi, ove l'acqua non ha doccia o sia canale, che facciala da alto in basso scorrere ad urtare nelle pale della ruota, ma muovesi collo stesso movi­mento che ha in tutta la larghezza del fiume; e però alla mancanza di forza nell'acqua si sup­plisce col far le pale delle ruote larghissime d'intiere tavole per lungo»], quando essa più si avvicina presso le pale, ‑ come il mio mae­stro per quell’estremità della roccia [vivagno­: propriamente la estremità dei tessuti], portandosi me sopra il suo petto, come se fossi suo figlio, non come compagno. ‑ Appena i piedi suoi furono giunti al piano del fondo della stessa bolgia, i demoni giunsero sull’argine proprio sopra di noi; ma non vi era da temere: ‑ poiché Iddio che volle porre essi ministri della quinta bolgia, toglie ad essi il potere di partirsi di costì. ‑ Laggiù trovammo gl’ipocriti che con l’apparenza esteriore del loro volto, ricoprono la malvagità dell’animo, che camminavano lentissimamente piangendo, e nell’aspetto stanchi e abbattuti. ‑ Essi avevano cappe con cappucci abbassati sugli occhi, fatte della foggia di quelle che portano i monaci di Cologna. [Vi è discordanza tra gl'interpreti del poema nel definire a qual luogo alluda Dante; il Lasca, tra gli altri, dice: « E’ da sapere che elli è uno ordine di monaci li quali hanno lo capo in Cologna, che è in Alemagna, ed è molto ricchissima e nobilissima badia quella; il quale abbate, già più tempo, sentendosi essere signore di tanto ordine ed avere, crescè per arroganzia in tanta audacia che egli andò ricchissimamente a corte di messer lo papa e a lui domandò che li piacesse di darli parola ed eziandio fare scrivere il canone che l'abbate del detto luogo, potesse avere la cappa di scarlatto e il cappuccio, ancora che le manubrette delle sue cinture fossero d'argento sovradorato. Udito lo papa così inonesta domanda, procedette verso lui che elli e li suoi frati non potessero avere cappe se non nere e di panno non follato, e avessero quelle cappe dinanzi e di dietro tanto lunghe ch’elli menassero coda per derisione di loro: ancora che li cappucci delle predette cappe fossero si grandi ch'elli tenessero una misura di formento, che è tanto quanto è uno staro; e per quell'arroganzia del detto abate, che voleva alle sue cinture guarnimenti d'argento e d'oro, che non potesse avere né elli né li suoi frati, ovvero monaci, altro guarnimento ad essa se non di legno: e da quel tempo in qua hanno quelli monaci e il suo abate tenuto e usato tale abito ». Altri ripetono questa storiella]. ‑ Di fuori sono così dorate che abbagliano ma dentro tutte di piombo e tanto pesanti che quelle che metteva Federico al confronto sarebbero parse di paglia. [Dice il Buti: E' da sapere che lo imperatore Federico secondo, coloro ch'egli condannava a morte per lo peccato dell'offesa maestà, li faceva spogliare ignudi e vestire d'una veste di piombo grossa un dito, e faceali mettere in una caldaia sopra il fuoco e facea fare grande fuoco tanto che si struggeva lo piombo addosso al misero condannato, così miseramente e dolorosamente li faceva morire ». Ciò è da ritenersi per vero; almeno a quei tempi era creduto da tutti]. – Oh quanto grave pena esser messi eternamente in un manto talmente faticoso! Noi ci volgemmo ancora a mano mancina, insieme con loro, e attenti al loro piangere tristemente; ‑ ma per il peso quella gente stanca veniva così piano che noi ad ogni passo ci trovavamo allato nuova coppia di dannati. ‑ Per cui dissi al mio duca: « Fa’ di trovare qualcuno che per le sue opere o per il suo nome si conosca, e guarda attorno mentre così vai». ‑ Ed uno che intese la mia parlata toscana gridò dietro a noi: « Fermate i piedi, voi che correte tanto forte per l’aria fosca : ‑ che forse avrete da me ciò che chiedete ». – Per cui il duca si rivolse, e disse: « Aspetta, e poi va’ secondo il suo passo ». – Io ristetti, e vidi due mostrare col viso gran fretta dell’animo di essere vicino a me: ma il peso che portavano addosso e l’angustia della via li facevano andare lentamente. ‑ Quando furono giunti a me appresso mi guardarono con l’occhio molto bieco senza parlare; poi si volsero a dire tra loro: ‑ « Costui al movimento della gola nel respirare, pare vivo; e se essi son morti per quale privilegio vanno scoperti della pesante cappa di piombo? » ‑ Poi dissero a me: « O toscano che sei venuto alla compagnia dei tristi ipocriti, non disdegnare di dirci chi tu sia». ‑ Ed io a loro: «Io nacqui e crebbi sopra il fiume Arno alla grande città di Firenze, e sono con il corpo che ho avuto sempre. ‑ Ma voi chi siete, che giù per le guance piangete tanto dolore, e quale pena è in voi che vi fa sprizzare queste lacrime?» ‑ E l’uno risposemi: «Le cappe color d’oro, sono di piombo, e così grosse che ci fanno piangere come i pesi fanno cigolare le bilance loro. ‑ Fummo frati gaudenti e bolognesi. [Nel 1261 fu istituito in Bologna con riconoscimento del papa Urbano IV, un ordine di frati armati che fu chiamato dei cavalieri di Maria Vergine gloriosa, ed aveva lo scopo di promuovere la pace tra le parti che travagliavano le città italiane, di sopprimere i dissidi tra le famiglie potenti, di proteggere i deboli contro qualsiasi violenza dei potenti: con il favore delle repubbliche e dei papi. Questo ordine da Bologna si estese a molte altre città italiane; ma dopo poco traviò dalle prime intenzioni, tanto che per derisione furono detti dal popolo frati gaudenti ed anche capponi di Cristo]: io mi chiamo Catalano [Catalano dei Catalani, famiglia guelfa derivata dai Malavolti e detta pure di Guido di madonna Ostia, nacque in Bologna nel 1210: fu podestà in Milano nel 1243, in Parma nel 1250, in Piacenza nel 1260 e in altre città ancora: nel 1249 ebbe il comando d'una parte dei fanti di Bologna contro il re Enzo, alla battaglia di Fossalta; fu uno dei fondatori dell'ordine dei cavalieri di Maria; assieme a Loderingo degli Andalò resse nel 1265 e 1267 il governo di Bologna e quello di Firenze nel 1266: dopo i quali offici si ritirò a vivere nel convento dei frati gaudenti a Ronzano, presso Bologna, dove morì e fu sepolto nel 1285] e questi Loderingo [Loderingo degli Andalò, di famiglia bolognese nel 1210 e con molto onore esercitò parecchie podesterie, tra le quali quella di Modena nel 1251 e di molte altre città della Toscana e dell'Emilia in seguito. In Bologna fu associato al podestà Iaeopo Tavernieri nel 1263, temendo il comune malgoverno di questi; nel 1265 i bolognesi affidarono a lui e a Catalano dei Catalani il governo della città travagliata dai partiti, ed essi governarono con giustizia aggiustando molte discordie e inimicizie; nel 1266 fu chiamato con il compagno al governo di Firenze e nel 1267 di nuovo n quello di Bologna. Fu il fondatore dell’ordine dei gaudenti e propagatore instancabile della nuova milizia, e per essa visse gli ultimi suoi anni nel convento di Ronzano, dove nel 1293 morì e fu sepolto] e insieme chiamati alla tua città [Il Villani dice, sul conto dell'officio tenuto in Firenze da Catalano e da Loderingo, che avvenuta la Battaglia di Benevento i ghibellini cominciarono ad avvilirsi e i guelfi invece a prendere ardimento, e che per evitare disordini e quietare il popolo furono eletti due cavalieri frati gaudenti bolognesi per podestati di Firenze, dei quali l’uno si chiamava messer Catalano dei Malavolti e l’altro messer Loderingo degli Andalò, e l’uno messer Catalano teneva per la parte guelfa, l'altro per quella ghibellina. I due bolognesi senza prediligere più una parte che l'altra si diedero a riformare il governo, con intenzione di conciliare i due partiti, e istituirono il consiglio dei trentasei buoni uomini: ma il popolo sollevatosi contro i ghibellini, li cacciò dalla città abbattendone le case. Allora Catalano e Loderingo, i quali già avevano fatta domanda di esonerazione dall'officio, abbandonarono Firenze. Si sospettò dai cittadini che avessero badato sotto la maschera della ipocrisia, più al loro proprio guadagno che al bene comune] ‑ come si suole chiamare un uomo solo, per conservare la pace nella città, e ci comportammo in tale maniera che ancora si vede nei dintorni del Gardingo » [luogo in Firenze presso a dove in seguito sorse il palazzo della Signoria. Ivi erano le case degli Uberti atterrate nella sommossa per cui i due frati abbandonarono la città]. – Io cominciai a dire: « O frati i vostri mali… » ma non dissi altro ché mi venne alla vista un uomo crocifisso per terra con tre pali. Quando mi vide si contorse tutto soffiando nella barba e sospirando; e il frate Catalano, che si accorse di ciò, ‑ mi disse: « Quell’uomo confitto che tu guardi consigliò i Farisei che conveniva porre un uomo al martirio per il popolo [è Caifas, il sommo sacerdote, che nel concilio dei Sacerdoti e dei Farisei consigliò la morte di Cristo]. – E’ come tu vedi, nudo attraverso la via, e deve sentire come pesa chiunque passa. ‑ E la stessa pena è data al sommo sacerdote Anna, suocero di lui e ai Sacerdoti e Farisei che presero parte al Concilio, da cui uscì la rovina del popolo giudeo». ‑ Allora io vidi Virgilio considerare con insolita attenzione colui che era steso tanto vilmente in croce nell’inferno [forse perché non l’aveva veduto la prima volta che era disceso all'inferno]. ‑Poi rivolse al frate queste parole: « Non vi dispiaccia dirci, se vi piace, se nella ripa destra di questa bolgia sia alcun valico ‑ per cui noi possiamo passare nella settima senza costringere i demoni che ci facciano uscire da questo fondo». ‑ Rispose: « Più vicino di quanto tu puoi sperare vi è uno scoglio che dalla cerchia esterna parte e passa sulle dieci bolgie, ‑ salvo che a questa bolgia è rotto e non la copre: potrete montare sulla rovina del ponte, che si ammassa nel fondo della bolgia». ‑ Il duca stette un poco con la testa chinata, poi disse: « C ‘ingannava Malacoda » che con gli uncini strazia i barattieri di là nella 5^ bolgia]. ‑ E il frate: « Io ho udito parlare in Bologna che il diavolo ha molti vizi, tra i quali udii dire ch’egli è bugiardo, anzi il padre della menzogna [ricordo dello studio bolognese, dove fioriva anche la teologia. Nel Vangelo si legge a proposito del diavolo, Giov., VIII, 44: «quando preferisce la menzogna, parla del suo proprio, perocché egli è mendace, e il padre della menzogna»; ciò ricorda il frate]. ‑ Dopo di che il duca s’incamminò a gran passi un poco sdegnato nell’aspetto [per l'inganno di Malacoda]; onde io mi partii dagl’ipocriti gravati dal carico delle cappe, seguendo l’orme dei piedi del caro duca.

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La Divina Commedia – Inferno – Canto XXII

Io vidi già cavalieri cominciare la marcia, e attaccare il nemico, e disporsi in rango per la rassegna, e talvolta ritirarsi per scampare ‑ e vidi scorridori [si riferisce alle scorrerie dei Fiorentini per il territorio di Arezzo dopo la battaglia di Campaldino del 1289, alla quale Dante si trovò tra i cavalieri], o Aretini per il vostro territorio, e vidi muovere a rapina e distruzione [gualdane], e muovere a ferire nei torneamenti [in cui una squadra moveva contro l'altra], e correre l’uno verso l’altro nelle giostre [combattimento tra due], ‑quando con le trombe e quando con le campane, con tamburi e con segnali fatti dalle fortezze, e con strumenti d’uso tra noi italiani o importati dalle milizie straniere; ‑ ma non vidi mai muovere al suono di così strano strumento cavalieri, né pedoni, né nave. orientatesi alla terra o alla stella. ‑ Noi andavamo con i dieci demoni: Ahi fiera compagnia ma come nella chiesa si trova la compagnia dei religiosi, così nelle taverne quella dei gozzovigliatori. ‑ Pure io ero attento alla pece, per vedere ogni aspetto della bolgia, e della gente che dentro v’era bruciata. ‑ Come i delfini, quando fanno segno ai marinari uscendo fuori dell’acqua con l’arco della schiena che la burrasca si avvicina [credenza diffusa allora] e che procurino di salvare il loro naviglio; ‑ così di quando in quando per alleviare la pena alcuno dei peccatori mostrava il dorso fuori della pece, e lo nascondeva in men che non balena. ‑ E come i ranocchi stanno all’orlo dell’acqua di un fosso con il muso fuori e con i piedi e il corpo nascosti nell’acqua; ‑ così da tutte le parti stavano i peccatori: ma come si avvicinava Barbariccia, essi si ritraevano sotto la pece bollente. ‑ lo vidi, ed ancora mi si raccapriccia il cuore a quel ricordo, un peccatore aspettare in quel modo che una rana rimane mentre altre si spicciano ad andare sotto l’acqua: ‑ e Graffiacane, che gli era più di contro, gli afferrò con l’uncino le chiome impeciate, e lo trasse su, che mi parve una lontra [Venturi 417: chi abbia veduto questo animale conoscerà quanto viva sia la similitudine tra il dannato tratto su dalla pece, e la lontra, la quale ha pelle untuosa e color quasi nero, e che cavata fuori dell'acqua con le gambe penzolate e grondanti presenta forme appropriate all'atto che il poeta descrive]. ‑ Io già sapevo il nome di tutti quanti, sì li notai quando furono scelti tra gli altri e poi che furono chiamati badai come si chiamavano. ‑ «O Rubicante mettigli gli unghioni addosso e scuoialo», gridavano tutti insieme i demoni. ‑ Ed io: «Maestro mio, procura di sapere, se puoi, chi sia lo sciagurato venuto nelle mani dei suoi nemici ». ‑ Il duca mio si fece vicino. E gli richiese di dove egli fosse, e quegli rispose: « Io nacqui nel regno di Navarra [Ciampolo di Navarra, nacque da una gentildonna di questo paese, e per padre ebbe, come dice il poeta, un ribaldo sperperatore di suoi beni. Entrato, per mezzo di sua madre, a servire da un signore, passò poi alla corte di Tebaldo, re di Navarra; entrò in sua grazia ed ebbe tanta influenza che gli fu affidato il potere di dispensare i benefici e le grazie in gran quantità, dal che trasse modo di fare ricchezze, barattando per denaro e dispensando illecitamente]. ‑ Mia madre, che mi aveva avuto da un ribaldo, distruttore di sé e dei suoi beni, mi pose a servire da un signore. ‑ Poi fui famiglio del buon re Tebaldo; quivi mi misi a fare baratteria, di cui io sconto la pena in questa pece bollente ». ‑ E Ciriatto a cui usciva da ogni lato della bocca una zanna come a porco, gli fece sentire come una di queste zanne sdruciva. ‑ Tra male gatte era venuto il sorcio; ma Barbariccia lo chiuse con le braccia, e disse: « State in là, mentr’io lo stringo »; ‑ e volse al mio Maestro la faccia: «Domanda, disse, ancora se desideri di sapere altro, prima che gli altri diavoli ne facciano strazio». ‑ Il duca riprese: «Ora dimmi, degli altri rei conosci tu qualcuno che sia latino sotto la pece? » E quegli: « lo mi sono distaccato ‑ da poco da uno che abita un paese vicino all’Italia; così fossi ancora coperto dalla pece con lui, che io non temerei le unghie e gli uncini dei diavoli ». ‑ E Libicocco: «Troppo abbiamo tollerato», disse, e presegli con l’uncino il braccio, sì che stracciando portò via un brano di carne. ‑ Draghignazzo pure volle ferire giù alle gambe, onde il decurione [capo] loro si volse a guardare attorno gli al­tri demoni con faccia minacciosa. Quando essi furono un poco acquietati, il mio duca chiese a lui che guardava ancora la sua ferita, senza perdere tempo: ‑ «Chi fu quegli da cui dici che hai fatto una cattiva partenza per venire alla proda»? Ed egli rispose: «Fu frate Go­mita [frate Gomita, sardo, fu vicario di Paolino de' Visconti da Pisa il quale ebbe il giudicato di Gallura dal 1275 al 1296, e si dice ch’egli fosse gran barattiere. Di questa baratte­ria di cui Dante accenna dice il Lama: «Av­venne che in un tempo lo detto giudice mandò e prese, ed ebbe in prigione suoi nemici: que­sto suo fattore per moneta li lasciò: di ch'elli scamponno »], quello di Gallura [è la parte nord‑est della Sardegna e fu uno dei quattro giudicati in cui i Pisani la suddivisero: nel 1206 Lamberto Visconti se ne impossessò spo­sando la figlia unica dell'ultimo giudice del paese, e, assieme ad Ubaldo I suo fratello, lo tenne sino al 1219; quindi la signoria passò ad Ubaldo Il figlio di Lamberto dal 1219 al 1328, poi a Giovanni figlio di Ubaldo I e padre di Ugolino dal 1238‑1275) ricettacolo di ogni frode, che ebbe i nemici del suo signore [Ugolino Vi­sconti] in mano, e fece loro tale cosa, di cui ognuno di essi se ne congratula: ‑ si prese denaro e segretamente li lasciò liberi, come egli dice, ed anche nell’altre cariche non fu piccolo barattiere ma dei maggiori. ‑ Con questo mes­sere se la dice Michele Zanche di Logodoro [la parte nord‑ovest della Sardegna formava il giu­dicato di Logodoro governato da giudici del paese prima per alcun tempo, dopo, dal 1235, da Adelasia di Logodoro che sposò Ubaldo II Visconti e, morto lui, passò a seconde nozze nel 1239 con Enzo figlio di Federico II. Occu­pato nelle guerre in Italia e poi prigioniero dei bolognesi nel 1249 Enzo lasciò Michele Zanche suo vicario in Logodoro il quale, sciolte le nozze dì Adelasia con il secondo marito, la sposò e tenne per molto tempo il possesso del giudicato, ebbe da lei una figlia che fu data in moglie a Branca Doria di Genova, dal quale Michele Zanche fu spento a tradimento nel 1290. Si parla di Michele Zanche dagli antichi commen­tatori, come di grande barattiere, e pare che nell'assenza di Enzo avesse usurpato il dominio. E’ erroneo ciò che molti dicono: essere sua moglie la madre di Enzo], e le loro lingue non si sentono mai stanche a parlare della Sardegna. ‑ Ohimè! vedete l’altro demonio [Farfarello] che digrigna i denti: io parlerei ancora; ma io temo che esso non sia in procinto di graffiarmi il capo ». ‑ E quello che era stato posto a capo degli altri [Barbariccia] voltosi a Farfarello che stralunava gli occhi per ferire, disse : « Fatti in là malvagio uccello ». ‑ « Se voi volete vedere od ascoltare altri dannati, ricominciò a dire Ciampolo spaurito, io ne farò venire di Toscani e di Lombardi. ‑ Ma stiano un poco in disparte i diavoli sì che i dannati non temano d’uscirne vedendoli; ed io, sedendo in questo stesso luogo, ‑ per uno che io sono ne farò venire molti a galla, quando fischierò, com’è nostra usanza dì fare quando alcuno esce dalla pece [e non vede diavoli attorno]. ‑ Cagnazzo a queste parole alzò il muso scrollando il capo, e disse: « Odi la malizia ch’egli ha pensato per gettarsi giù ». ‑ Onde egli che era ricco di raggiri, rispose: « Già, sono ben maligno io procurando maggiore strazio ai miei compagni, facendoli venire sotto i vostri artigli ». ‑ Alichino non si contenne dal rispondere, ma contro il parere degli altri demoni disse a lui: « Se tu ti getti nella pece, non ti verrò dietro correndo, ‑ ma volando : ritiriamoci da quest’altura e scendiamo il pendio che ci nasconderà a quelli che sono nella pece, e da là sarà da vedersi se tu solo vali più di noi ». ‑ O tu, che leggi, udirai uno strano giuoco. Ciascuno si volse dall’altra parte [alle parole di Alichino], e primo Alichino che era più renitente a fare ciò temendo gli sfuggisse Ciampolo. ‑ Il Navarrese seppe coglier bene il momento opportuno, fermò i piedi a terra e nello stesso tempo spiccò un salto, e li liberò da Barbariccia che lo tratteneva per le braccia. ‑ Per cui ciascun demonio si sentì di colpo pentito di avergli lasciato l’opportunità di sfuggire. Ma più Alichino che fu causa del male; perciò si mosse ad inseguirlo e gridò: «Ti afferro». ‑ Ma ciò poco valse: ché le Ali di Alichino non poterono andare più veloci della paura dì Ciampolo. Questo andò sotto e quegli, volando, drizzò in su il petto: cosi di colpo fa l’anitra, quando si avvicina il falco, tuffandosi sotto l’acqua, e quello ritorna su crucciato e stanco. – Adirato, Calcabrina, per l’inganno, tenne dietro ad Alichino, quasi contento che Ciampolo fosse scampato, per potersi azzuffare col compagno. ‑ E come sparì il barattiere, volse gli artigli al suo compagno e lo ghermì sopra il fosso della pece. ‑ Ma l’altro fu bene sparviero grifagno [dicevano, a quei tempi, in cui usava questo genere di caccia, grifagno lo sparviero adulto e più animoso ad uccellare] ad artigliarlo bene, ed ambedue caddero nel mezzo dello stagno di pece bollente. Il caldo costrinse subito a separarsi i due: ma non potevano levarsi dalla pece, tanto avevano invischiate le loro ali. ‑ Barbariccia dolente con gli altri suoi compagni, ne fece volare quattro con i raffi che dall’altro lato della bolgia scesero sul posto indicato dal decurione, porgendo ai due impeciati, che già erano cotti dalla superficie dello stagno bollente, gli uncini. ‑ E noi cogliendo il momento che erano così occupati li lasciammo proseguendo il cammino.

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La Divina Commedia – Inferno – Canto XXI

Così dal ponte della quarta venimmo a quello della quinta bolgia, parlando d’altro che non curo di riferire, e tenevamo il punto culminante del ponte quando ‑ ci soffermammo per vedere la quinta bolgia, e l’altra gente che inutilmente piangeva; e la vidi straordinariamente oscura. ‑ Come nell’arsenale dei Veneziani bolle d’inverno la tenace pece per rimpeciare i loro legni alquanto avariati – che non possono navigare, e invece di navigare chi fa di nuovo il suo naviglio, e chi tura con stoppa le fessure nei fianchi di quello che fece molti viaggi; ‑ chi rafforza con chiodi da prua [parte anteriore], chi da poppa [parte posteriore], altri fanno remi. altri avvolgono canape e ne fanno sarte [funi per le vele]; chi rappezza terzendi [vela minore], e chi artimoni [vela maggiore] tale non per fuoco ma per potenza divina bolliva laggiù una pece densa che intonacava da ogni parte la riva. – Io vedeva essa ma in essa nulla, altro che il gonfiarsi della pece in bolle, le quali rompendosi, la pece ricadeva giù compressa. ‑ Mentre io miravo intensamente laggiù, il mio duca dicendo: « Guarda guarda» mi tirò verso di sé dal luogo dove io stavo. ‑ Allora mi volsi come l’uomo che ha premura di vedere un pericolo che deve evitare, e per l’improvvisa paura si sente venir meno le forze ‑ il quale guarda e fugge nello stesso tempo e vidi dietro a noi un diavolo nero, venire correndo su per lo scoglio. ‑ Ahi quanto egli era fiero nell’aspetto! e quanto mi pareva feroce nel suo atteggiamento, con l’ali aperte, e correndo agilmente! ‑ L’omero suo, che era appuntato ed alto, teneva a cavalcioni un peccatore e il demonio lo teneva afferrato per i piedi. ‑ Dal ponte in cui ci trovavamo io e Virgilio, disse: «O Malebranche [nome generico dei diavoli custodi della 5^ bolgia], ecco uno degli anziani di Lucca [Dante dice di S. Zita perché Lucca è devota di questa santa: Zita da Monsagrati presso Pontremoli, nata nel 1218 e morta nel 1272, visse santamente in Lucca, dove fu sempre venerata con special devozione; il di lei corpo si conserva nella chiesa di S. Frediano], mettetelo sotto la pece, ché io torno per prendere altri barattieri ‑ a quella città che ne è ben fornita: tutti sono costà barattieri, fuorché Bonturo; nel Consiglio, per denari invece del no si vota si. [Chi sia questo peccatore portato dal diavolo nero non è riferito dai commentatori; a quei tempi si riteneva aversi voluto riferire il poeta a Martino Bottaio gran cittadino in Lucca, il quale morì nell’anno in cui Dante finge di essere sceso all'inferno. Bonturo Dati fu capo della fazione popolare in Lucca e fu di tanta autorità che a suo talento condusse le cose di quel comune: nel 1314. avendo Bonturo negato ai Pisani la restituzione del castello di Asciano, dicendo agli ambasciatori che i Lucchesi tenevano quel castello come specchio per le donne pisane, vedi La Faida di Carducci, fu causa di una guerra fra le due città, riuscita molto dannosa a Lucca: allora il popolo costrinse il Dati a fuggire, ed egli riparò a Firenze, dove morì. Dante si riferisce ironicamente a Bonturo, poiché questi fu grandissimo barattiere]. ‑Laggiù lo buttò, e quindi si rivolse per il duro scoglio del ponte, e mai mastino sguinzagliato per inseguire il ladro fu con tanta velocità. – L’altro [il peccatore] si tuffò nella pece bollente, e poi ritornò su con l’arco della schiena; ma i demoni che erano coperti dal ponte, gridarono: « Qui non c’è il Volto Santo [l’immagine antichissima di Cristo in croce, che si venera nella chiesa di S. Martino in Lucca] ; ‑ qui si nuota diversa mente che nel Serchio [fiume che scende dai monti di Lunigiana e passa vicino a Lucca] e se tu non vuoi essere uncinato, non uscire fuori della pegola ». ‑ Poi l’addentarono con più di cento raffi, e dissero: « Coperto dalla pece tu devi ballare qua, sì che tu rubi nascosta­niente, se puoi». ‑ Così i cuochi fanno tuf­fare ai loro aiutanti la carne con uncini in mezzo alla caldaia, perchè non galleggi fuori dell’acqua. ‑ Il buon maestro mi disse: «Ac­quattati giù dietro una sporgenza dello scoglio, e così non appaia che tu ci sia, e non abbia a ricevere nessun affronto; ‑ e se per caso que­sti diavoli tentassero di offendermi, non temere tu, ché io so ciò che mi faccio, perché fui altra volta a tale contrasto». ‑ Poscia passò di là dal principio del ponte, e come egli giunse sul­l’arogine che divide la quinta dalla sesta bolgia, gli fu necessario avere sembiante imperturbato. ‑ Con quel furore e con quell’impeto rumo­roso che i cani escono fuori dalle case [quelle di campagna] addosso al poverello che subito chiede l’elemosina dove si sofferma; ‑ usci­rono quei demoni di sotto il ponte, e volsero contro lui tutti gli uncini, ma egli gridò: « Nes­sun di voi mi tocchi! – prima che mi unci­niate venga avanti qualcuno di voi ad ascoltare le mie parole e poi pensi se io debba essere arroncigliato ». ‑ Tutti gridarono: « Vada Malacoda »; per il che uno si mosse e gli altri stettero fermi; e venne a lui dicendo: « Che gli vale che io vada? » ‑ « Credi tu, Malacoda, disse il mio maestro, di vedermi qui venuto senza paura di tutte le vostre minacce ‑ senzavolere di Dio e senza l’aiuto del fato? Lasciami andare, poichè è voluto nel cielo che io mostri ad altri questo cammino scabroso ». ‑ Allora de­pose cogì l’orgoglio che si lasciò cadere ai piedi l’uncino, e disse: « Oramai non sia ferito». ‑ E il mio Duca a me: « O tu, che siedi acquat­tato tra gli scheggioni del ponte, vieni dunque senza timore a me». ‑ Per cui io mi mossi e venni rapidamente a lui; e i diavoli si fecero tutti avanti, sì che io temetti non mantenes­sero la parola. ‑ E così sbigottiti vidi [nel 1289] uscire gli uomini del presidio pisano dal castello di Caprona [che si era reso a condizioni ai Lucchesi] vedendosi tra tanti nemici. ‑ lo mi accostai con tutta la persona lungo il mio duca, e non torceva gli occhi dalla loro sembianza che era non rassicurante. – Essi chinavano i raffi, e « Vuoi che lo tocchi, diceva l’un con l’altro. sopra il groppone? » ‑ E ri­spondevano: « Sì, accoccagli [assestagli] un colpo di ronciglio ». ‑ Ma quel demonio che parlava con il duca mio, si volse tutto in fretta e disse: « Fermati, fermati, Scarmiglione ». ‑ Poi disse a noi: «Più oltre per questo scoglio non si può andare perchè il sesto arco giace tutto spezzato al fondo: ‑ e se vi piace an­dare avanti andatevene su per questa roccia [che forma il sesto argine]; più oltre vi è uno scoglio che fa da strada. ‑ Ieri, ad altre cin­que ore oltre quest’ora, compirono milleduecentosessantasei anni che qui fu rotta la via. [Dice dunque Malacoda che ieri, 25 marzo 1300, intorno al mezzodì, compirono 1266 anni da che fu rotto il ponte della sesta bolgia; conforme all'opinione seguita da Dante che Gesù Cristo spirasse alle ore 6 del giorno 25 marzo dei suoi 34 anni; Conv., IV, 23] che fu causa del terremoto che cagionò la rottura del ponticello, tra le altre rovine infernali. ‑ Io mando verso quella parte alcuni di questi miei per riguardare se alcuno dei barattieri esce dalla pece: andate con loro, ch’essi non saranno di pericolo a voi. ‑ Fatti avanti, Alichino e Calcabrina, cominciò egli a dire, e tu, Cagnazzo e Barbariccia guidi la decina. ‑ Libicocco venga oltre a Draghignazzo, Ciriatto zannuto, e Graffiacane, e Farfarello, e Rubicante il pazzo. ‑ Andate in giro attorno al fosso della pece bollente [pane, da panie, visco per tendere agli uccelli] ; costoro non siano toccati sino all’altro ponte che attraversa le bolgie dalla prima all’ultima». [Ma altri ponti non sono sulla sesta bolgia]. – Ohimè! Maestro, che è ciò che io vedo? dissi io, deh! andiamocene soli senza alcuna scorta se tu sai il cammino, che io per mio conto non la richiedo. ‑ Se tu sei così avveduto come suoli, non vedi tu ch’essi digrignano i denti, e con gli occhi minacciano danni? » ‑ Ed egli a me: «Non voglio che tu abbia spavento; lasciali digrignare pure, quanto a loro piace, ché essi fanno ciò per coloro che si lessano e si dolgono nella pece ». Si voltarono per l’argine sinistro: ma prima ciascuno aveva stretta la lingua con i denti verso il loro caporione come per segno d’intendimento, ‑ ed egli aveva dato il segnale della partenza con il suono di « così piacevole stromento » dice l’An. fior.

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La Divina Commedia – Inferno – Canto XX

Ora debbo fare versi di una singolare pena e darne materia al canto ventesimo della prima cantica della Commedia, che tratta delle anime sepolte nell’inferno. ‑ lo ero già tutto disposto a guardare nel fondo della quarta bolgia [la cui veduta i poeti scorgevano interamente dalla sommità del ponte, Inf. XIX, 128] che si bagnava di pianto angoscioso: ‑ e vidi gente [gl’indovini che per voler vedere nel futuro sono condannati in inferno a guardare eternamente indietro] per il vallone che girava attorno, venire piangendo silenziosamente, al passo con cui vanno le processioni in questo mondo. ‑ Come la vista mi scese in loro più giù del volto, mi apparve avere ciascuno meravigliosamente il mento volto indietro fino al principio del busto: ‑ sì che la loro faccia era rivolta dietro alle reni e quindi dovevano camminare all’ indietro, perché non potevano vedere davanti. ‑ Forse alcuno si travolse così per forza di paralisi, ma io non l’ ho mai veduto e non credo che possa accadere. ‑ Se Dio ti lascia considerare, o lettore, la tua lettura, ora pensa da te stesso come potevo non piangere, ‑ quando vidi, cosi da vicino, la nostra immagine contorta in modo che il pianto degli occhi bagnava la fessura delle natiche. ‑ Io piangeva, ben ricordo, appoggiato ad uno dei massi dello scoglio da cui guardavo la processione, sì che la mia scorta mi disse: « Anche tu sei degli altri sciocchi? ‑ Qui tra i dannati per malizia e per frode, la pietà consiste nel non aver pietà. Chi è più scellerato di colui che porta compassione per coloro che sono puniti da Dio? ‑ Drizza, drizza la testa, e vedi colui al quale si aperse la terra agli occhi dei Tebani, per cui tutti gridavano: ‑ «dove rovini, – Anfiarao [figlio di Oicleo e di Ipermemnestra. Si nascose per non andare a Tebe, dove sapeva sarebbe morto: ma scoperto per tradimento della moglie Erifile, sotto le mura tebane perì inghiottito da una voragine apertasi innanzi a lui improvvisamente] e perché lasci di combattere ? » Ed egli non restò di precipitare a basso, fino a Minos, che afferra ciascun peccatore. « Guarda che le sue spalle sono divenute il suo petto: perché volle vedere troppo davanti, guarda indietro e cammina all’indietro. ‑Vedi Tiresia [indovino di Tebe] che cambiò di sembianza quando da maschio divenne femmina, cambiandosi tutte quante le membra; ‑ e prima che potesse avere la barba dovette ribattere con la verga i due serpenti avvolti. ‑ Aronta [aruspice etrusco; al tempo delle guerre civili predisse il trionfo di Cesare] è quegli che ha il suo tergo al di lui ventre, che nei monti di Luni [città etrusca, alle foci della Magra] dove i Carraresi che abitano di sotto lavorano la terra, ‑ ebbe tra i bianchi marmi la spelonca per sua dimora dal cui vano guardava le stelle e il mare. ‑ E quella donna che ricopre le mammelle che tu non vedi [poiché volte dall'altro lato], ed ha di là ogni pelosità, ‑ fu Manto; per cui mi piace che tu mi ascolti un poco. ‑ Dopo che il padre suo morì e Tebe, la patria di Bacco, cadde nella servitù di Creonte, questa camminò per il mondo gran tempo. ‑ Su nella bella Italia giace un lago ai piedi di quel tratto delle Alpi che sopra il Tirolo separa l’Italia dalla Germania, e si chiama Benaco [lago di Garda]. Per mille fonti e anche di più, credo, i monti delle Alpi Pennine si bagnano, tra Garda e Val Camonica dell’acqua che immette nel Benaco. ‑ Là nel mezzo vi è un luogo dove il pastore della diocesi di Trento, di quella di Brescia e di Verona, potrebbe benedire se facesse quel cammino. ‑ Dove la riva attorno è più discesa siede Peschiera [fortezza dei veronesi, nella parte più bassa del lago di Garda, cioè a mezzogiorno, dove scolano le acque del fiume], bella e munita fortezza per tener fronte ai Bresciani ed ai Bergamaschi. ‑ Ivi tutte le acque che non possono stare in Benaco conviene che scolino, e formano un fiume giù per le verdi pasture [Veronesi]. ‑ Tosto che l’acqua incomincia a correre, non più lago Benaco si chiama, ma Mincio [emissario del Garda, che s'impaluda nel basso piano, lama, di Mantova e sbocca nel Po presso Governolo] fino a Governolo, dove cade nel Po. ‑ Non molto ha corso [il Mincio che s'impaluda in un basso piano, lama], che d’estate suole talora riuscire pernicioso [per la malaria]. Passando oltre la vergine [Manto ancora vergine quando venne in Italia alla magia, vide nel mezzo del pantano una terra senza cultura, e vuota di abitanti. ‑ Ivi per fuggire ogni consorzio umano, si soffermò con i suoi servi a fare le sue arti, e visse costì fino alla morte. ‑ Gli uomini poi che erano dispersi attorno si adunarono in quel luogo ch'era forte per il pantano che aveva tutt'attorno, ‑ fecero la città sopra le ossa di Manto; e senz'altro, dal nome di colei che per la prima scelse il luogo, la chiamarono Mantova. ‑ Prima che la dabbenaggine di Casalodi, ricevesse inganno da Pinamonte, i suoi abitanti furono più numerosi. ‑ Però t'insegno, che se tu mai udissi essere stata originata diversamente la mia città, nessuna menzogna venga ad offuscare la verità ». Ed io: « Maestro, i tuoi ragionamenti per me sono così veri e porgo loro tanta fede, che gli altri che mi venissero fatti sarebbero di nessun valore. ‑ Ma dimmi se tu vedi alcuno degno di nota tra la gente che s'incammina; che la mia mente è intesa a ciò solo». ‑ Allora mi disse: «Quegli che ha la barba dalla gota sulle spalle brune fu augure quando la Grecia rimase vuota di maschi [quando per la spedizione contro Troia, i greci partirono tutti per la guerra sì che non restarono in patria che i fanciulli] ‑ sì che appena rimasero quelli nelle cune, e con Calcante disse quale fosse il momento opportuno di tagliare le funi che trattenevano le navi nel porto di Aulide. ‑ Si chiamò Euripilo e la mia alta tragedia [Eneide] in qualche luogo lo ricorda: tu bene lo sai, poiché la conosci tutta quanta. ‑ Quell’altro che è così mingherlino, fu Michele Scotto che assai bene conobbe il segreto delle arti magiche. ‑ Vedi Guido Bonatti, vedi Asdente [da Parma, calzolaio e indovino], che avrebbe voluto attendere solamente al cuoio ed allo spago ora, ma si pente tardi. ‑ Vedi le triste che lasciarono l’ago, la spola e il £uso e si fecero indovine; fecero le malìe con erbe ed immagini [An. Fior., « Puossi fare malìa per virtù di certe erbe medianti alcune parole o per immagini di cosa o d’altro.... et per certo modo che, tenendo queste immagini al fuoco, o ficcando loro spilletti nel capo, così pare che senta colui a cui immagine elle sono fatte»]. ‑ Ma vieni oramai che la luna [nella quale il volgo scorge l'immagine di Caino con una forcata di spine] sta già nell’orizzonte e tramonta nell’ Oceano al di là di Siviglia. ‑ E già ieri notte fu la luna piena: bene lo devi ricordare, che qualche volta, nella selva profonda ti ha schiarito il cammino [la notte dal 24 al 25 marzo. Quando i due poeti entrarono nel settimo cerchio erano presso a poco le due ore antimeridiane del 26 marzo; visitarono in fretta i tre gironi dei violenti e, scesi in Malebolge, le prime quattro bolge, e si trovarono sull'argine che divide la quarta bolgia dalla quinta, allorché la luna che era stata piena nella notte precedente del 25 marzo, tramontava già, ed era già levato il sole da un'ora: quindi all'incirca erano le sette antimeridiane del 26 marzo, quando i poeti si disponevano a passare sul ponte della quinta bolgia]. ‑ Così mi parlava, e frattanto camminavamo.

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La Divina Commedia – Inferno – Canto XIX

O mago Simone [Narrasi negli Atti degli apostoli di un certo Simone, «che esercitava l'arti magiche e seduceva la gente, dicendo sé essere qualche grand'uomo»: quando gli abitanti della città si convertirono al Cristianesimo e gli apostoli Pietro e Giovanni furono mandati a Gerusalemme a comunicare lo Spirito Santo. Simone vedendo che era dato lo Spirito Santo per l'imposizione delle mani degli apostoli, ed era già battezzato, profferse denaro per avere anch'egli potere di comunicare lo Spirito Santo imponendo le mani. Ma Pietro gli disse di andare in malora con i suoi denari, avendo creduto di acquistare con denaro i doni di Dio. Dal Mago Simone fu detta Simonìa la volontà di comprare e vendere cosa spirituale], o miseri seguaci del suo modo di peccare, che le cose di Dio che debbono andare sempre unite alla bontà, voi rapaci ‑ adulterate per mezzo dell’oro e dell’argento; ora si dovrà parlare di voi poiché state nella terza bolgia. Già eravamo montati sulla sommità del ponte ed eravamo in quella parte dello scoglio che si trova sopra la metà del fosso. ‑ O sapienza di Dio quanto grande è l’arte che mostri in cielo, in terra e nell’inferno, e quanto giustamente la tua potenza dà a ciascuno il luogo cui spetta! ‑ Io vidi per le coste delle ripe e per il fondo della bolgia, la pietra livida essere piena di fori tutti egualmente larghi e rotondi. Non mi parevano meno o più ampi che quelli che sono nel mio bel S. Giovanni [Chiesa del Battistero di S. Giovanni a Firenze] fatti perché i preti che battezzano stiano più presso all’acqua del battesimo: ‑ l’uno dei quali ruppi io, non sono trascorsi ancora molti anni, per un fanciullo che vi stava annegando dentro: e questa sia testimonianza che disinganni chi mi avesse giudicato irriverente verso il sacro luogo. [Si narra che Dante, essendo dei Priori, capitò in S. Giovanni dove era molta ressa di popolo attorno un pozzetto in cui era caduto un fanciullino: Dante ruppe con una scure il marmo e salvò il fanciullo]. ‑ A ciascun foro usciva fuori della bocca i piedi e le gambe di un peccatore, fin oltre il ginocchio; e tutto il resto del corpo stava dentro. ‑ A tutti erano accese ambo le piante per cui guizzavano si fortemente le giunture che avrebbero spezzato funi di vimini ritorti e funi di vimini intrecciati. ‑ Come le cose unte bruciavano solo superficialmente, costì i piedi bruciavano dai calcagni alle punte. ‑ « Chi è quegli che si mostra più addolorato e furioso guizzando più degli altri compagni alla stessa sorte, dissi io, e i cui piedi sono bruciati da fiamma più rossa? » ‑ Ed egli a me: « Se tu vuoi che io ti porti laggiù per quella ripa che è più piana, saprai da lui di sé e dei suoi falli ». ‑ Ed io a lui: « Mi aggrada se aggrada così a te: tu sei il mio Signore e sai che non mi allontano da ciò che tu vuoi, e sai quello che io taccio ». ‑ Allora venimmo sopra il quarto argine; volgemmo, e discendemmo a manca laggiù nel fondo foracchiato e stretto. ‑ E il buon maestro non mi depose dalla sua anca [tenendolo sollevato] finché non fummo al foro di colui che si dibatteva più degli altri. ‑ « Chiunque tu sia che tieni disotto la testa, triste anima, conficcata come un palo, cominciai a dire, parla se tu puoi ». ‑ Io stavo come il frate che confessa il perfido assassino [richiama l'usanza barbara di seppellire vivi gli assassini nel medio evo], che, poiché è confitto sotto terra lo richiama [il frate] perché la morte non venga. ‑ Ed egli gridò « Sei tu già costì in piedi, sei tu già costì in piedi, Bonifazio? » [Bonifazio VIII, papa, 1294‑1304, fu dei Gaetani]. La mia previsione mi ingannò di parecchi anni [Niccolò III, scambiando la voce di Dante con quella di Bonifazio, crede di avere sbagliato quando [Inf. X, 100] aveva preveduto la morte di Bonifazio accadere nell’ottobre del 1303. Ciascun peccatore di questa bolgia sta confitto con le gambe di fuori e le piante dei piedi accese; quando un altro dannato per simonia viene, ne prende il posto cacciandolo più giù nel foro. Niccolò III aspetta Bonifazio VIII che sarà a sua volta sospinto da Clemente V]. ‑ « Sei tu già sazio di quelle ricchezze per le quali non temesti di sposare a forza di inganno la Chiesa, e poi di straziarla? » ‑ Io mi feci come coloro che stanno quasi scornati per non comprendere ciò che viene risposto a loro, e non sanno rispondere. ‑ Allora Virgilio disse: « Digli subito: non sono, non sono quello che credi ». Ed io risposi come egli mi aveva suggerito. ‑ Per cui lo spirito distorse tutti i piedi: poi sospirando e con voce di pianto mi disse: « Dunque che cosa vuoi sapere da me? ‑ Se tanto ti preme di sapere chi io sia, da scendere la ripa [la costa interna della bolgia], sappi che io fui rivestito del manto papale: e veramente fui degno figlio della famiglia Orsini tanto cupido per accrescere di potenza e ricchezza gli Orsini che misi in tasca sopra, in terra, le ricchezze, qui, nell’inferno, me. ‑ Di sotto al mio capo sono conficcati gli altri che mi precedettero nella simonia, appiattati [nascosti] lungo la fessura della pietra. Laggiù verrò pure io quando verrà colui che credevo che tu fossi, quando ti feci insensata domanda. ‑ Ma è più lungo il tempo che mi sono bruciati i piedi, stando così sotto sopra, di quello che egli stava piantato con i piedi rossi di fiamme: ‑ perché dopo di lui verrà da un paese ad occidente di Roma un papa senza legge che avrà commesso azioni ancora più sporche, talché lui e me dovrà ricoprire [entrando nel foro]. ‑ Sarà nuovo Jasone [Jasone, figlio di Simone II e fratello dì Onia III, sommi sacerdoti del popolo ebreo, comperò da Antonio I l'officio del sommo sacerdozio che, malamente acquistato più malamente esercitò] del quale si legge nei Maccabei, e come a quello il suo re [Antioco re di Siria] fu debole, così chi regna in Francia sarà a lui ». ‑ Io non so se fui troppo folle rispondendo in questa maniera a lui: « Deh dimmi dunque quanto tesoro volle ‑ il nostro Signore da San Pietro prima di consegnargli le chiavi del paradiso? Certamente non chiese altro se non « Seguimi ». ‑ Né S. Pietro né gli altri apostoli chiesero oro e argento a Mattia [successore di Giuda nell'apostolato], quando fu tratto a sorte per prendere il posto che aveva perduto Giuda. ‑ Però statti dove sei, ché sei giustamente punito; e ripensa bene i denari tolti malamente, che ti fecero essere ardito contro Carlo [Carlo I d'Angiò, in molti modi avversato da Niccolò III]. ‑ E se non fosse che a dir ciò mi vieta la riverenza del potere che hai avuto nella vita lieta, ‑ io userei parole ancor più gravi; ché la vostra avarizia calpestando i buoni e sollevando i malvagi, attrista tutto il mondo. L’evangelista S. Giovanni si accorse di voi papi quando vide mercanteggiare con i re Roma, che siede sopra i popoli. [In un passo dell'Apocalisse l'evangelista S. Giovanni ha in visione una donna che siede sopra l'acque e si rende cortigiana con i re della terra]. ‑ Quella che nacque con le sette teste e dalle dieci corna ebbe le leggi finché piacque la virtù al suo marito [gli interpreti del Poema vedono nelle teste i sacramenti, e nelle corna i dieci precetti della legge di Mosè, secondo i quali finché i pontefici si regolarono virtuosamente, fu governata la chiesa di Cristo]. ‑ Vi siete fatti Dio d’oro e d’argento: e quale altra differenza passa tra voi e l’idolatria, se non che egli adora un Dio e voi ne adorate cento? ‑ Ahi, Costantino [si riporta alla donazione del dominio di Roma avvenuta, secondo l'opinione che fu creduta fino al secolo XV, da Costantino a Silvestro I], di quanto gran male fu cagione non la tua conversione [al Cristianesimo], ma la dotazione che da te prese il primo papa, [papa Silvestro I, 314‑336] ». ‑ E mentre io stavo contando tali parole, o ira o rimorso che fosse, guizzava fortemente con ambo le piante. ‑ Io credo bene che al mio duca piacesse il mio ragionare, dato l’aspetto contento con cui sempre ascoltò il suono delle veraci mie espressioni. ‑ Quindi mi prese con ambo le braccia, e poiché mi ebbe levato su di peso al suo petto, rimontò sulla via da cui era disceso ‑ né si stancò di tenermi stretto al suo seno finché non mi portò al mezzo dell’arcata, che attraversa dal quarto al quinto argine. ‑ Quivi depose soavemente il carico, soavemente perché lo scoglio era rotto e ripido, tanto che sarebbe stato difficile a varcarsi dalle capre: ‑ indi mi fu scoperto un altro vallone.

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La Divina Commedia – Inferno – Canto XVIII

Nell’Inferno vi è un luogo detto Malebolge, tutto di pietra di colore grigiastro, come la ripa che lo circonda. Nel centro preciso di questo cerchio si apre un largo e profondo pozzo di cui dirò a suo luogo la condizione. ‑ Quello spazio che rimane tra il pozzo e il piede della ripa del settimo cerchio, dunque, è rotondo ed è diviso in dieci valloni. – Quale aspetto presenta la parte dove sono parecchi fossati concentrici attorno i castelli per difendere le mura; ‑ tale immagine quei valloni facevano quivi: e come a tali fortezze dalle soglie delle porte alla ripa di fuori sono ponticelli, ‑ così dal basso della roccia che circondava Malebolge, si distaccavano scogli, che recidevano gli argini e i fossi fino al pozzo che li tronca e li raccoglie. ‑ Scesi dalla schiena di Gerione, ci trovammo in questo luogo; ed il poeta [Virgilio] s’incamminò a sinistra, ed io gli tenni dietro. ‑ Alla mano destra vidi [nel fondo della bolgia] nuova miseria, nuovi tormenti e nuovi tormentatori di cui era piena la prima bolgia. Nel fondo di essa i peccatori erano ignudi: dal mezzo del fondo fino all’ar­gine esterno, sui cui noi eravamo, ci venivano verso il volto, di là camminavano nella direzio­ne in cui camminavamo noi, ma più celermen­te: ‑ come i romani l’anno del Giubileo per il grande concorso di gente, hanno trovato mo­do di far passare per il ponte [sul Tevere] la gente, ‑ che da un lato [del ponte] tutti quelli che vanno a S. Pietro hanno la fronte verso il castello, e dall’altra sponda vanno verso il monte [monte Giordano]. ‑ Di qua, di là su per la pietra di colore tetro vidi demoni cornuti con grandi sferze, che battevano crudelmente di dietro quella gente. ‑ Ahi come facevano alzar loro le calcagna alle prime percosse! E nessuno aspettava di ricevere le seconde o le terze. ‑ Mentre che andavo, scontrai i miei occhi in uno e dissi: « Ho già visto altre volte costui ». ‑ Perciò mi soffermai per vederlo me­glio : e il duca cortese ristette con me, e assen­tì che tornassi alquanto indietro. ‑ [Da 48 a 51]. E quel frustato credette di celarsi abbassando il viso ma poco gli valse ; che io dissi: « Se non sono false le sembianze che porti, tu che abbassi gli occhi a terra, sei Venedico Caccianemici; ma che colpa ti mena a luogo di pena così dolorosa? » [Salse, dal nome dato allora a una valletta presso Bologna dove, ai tempi di Dante, si gettavano i cadaveri dei giustiziati. ‑ Venedico Caccianemici dell'Orso figlio di Alberto, che dal 1260 al 1297 fu capo della parte geremea o guelfa di Bologna, fu uomo di natura violenta, poiché nel 1268 prese parte all’uccisione di Guido Poltena suo cugino. Combatté sempre con il padre la fazione dei Lambertazzi e fu podestà a Modena, a Imola e a Milano: in Bologna promosse la parte che favoriva le mire ambiziose dei marchesi d'Este, e forse per questa ragione fu bandito dalla patria nel 1289. Quanto alla colpa per cui Dante lo caccia nell'inferno, dice il Lasca: «Venedico... aveva una sorella a nome Chisolabella: roffianolla a messer Opizzo marchese da Este di Ferrara »]. ‑ Ed egli a me: «Lo dico mal volentieri: ma il tuo parlare chiaro, diverso dalle voci d’ira e di dolore che io odo qua, e che mi fa ricordare il mondo antico, mi forza a dire. lo fui colui che condussi a fare la voglia del Marchese la Chisolabella, comunque si racconti la sconcia storia. ‑ E non sono il solo Bolognese a piangere qua; anzi ne è tanto pieno questo luogo, che tante lingue ora non sono ammaestrate ‑ a pronunciare sipa [sia: oggi sepa] tra Savena e il Reno [due torrenti che dall'Appennino scendono alle pianure bolognesi, e rasentano Bologna; la Savena ad oriente e il Reno a occidente della città]: e se di ciò vuoi conferma ricordati della nostra avarizia ». ‑ Mentre così parlava lo percosse un demonio del suo staffile e disse: «Via, ruffiano, qui non sono femmine da denaro». ‑ Io mi ricongiunsi a Virgilio, poi, dopo pochi passi giungemmo dove uno scoglio usciva dalla ripa [congiungendosi all'altra a modo di ponte]. ‑ Assai facilmente salimmo quella, e volgendoci a destra su per la pietra di esso, ci lasciammo indietro l’argine esteriore della prima bolgia, e così tutte quelle altre cerchie eterne, prendendo un cammino diverso a quello del loro giro. ‑ Quando noi fummo nel punto in cui lo scoglio corre nel vuoto come ponte, per dare passaggio agli sferzati, il duca disse: « Fermati, e procura che ‑ la faccia di quest’altri dannati si volga a te, la quale ancora non hai veduto perché sono andati a seconda del nostro cammino ». ‑ Dal vecchio ponte guardavamo la fila dei seduttori che veniva verso noi da l’altra banda dei mezzani, e che similmente sono sferzati [i seduttori di femmine]. ‑ Il buon maestro, senza che io gli chiedessi nulla mi disse: « Guarda quel grande che viene, e per quanto dolore abbia, non pare che spanda lacrima: ‑ quanto aspetto regale ritiene ancora! Quegli è Giasone [capo della spedizione Tessala degli Argonauti nella Colchide per la conquista del Vello d'oro. Con essa approdò all'isola di Lenno, nella quale le donne, sdegnate contro i mariti loro che le trascuravano per attendere alle guerre, avevano uccisi tutti gli uomini, e nella strage era rimasto vivo il solo re Toante, salvato per pietoso inganno dalla figlia Isifile, che aveva poi assunto ella stessa il governo dell'Isola: Giasone, nella sua fermata la sedusse e, abbandonata poi da lui, ebbe due figliuoli] che per coraggio e per senno privò i Colchi [abitanti della Colchide] del Vello d’oro. ‑ Egli passò per l’isola di Lenno, dopo che tutte le ardite e spietate femmine uccisero i maschi loro. ‑ Ivi con atti e con parole lusinghiere ingannò Isifile, la giovinetta che aveva prima ingannate tutte le altre [col nascondere il padre]. ‑ Poi la lasciò quivi gravida e sola: tale colpa lo condanna a tal martirio; e in lui si fa giustizia anche di [Medea, figlia, di Oeta re della Colchide, innamoratasi di Giasone lo aiutò a superare le difficoltà incontrate nella conquista del vello aureo e lo seguì lasciando la patria; ma poi fu da lui abbandonata per il nuovo amore per Creusa, figlia di Creonte re di Corinto]. ‑ Chi inganna in questa maniera se ne va con lui; e questo basti sapere della prima valle e di colore che tiene in sé ». ‑ Già eravamo giunti là dove lo stretto cammino del ponte s’incrocia con l’argine che divide la prima dalla seconda bolgia, e proprio nel punto dove termina il primo ponte e incomincia il secondo, sì che si può dire che l’uno serva di appoggio all’altro. ‑ Quivi sentimmo gente che si lamentava sommessamente nell’altra bolgia e che sbuffava con la bocca e con il naso, e che si picchiava da se medesima con le mani. ‑ Le ripe erano incrostate di una sostanza simile alla muffa per l’emanazioni vaporose del fondo, che salendo aderiva alla pietra sovrapponendosi in forma pastosa, la quale muffa offendeva la vista e l’odorato. ‑ Il fondo è cosi cupo che non si può vedere da nessun luogo se non montando nel dorso dell’arco, dove più sporge. ‑ Qui venimmo, e quindi vidi giù nel fosso. Gente tuffata in uno sterco che pareva derivare dalle latrine degli uomini [sono gli adulatori]. – E mentre cercavo laggiù con lo sguardo, vidi uno con il capo così sudicio, che non si distingueva se era laico o chierico [Alessio degli Interminelli, cavaliere lucchese, gran lusingatore]. Quegli mi gridò forte, con accento di rimprovero: « Perché tu mi stai guardando più degli altri, sporchi di sterco come me? » Ed io a lui: « Perché, se ricordo bene, ‑ ti ho già veduto senza questa lordura sui capelli, e sei Alessio Interminelli di Lucca: perciò ti guardo più di tutti gli altri» [che non conosco]. ‑ Ed egli allora battendosi il capo: « Quaggiù mi hanno sommerso le lusinghe di cui non ebbi mai stanca la lingua. » ‑ Dopo questo il duca mi disse: «Fai di guardare un poco più avanti, sì che tu possa vedere distintamente la faccia ‑ di quella sozza e scapigliata femmina, che laggiù sì graffia con le unghie sudice, ed ora si restringe sulle cosce ed ora si drizza in piedi. – E’ Taide [famosa etera Ateniese] la puttana che rispose al suo drudo [Trasone] quando questo disse: « Sei grata verso di me [del dono ricevuto?] » « Anzi, gratissima ». [Il soldato Trasone amante di Taide, nella commedia di Terenzio, domanda al ruffiano se ella si fosse dimostrata grata del dono di una schiava sonatrice da lui ricevuto; il ruffiano risponde che ella si è dimostrata gratissima]. ‑ E quindi basti la vista di queste lordure…

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La Divina Commedia – Inferno – Canto XVII

Ecco la fiera con la coda appuntita [Gerione secondo la mitologia, fu un re di Spagna, figlio di Crisaore e di Calliroe, ucciso da Ercole: è rappresentato come un gigante a tre teste e tre corpi dai poeti greci e latini; ma Dante ne diede l'aspetto dei mostri biblici e ne fece il simbolo della frode, ponendolo a guardia dell'ottavo cerchio, ove sono puniti i fraudolenti] per la quale passa i monti e rompe muri e armi; ecco la frode che appuzza tutto il mondo». ‑ Così cominciò a dire il mio duca, e fece cenno a Gerione che venisse alla proda, ‑ vicino a dove avevano termine gli argini di pietra [del fiume]; ‑ e quella sozza immagine della frode se ne venne e trasse sulla riva la testa e il busto, ma non la coda. ‑ La sua faccia era quella di un uomo giusto tanto era benigna nella sua espressione, ma tutto il resto del corpo era un serpente. ‑ Aveva due branche laterali ricoperte di pelo fino alle ascelle, il dorso, il petto ed ambedue i fianchi aveva dipinti di nodi e rotelle. ‑ I tartari ed i turchi non fecero mai drappi con più varietà dì colori, di fondi e di rilievi, né furono mai fatte da Aracne tali tele [Aracne, figliuola d'Imone da Colofone, celebrata per le terre della Lidia come valente tessitrice di drappi, ardì di sfidare Minerva e alla prova la superò, onde la dèa la convertì in ragno]. ‑ Come a volte stanno le navicelle alla riva, che parte sono in terra e parte in acqua, e come là tra i tedeschi ghiotti e ubriaconi ‑ il castoro si assetta per pescare i pesci [il castoro è animale che si accomoda sulla riva del fiume tenendo la coda nell'acqua per prendere i pesci] ; così la fiera pessima stava sull’orlo di pietra che rinserra il sabbione: ‑ nel vuoto guizzava tutta la sua coda torcendo in alto l’estremità biforcuta armata di aculei. ‑ Il duca disse: « E’ necessario che usciamo un poco dalla nostra via per arrivare fino a Gerione ». ‑ Perciò scendemmo l’argine a destra e facemmo un dieci passi sull’orlo estremo del cerchio per bene evitare la rena e la pioggia di fiamme: ‑ e quando noi fummo venuti a lui, poco più oltre vedo sulla rena gente, vicino all’orlo del cerchio [gli usurai violenti contro l’arte]. ‑ Quivi il maestro: «Acciocché tu porti conoscenza piena di questo girone, mi disse, vai dunque a vedere la loro condizione. ‑ Parla poco là: e attendendo che tu ritorni parlerò con questa fiera che ci conceda i suoi omeri forti». ‑ E così seguitai il cammino tutto solo sull’orlo estremo di quel cerchio settimo, fino a dove sedeva quella gente mesta. ‑ Piangendo amaramente si correvano qua e là le mani, per scuotersi le fiamme e la rena arsiccia di dosso. Non altrimenti vanno di estate i cani col ceffo e con i piedi quando sono punti o da pulci o da mosche o da tafani. ‑ Guardando alcuni di questi sui quali cade il fuoco doloroso, non ne riconobbi nessuno; ma mi accorsi ‑ che a ciascuno pendeva una borsa che aveva un colore determinato e una insegna determinata, e quindi pare che si guardino di continuo. ‑ E come io vengo riguardando tra loro in una borsa gialla vidi l’insegna di un leone azzurro. ‑ Poi procedendo il corso del mio sguardo [curro] ne vidi un’altra rossa come sangue mostrare un’oca bianca più dell’avorio. ‑ Ed uno che aveva segnato una scrofa azzurra e grossa nel suo sacchetto bianco, mi disse: « Che cosa fai tu in questa fossa? ‑ ora vattene, e perché sei ancora vivo, sappi che il mio vicino Vitaliano sederà qua alla mia sinistra: ‑ Tra questi fiorentini io sono padovano; spesse volte mi intronano gli orecchi gridando: «Venga presto il maggiore degli usurai il quale porterà la borsa con i tre becchi ». E qui storse la bocca e trasse fuori la lingua come bue che si lecchi il naso. ‑ Ed io temendo che il trattenermi oltre crucciasse chi mi aveva detto di trattenermi poco, lasciai quelle anime affrante. Trovai il mio duca che era già salito sulla groppa del fiero animale, e disse a me: « Ora sii forte e ardito; ‑ormai bisogna scendere per siffatte scale: monta davanti ché io voglio stare in mezzo, tra te e la coda, sì che quella non possa nuocerti ». ‑ Come è colui che ha il brivido della febbre ed ha le unghie smorte e trema tutto, pure guardando il luogo ombroso tale divenni io alle parole dettemi da Virgilio; ma le sue minacce mi fecero vergogna, ché davanti al buon signore il servo diventa coraggioso. ‑ Io mi disposi sopra quelle spallacce; io volli dire al maestro: « Abbracciami », ma la voce non uscì come io avevo creduto. ‑ Ma esso che altra volta mi aveva aiutato in altra occasione difficile, come io montai mi avvinse e mi sostenne con le braccia: ‑ e disse: « Gerione, muoviti oramai! i passi siano larghi e lento lo scendere: pensa il nuovo carico che tu porti ». ‑ Come la navicella esce dalla riva così indietro indietro quindi si tolse, e poi quando si sentì interamente libera da poter spaziare nel vuoto, ‑ dove era il petto rivolse la coda, e quella tesa, mosse come anguilla e raccolse a sé l’aria con le branche. Non credo che vi sia stata una paura maggiore quando Fetonte abbandonò i freni dei cavalli del carro solare, per cui il cielo, come sembra ancora, si brucia ‑ né quando Icaro misero sentì cadere le ali dalle reni per la cera scaldata, gridando il padre a lui: «Tieni una cattiva via», ‑ uguale alla mia quando vidi che ero nell’aria da ogni parte, e non vidi più nulla fuori che la fiera. ‑ Essa se ne va nuotando lenta lenta; ruotando discende, ma non me ne accorgo se non perché di sotto mi sento ventilare al volto. ‑ Io sentivo già alla mano destra il gorgo fare sotto di noi uno scroscio orribile; per cui io sporgo, guardando in giù, la testa. ‑ Ma allora io fui più pauroso di dover scendere di quello che lo era stato nel montare, poiché vidi dei fuochi e sentii dei pianti; per cui tremando mi restrinsi tutto sulle spalle di Gerione. ‑ E vedendo appressarsi da diverse parti le grandi pene vidi poi, non vedendolo prima, che scendevamo a grandi passi. ‑ Come il falcone che è stato assai sulle ali, che senza essere richiamato dai soliti segnali e senza aver veduto alcun uccello da predare, fa dire al falconiere: «Ohimè, tu discendi!» ‑ discende spedito dove si era innalzato nell’aria veloce, facendo cento volteggi nell’aria, e si pone lontano dal suo maestro, sdegnoso e corrucciato per la mancata preda, così Gerione si pose al fondo, presso alla roccia tagliata a picco e, scaricate le nostre persone, si dileguò con la velocità della freccia scoccata dalla corda dell’arco.

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La Divina Commedia – Inferno – Canto XVI

Ero già arrivato in luogo dove si udiva il rimbombo dell’acqua che cadeva nell’altro girone, ma, ancora a qualche distanza, e il rumore era simile a ronzio di api: ‑quando tre ombre uscirono insieme da una turba che passava sotto la pioggia di fuoco. ‑ Venivano verso noi e ciascuna gridava: « Fermati tu che all’abito sembri essere alcuno della nostra malvagia città [Firenze] ». ‑ Ahimè, che bruciature aperte e sanguinanti o rimarginate vidi nelle loro membra! Ricordandolo, pure ora me ne duole. ‑ Alle loro grida il mio dottore si soffermò volgendosi verso loro, poi volse il viso verso di me, e: « Ora aspetta, disse, a costoro bisogna essere cortesi ; ‑ e se la condizione naturale di questo luogo non fosse tale che saetta il fuoco, io direi che stesse meglio la fretta a te che a loro ». ‑ Ripeterono il lamento che prima avevano fatto, come noi ristemmo; e quando come sogliono fare i Campioni [Campione era chi nei duelli usati come giudizio di Dio, combatteva per la ragione di chi aveva diritto di sostituire o era esente dall'obbligo di combattere personalmente. Quando la questione era di poca importanza lottavano nudi entro lo steccato, e perdeva la parte di quello che cadeva] nudi e unti, tenendo gli occhi dove potevano prendere con vantaggio l’avversario, prima di attaccarsi e percuotersi; ‑ cosi, girando attorno, ciascuno volgeva verso di me la vista, sì che il collo si volgeva sempre in direzione opposta a quelli dei piedi: ‑ « Deh, se le miserie di questo luogo cedevole [perché di sabbia] ti fanno spregiare noi e le nostre preghiere, cominciò a dire uno, e il volto abbronzato e scorticato, ‑ pieghi il tuo animo la nostra fama a dirci chi sei tu che te ne vai vivo e così sicuro per l’inferno. ‑ Questi, qui davanti a me, sebbene se ne vada nudo e depilato [per continua arsione questi dannati sono privi di pelo], fu di grado maggiore di quanto tu credi: ‑ fu nipote della buona Gualdrada [Guido Guerra VI dei conti Guidi cfr. Par., XVI, 64, figlio di Marcovaldo conte di Dovadola e di Beatrice degli Alberti, dopo avere passata la giovinezza alla corte di Federico II, tornò in patria nel 1234 e fu da quel momento il principale sostegno della parte guelfa in Toscana, tanto che nel 1243 Innocenzo IV lo dichiarò benemerito della Chiesa: fu nel 1255 capo dell' esercito fiorentino contro i ghibellini di Arezzo: dopo la sconfitta di Monteaperti, esulò coi guelfi da Firenze, e comandando la schiera dei fuorusciti; combatté sotto Carlo I d'Angiò a S. Germano e a Benevento, e cosi poté ritornare in patria, dove morì di 70 anni nel 1272. ‑ Marcovaldo padre di Guido Guerra VI era il quarto figlio di Guido Guerra IV e della seconda moglie di lui Gualdrada dei Ravignani, figlia di Bellincione; di lei le cronache fiorentine parlano come un tipo di virtù domestica] ; Guido Guerra ebbe nome, e mentre fu vivente, fece molto con il senno e più con la spada. ‑ L’altro che calpesta la rena dopo me è Tegghiaio Aldobrandi [Tegghiaio Aldobrandi degli Adimari podestà di Arezzo nel 1256; sconsigliò i fiorentini di muovere contro i Senesi; non ascoltato ne seguì la sconfitta di Monteaperti], la cui fama dovrebbe essere celebrata dai Fiorentini. ‑ Ed io che sono posto con loro al supplizio, fui Iacopo Rusticucci; e certamente più che ogni altra cosa mi nuoce la fiera moglie». [di Iacopo Rusticucci sappiamo che fu un cavaliere non nobile, valoroso e piacevole. Nel 1254 fu con Ugo della Spina fatto procuratore speciale del Comune di Firenze, a trattare leghe e patti con altre città e regioni della Toscana; dicesi che avesse una moglie pessima e intrattabile, per cui la rimandò, e per essa, prendendo in uggia tutte le donne, si trovò indotto a peccare]. ‑ Se io fossi stato immune dal fuoco mi sarei gettato di sotto, e credo che Virgilio l’avrebbe sopportato. ‑ Ma perché io mi sarei bruciato e cotto, la paura vinse il mio buon desiderio che mi spingeva ad abbracciarli. Poi cominciai: «Non dispetto ma dolore mi ha messo dentro la vostra condizione, tanto forte [dolore] che ancora non si è dileguato, ‑ tosto che questo mio signore [Virgilio] mi disse parole per le quali io avevo già pensato che quella gente che veniva a me fosse tale quale voi siete. ‑ Io sono della vostra città; e sempre notai ed ascoltai con affetto le opere vostre e i vostri nomi. – Lascio l’amarezza del peccato e cerco la dolcezza della beatitudine promessami dal mio duce che non mente; ma prima è necessario che io sprofondi fino al centro della terra». ‑ «Che così tu possa vivere lungamente, rispose allora quegli, e che possa rilucere la tua fama dopo di te, ‑ dì se risplende la virtù civile e militare nella nostra città come soleva, o se pure se n’è andata tutta via? ‑ Ché Guglielmo Borsiere, il quale da poco tempo è venuto a dolersi con noi, ci addolora assai con le sue parole » [Guglielmo Borsiere gentiluomo fiorentino]. « Firenze, in te ha prodotto orgoglio smisurato la gente venuta dalla campagna e dai dintorni, che ha fatto guadagni improvvisi, sì che tu già te ne rammarichi ». ‑ Così io gridai con la faccia sollevata : e i tre, che intesero questa apostrofe come risposta, si guardarono l’un l’altro con la meraviglia di chi sente confessata una grande verità. « Felice te che hai questa felicità di spiegarti, se pure ti riesce sempre ad essere così chiaro. ‑ Però se esci vivo da questi luoghi oscuri e ritorni a veder le belle stelle quanto ti ricorderai del viaggio compiuto parla di noi alla gente». ‑ Indi ruppero la ruota e le loro gambe snelle nel fuggire sembravano ali. ‑ Un’amen non si sarebbe potuta dire più presto di come essi sparirono; per cui al Maestro parve opportuno di proseguire il cammino. ‑ Io lo seguivo, e poco eravamo avanzati, che il suono dell’acqua si fece così intenso che se avessimo parlato ci saremmo appena uditi. ‑ Come quel fiume [il Montone] che di quanti scendono dalla costa sinistra d’Appennino prima di ogni altro ha cammino proprio fino al mare [con proprio alveo, senza unirsi al Po], ‑ che su nei monti, avanti che divalli nel basso letto si chiama Acquacheta, ed a Forlì cambia nome [prendendo quello di Montone], ‑ rimbomba là sopra S. Benedetto dell’Alpe [è il nome di un monastero di Benedettini, assai noto al tempo di Dante] cadendo per una scesa, dove [a far sì che le acque non tumultuassero come fanno], vi sarebbe dovuto essere accolto da mille [scese uguali a quella]. ‑ E così trovammo risuonare giù per una ripa discoscesa quell’acqua sanguigna, sì che, in breve avrebbe offeso l’udito. ‑ Io avevo intorno cinto una corda [simbolo della castità, segno dell'ordine francescano ammirato da Dante per singolare devozione al santo fondatore] e con essa pensai qualche volta di prendere la pantera dalla pelle macchiettata. – Dopo che l’ebbi sciolta tutta da me, come mi aveva comandato il duca, la porsi a lui ravvolta e annodata. Onde ei si volse verso il lato destro e lanciandola alquanto lontano dalla sponda la gettò giù in quel profondo burrone. ‑ « Eppure dovrà rispondere qualche novità, diceva tra me stesso, a questo strano segno, data l’attenzione con cui Virgilio accompagna il cadere della corda ». ‑ Ahi quanto debbono essere cauti gli uomini con coloro che non vedono solamente le azioni, ma con il senso mirano dentro i pensieri! ‑ Egli disse a me: « Presto verrà di sopra ciò che io attendo, e ciò che immagina il tuo pensiero si scoprirà presto alla tua vista ». ‑ L’uomo deve sempre tacere per quanto può davanti a quel vero che ha aspetto di menzogna perché chi racconta i fatti meravigliosi si vergogna [temendo di essere ritenuto bugiardo] senza colpa; ‑ ma qui non posso tacere: e per le parole di questa Commedia, lettore, ti giuro, e così le mie parole possano riuscire lungamente grate ai lettori, ‑ che io vidi per quell’aria densa e scura venir nuotando in su una figura [Gerione] che sarebbe stata causa di stupefazione ad ogni uomo coraggioso, ‑ così come ritorna a galla chi va in fondo al mare a sciogliere l’àncora, che è aggrappata a scoglio od altro che resta nascosto nel mare, ‑ che si distende in su con le braccia e ritira i piedi.

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La Divina Commedia – Inferno – Canto XV

Ora [avanzando nel terzo girone] camminiamo sopra uno dei margini di pietra del fiume sanguigno, e la nebbia del ruscello adombra sopra questo sì che preserva dal fuoco delle fiamme cadenti l’acqua del fiume e gli argini. ‑ Quale i fiamminghi tra Wissant [paese a poca distanza da Calais, a occidente della Fiandra] e Bruges [città molto nota della Fiandra] temendo i flutti del mare che si avventano verso le loro terre erigono il riparo delle dighe onde il mare torni indietro; ‑ e quale i padovani lungo il fiume Brenta per proteggere le loro ville e i loro castelli fanno ugualmente ripari che trattengano lo straripare del fiume prima che il calore primaverile faccia sciogliere le nevi del monte Chierentana [da cui nasce il Brenta] ‑ a tale aspetto erano fatti quegli argini [infernali], sebbene né così alti né così grossi li avesse fatti il maestro [muratore], chiunque fosse questi. ‑ Già ci eravamo tanto allontanati dalla selva, che io non avrei visto a quale distanza mi trovassi da essa per quanto mi fossi rivolto a guardare indietro; ‑ quando incontrammo una schiera di anime che veniva lungo l’argine; e ciascuna ci riguardava, come di sera siamo soliti ‑ a guardarci l’un l’altro sotto la luna nuova [sforzando la vista per la poca luce], e aguzzavano così verso noi la vista, come vecchio sarto [per infilare il filo] fa nella cruna dell’ago. ‑ Così adocchiato da questa tale riunione di persone, fui conosciuto da uno, che mi prese per il lembo dell’abito e disse: « Quale meraviglia? » Ed io, quando distese a me il suo braccio, lo guardai sul volto bruciato, non tanto però che io non lo riconoscessi; e chinando alla sua faccia la mano, risposi: ‑ « Siete voi qui, ser Brunetto? » ‑ E quegli: « O figliuolo mio, non ti dispiaccia se Brunetto Latini [Brunetto Latini, figlio di Bonaccorso, nacque in Firenze verso il 1210: seguì la parte guelfa ed esercitò la professione di notaio, rogando atti d’interesse pubblico, per es. nel 1254 le convenzioni tra il comune di Firenze e i Guelfi di Arezzo: nel 1260 rappresentando gli uomini di Montevarchi, prese parte ai preparativi della guerra contro Siena, poi andò ambasciatore dei Fiorentini ad Alfonso X re di Castiglia, eletto all'impero: tornando da questa ambasciata si trovò coinvolto nelle sventure della parte guelfa dopo la battaglia di Monteaperti, ed esulò in Francia. Dopo la battaglia di Benevento, 22 febbraio 1266, ritornò in patria e fu cancelliere di Guido Monteforte, vicario in Toscana per Carlo I d'Angiò, e poi del Comune di Firenze; nel 1280 fu dei mallevadori che giurarono per la parte guelfa l'osservanza dei capitoli della pace detta del cardinale Latino; dal 1282 al 1292 partecipò largamente ai consigli della repubblica, trattando e discutendo i più svariati interessi, nel 1284 fu uno dei due Sindaci del Comune di Firenze a stringer l'alleanza con Genova e Lucca contro Pisa, nel 1287 fu dei Priori, e morì in patria nel 1294, lasciando gran fama di sé. Giovò a Dante con suggerimenti, consigli ed esortazioni. ‑ Per quanto possa sembrare in contraddizione con le attestazioni di stima la testimonianza di Dante che Brunetto Latini fosse macchiato del vizio di sodomia, pure è così franca ed esplicita che non può esser messa in dubbio] ritorna indietro con te, e lascia andare la fila [degli altri peccatori]. ‑Io dissi a lui: « Ve ne prego per quanto posso; e se volete che mi sieda con voi, lo farò, se piace a questi, con il quale io vado ». ‑ « O figliuolo, disse, qualunque di questa comitiva si arresta un poco, giace per cento anni senza schermirsi quando il fuoco lo venga a ferire. – Però vai avanti, io ti seguirò, e poi raggiungerò la mia compagnia, che va piangendo la sua miseria eterna ». ‑ Io non osavo scendere dalla mia strada [l’argine] per andare accosto a lui [per le fiamme] ; ma tenevo il capo chino, come uomo che se ne vada riverente. ‑ Egli cominciò a dire: « Per quale singolare fortuna o grazia prima della morte viaggi per quaggiù? E chi è che ti conduce? » ‑ «Lassù nel mondo, risposi io a lui, mi smarrii in una valle prima di essere giunto alla metà della vita. ‑ Pure ieri mattina [la mattina del 25 marzo incomincia il viaggio; cfr. Inf., I, 1, 37; alla sera Dante e Virgilio entrano nell'inferno. Inf. II, 1, 141, dopo la mezzanotte passano dal quarto al quinto cerchio: Inf., VII, 96 e verso l'aurora del 26 marzo muovono dal sesto al settimo, Inf., XI, 113] ‑ lo lasciai, ritornando io in quella [valle] mi apparve questi [Virgilio], e mi riconduce a casa per questa strada». ‑ Ed egli a me: « Se tu seguirai la tua stella [Dante, come dice egli stesso nel Paradiso, era nato quando il sole era nella costellazione dei Gemini « lume pregno di gran virtù », dal quale egli riconosceva « tutto il suo ingegno »; e questa costellazione, secondo le dottrine astrologiche, predispone l'uomo alla scienza. per cui gli antichi commentatori intendevano le parole di Brunetto nel senso che Dante, seguendo le inclinazioni avute per influenza della costellazione dei Gemini, doveva riuscire glorioso per il sapere], non puoi sbagliare una mèta gloriosa, se bene mi accorsi, nella vita bella; ‑ e se io non fossi morto così presto [troppo presto per conoscere i frutti dell'ingegno di Dante], vedendo il cielo così benigno verso di te, ti avrei dato incoraggiamento alla tua opera. ‑ Ma quell’ingrato popolo maligno [il popolo Fiorentino], che discese anticamente da Fiesole, e tiene ancora del rustico e del duro, ‑ ti si farà, per poi riuscirti in questo a tuo giovamento [delle sventure politiche sarà cagione la rettitudine dell'animo di Dante e Brunetto gli predice che sfuggirà alla persecuzione degli avversari e allo sdegno dei compagni di parte] nemico; ed è ragionevole, poiché come tra i sorbi di aspro sapore non si conviene che fruttifichi il dolce fico, così a te, disceso di sangue romano non si addice di vivere tra la cittadinanza di origine fiesolana. ‑ Vecchia fama [proverbio antichissimo è: Fiorentini ciechi] nel mondo li chiama orbi, e di più sono gente vara, invidiosa e superba: cerca di rimanere immune dai loro costumi. ‑ La tua fortuna ti serba tanto onore che l’una e l’altra parte ti desidereranno per eseguire le condanne che hanno pronunziato contro di te ma tu li avrai prevenuti abbandonando la città. ‑ I Fiorentini, derivati dai Fiesolani, si strazino tra loro e non tocchino, se alcuno ancora ne sorge in mezzo ai loro vizi, l’uomo virtuoso nel quale riviva la nobile stirpe dei Romani, rimasti qui quando Firenze, nido di malizia, fu edificata». ‑ « Se il mio desiderio fosse stato interamente esaudito, voi non sareste ancora morto; ‑ poiché vi ho sempre innanzi alla mente, ed ora la vostra sembianza bruciata mi dà affanno, la vostra cara e buona immagine paterna, quando di tempo in tempo nel mondo ‑ m’insegnavate come l’uomo possa acquistar fama immortale; e quanto io ne sia grato, conviene che si riconosca nelle mie parole mentre io vivo. – Serberò nella memoria ciò che mi avete predetto della mia vita avvenire, e lo conserverò perché mi sia spiegato, insieme ad un’altra predizione, da una donna [Beatrice] se arriverò a lei. Io voglio solamente che sappiate, se non m’inganna la mia coscienza, che sono pronto a qualunque evento di fortuna. ‑Tale caparra non mi è nuova: e faccia la fortuna e facciano gli uomini ciò che più piace a loro ». ‑ Virgilio allora si rivolse indietro da destra, e mi guardò; poi disse: «Chi mette in pratica i miei avvertimenti [Eneide, V. 710, « Quidquid erit, superanda omnis fortuna est»] ascolta bene». – Non per tanto vado cessando il parlare con ser Brunetto, e domando chi sono i suoi compagni più noti e più meritevoli. ‑ Ed egli a me: « E’ buono sapere di qualcuno, degli altri sia meglio il tacere, ché il tempo non basterebbe a enumerare tanta gente. ‑ Sappi in breve che furono tutti ecclesiastici e letterati dì grande merito e di grande fama, sudici al mondo di un medesimo peccato. ‑ Prisciano [da Cesarea, città della Mauritania, celebre grammatico latino] se ne va con quella turba misera e Francesco d’Accorso [Francesco, figlio del famoso giurista fiorentino Accorso da Bagnolo (1182-1260), nacque in Bologna nel 1225 e fu professore di diritto civile in quella università; morì nel 1293] e se tu avessi avuto desiderio di vedere tanta sozzura, ‑ potresti vedere colui che dal Papa fu trasferito da Firenze a Vicenza, dove morì [Andrea de' Mozzi, fiorentino, morto 1296]. ‑ Direi ancora di altri; ma il camminare e il parlare non può essere più a lungo ancora, perché io vedo sorgere costà dal sabbione nuovo fumo [il polverio sollevato dalla turba dei sodomiti]. Viene gente con la quale io non debbo essere; ti raccomando il mio Tesoro[ i Livres du Tresor: opera da lui composta in lingua francese tra il 1262 e il 1266, che è una grande enciclopedia di sapere medioevale] nel pensiero del quale io vivo ancora; e di più non chiedo ». ‑ Poi si rivolse, e si mise a fuggire con la rapidità dei vincitori nelle corse del palio di Verona [Dal verso 121 al 124].