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	<title>Parafrasi &#187; Inferno</title>
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	<description>Parafrasi della Divina Commedia</description>
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		<title>La Divina Commedia &#8211; Inferno &#8211; Canto XXXIV</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 23:24:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«I vessilli del re dell’inferno [le sei ali di Lucifero] muovono il vento verso di noi [le parole latine sono il principio dell'inno di Venanzio Fortunato alla Croce]: e quindi mira davanti, disse il mio maestro, se tu lo puoi discernere ». ‑ Come sembra, quando spira una grossa nebbia, o quando sul nostro emisfero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">«I vessilli del re dell’inferno [le sei ali di Lucifero] muovono il vento verso di noi [le parole latine sono il principio dell'inno di Venanzio Fortunato alla Croce]: e quindi mira davanti, disse il mio maestro, se tu lo puoi discernere ». ‑ Come sembra, quando spira una grossa nebbia, o quando sul nostro emisfero si fa notte, un molino da lontano che il vento gira, ‑ mi parve allora di vedere un tale edificio: poi, per il vento, mi restrinsi dietro il mio duca; ché non vi era altro riparo. ‑ Già ero, e lo metto in rima con paura, là dove le ombre erano tutte coperte dal ghiaccio, e trasparivano come pagliuzza dentro un vetro. Quali stanno sdraiate, quali diritte, con il capo in su quelle, e quelle con le piante; quali piegano come arco, il volto ai piedi. ‑ Quando noi ci fummo alquanto avvicinati, il mio maestro volle mostrarmi Lucifero, che prima di montare in superbia contro Dio ebbe un bell&#8217;aspetto, ‑ davanti mi si tolse, e mi fece soffermare, dicendo: «Ecco Dite, ed ecco il luogo dove tu devi avere coraggio». ‑ Come io divenni allora gelato e senza voce per lo spavento, non lo domandare o lettore, ché io non lo scrivo perché ogni discorso non darebbe che piccola idea alla realtà. ‑ Io non morii e non rimasi vivo: pensa dunque per conto tuo, se hai buon ingegno, quale io divenni privo della vita e della morte. ‑ Lucifero, principe dell&#8217;inferno, usciva fuori dal ghiaccio dalla metà del petto; e più posso assomigliare la mia statura a quella di un gigante ‑ che non i giganti alle sue braccia: vedi, dunque, quanto grande deve essere quel corpo che sia proporzionato a quella così fatta parte (il braccio). ‑ S&#8217;egli fu così bello come ora è brutto, e si ribellò contro chi lo creò, bene da lui deve procedere ogni male. O quanto mi parve cosa meravigliosa vedere che aveva tre facce alla sua testa! una davanti e quella era rossa; ‑ l’altre erano due che si aggiungevano a questa sopra la metà di ciascuna spalla e si congiungevano nella parte posteriore della testa; ‑ e la destra pareva di un colore tra il bianco e il giallo; la sinistra era di un colore nero, come quelli che vengono dalla regione in cui discende il Nilo [Etiopia]. Sotto ciascuna testa aveva due grandi ali come si convenivano a tanto grande uccello; non vidi mai vele di mare così fatte. ‑ Non avevano penne, ma erano fatte alla maniera di quelle del pipistrello: e le svolazzava, sì che da esse partivano tre venti. ‑ Per i quali le acque di Cocito si ghiacciavano tutte. Con sei occhi Lucifero piangeva, e per tre menti gocciava il pianto e bava sanguinosa. ‑ Da ogni bocca con i denti stritolava un peccatore a guisa di macina, sì che tre ne faceva così dolenti. ‑ A quello davanti il mordere era nulla a paragone del graffiare, che talvolta la schiena rimaneva tutta spellata. ‑ «Quell&#8217;anima lassù che ha maggiore pena, disse il maestro, e che ha il capo dentro la bocca di Lucifero e fuori mena le gambe, è Giuda Iscariota [uno dei dodici apostoli che tradì Gesù patteggiando coi sacerdoti di consegnarlo nelle loro mani per denaro]. ‑ Degli altri due che stanno disotto, quello che pende dal ceffo nero è Bruto: vedi come si contorce e non fa parola [Bruto, il capo dei congiurati contro Giulio Cesare]. L&#8217;altro che pare così membruto, è Cassio [Cassio Longino, uno dei principali congiurati contro Giulio Cesare; Dante lo confonde con L. Cassio che Cicerone accenna nella terza Catilinaria essere membruto mentre quello della congiura, dice Plutarco, fosse pallido e scarno]. Ma la notte incomincia; e ormai dobbiamo partire, ché abbiamo visto tutto» [Dante e Virgilio hanno impiegato quindi 24 ore a percorrere i nove cerchi infernali]. ‑ Come piacque a Virgilio gli avvinghiai il collo con le braccia; ed egli prese il momento e il luogo opportuno e, quando le ali furono molto aperte, ‑ si appigliò alle coste pelose: quindi da un gruppo di pelo a un altro discese tra il folto pelo e le croste gelate di Cocito. ‑ Quando noi fummo sopra la prominenza che fanno la anche, in quella parte del corpo dove la coscia si ripiega per attaccarsi al fianco, Virgilio faticosamente e con affanno ‑ si capovolse volgendo la testa dove aveva i piedi [moralmente vuol dire che l'uomo molto si deve affaticare per avere orrore del peccato e volgergli le spalle], e si aggrappò al pelo come per salire, sì che io credevo di ritornare ancora nell&#8217; inferno. ‑ «Tieniti bene afferrato che per così fatte scale, disse il maestro ansando come uomo stanco, è necessario partire da tanto grande male ». ‑ Poi, giunto al fondo della caverna dove Lucifero è confitto, si uscì fuori per un piccolo foro nella roccia e mi pose a sedere sull&#8217;orlo e quindi mi raggiunse con un piccolo salto. ‑ Io abbassai gli occhi e credei in alto vedere Lucifero come lo avevo lasciato [cioè con la testa su e le gambe giù] e lo vidi invece tenere in su le gambe; &#8211; e se io divenni allora incerto e sgomentato, lo pensi la gente grossa, che non vede che io avevo passato il centro dell&#8217;attrazione universale. ‑ «Alzati in piedi, disse il mio maestro; la via è lunga e il cammino è malagevole, e sono circa le sette e mezzo della mattina» [tre ore dalla levata del sole]. ‑ Non era un cammino comodo come in un palazzo là dove eravamo, ma una salita naturale, stretta ed oscura. ‑ Prima che io mi diparta dall&#8217; inferno, maestro mio, dissi io quando mi fui alzato, parlami un poco per togliermi di errore. ‑ Dov&#8217;é il ghiaccio? E Lucifero come va che è così capofitto? e come così in poco tempo il sole è passato dalla sera alla mattina?» ‑ Ed egli a me: ‑ «Tu immagini ancora di essere dall&#8217;altra parte del centro, dove io mi afferrai al pelo del verme malvagio che fora il mondo [Lucifero: come il baco della mela]. ‑ Tu fosti dall&#8217;altra parte finché io discesi; quando io mi volsi, tu passasti il centro di gravità [secondo il sistema di Tolomeo, il centro di tutto l'universo] ed ora sei giunto sotto l&#8217;emisfero, che è dalla parte opposta di quello che copre la terra, ed ora sei nell&#8217;emisfero australe, sotto il più alto punto del quale trovasi Gerusalemme dove fu martirizzato ‑ Cristo, che nacque e visse senza peccato: tu hai i piedi sopra un breve spazio che corrisponde a quello, pure breve, che nell&#8217;altro emisfero, or ora da noi abbandonato, forma la Giudecca. ‑ Qui è mattina quando di là è sera: e questi che con il suo pelo ci ha fatto da scala, è ancora confitto come era prima. &#8211; Da questa parte cadde giù dal cielo; e la terra che prima della caduta dell&#8217;angelo ribelle sovrastava anche quivi le acque del mare, per la paura di lui si ritrasse sotto le acque [verso l'emisfero opposto] ‑ e forse per fuggire lui lasciò qui vuoto il luogo in cui anche ora siamo, e risalì su formando la montagna del Purgatorio. ‑ Laggiù sotto terra vi è un luogo tanto lontano da Lucifero, quanto è alta di qua la tomba di esso Lucifero [Belzebù], tanto oscuro la cui esistenza non può essere nota agli occhi, ma intesa all&#8217;orecchio per il suono di un ruscello che quivi discende tortuosamente scavando il sasso. ‑ Il duca ed io per quel cammino nascosto ritornammo nel mondo dove è la luce del sole e senza prenderci alcuna cura di riposare, salimmo su, egli primo ed io secondo, finché a mezzo di un&#8217;apertura rotonda situata in alto io potei vedere le bellezze del cielo: &#8211; e quindi uscimmo a rivedere le stelle.</p>
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		<title>La Divina Commedia &#8211; Inferno &#8211; Canto XXXIII</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 23:23:45 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quel peccatore sollevò la bocca dal pasto feroce, forbendola ai capelli del capo che egli aveva guastato di dietro. ‑ Poi cominciò: «Tu vuoi che io rinnovi il disperato dolore che mi stringe il cuore, solo al pensarlo, prima che io te ne parli. ‑ Ma se le mie parole debbono essere causa d&#8217;infamia al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quel peccatore sollevò la bocca dal pasto feroce, forbendola ai capelli del capo che egli aveva guastato di dietro. ‑ Poi cominciò: «Tu vuoi che io rinnovi il disperato dolore che mi stringe il cuore, solo al pensarlo, prima che io te ne parli. ‑ Ma se le mie parole debbono essere causa d&#8217;infamia al traditore che io rodo, vedrai nello stesso tempo parlare e lacrimare. ‑ Io non so chi tu sia né in quale maniera tu possa essere venuto quaggiù, ma veramente, quand&#8217;io ti odo parlare, mi sembri Fiorentino. ‑ Tu devi sapere che io fui il conte Ugolino [Ugolino della Gherardesca. Fu a capo dell'armata Pisana contro Genova, e dopo la disfatta subita nel 1284 alla Meloria, governò Pisa prima come podestà, poi raccolse tutte le pubbliche autorità assieme col nipote Ugolino Visconti. Ma venuti in discordia ne approfittarono i ghibellini, i quali guidati dall'arcivescovo Ruggieri e dalle casate dei Gualandi, dei Sismondi e dei Lanfranchi, esiliato il Visconti e tolto il governo al Gherardesca, questi fu chiuso in una torre sotto accusa di tradimento e ivi lasciato morire di fame insieme a due figli e due nipoti], e questi l&#8217;arcivescovo Ruggieri [degli Ubaldini di Mugello, arcivescovo di Pisa, 1278, fu punito da Niccolò IV col carcere perpetuo pel suo malvagio operare contro il Gherardesca, ma la morte del Papa lo sottrasse a quella punizione fino al 1295, nel quale anno morì a Viterbo. Fu governatore di Pisa col titolo di podestà dal luglio al dicembre del 1288, ma venne sostituito per poca attitudine ad amministrare la cosa pubblica]: ora ti dirò perché io gli sia tale amico [vicino è detto ironicamente]. ‑ Non è necessario che io ti dica come per opera dei suoi tristi pensieri fidandomi di lui io fossi preso e quindi ucciso [poiché tutti lo sanno]. ‑ Ma ciò che tu non puoi avere inteso, cioè come fu crudele la mia morte, udirai ora e saprai se egli mi ha offeso. ‑ Da dentro alla torre [dei Gualandi detta, dopo che in essa fu chiuso Ugolino, la torre della fame] che per me si chiama della fame, e nella quale si dovrebbero ancora chiudere molti altri, una piccola finestra ‑ mi aveva già mostrato per il suo vano più lune quando io feci il cattivo sogno che mi svelò il futuro. ‑ Questi sembrava a me guida e capo di molta gente nell&#8217;atto di cacciare il lupo e i lumicini [me ed i miei figli] al monte [di S. Giuliano] che è tra Pisa e Lucca ‑ con cagne magre [i Pisani] intente e sollecite e ammaestrate: Gualandi, con Sismondi e con Lanfranchi si erano messi davanti. ‑ Dopo breve corso mi parevano stanchi il padre e i figli, e mi pareva veder fendere i loro fianchi dai denti acuti delle cagne. ‑ Quando mi destai prima del mattino, sentii piangere nel sogno i miei figliuoli che erano con me [i due figli e i due nipoti], e domandar del pane. ‑ Bene sei crudele se tu già non ti duoli pensando ciò che il mio cuore presentiva: e se non piangi, di che cosa sei solito piangere? ‑ Già erano desti e si avvicinava l&#8217;ora nella quale soleva essere portato il cibo e ciascuno dubitava per il suo sogno. ‑ Ed io sentii chiudere l&#8217;uscio di sotto all’orribile torre; onde io guardai nel volto i miei figli senza fare parola. ‑ Io non piangevo, sì, è vero, dentro però divenni di pietra dal dolore: essi piangevano; ed Anselmuccio mio [il più giovane, nipote] disse: «Che hai padre a guardare in questa maniera? [con tanta disperazione negli occhi]. &#8211; Però io non lacrimai né risposi tutto quel giorno, né la notte appresso, fino allo spuntare del sole nel seguente giorno. ‑ Come un poco di luce penetrò nel carcere doloroso, onde io scorsi rispecchiato per quattro visi il mio stesso aspetto [per la somiglianza di famiglia e il colore sparuto], ‑ mi morsi l&#8217;una e l&#8217;altra mano per il dolore. E quelli pensando che io lo facessi per voglia di mangiare, di subito si alzarono in piedi, ‑ e dissero: «Padre, assai ci sarà meno doloroso se tu mangi delle nostre carni di che tu ci rivestisti ». ‑ Mi calmai allora per non rattristarli di più; quel giorno e l&#8217;altro stemmo tutti muti: ahi dura terra perché non ti apristi? ‑ Dopo che fummo venuti al quarto giorno, Gaddo [figlio maturo già col titolo di conte], mi sì gettò disteso ai piedi dicendo: «Padre mio, perché non m&#8217;aiuti?» ‑ Quivi morì, e morti, come tu mi vedi, vidi io cascare gli altri tre ad uno ad uno tra il quinto giorno e il sesto, onde io fatto cieco per la debolezza del lungo digiuno, mi diedi a brancolare sopra ciascuno, e due giorni li chiamai dopo che essi furono morti; poscia più del dolore poté il digiuno». ‑ Quando ebbe dette queste parole, con gli occhi torti per la rabbia riprese il teschio misero con i denti che furono all&#8217;osso forti come quelli di un cane. ‑ Ahi Pisa, vituperio delle genti del bel paese italico là dove si afferma con il sì, poiché i tuoi sono lenti a punirti, si muovano l&#8217;isole di Capraia e di Gorgona [isolette dell'Arcipelago Toscano, sotto il dominio di Pisa in quel tempo] e si assiepino alla foce dell&#8217;Arno, sì che l&#8217;acqua di esso rigonfiando e inondando anneghi ogni persona in te. ‑ Poiché anche se il conte Ugolino aveva fama di averti tradito nei castelli [di Bientina, Ripafratta, Viareggio, S. Maria a Monte, Fucecchio, Castelfranco, S. Croce e Montecalvoli, ceduti dal Gherardesca i primi tre ai lucchesi e gli altri ai fiorentini, per separare i nemici e scampare Pisa, quindi falsa era l'accusa di tradimento. Dante forse lo pone nell'Antenora per la sua condotta rispetto a Ugolino Visconti suo nipote per il quale aveva Dante grande simpatia, e del quale il Gherardesca aveva cercato sbarazzarsi] non dovevi porre a tale pena i suoi figli. ‑ Innocenti li faceva la giovane età, o novella Tebe [le atrocità di Pisa contro Ugolino ricordano quelle di Tebe contro Cadmo], Uguccione e il Brigata [l’uno figlio l’altro nipote] e gli altri due che nomino più sopra. &#8211; Noi passammo oltre là dove il gelo fascia ruvidamente un&#8217;altra gente, non volta in su ma tutta riversata, ‑ il pianto stesso, lì non lascia piangere e il dolore che trova rintoppato il passaggio degli occhi, si rivolge in dentro e fa crescere l&#8217;angoscia: ‑ poiché le prime lagrime si raggruppano e, come visiere di cristallo, riempiono tutta la cavità sotto le ciglia, ‑ E sebbene per il freddo ogni sensibilità fosse cessata dal mio volto, come per un callo, ‑ pure mi parve sentire alquanto vento [percuotermi il volto]; per cui io dissi: «Maestro mio, chi muove questo vento? come può esserci vento quaggiù, se non vi è sole che dilatando l&#8217;aria lo produca?» ‑ Onde egli disse a me: «Tra poco sarai dove l&#8217;occhio tuo ti farà la risposta a questa tua domanda, vedendo la causa che muove il vento». Ed uno dei tristi fitti nella incrostatura di ghiaccio [che riveste il fondo dell’inferno) gridò a noi: «O anime tanto crudeli che vi è dato l'ultimo posto [la Giudecca], levatemi dal viso i duri veli di ghiaccio, sì che io possa sfogare tutto quel dolore che mi rigonfia il cuore, un poco prima che il pianto si geli di nuovo». ‑ Per cui io dissi a lui: «Se vuoi che ti giovi, dimmi chi sei e se io non ti libero dalle croste di ghiaccio possa entrare nel fondo del ghiaccio». – Rispose, dunque: «lo sono frate Alberigo, io sono quello delle frutta che furono segno dell&#8217;uccisione [Alberigo Manfredi di Faenza dell'ordine di S. Maria. Avendo odio per Manfredo e Alberguccio Manfredi suoi consorti, li convitò, nel maggio 1285, in una sua villa, e al momento di recare le frutta, ad un segnale convenuto, li fece trucidare], che qui sto riprendendo un frutto peggiore di quello che diedi». &#8211; «Oh, dissi a lui, ora sei morto anche tu?» Ed egli a me: «Come su nel mondo stia il mio corpo io non so nulla. ‑ Questa Tolomea [Tolomea, lo spartimento 3° del cerchio 9° stabilito per i traditori dei commensali; da Tolomeo governatore di Gerico, che uccise a tavola il suocero Simone Maccabeo e i figli Mattia e Giuda] ha cotale vantaggio, che spesso l’anima ci cade prima che Atropos [la parca che taglia il filo della vita umana che Cloto avvolge e Lacheso fila] le dia la spinta. E perché tu mi rada più volentieri dal volto le lacrime invetriate, sappi tosto che l&#8217;anima tradisce, ‑ come feci io – il corpo le viene tolto da un demonio, che poi lo dirige finché sia terminato il suo tempo. – Esso precipita in questa siffatta cisterna; forse ancora sembrerà essere su nel mondo tra i viventi in corpo dell&#8217;ombra che qua dietro a me sta ghiacciata. ‑ Tu lo devi sapere se tu vieni pur ora giù; egli è ser Branca d&#8217;Oria e sono passati molti anni da quando fu racchiuso così nel ghiaccio [Branca d'Oria, genovese, per togliere a Michele Zanche suo suocero la signoria di Logodoro in Sardegna, invitandolo a mangiare seco, lo fece tagliare a pezzi con tutta la compagnia]. ‑ «Io credo, dissi a lui, che tu mi inganni; ché Branca d&#8217;Oria non è ancora morto, e mangia e beve e dorme e veste come ogni altro vivente». ‑ « Nel fosso su, disse egli, di Malebranche, là dove bolle la pece tenace, non era ancora giunto Michele Zanche, ‑ che questi lasciò un diavolo in sua vece nel suo corpo, e di un suo parente stretto, che fece con lui il tradimento. ‑ Ma distendi ormai in qua la mano, ed aprimi gli occhi». Ed io non glieli apersi, e fu cortesia essere villano con costui. ‑ Ahi, Genovesi, uomini lontani da ogni buona usanza, e pieni di ogni malvagità, perché non siete voi spersi nel mondo? ‑ Ché col peggiore spirito di Romagna [Alberigo Manfredi di Faenza] trovai un tale di voi [Branca d'Oria], il quale è tanto colpevole che mentre l&#8217;anima sua è tuffata giù in Cocito, il corpo appare ancora vivo sopra la terra.</p>
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		<title>La Divina Commedia &#8211; Inferno &#8211; Canto XXXII</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 23:22:44 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Se io avessi parole aspre e di suono basso come si converrebbe per rappresentare il centro dell&#8217;Inferno, sopra il quale gravitano appoggiandosi tutti i cerchi infernali [e tutto l'universo], ‑ io potrei esprimere più pienamente il mio concetto; ma perché io non le ho, non senza timore mi metto a parlare: &#8211; ché non è impresa da prendersi a burla descrivere il centro dell&#8217;universo, né da lingua che non sia di stile elevato e non quale si converrebbe alla bocca di un fanciullo. ‑ Ma le Muse, che aiutarono Anfione a chiudere Tebe [Anfione, figlio di Antiope, nella edificazione di Tebe, traeva giù dal Citerone con il suono della lira i macigni per costruire le mura], sì che il mio dire non sia molto diverso dalla realtà. O infelicissimi sopra tutti i dannati, quelli che state nel luogo, del quale è duro il parlare, meglio assai che invece di uomini, foste nati pecore o capre! ‑ Come noi fummo giù nel pozzo oscuro, molto più in basso dei piedi del gigante Anteo ed io rimiravo ancora l&#8217;alta muraglia di pietra dalla quale ci aveva discesi, ‑ udii rivolgermi queste parole: «Bada dove metti i piedi, fai in modo di non calpestare le teste dei fratelli miseri e affranti » ; ‑ per le quali parole mi volsi e mi vidi davanti e sotto i piedi un lago, che per gelo sembrava vetro e non acqua. ‑ Il ghiaccio che si forma d&#8217;inverno sul Danubio in Austria, e sul Tanai là nelle regioni fredde, non fu mai tanto grosso ‑ come era quivi, che se vi fosse caduto sopra un monte altissimo come Tabernic [Tovarnico monte della Schiavonia] o Pietrapiana [Alpe Apuana, gruppo di alte montagne dell'Appennino tra il Serchio e la Magra], non si sarebbe spezzato. &#8211; E come la rana sta a gracidare col muso fuori dall&#8217;acqua, nel principio dell&#8217;estate, allorché essendo il tempo della mietitura la villana sogna spesso di spigolare; ‑così le ombre dolenti erano nella ghiaccia livide fino alla fronte e battendo i denti per il freddo [un rumore secco simile al battere del becco della cicogna]. ‑ Ognuna teneva abbassato il volto: ed il freddo del luogo si esprime dalla loro bocca e dai loro occhi la malvagità del cuore. ‑ Dopo che io ebbi alquanto guardato attorno, mi volsi ai piedi e vidi due così strettamente avvinghiati che avevano i capelli misti insieme. ‑ «Ditemi voi che così vi stringete i petti, dissi, chi siete?» E quelli piegarono indietro il collo drizzando verso di me il viso. ‑ E i loro occhi, che già chiusi erano pregni di lacrime, alla mia vista disciolsero il pianto su per le labbra, ma il gelo strinse di nuovo gli occhi rinserrandoli: &#8211; spranga di ferro non tenne mai stretti insieme così fortemente due battenti di legno [di una porta]; onde essi come due montoni cozzarono insieme, tanto furono vinti dall&#8217;ira. ‑ Ed uno, che aveva perduto tutti e due gli orecchi per il freddo, pur tenendo il viso in giù, disse: «Perché tanto ci stai a rimirare? Se vuoi sapere chi sono codesti due, la valle dove scende il fiume Bisenzio fu del padre Alberto e di loro [i fratelli Alessandro e Napoleone degli Alberti, figli del conte Alberto Alberti e della contessa Gualdrada, furono signori dei castelli di Vernio e di Cerbaia in Val di Bisenzio e di Mangona in Val di Sieve. ‑ Per contrasti politici e più per privati, avendo il padre lasciato solo la decima parte del patrimonio, a Napoleone, venuti a rissa tra loro, si uccisero l'un l'altro]. ‑ Furono figli di una stessa madre; e potrai cercare tutta la Caina [il primo girone dell'ultimo cerchio, destinato ai traditori di congiunti, è denominato così da Caino uccisore di Abele] senza trovare ombra che sia più degna di queste di essere confitta nel ghiaccio: ‑non quegli a cui fu rotto il petto e l&#8217;ombra con un colpo dato da Artù [Modrèc, figlio del re Artù, avendo tentato togliere al padre la vita a tradimento e il regno, fu da quello trapassato da parte a parte con un colpo di lancia, per modo che attraverso alla ferita passò un raggio di sole ‑ dice l'Historia di Lancillotto del Lago]; non Focaccia [Focaccia de' Cancellieri, uno dei più turbolenti Bianchi di Pistoia: si dice uccidesse lo zio]: non questi che m&#8217;ingombra ‑ così davanti con la testa che io non posso vedere più oltre, e fu nominato Sassolo Mascheroni [di Firenze, uccise il figlio fanciullo di un suo zio per ottenerne l'eredità; scoperto poi, fu chiuso in una botte di chiodi, e rotolato per la città, quindi ebbe mozzata la testa]: so sei toscano, sai bene ormai chi fu. ‑ E perché tu non mi faccia fare altri discorsi, sappi che io sono Alberto Camicione dei Pazzi [i Pazzi furono casata fiorentina del Val d'Arno superiore; pure Camicione fu uccisore di un suo parente, il cugino Ubertino de' Pazzi] ed aspetto che Carlino de&#8217; Pazzi, commettendo un tradimento peggiore del mio, faccia sembrare minore la mia colpa» [si riferisce al tradimento di Carlino de' Pazzi, il quale parteggiando per i Bianchi, ed essendo nel castello di Pietravigne con molti cavalieri e pedoni, lo consegnò per denaro, nel 1302, ai fiorentini Neri, che lo assediavano da un mese; uscitone, fece poi aprire la porta ed entrare di sorpresa i nemici]. ‑ Poscia io vidi più di mille visi raggrinziti e mostrando i denti come cane, per il freddo, onde mi sento io pure rabbrividire di freddo, e sempre mi darà questa impressione il pensiero di quel lago gelato. ‑ E mentre che ci avvicinavamo al centro nel quale ogni peso dell&#8217;universo converge, ed io tremavo in quel freddo eterno, ‑ non so se fu volere divino o il destino o un caso fortuito; ma passeggiando tra le teste, percossi fortemente il piede nel volto ad uno. ‑ Piangendo, mi gridò: « Perché mi pesti? Se tu non vieni a crescere la vendetta di Monteaperti, perché mi vieni a molestare? » Ed io: «Maestro mio, aspettami qui, che io voglio uscire di un dubbio che mi è sorto per le parole dette da costui; poi mi farai tutta la fretta che tu vuoi ». ‑ Il duca si soffermò; ed io dissi a colui che ancora bestemmiava duramente: «Chi sei tu dunque, che rimproveri così gli altri?» «E tu dimmi chi sei, rispose, che vai cercando per l&#8217;Antenora [secondo girone dei traditori, così detto da Antenore principe troiano, del quale la leggenda narra che fosse traditore della patria] percotendo le gote agli altri, sì che se tu fossi vivo sarebbe anche troppo forte?» ‑ «Io sono vivo e ti può essere caro, se tu desideri che prenda nota del tuo nome tra quelli degli altri dannati per riportarne notizia nel mondo». ‑ Ed egli a me: «Io desidero il contrario; levatimi d&#8217;attorno, e non mi affliggere più, che male sai lusingare la gente che è in questa radura». ‑ Allora lo presi per i capelli della collottola e dissi: «Tu mi dirai bene il tuo nome, o quassù non ti rimarrà un capello». ‑ Per cui egli a me: «Io non ti dirò chi sia, né te lo dimostrerò per quanto tu mi strappi capelli». ‑ Io avevo già avvolti in mano i capelli e gliene avevo strappati più di una ciocca, latrando lui con gli occhi raccolti in giù; &#8211; quando un altro gridò: « Che hai tu, Bocca? Non ti basta sbattere le mascelle, vuoi anche latrare? Che diavolo ti sta accadendo? » ‑ «Ormai, dissi io, non voglio che tu parli oltre, malvagio traditore, che a tua infamia e dispetto io porterò ai vivi vere novità». ‑ «Vai via, rispose, e racconta ciò che tu vuoi, ma se tu esci di qua dentro, non tacere di colui che ebbe la lingua così pronta a dire il mio nome. ‑ Egli piange qui il denaro dei Francesi; io vidi, potrai dire, Buoso da Duera là dove i peccatori stanno ghiacciati. &#8211; Se ti fosse richiesto chi vi era ancora, tu hai al tuo lato Tesauro dei Beccaria a cui Firenze tagliò la gola. ‑ Gianni del Soldonier credo che sia più là con Gano e Tebaldello Zambrasi che aprì le porte di Faenza di nottetempo. [Bocca degli Abati alla battaglia di Monteaperti, combattendo contro i senesi con i fiorentini, tradì questi in modo che procurò loro la sconfitta. ‑ Buoso da Duera tradì re Manfredi ritenendo per sé il denaro avuto da questi per opporsi ai francesi di Carlo d'Angiò in Lombardia, e, prendendo dai nemici altro denaro, lasciandoli liberamente passare. ‑ Tesauro di Beccaria, pavese, abate di Vallombrosa, sospettato di aver favoreggiato i ghibellini a danno dello stato guelfo, mentre era legato pontificio in Toscana, venne, decapitato. ‑ Gianni dei Soldanieri fiorentino di parte ghibellina. Nel 1266, dopo la cacciata dei frati godenti, non badando che il fine veniva a danno dei ghibellini, si fece capo del popolo. ‑ Gano fece subire per suo tradimento la rotta di Roncisvalle a Orlando. ‑Tribaldello o Tebaldello di Faenza, per rancore contro i Lambertazzi esuli in Faenza, diede la città, nell'anno 1280, in mano ai Geremei, i quali la saccheggiarono]. &#8211; Noi eravamo già partiti da esso quando io vidi due ghiacciati in una buca, in modo che il capo dell&#8217;uno era sovrapposto come cappello a quello dell&#8217;altro; ‑ e come si mangia il pane per fame, così quello che stava di sopra sgretolava la nuca fino a farne uscire il cervello. ‑ Non altrimenti Tideo si rosicchiò le tempie di Menalippo per rabbia [Tideo ferito mortalmente dal tebano Menalippo, riuscì ad uccidere a sua volta l’avversario, e fattogli troncare il capo, moribondo si mise a roderlo] di quello che egli rodeva il teschio e le altre parti carnose del cranio. ‑ «O tu che dimostri in modo così bestiale odio sopra costui che ti mangi, dimmi il perché, dissi io, di tale atto ‑ ché se tu piangi a ragione di lui, sapendo chi voi siete e il suo peccato, ti ricambierò, narrando nel mondo il fatto, ‑ se la morte non mi toglierà l&#8217;uso della lingua».</p>
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		<title>La Divina Commedia &#8211; Inferno &#8211; Canto XXXI</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 23:22:07 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La medesima lingua di Virgilio che prima mi aveva rimproverato, sì che ne ero arrossito di vergogna, poi me ne diede il rimedio. ‑ Così ho udito che la lancia dì Achille e del padre suo, con un colpo feriva e con un altro guariva la piaga. ‑ Noi voltammo il dorso alla misera bolgia, salendo su per la ripa che lo recinge, e attraversando questa senza parlare, ‑ giungemmo alla soprastante radura; nella luce incerta la vista poteva andare assai poco avanti: ma io sentii suonare un corno che aveva un suono sì forte, ‑ tanto che avrebbe fatto sembrare fioco al paragone il tuono, il quale suono fece volgere ad un punto tutta la attenzione dei miei occhi, che seguitavano la direzione contraria a quella del suono. ‑ Dopo la dolorosa rotta di Roncisvalle [nella quale Orlando, sopraffatto dal gran numero dei nemici, chiamò con il corno, in suo aiuto Carlo Magno, con squillo che si sentì risuonare per trenta leghe attorno], quando Carlo Magno perdé i paladini, morti per la fede, Orlando non suonò così terribilmente. ‑ Da poco tempo tenevo volta la testa dalla parte da cui era venuto il suono, che mi parve vedere molte alte torri; onde io dissi: «Maestro, dimmi, che città è questa? » ‑ Ed egli a me: « Volendo guardare troppo innanzi in quest&#8217;aria tenebrosa, ti accade di fare giudizio erroneo delle cose che tu vedi. ‑ Quando tu sarai giunto là dove guardi. vedrai come t&#8217;inganni delle cose viste da lontano; perciò affrettati un poco». ‑ Poi mi prese amichevolmente per mano e disse: «Prima che noi siamo più avanti, affinché ti riesca meno strana la sorpresa, ‑ sappi che non sono torri, ma giganti, e sono dall&#8217;ombelico in giù dentro il pozzo [nel cui fondo è la ghiaccia con Lucifero] sovrastando con il resto del corpo intorno all&#8217;argine di esso». ‑ Come quando dissipandosi la nebbia lo sguardo a poco a poco scorge, e distintamente ciò che nasconde il vapore che addensa l&#8217;aria; ‑ così penetrando meglio l&#8217;aria densa e scura con lo sguardo, più e più avvicinandomi verso la sponda del pozzo, l&#8217;errore [del prendere per torri i giganti] si dileguava, e mi accresceva la paura. Poiché, come sulla sua cinta circolare il Castello di Montereggioni si corona di torri [castello Senese in Val d'Elsa, innalzato nel 1213 a difendere i confini contro Firenze], così la riva che circonda il pozzo ‑ coronavano a guisa di torri da mezza la persona gli orribili giganti, ai quali ancora minaccia Giove dal cielo, quando tuona [si riferisce alla pugna di Flegra dove il re degli dèi fulminò i giganti sollevatisi contro di lui] ‑ ed io già scorgevo il volto di uno, e le spalle e il petto, e gran parte del ventre, e ambo le braccia giù per le costole. ‑ La natura certamente, quando lasciò produrre di così fatti animali, fece assai bene togliendo in tal modo combattenti così poderosi [tali esecutori a Marte] che avrebbero sopraffatto gli uomini; ‑ e se ella non ha cessato di produrre grandi mostri, come elefanti e balene, chi bene consideri la riterrà giusta e savia, poiché essi non sono forniti di ragione e quindi non possono arrecare gran male: ‑ poiché dove l&#8217;arma del pensiero si aggiunge alla intenzione di fare il male e alla forza di attuarlo, gli uomini non vi possono porre alcun riparo. ‑ La faccia sua mi pareva lunga e grossa come la pina di S. Pietro a Roma [la pina di bronzo che anticamente ornava, secondo alcuni, il Pantheon e, secondo altri, il mausoleo di Adriano, e dopo varie trasposizioni fatte dai papi, ora si trova sulla scala di Bramante; al tempo di Dante era davanti al Vaticano, sulla Piazza di S. Pietro] e le altre parti del corpo erano proporzionate ad essa: ‑ sì che la ripa che ricopriva come grembiale metà del corpo in giù [perizoma dal greco, vale grembiale] lasciava vedere tanta parte di sopra, che per giungere alla chioma del gigante ‑ tre uomini della Frisa [celebri per l'alta statura] sarebbero bastati appena: poiché io ne vedevo trenta palmi buoni [misura circa di 24 cm.] dal collo in giù. ‑ « Rafel maì amech zabì almi» [parole non significative; o il significato probabile non è stato trovato dagli annotatori] cominciò a gridare la fiera bocca, alla quale non si confacevano parole meno aspre. ‑ E il mio duca rivolto verso lui: «Anima sciocca, stai contenta con il corno, e sfogati a suonare quello, quando ti prende ira o altra passione. ‑ Cercati al collo e troverai la cinghia che lo tiene legato o anima confusa, e vedi il corno che ti cinge il gran petto». &#8211; Poi disse a me: « Egli stesso si accusa: questi è Nembrotto [primo re di Babilonia: fu colui che promosse la costruzione della torre di Babele], per il cui malvagio pensiero non si usa nel mondo un solo linguaggio. – Lasciamolo stare e non parliamo inutilmente: che ciascun linguaggio è a lui come il suo agli altri, che nessuno capisce». ‑ Facemmo dunque un cammino più lungo volgendo a sinistra; e, alla distanza di una tirata di balestra, trovammo l&#8217;altro assai più terribile nell&#8217;aspetto e più alto. ‑ Non so chi fosse colui che lo avvinse; ma egli teneva stretto davanti il braccio sinistro, e l’altro dietro le reni, ‑ da una catena, che lo avvinceva dal collo in giù sì che in quella parte del corpo che rimaneva fuori dal pozzo si avvolgeva per cinque giri. ‑ «Questo superbo volle sperimentare la sua potenza contro il sommo Giove, disse il mio duca, onde egli ne ha tale ricompensa. &#8211; Si chiama Fialte [Fialte figlio di Nettuno e di Efimadia, tra i più violenti nella pugna di Flegra assieme al fratello Oto]; e fece le grandi bravure quando i giganti fecero paura agli dèi: le braccia che menò contro essi, non muove mai  più». ‑ Ed io a lui: « Se si può, vorrei poter vedere lo smisurato Briareo» [figlio di Urano e della Terra, uno dei tre giganti dalle cento mani]. ‑ Onde egli rispose: « Tu vedrai Anteo [figlio di Nettuno e della Terra, non ancor nato al tempo della pugna dei giganti contro Giove] qua vicino, che parla ed è libero nei suoi movimenti, che ci porrà nel fondo dell&#8217;inferno. ‑ Quello che tu vuoi vedere è molto più in là, ed è legato e conformato come questo, salvo che è più feroce nell&#8217;aspetto». Non vi fu mai terremoto tanto impetuoso, che scuotesse così fortemente una torre, come fu sollecito a scuotersi Fialte udite le parole di Virgilio. ‑ Allora ebbi più che mai timore della morte, e se io non avessi visto le catene che lo avvincevano, la sola paura mi avrebbe fatto morire. ‑ Noi procedemmo allora più avanti, e venimmo ove era Anteo che, senza contare la testa, usciva bene cinque alle [antica misura lineare] fuori dalla roccia. ‑ «O tu che nella valle straordinaria [del Bagrada presso Zama, dove P. Cornelio Scipione si rese glorioso riportando sopra Annibale la vittoria che pose fine alla seconda guerra punica] che Scipione rese gloriosamente memorabile ai posteri, quando fece volgere le spalle ad Annibale ed ai suoi soldati, ‑ recasti già mille leoni per preda, e che se ti fossi trovato alla grande guerra dei tuoi fratelli giganti, pare che ci sia ancora chi stimi ‑ che i giganti, figliuoli della Terra, avrebbero vinto; non ti dispiaccia metterci giù dove il lago Cocito è ghiacciato. Non ci fare ricorrere né a Tizio né a Tifeo [altri giganti]; questo mio compagno può parlare di te nel mondo, che è ciò che qui nell&#8217;inferno si desidera; e però chinati e non torcere il muso. ‑ Esso può ancora rinfrancare la tua fama nel mondo, che egli vive e lo attende lunga vita, se prima del tempo non lo chiama a sé la grazia divina ». ‑ Così disse il maestro; e quegli distese in fretta quella mano dalla quale già Ercole era stato fortemente stretto [quando lottò con Anteo] e prese il mio duca. ‑Virgilio, quando si sentì prendere, disse a me: « Fatti in qua, si che io ti possa prendere »; poi afferratomi, formammo un fascio egli ed io. ‑ Come pare la torre di Garisenda [torre pendente di Bologna, presso quella degli Asinelli ‑ dal nome di due antiche famiglie] a chi la riguarda sotto l&#8217;inclinazione, quando una nube corra dalla parte opposta della sua pendenza; ‑ tale parve Anteo a me che stavo attento di vederlo chinare, e fu un tale momento di paura che io avrei voluto essere per un altro cammino: ‑ ma ci depose lievemente nel fondo del pozzo in cui si trova Lucifero con Giuda: e dopo averci posati non rimase chinato, ma [appena depostici a terra], ‑ si raddrizzò come albero nella nave.</p>
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		<title>La Divina Commedia &#8211; Inferno &#8211; Canto XXX</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 23:21:33 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nel tempo che Giunone era corrucciata contro i Tebani per causa di Semele [figliuola di Cadmo fondatore di Tebe], come mostrò più volte [Semele per causa di Giunone, rimase incenerita fra gli amplessi di Giove, e le di lei sorelle Agave e Ino, ed il ni­pote Atteone, in varie maniere perirono tutti],‑ Atamante [re di Tebe] fu preso da sì fu­riosa pazzia [per dolore], che vedendo venire la moglie [Ino] con i due figli per mano, ‑ gridò: «Tendiamo le reti sì che io possa prendere al varco la leonessa e i leoncini » e poi distese le mani spietate, ‑ prendendo uno di questi figli, che si chiamava Learco, e rotandolo lo percosse ad un sasso, sì che la madre disperata, si gettò in mare con l’altro figlio. ‑ E quando la Fortuna con la caduta di Troia abbatté la potenza dei Troiani che tutto ardiva, sì che con il regno fu distrutto pure il re; ‑ Ecuba triste per la morte dei suoi, misera per la rovina di Troia e della sua stirpe e schiava dei Greci, poiché vide morta Polissena [la figlia svenata sulla tomba di Achille dai Greci], e del suo Polidoro [condotta poi prigioniera in Troia, trovato il corpo del figlio Polidoro, ucciso da Polinestore, perdé la ragione per dolore] sulla riva del mare la addolorata si accorse, forsennata latrò sì come cane; tanto il dolore le travolse la mente. ‑ Ma né fuori di Tebe né di Troia si videro mai furie tanto crudeli operare in membra di bestie o di uomini, ‑ quanto io vidi in due ombre pallide e nude che mordendo correvano come il porco che si schiude dal porcile. ‑ Uno giunse addosso a Capocchio, e l&#8217;azzannò al nodo del collo sì che, tirando, lo trascinò per il fondo duro della bolgia. ‑ E Griffolino che rimase tremante di paura, disse: «Quest&#8217;ombra che corre nuda così rabbiosamente strapazzando gli altri, è Gianni Schicchi» [dei Cavalcanti: abile contraffattore di persone]. ‑ « Oh, dissi allora io, se l&#8217;altra ombra non ti azzanna, non ti rin­cresca di dirmi chi sia, prima che si allontani di qua». ‑ Ed egli a me: «Quella è l&#8217;anima antica della scellerata Mirra [figlia di Cinira re di Cipro. Innamoratasi del padre giacque con lui, facendo di notte tempo, apparire di essere un'altra fanciulla], che divenne amica al padre fuori del giusto amore. ‑ Questa così venne a peccare con esso falsificandosi in altra forma, come l&#8217;altro che se ne va in là [lo Schicchi] ebbe coraggio ‑ per guadagnare la cavalla migliore della mandra di entrare nel letto del morto Buoso Donati [per opera di Simone Donati, lontano parente] e fare il testamento fingendosi quello, dando al testamento le norme che si richiedevano perché fosse valido in favore di chi aveva combinato l&#8217;artifizio. ‑ E poi quando furono passati i due rabbiosi sui quali avevo tenuto lo sguardo, mi rivolsi a guardare gli altri dannati. ‑ Io vidi uno fatto a forma di liuto [strumento che ha la cassa rigonfia], se egli fosse stato senza gambe. ‑ La grave idropisia che fa cosi disuguali un membro dall&#8217;altro con il suo umore che rivolge ed assimila in luoghi dove non dovrebbe, tanto che il viso non corrisponde alla grossezza del ventre, ‑ faceva tenere a lui le labbra aperte, come l&#8217;etico che le tiene aperte e sporgenti per la sete. ‑ «O voi che siete senza alcuna pecca nel mondo delle pene, ed io non so il perché, disse egli a noi, guardate e soffermatevi ‑ alla miseria del maestro Adamo [da Brescia. Dietro istigazione dei signori di Romena falsificò il fiorino di Firenze. Ma scoperto, fu preso e bruciato]; io che ebbi da vivo, molto di ciò che volli, ed ora misero! bramo una goccia d&#8217;acqua. ‑ I ruscelli che dai verdi colli del Casentino discendono giù in Arno, facendo freddi e umidi i loro canali ‑ mi stanno sempre dinanzi e non invano; ché la loro immagine mi asciuga più e mi dà più sete che non il male per cui mi dimagro nel volto. ‑ La rigida giustizia dal luogo ove io peccai trae causa di maggior dolore e di maggiori sospiri. ‑ Ivi è Romena [nel Casentino è il castello di Romena, di un ramo dei conti Guidi] dove io falsificai i fiorini col suggello di S. Giovanni Battista per cui io lasciai su, arso il mio corpo. ‑ Ma se io vedessi qui l&#8217;anima malvagia di Guido [Guido II dei conti di Romena] o di Alessandro, o del loro fratello [Alessandro II e Guido I pure di Romena] per vederli ricuserei fonte Branda [presso Romena]. ‑ Qua dentro già c&#8217;è una di queste anime [dei tre fratelli] se dicono vero le ombre arrabbiate che vanno attorno: ma che mi vale, ché ho le membra legate per la idropisia? ‑ Se io fossi ancora tanto leggero che io potessi muovermi un pollice ogni cento anni, io mi sarei già messo in cammino, ‑ cercandolo fra questa gente sconcia, con tuttoché giri per undici miglia il luogo occupato da essa e meno di un mezzo miglio non ha di traverso. ‑ Io per loro sono in siffatta compagnia: essi mi indussero a battere i fiorini, che avevano tre carati di giunta di rame». ‑ Ed io a lui: «Chi sono quei due miseri che fumano come mano bagnata nell&#8217;inverno, e giacciono stretti alla tua destra?» ‑ «Li trovai qui quando piovvi in questa bolgia e mai si rivoltarono, rispose, e credo non si voltino in eterno. ‑ L&#8217;una è la falsa che accusò Giuseppe; l&#8217;altro il falso greco Sinone da Troia [la prima la moglie di Putifarre che accusò falsamente Giuseppe, figlio di Giacobbe, di averle usato violenza. Sinone colui che persuase i troiani a riporre dentro le mura delle città il cavallo di legno] i quali gettano tale puzzo per febbre acuta. ‑ Ed uno di loro che si annoiò, forse, di essere nominato con vergogna [Sinone essendo stato detto falso], gli percosse con il pugno il ventre teso: ‑ quello suonò, come fosse un tamburo: e maestro Adamo gli percosse il volto con il suo braccio, cui non parve meno duro, ‑ dicendo a lui: « Benché io non mi possa muovere, per le membra che mi sono pesanti, ho però libero il braccio per fare ciò ». ‑ Per cui egli rispose: «Quando tu andavi al fuoco, tu non l&#8217;avevi così pronto; ma così e più ancora quando coniavi le monete false » ‑ E l&#8217;idropico: « Tu dici la verità, ma tu non fosti così verace testimonio quando a Troia il re Priamo richiese il tuo consiglio [prima di far aprire le mura al cavallo di legno]». ‑ «Se io dissi il falso tu falsasti le monete, disse Sinone, e se io sono qui per una colpa sola, tu per più colpe quanto nessun altro demonio ». &#8211; «Ricordati, spergiuro, del cavallo, rispose quello dal ventre gonfio; e ti sia di pena che lo sa, tutto il mondo ». &#8211; «A te sia malvagia la sete che ti crepa, disse il Greco, la lingua, e l&#8217;acqua marcia che ti gonfia così il ventre da impedirti la vista». ‑ Allora il falsificatore di monete: «Così si apre sconciamente la bocca tua per dire male come è solita: ché se io ho sete, e mi riempie l&#8217;umore, tu hai l&#8217;arsura della febbre e il capo addolorato, e non ci vorrebbero molte parole per invitarti a leccare lo specchio di Narciso» [Narciso rispecchiando la sua immagine nell'acqua s'innamorò di sé stesso]. Io ero tutto intento ad ascoltarlo, quando il maestro mi disse: «E guarda ancora, e per poco non m’irrito con te ». ‑ Quando io lo sentii parlare a me con ira, mi rivolsi a lui con tale vergogna, che la provo ancora nel ripensarci. ‑ E come colui che sogna la sua rovina, e sognando desidera sognare, sì che brama ardentemente che non sia quello che sogna; tale mi feci io, non potendo parlare per la vergogna, che desideravo scusarmi e scusavo tuttavia me stesso, e non credevo di farlo. « Un maggiore difetto, viene tolto da una minore vergogna, disse il maestro, che il tuo non sia stato; e quindi togli ogni tristezza; e fai conto che io sia sempre vicino se mai per avventura qualche volta ti accada di trovarti in contrasti simili a questo; ‑ ché volere ascoltare questi discorsi è voglia bassa».</p>
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		<title>La Divina Commedia &#8211; Inferno &#8211; Canto XXIX</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 23:21:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La molta gente così variamente impiagata mi aveva riempito di lacrime gli occhi, tanto desiderosi di mettersi a piangere. &#8211; Ma Virgilio mi disse: «Perché ancora guardi? Perché i tuoi occhi si soffermano ancora laggiù tra le ombre tristi e mutilate? Tu non hai fatto in questo modo alle altre bolgie. Pensa, se tu intendi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La molta gente così variamente impiagata mi aveva riempito di lacrime gli occhi, tanto desiderosi di mettersi a piangere. &#8211; Ma Virgilio mi disse: «Perché ancora guardi? Perché i tuoi occhi si soffermano ancora laggiù tra le ombre tristi e mutilate? Tu non hai fatto in questo modo alle altre bolgie. Pensa, se tu intendi fare questo cammino, che la valle si avvolge ancora per ventidue miglia; ‑ e già la luna [che la notte antecedente era piena: Inf., XX, 127, si trova sotto i nostri piedi, ossia sono le 13]: il tempo che ci è concesso è corto e sono da vedersi ancora altre cose che tu non vedi ». ‑ « Se tu avessi, risposi io, badato alla causa per la quale io guardavo, forse mi avresti concesso di rimanere, ancora ». ‑ Mentre rispondevo, il duca se ne andava, e intanto soggiungevo: «Dentro quella bolgia, ‑ dove io tenevo così fissi gli occhi, credo che un mio parente pianga la colpa di aver seminato discordie che laggiù costa tanto ». ‑ Allora rispose il maestro: « Non fermarti più oltre col pensiero sopra a quello spirito: bada ad altro egli se ne rimanga là; ‑ ché io lo vidi al piede del ponticello accennarti agli altri spiriti, e minacciarti menando il dito [come quegli che era rimasto invendicato dai consorti] con forza, e lo sentii chiamare per nome Geri del Bello [di Bello di Alighiero, Paradiso, XV, 91, [cugino del padre di Dante]. Visse verso la metà del duecento; e, per avere ucciso uno dei Gerernei o dei Sacchetti fu per vendetta ucciso in Fucecchio, da un parente della sua vittima]. Tu era così attento in quel punto ad ascoltare il signore di Altoforte [Hautefort], che non guardavi là finché egli non si partì». ‑ « O mio duca, la violenta morte che non gli è stata ancora vendicata, dissi io, per uno che è come suo parente, partecipe dell’offesa, ‑ si è sdegnato; per la qual cosa, come io credo, se ne andò senza parlarmi; e per questa ragione egli mi ha fatto più pietoso verso di lui ». ‑ Così parlammo fino al limitare dell&#8217;altro ponte da cui si sarebbe scorto il fondo dell&#8217;altra bolgia, se vi fosse stata più luce. Quando noi fummo sopra l&#8217;ultima bolgia di Malabolge, in maniera che i suoi dannati potevano apparire al nostro sguardo, ‑ vari lamenti mi vennero a colpire, che destavano pietà nel petto: per cui io mi chiusi gli occhi con le mani. ‑Quale dolore sarebbe se i malati dì febbre malarica degli ospedali di Valdichiana, di Maremma e di Sardegna tra il luglio e il settembre ‑ fossero adunati tutti insieme in una fossa, tale era quivi, e ne usciva puzzo eguale a quello che suole uscire dalle membra marcite. ‑ Noi scendemmo sopra l&#8217;ultima riva del lungo scoglio, sempre tenendoci alla mano sinistra, e allora potetti scorgere più chiaramente giù verso il fondo, dove la infallibile giustizia, ministra di Dio, punisce i falsari che confina, in questa bolgia. ‑ Non credo che si provasse maggior tristezza in Egina [isoletta vicina il Peloponneso, in cui tutti gli uomini e le bestie perirono di grande pestilenza; ma avendo il re Eaco, pregato Giove di trasformare in uomini le formiche, l'isola venne ripopolata. Ovidio: Metam., VII,523] a vedere il popolo tutto infermo, quando l&#8217;aria fu così piena di effluvi pestilenziali, ‑ che tutti gli animali fino al più piccolo verme cascarono morti, e poi gli abitatori primitivi di Egina, secondo confermano i poeti, ‑ si rinnovarono dal seme delle formiche, di quella tristezza che si provava nel vedere languire per quella valle oscura gli spiriti ammucchiati qua e là. ‑ Quale giaceva sopra il ventre e quale sopra le spalle l&#8217;uno dell&#8217;altro e quale carponi cambiava di posto per la triste strada. ‑ Noi andavamo passo passo senza parlare, guardando e ascoltando gli ammalati, che non potevano alzarsi in piedi. Io vidi due sedere appoggiati l&#8217;uno a l&#8217;altro, come si appoggia teglia a teglia per scaldare, tutti macchiati di scabbia dalla testa ai piedi: ‑ e mai vidi menar striglia [arnese per pettinare i cavalli] da garzone che abbia fretta perché il padrone suo aspetta, né da servo che non veglia volentieri; ‑ come ciascuno spesso menava il morso delle unghie sopra sé stesso per la gran rabbia del pizzicore, che non ha altro sollievo che questo. ‑ E l&#8217;unghie si traevano giù la scabbia, come coltello trae le scaglie di scardova [pesce d'acqua dolce, dalle scaglie larghe e dure], o di altro pesce che le abbia ancora più larghe, «O tu che ti togli le maglie della corazza scabbiosa con le dita, cominciò a dire il mio duca ad uno di loro, e fai di esse spesso tenaglie, ‑ dimmi se vi è nessun Latino tra costoro che stanno costì dentro, e che così l&#8217;unghia possa darti eterno sollievo». ‑ «Noi che tu vedi così impiagati, siamo Latini tutti e due, rispose uno piangendo, ma tu che domandi di noi chi sei? » ‑ E il duca disse: « Io sono uno che discendo giù di girone in girone con questo uomo vivo, e intendo mostrare a lui l’inferno ». ‑ Allora cessarono di rincalzarsi a vicenda scostandosi; e ciascuno si volse a me tremando con gli altri che indirettamente lo avevano udito. ‑ Il buon maestro si avvicinò tutto a me, dicendo: «Di&#8217; a loro ciò che tu vuoi». E poiché egli voleva così, io cominciai: ‑ « Che così la vostra memoria non si perda nel mondo dei viventi, dalla mente degli uomini, e che cosi ella viva per molti anni, ‑ ditemi chi voi siete e di qual nazione e cittadinanza: non vi spa­venti di dimostrarvi a me chi siete per la vostra pena sconcia e fastidiosa ». ‑ «Io fui di Arezzo [Griffolino, uomo sottile ebbe pretesa di insegnare ad Alberto l'arte di volare, ma non riuscendo a mantenere la promessa, accusato di negromanzia fu dal vescovo di Siena fatto bru­ciare. ‑ Alberto da Siena, parente del vescovo Bonfiglio, 1216‑1252], rispose uno, e Alberto da Siena mi fece mettere al fuoco: ma quella colpa per cui io fui arso non è quella che mi mena qui. – E’ vero che parlando per scherzo io dissi a lui, che mi sarei levato a volo per l&#8217;aria; e quello che aveva curiosità e vanità e poco senno ‑ volle che io gli mostrassi l&#8217;arte di vo­lare; e solo perché io non lo feci simile a Dedalo [che fece le ali per è e per il figlio Icaro, V. Inf., XVII, 109], mi fece ardere dal vescovo di Siena che lo teneva come suo figliuolo. ‑ Ma nell&#8217;ultima delle dieci bolgie Minos, che non si sbaglia, mi dannò per l&#8217;alchimia che usai nel mondo ». ‑ Ed io dissi al Poeta: «O vi fu mai gente più vana della senese? Certamente non fu mai tanto vana la gente francese, che pure lo è tanto». ‑ Per cui l&#8217;altro lebbroso che m&#8217;intese, rispose al mio detto: «Eccetto lo Stricca [dei Salimbeni; giovane ricco da Siena, detto ironicamente da D.] che seppe spendere con parsimonia [detto con ironia]; ‑ e Niccolò [fratello dello Stricca] che scoprì l&#8217;usanza dispendiosa di condire le vivande con garofani nella città di Siena dove tali costumi allignano per la ghiottoneria; ‑ e tranne la brigata [la brigata spendereccia di cui facevano parte i due sunnominati, si compose verso la seconda metà del duecento, di dodici gentiluomini senesi, con l'intenzione di vivere in feste e conviti, dopo venti mesi si squagliò], nella quale Coccia di Asciano [uno della brigata] sperperò ì suoi vigneti e gli estesi boschi, e l&#8217;Abbagliato [Bartolomeo Folcacchicri], dopo aver scialacquato in gioventù si diede a nobili uffici. ‑ Ma perché tu sappia chi sia colui che ti dispone tanto sfavorevolmente contro i senesi, aguzza verso me la vista, sì che tu mi possa conoscer bene; ‑ e così vedrai che io sono l&#8217;ombra di Capocchio [senese, o fiorentino, falsificatore di metalli; fu bruciato vivo nel 1289 in Siena], che con l&#8217;alchimia falsai i metalli, e se ti vedo bene, te ne devi ricordare, ‑ come io fossi un buon imitatore del vero ».</p>
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		<title>La Divina Commedia &#8211; Inferno &#8211; Canto XXVIII</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 23:20:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Chi potrebbe mai esprimere, per quanto più volte tentasse la prova con parole sciolte in prosa, i molti insanguinati ed impiagati che io, giunto alla ottava bolgia, vidi? ‑ Certamente ogni lingua non sarebbe capace di descriverli, per il nostro sermone e per la mente che sono troppo ristretti per contenerli. – Se ancora si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Chi potrebbe mai esprimere, per quanto più volte tentasse la prova con parole sciolte in prosa, i molti insanguinati ed impiagati che io, giunto alla ottava bolgia, vidi? ‑ Certamente ogni lingua non sarebbe capace di descriverli, per il nostro sermone e per la mente che sono troppo ristretti per contenerli. – Se ancora si adunasse tutta la gente che fu già sulla terra di Puglia, soggetta alle vicende della fortuna, dolente del suo sangue, per i Romani discesi da Enea [troiano, quindi D. li dice troiani. Si riferisce allo guerre sannitiche e, a quelle puniche. Tito Livio nel capitolo XXIII, 7, narra che Annibale, dopo la vittoria di Canne, trasse dalle dita dei Romani uccisi tanti anelli da formarne un mucchio di molte moggia], e per la lunga guerra che diede così grande bottino di anella, come scrive T. Livio che non dice il falso: ‑ con quella gente caduta combattendo contro Roberto Guiscardo [i Saraceni contro R. G. duca di Puglia e Calabria, 1059‑1084] e l&#8217;altra, le cui ossa ancora sono radunate – a Ceprano, là dove ogni pugliese fu traditore [Ceprano, sul Liri, dove i baroni pugliesi lasciarono libero il passaggio alle milizie di Carlo d'Angiò, procurando la sconfitta di Benevento a Manfredi [an. 1266], e là presso Tagliacozzo, dove il vecchio Alardo vinse senza armi [Tagliacozzo negli Abruzzi dove Carlo, divenuto re di Puglia e Sicilia, sconfisse il nipote di Manfredi Corradino: anno 1268. Alardo di Valery, cavaliere francese, avvedutosi che gli Svevi stavano per ottenere vittoria, mandò improvvisamente una schiera dei suoi sopra i nemici e li scompigliò]; e chiunque mostrasse un suo membro ferito o mozzo, sarebbe nulla al paragone del deforme aspetto dei dannati della nona bolgia. Perdendo il mezzule o una lulla [il pezzo di mezzo del fondo della botti è detto mezzule; e, gli estremi lulle]  non si apre così come io vidi uno spaccato dal mento fino all&#8217;ombelico: &#8211; tra le gambe pendevano le budella [minugia, dal latino minutia]; si vedevano il fegato, il cuore e i polmoni, e gl&#8217;intestini crassi che separano le feci. ‑ Mentre tutto mi affisso in lui per vederlo, mi guardò, e con le mani si aperse il petto, dicendo: «Or vedi come mi dilanio: ‑ Vedi com&#8217;è stroppiato Maometto [Maometto, 560‑633 d. C. ruppe con le sue dottrine la unità dei Cristianesimo]. Davanti a me se ne va piangendo Alì [Alì Ebn Abì Talib, genero e apostolo di Maometto, 597‑ 660 d. C., modificando in qualche parte gli insegnamenti del maestro; originò una sètta detta degli Sciiti] lacerato nel volto dal mento alla fronte [ove portavano a ciuffo i capelli]: ‑ e tutti questi altri che tu vedi furono, da vivi, seminatori di scandalo e di scisma e perciò sono rotti in questa maniera. ‑ Qua dietro vi è un diavolo che ci concia ciascuno in questa maniera, al taglio della sua spada, sottoponendo ripetutamente, &#8211; quando abbiamo girato attorno la strada che circonda la bolgia; poiché prima che alcuno gli ritorni innanzi le ferite sono già richiuse. Ma tu chi sei che sullo scoglio guardi sporgendo in fuori il volto forse per ritardare di andare alla pena, che ti è stata data da Minos, secondo le colpe che tu gli hai confessate? » ‑ « Egli non è ancora morto, né lo mena quaggiù a tormentarlo alcuna colpa, rispose il mio maestro, ma per dare a lui completa conoscenza quaggiù per l&#8217;inferno di girone in girone, e questo è tanto vero quanto è vero che io ti parlo». Moltissimi, quando lo udirono, si arrestarono nel fosso a riguardarmi, dimenticando per la meraviglia il martirio. ‑ « Or dunque di&#8217; a frate Dolcino che si provveda, tu che tra poco rivedrai il sole, s&#8217;egli non vuole tosto seguirmi qui [Fra Dolcino: Dolcino Tornielli da Novara fondatore della setta degli Apostolici. Gli fu bandita contro una crociata da Clemente V, e con molti dei suoi fu assediato sul monte Zebelli presso Vercelli dai Novaresi. Capitolò per la fame e per il freddo nel 1307, fu indi arso vivo] di molta vivanda; e che la presenza della neve non rechi la vittoria a quei di Novara, ché acquistarlo altrimenti non sarebbe facile». ‑ Poiché Maometto sospese un piede per andarsene, mi disse questa frase quindi lo distese a terra per partirsi. Un altro che aveva forato la gola e il naso troncato fino alle ciglia, e non aveva che una sola orecchia, ‑ soffermatosi a riguardare con gli altri per la maraviglia, prima degli altri aprì la canna della gola che era tutta attorno rossa, ‑ e disse: «O tu che non sei condannato da colpa, e che già vidi in terra italiana, se non m&#8217;inganna una grande rassomiglianza, ‑ ricordati di Pietro Medicina [Pietro Biancucci di Medicina, terra nel piano tra Bologna e la bassa Romagna, seminò molti scandali] se mai torni a vedere il dolce piano [della Lombardia] che da Vercelli si stende fino alle foci del Po, dove fu Marcabò, castello dei Veneziani] che si estende da Vercelli a Marcabò. ‑ E fai sapere ai due uomini migliori di Fano, a messer Guido ed anche ad Angiolello [Guido del Cassero e Angiolello da Cagnano, nobili di Fano, furono fatti annegare da Malatestino Malatesta verso il 1312 mentre si recavano, invitati da esso, ad un appuntamento a Cattolica, borgata sull'Adriatico tra Pesaro e Rimini] che, se qui non si prevede falsamente il futuro, saranno gettati fuori il loro vascello, e annegati presso Cattolica, per tradimento di un malvagio tiranno. ‑ In tutto il Mediterraneo [Cipro ad oriente, Maiorca a occidente del Mediterraneo] Nettuno [dio del mare], non vide mai sì grande delitto, né per opera dei pirati, né dei Greci [gente Argolica che furono un tempo corsari]. ‑ Quel traditore che ancora vive [che vede ancora con un occhio, avendo perduto l’altro in fanciullezza] e signoreggia Rimini, che un tale, il quale è qui con me, non vorrebbe mai aver veduta, ‑ lì farà venire a parlamentare con lui; poi farà in modo che al vento che contro di loro si leva dal monte Focara presso Cattolica [il tradimento di Malatestino] sarà inutile per scongiurarlo, facciano voti e preghiere». ‑ Ed io a lui: «Dimmi e chiariscimi, se vuoi ch&#8217;io porti nel mondo novelle di te, chi è colui che non avrebbe mai voluto veder Rimini». ‑ Allora pose la mano alla mascella d&#8217;un suo compagno, e gli aperse la bocca, gridando: «Questi è desso, e non può parlare: Questi, esiliato da Roma, tolse il dubbio di Cesare consigliandogli di passare il Rubicone, affermando che chi è preparato esitò sempre con suo danno». ‑ Oh, quanto mi pareva sbigottito con la lingua tagliata nella gola, Curione, che fu tanto ardito a parlare! [C. S. Curione, tribuno della plebe. Dopo aver parteggiato per Pompeo passò a Cesare, e a questo diede il cattivo consiglio di passare il Rubicone]. ‑ Ed uno che aveva ambo le mani mozzate, levando i moncherini per l&#8217;aria oscura, sì che il sangue gli colava sulla faccia, ‑ gridò: « Ti ricorderai anche del Mosca che dissi, me infelice! cosa fatta capo ha [cfr. Vill., V., 38] la quale frase fu il seme che produsse tanto male ai Toscani ». ‑ Ed io aggiunsi: « E’ la morte della tua schiatta». [Mosca dei Lamberti, consigliò di uccidere B. de' Buondelmonti, che aveva mancato alla promessa fatta ad una fanciulla degli Amidei: la quale uccisione fu causa che in Firenze divampassero gli odi.  D. si riferisce quindi all'esilio dei Lamberti nel 1258, il cui nome da allora scomparve dalla storia di Firenze]; per cui egli accumulando questo dolore a quello della pena che soffriva, se ne andò come persona trista e matta. ‑ Ma io rimasi a riguardare lo stuolo delle anime che passavano e vidi cosa che avrei paura di non esser creduto a raccontare da solo, senza conferma; se non che la coscienza, la buona compagna che assicura l&#8217;uomo sotto lo scudo del sentirsi pura, mi rende sicuro di ciò che dico. ‑ Io vidi certamente, e mi pare ancora di vederlo, un busto andare senza capo, come andavano gli altri della triste greggia di quei dannati. &#8211; E il capo troncato teneva sospeso per le chiome con la mano, a guisa di lanterna, e quello mirava noi e diceva: « O me! » ‑ Della sua testa faceva lume a sé stesso, ed erano due in uno ed uno in due; come ciò può essere, lo sa colui che ciò governa. ‑ Quando fu appunto al piede del ponte, levò il braccio in alto con tutta la testa per avvicinare le sue parole, ‑ che furono: «Vedi dunque la pena dolorosa, tu che vai vedendo i morti respirando [vivo]: vedi se alcuna pena è grande come questa; ‑ e perché tu conosca ch&#8217;io sia, sappi che sono Bertrand de Born, colui che ad Enrico [figlio primogenito di Enrico II d'Inghilterra], diede i mali consigli [Bertrand de Born signore di Hautfort, Inf., XXIV, 29, in Guascona, fu poeta pregevole e guerriero della seconda metà del sec. XII, seminò discordie tra Enrico II d'Inghilterra e il figlio Enrico]. ‑ Io feci il padre e il figlio nemici tra loro. Achitefel [consigliere di re David d'Israele] non fece peggio di me spronando Absalonne a ribellarsi al padre David e ad ucciderlo. ‑ Perché io divisi persone così legate da vincoli di parentela, ho diviso il mio capo, ahimè! dal resto di questo mio corpo mozzato. ‑ Così osserva in me la pena del taglione».</p>
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		<title>La Divina Commedia &#8211; Inferno &#8211; Canto XXVII</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 23:19:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Già la fiamma che agitava la punta qua e là non parlando più la teneva su dritta, e già se ne andava da noi dopo essersi licenziata da Virgilio; ‑ quando un&#8217;altra fiamma, che veniva dietro alla prima, ci fece volgere gli occhi a guardare la sua cima, per un suono confuso che ne veniva [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Già la fiamma che agitava la punta qua e là non parlando più la teneva su dritta, e già se ne andava da noi dopo essersi licenziata da Virgilio; ‑ quando un&#8217;altra fiamma, che veniva dietro alla prima, ci fece volgere gli occhi a guardare la sua cima, per un suono confuso che ne veniva fuori. ‑ Come il bue siciliano [il toro bronzeo costruito dall’ateniese Perillo e donato a Falaride tiranno di Agrigento perché vi arrostisse dentro i condannati a morte] che muggì prima di tutto con il pianto di colui che lo aveva temprato con la sua lima [che l’aveva costruito] e ciò fu punizione inflitta giustamente, ‑ con la voce dell&#8217;uomo che dentro arrostiva muggiva sì che, con tutto ciò egli fosse di rame, sembrava realmente un toro trafitto dal dolore, ‑ così in tale linguaggio per non trovare uscita o foro alla punta del fuoco si convertivano le parole dolenti. ‑ Ma poiché trovarono modo di sprigionarsi su dalla punta, dando ad essa quel guizzo che la lingua [dentro la bocca del dannato] dava quando uscivano le parole dalla bocca del dannato, ‑ udimmo dire: «O tu a cui rivolgo la voce, e che parlavi poco fa lombardo, dicendo: Ora [Issa: lat. ipsa, ora] vattene, io non ti stimolo più a parlare, non ti rincresca di parlare con me perché forse sono giunto alquanto tardo: vedi che non rincresce a me benché soffra bruciandomi dentro la fiamma. ‑ Se tu sei caduto pur ora in questo inferno dall&#8217;Italia, dalla quale reco qua tutta la mia colpa; ‑ dimmi se i Romagnoli hanno pace o guerra: ché io fui dei monti là tra Urbino e il giogo da cui nasce il Tevere » [designa la regione del Montefeltro, tra Urbino e il monte Cornaro]. ‑ Io ero ancora attento e chinato a guardare in giù, quando il mio duca mi toccò a lato, dicendo: « Parla tu, questi è latino ». ‑ Ed io, che avevo già pronta la risposta, incominciai a dire senza indugio: «O anima che sei nascosta laggiù ‑ la tua Romagna non è e non fu mai senza odio fra i suoi signorotti che la tiranneggiano; ma ora al mio venire qua non vi ho lasciato nessuna guerra palese. ‑ Ravenna sta come è da molti anni, governata dai signori da Polenta [che hanno per loro arme un'aquila vermiglia nel campo giallo], la cui signoria comprende Cervia [terra a mezzodì di Ravenna]. ‑ Forlì, che sostenne la lunga guerra e fece sanguinoso ammasso di Francesi [allude alla lunga guerra fatta per mandato di Martino IV, da Giovanni d'Appia, che l'assediò nel 1282, e alla strage dei francesi fatta dai Forlivesi, capitanati dal conte Guido di Montefeltro], si trova sotto la casa degli Ordelaffi [che avevano, dice l 'An. Fior. « uno scudo dal mezzo in giù addogato, da indi in su uno mezzo leone verde in campo giallo»]. &#8211; E Malatesta e Malatestino [detti da Verrucchio, castello donato dai Riminesi al padre di Malatesta. Dante, dice mastino per alludere alla loro crudeltà] che tagliarono la testa a Montagna. [Quando i Malatesta nel 1295 presero la signoria della città, il Parcitale, capo dei Ghibellini, lasciò Rimini: e Montagna, rimasto prigioniero dei nemici, fu ucciso in seguito] là sulla loro terra, come sogliono, tiranneggiano [fanno succhiello dei denti, mordono, lacerano]. ‑ Faenza sul Lamone, Imola sul Santerno, sono governate da Maghinardo dei Pagani di Susinana [che per arme aveva un leone in campo bianco], che cambia ogni momento partigianeria, ‑ e Cesena, bagnata dal Savio, come ella sta, tra il piano e il monte, vive tra la signoria dei suoi gentili e il popolo. ‑ Ora ti prego che tu mi dica chi tu sei: non essere più reticente di quanto non sono stati gli altri, se vuoi che nel mondo il tuo nome regga per molto tempo». ‑ Dopo che il fuoco ebbe alquanto mugghiato alla sua maniera, agitò la punta acuta e poi disse: ‑ «Se io e credessi che la mia risposta fosse per persona che dovesse ritornare al mondo, questa mia fiamma non si muoverebbe più ‑ ma poiché mai da questo fondo alcuno ritornò vivente, se io ho ascoltato la verità, ti rispondo senza timore che il mio nome venga infamato. ‑ Io fui uomo di armi e poi fui frate francescano credendo così cinto [del cordone di S. Francesco, di cui quei frati sono cinti. Guido da Montefeltro, il più astuto e sottile uomo che fosse in Italia in quei tempi, nacque verso il 1220 e dopo avere, come capitano dei ghibellini romagnoli, arrecati molti danni alla chiesa, riconciliatosi con la curia pontificia negli ultimi anni, si fece frate francescano e morì nel 1298] di fare ammenda dei miei peccati; e certamente non mi sarei ingannato se, non fosse il papa, a cui venga il malanno [papa Bonifazio VIII], che mi rimise nelle prime colpe e come e perché voglio che tu sappia. ‑ Mentre che io fui formato di carne ed ossa, le opere mie non furono da uomo forte, e generoso, ma fraudolente. &#8211; Gli accorgimenti e le vie coperte io tutte conobbi e fui così esperto nella loro arte, che la fama delle mie astuzie si sparse per tutto il mondo. ‑ Quando mi vidi arrivato a quell&#8217;età in cui ciascuno dovrebbe ritirarsi dal mare della vita e badare a quella futura, ‑ quel modo di agire che prima mi piaceva. mi rincrebbe; e pentito e confessato mi feci frate, ohimè! misero e stanco! e ciò mi avrebbe giovato e portato a salvazione. ‑ Il papa avendo guerra presso al luogo dove è, in Roma, la basilica di S. Giovanni in Laterano [dove i Colonna avevano le loro case; con i quali nel 1297 il Pontefice era in aspra contesa] e non con Saraceni e con Giudei, nemici nella nostra fede; ‑ ché ciascun suo nemico era cristiano e nessuno era stato alla conquista di S. Giovanni d&#8217;Acri in Siria [espugnata dai Saraceni l'anno 1291], né era mai stato in Alessandria o in Egitto alle terre del Soldano a portare mercanzie [le quali cose sono proibite dalla Chiesa]: ‑ né il sommo ufficio né gli ordini sacri rispettò in se stesso, né in me quel cordone che soleva fare più magri [per le penitenze] i frati che ne erano cinti. ‑ Ma come Costantino chiese a S. Silvestro di venire dentro a Soratte per guarirlo della lebbra [narra la leggenda che Costantino ammalatosi di lebbra, preferisse chiamar presso di sé S. Silvestro a guarirlo, anziché fare un bagno nel sangue dei fanciulli come volevano i medici], così questi chiese di me per indicargli il modo ‑ di guarirlo della sua febbre di dominio: mi chiese consiglio, ed io tacqui perché le sue parole mi parvero da ubriaco. ‑ E poi mi disse: Non abbia sospetti il tuo cuore: ti assolvo fin da ora, e tu insegnami come devo fare per espugnare Penestrino [castello dei Colonna, di Palestrina]. ‑ Io posso chiudere e dischiudere il cielo, come tu sai; perché due sono le chiavi alle quali il mio antecessore [Pietro da Morrone, papa Celestino V] rinunziò dopo pochi mesi. ‑ Allora questi argomenti gravi mi spinsero, e sembrandomi che fosse il peggio tacere, dissi: Padre, poiché tu mi lavi ‑ di un peccato dove ora debbo cadere, prometti larghe franchigie a quelli che posseggono Palestrina perché rendano la terra; e, avutala, non mantenere la parola [la resa e distruzione di Palestrina avvenne nel 1298] ciò ti farà trionfare sul tuo alto seggio papale. ‑ S. Francesco, poi che io fui morto, venne per prendere la mia anima: ma un demonio gli disse: Non la portare; non mi fare questo torto; ‑ egli se ne deve venire con me tra i miei servi, perché diede il consiglio fraudolento al papa, dal quale istante fino ad ora gli sono stato appresso attendendo che morisse per portarlo all&#8217;Inferno; ‑ poiché chi non si pente non si può assolvere, né si può sentire il desiderio del pentimento nel tempo stesso che si delibera di commettere il peccato. ‑ Ahi me dolente! come mi riscossi, quando mi prese dicendomi: forse tu non pensavi che io fossi buon ragionatore! ‑ Mi portò a Minos: e questi attorse otto volte la coda attorno il duro dorso, e dopo che l&#8217;ebbe morsa per grande rabbia, ‑ disse: Questi è dei peccatori del fuoco ladro, per la quale colpa che ti ho detto sono perduto in questo fuoco come vedi, e andando così vestito mi dolgo». ‑ Quando egli ebbe così compiuto il suo dire, la fiamma si mosse e procedette avanti mormorando dolorosamente, torcendo e dibattendo la punta acuta. ‑ Noi passammo oltre, ed io e il mio Duca ci spingemmo, su per lo scoglio, fin sopra l&#8217;altro arco che copre la bolgia nella quale si sconta la pena ‑ da coloro che seminando discordie [separando legami] acquistano peso di colpa.</p>
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		<title>La Divina Commedia &#8211; Inferno &#8211; Canto XXVI</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 23:19:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Godi Firenze, perché sei tanto grande che liberamente puoi spaziare per terra e per mare [un secolo dopo, i Fiorentini, vit­toriosi per l’acquisto di Pisa, ricantarono la invettiva di Dante a loro gloria: « odi, Firenze, po' che se' sì grande. Che batti l'ale per terr'e per mare, facendo ogni toscan di te tremare! » [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Godi Firenze, perché sei tanto grande che liberamente puoi spaziare per terra e per mare [un secolo dopo, i Fiorentini, vit­toriosi per l’acquisto di Pisa, ricantarono la invettiva di Dante a loro gloria: « odi, Firenze, po' che se' sì grande. Che batti l'ale per terr'e per mare, facendo ogni toscan di te tremare! » Cfr. G. CARDUCCI, Sudi letterari], e per l&#8217;inferno il tuo nome si diffonde. ‑ Tra i ladroni trovai cinque fiorentini di tanto grande casato, onde mi viene vergogna, e tu non ne sali in grande onoranza. ‑ Ma se i sogni fatti verso il mattino svelano la verità, tu sentirai tra poco tempo, di quei mali che ti augura Prato per non dire di altre città. ‑ E se il voto dei tuoi nemici si fosse già avverato, non sarebbe stato troppo presto; e così fosse già accaduto poiché deve essere! poiché se ritardano ne avrò affanno tanto più grave quanto sarò vicino alla vecchiezza. &#8211; Noi ce ne partimmo, e su per le scalinate che ci avevano fatte prima le pietre, quando eravamo discesi per veder meglio il fondo, rimontò il duca mio e mi aiutò a salire, e proseguendo la via solitaria tra le schegge di pietre e tra i macigni dello scoglio, i piedi non poterono andare senza l&#8217;aiuto delle mani. ‑ Allora mi dolsi, ed ancora mi ridolgo quando penso a ciò che io vidi; faccio proponimento più di quanto sono solito di frenare il mio ingegno ‑ sì che non possa esplicare la sua potenza al di fuori della virtù, poiché se una buona stella o la grazia di Dio mi ha dato questo bene io stesso non me n&#8217;abbia dispiacere a possederlo, usandolo malamente. [Terzine 27‑30]. ‑ Quante lucciole vede il villano che riposa sul colle, giù per la vallata, forse colà dove vendemmia ed ara, nel tempo in cui le notti sono più brevi del giorno [nell'estate], quando sopraggiungendo la notte la mosca cessa di volare e in sua vece vola la zanzara; ‑ così di tante fiamme tutta l&#8217;ottava bolgia risplendeva, come io mi accorsi quando fui giunto in luogo da dove si poteva scorgere il fondo. ‑ E come il profeta Eliseo che si vendicò [delle beffe dei fanciulli] con due orsi [usciti dalla selva che ne uccisero quarantadue, secondo il libro IV dei Re] vide il carro di Elia alla sua partenza, quando i cavalli si levarono erti al cielo, ‑ che non lo poteva seguire con lo sguardo, altro che per vedere la sola fiamma salire in su come nuvoletta [il libro IV del Re narra che mentre il profeta Elia e il suo discepolo Eliseo camminavano per una via, apparve un carro di fuoco, sul quale Elia fu rapito al cielo, rimanendo il suo discepolo estasiato a mirare la massa di fuoco che saliva, senza poter distinguere altro]; &#8211; tale si muoveva ciascuna fiamma per la gola del fosso, nessuna della quale mostrava il peccatore che rapiva. Io non stavo più carponi, ma in piedi sopra il ponte, e protendendomi tanto in fuori che se non mi fossi tenuto ad un masso, senza essere urtato sarei caduto giù; ‑ e il Duca che mi vide tanto intento, disse: «Dentro quei fuochi vi sono gli spiriti; ciascuno si fascia di quella fiamma che lo brucia». ‑ «Maestro mio, risposi io, dopo averti udito, sono fatto più certo di quanto mi ero immaginato, e già volevo dirti: ‑ Chi è in quel fuoco, che viene così diviso alla cima, che pare sorgere dalla pira dove fu messo Eteocle con il fratello?» [Eteocle e Polinice figli di Edipo e di Giocasta, contrastandosi il trono di Tebe si uccisero. Quando i due cadaveri furono posti ad ardere nello stesso rogo, la fiamma, per segno dell'odio eterno, si divise in due]. Mi rispose: «Là dentro si martiria Ulisse e Diomede [Ulisse figlio di Laerte e re d'Itaca, Diomede di Tideo furono due campioni dell'assedio di Troia, nella quale impresa, l'uno con astuzia ed inganno, e l'altro con la violenza commisero insieme molte frodi], e così vanno insieme ancora alla vendetta come all&#8217;ira; ‑ e dentro alla loro fiamma si geme l&#8217;agguato del cavallo di legno, che aprì ai greci la città, dalla quale poi uscì Enea, progenitore dei romani: ‑ dentro vi si piange l&#8217;astuzia per la quale Deidamia, pure dopo morta, si duole di Achille. [Altra frode di Ulisse e Diomede per cui indussero con le loro ragioni Achille a prendere parte, alla guerra contro Troia, abbandonando la moglie Deidamia, che ne morì di dolore] e vi si porta la pena del Palladio [il simulacro di Pallade, rapito ai troiani da Ulisse e da Diomede] ». ‑ « Se essi possono parlare da dentro a quelle vampe, dissi io, maestro ti prego e ti riprego caldamente, ‑ che non mi neghi di attendere finché non venga qua la fiamma cornuta: vedi che è tanto grande il desiderio che mi piego verso lei». ‑ Ed egli a me: « La tua preghiera è degna di molta lode, ed io accetto; ma astieniti dal parlare. ‑ Lascia parlare a me, che io ho già immaginato ciò che tu vuoi sapere; ch&#8217;essi forse sarebbero sdegnosi di parlare con te perché furono dei principali eroi della Grecia antica, e non ti conoscono ». ‑ Poiché la fiamma venne quivi, quando al mio duca parve che fosse il momento e il luogo conveniente, io lo udii parlare in questa forma: «O voi che siete dentro una sola fiamma, se io acquistai mentre io vissi qualche merito verso di voi; se io meritai molto o poco, &#8211; quando di voi parlai nell&#8217;Eneide, non vi muovete; ma l&#8217;uno di voi [Ulisse] dica dove andò a finire la vita». ‑ Il corno più alto della fiamma antica cominciò ad agitarsi mormorando, come quella fiamma che viene mossa dal vento. ‑ Indi menando qua è là la cima come se fosse la lingua che parlasse, gettò fuori una voce che disse: « Quando mi partii da Circe, la maga che mi trattenne per più di un anno presso Gaeta, prima che Enea le desse questo nome [il monte Circello, residenza di Circe, sorge non lontano dal luogo al quale Enea, per memoria della sua nutrice, pose il nome di Gaeta], né l&#8217;amore verso il figlio Telemaco, né la pietà verso il vecchio padre Laerte, né l&#8217;affetto che doveva rallegrare Penelope ‑ poterono vincere dentro me l&#8217;ardore che io ebbi di conoscere il mondo e i vizi e le virtù umane, ‑ ma mi misi per l’alto e aperto mare solo con una nave e con piccola ciurma di marinai, dalla quale non fui abbandonato. ‑ Visitai l&#8217;una e l’altra spiaggia, fino alla Spagna e fino al Marocco e l&#8217;isola di Sardegna e le altre che bagna quel mare. Io e i miei compagni eravamo vecchi e curvi, quando venimmo alla foce stretta [stretto di Gibilterra] dove Ercole aveva posto le due colonne perché non si passasse oltre [montagne Abila in Africa e Calpe in Europa, dette le colonne d'Ercole, dalla favola mitologica accennata]; ‑ dalla mano destra mi lasciai indietro Siviglia, [città della Spagna], dall&#8217;altra già avevo lasciata Ceuta [città dell'Africa]. ‑ O compagni, dissi, che per cento mila perigli siete giunti all’occidente, a questo poco tempo ‑ di vita che vi resta, non vogliate negare di conoscere ciò che vi è, seguendo il corso del sole, nel mondo disabitato. ‑ Considerate la dignità della vostra origine; voi uomini, non foste fatti per vivere come bestie, ma per seguire la virtù e per apprendere la scienza. ‑ Con questo piccolo sermone feci ben disposti i miei compagni al cammino, tanto che dopo, appena li avrei potuti trattenere: ‑ e nella mattinata, volta la nostra poppa, i remi cambiarono in ale, e con tanto desiderio ci mettemmo all&#8217;ardita navigazione per mari ignoti sempre avanzando dalla parte mancina. ‑ Nella notte già ci apparivano tutte le stelle del polo antartico, e la nostra stella polare non si mostrava per essere il polo artico sotto l&#8217;orizzonte e nascosto dalla superficie del mare [cioè erano pervenuti di là dell'Equatore]. ‑ Cinque volte era stato il plenilunio e cinque il novilunio, dacché eravamo entrati nell&#8217;alto passo, ‑ quando mi apparve una montagna bruna [la montagna del Purgatorio] per la distanza, e mi parve tanto alta quanto non ne avevo veduta alcuna. ‑ Noi ci rallegrammo e tosto l&#8217;allegrezza si mutò in pianto; poiché dalla nuova terra nacque un turbine che investì la prua del legno. ‑Tre volte lo fece girare violentemente con tutte le acque circostanti, producendo un vortice, alla quarta gli fece levare in alto la poppa e quindi fece sprofondare all&#8217;ingiù la prua, come piacque a Dio, ‑ finché il mare si richiuse su di noi ».</p>
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		<title>La Divina Commedia &#8211; Inferno &#8211; Canto XXV</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2010 23:18:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Al fine delle sue parole il ladro alzò le mani al cielo facendo le fiche [atto volgare che si fa mettendo il pollice tra l'indice e il medio e volgendo così la mano contro alcuno] e gridando: « Prendi, Dio, le fo a te ». ‑ Dal punto in cui il ladro disse queste parole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Al fine delle sue parole il ladro alzò le mani al cielo facendo le fiche [atto volgare che si fa mettendo il pollice tra l'indice e il medio e volgendo così la mano contro alcuno] e gridando: « Prendi, Dio, le fo a te ». ‑ Dal punto in cui il ladro disse queste parole le serpi fecero subito la mia vendetta, perché una gli si avvolse allora attorno al collo, come volesse dire: «Io non voglio che tu dica altro»: ed un&#8217;altra gli si avvolse attorno alle braccia e lo rilegò ricongiungendosi fortemente il capo e la coda, che il peccatore così rilegato non poteva fare più alcun movimento. &#8211; Ahi Pistoia, Pistoia, perché non deliberi di distruggerti da te stessa, sì che tu abbia termine, poiché superi nel fare il male i tuoi fondatori? [Anticamente si credeva che Pistoia fosse stata edifi­cata dai superstiti dell'esercito di Catilina]. ‑ Per tutti gli oscuri gironi infernali non vidi mai spirito tanto superbo contro Dio [comeVanni Fucci], non quello che a Tebe cadde giù dalle mura [Capaneo]. ‑ Quegli se ne fuggì, senza dir più una parola, ed io vidi venire un centauro pieno di rabbia, gridando: «Ov&#8217;è, ov’è il feroce Vanni Fucci?» ‑ Io non credo che Maremma abbia tante bisce quante egli ne aveva su per fa groppa, fin dove comincia la nostra figura [fino alle reni; al punto dove la natura umana e l'equina del centauro si congiungono]. ‑ Sopra le spalle, sotto il nodo del collo [coppa è il concavo che fanno le scapole di dietro], con le ali aperte se ne stava un drago; il quale affoca qualunque cosa s&#8217;imbatta in lui. ‑ Il mio maestro disse: « Quegli è Caco, che sotto la grotta del monte Aventino fece sovente lago di sangue [Virgilio nell'Eneide racconta che Caco viveva in una grotta del monte Aventino, in cui scannava gli armenti che rubava attorno]. ‑ Non va con gli altri centauri, attorno la fiumana di sangue, per il furto delle vacche e dei tori di Ercole, il quale venendo dalla Spagna con gli armenti tolti al re Gerione, si era fermato non lontano dall&#8217;Aventino; ‑ a cagione del quale furto cessarono le sue opere malvagie sotto i colpi della mazza di Ercole, il quale lo percosse con tanto furore che forse gli diede cento colpi, ma esso morì ai primi dieci ». ‑ Mentre che egli così parlava ed il centauro passò oltre, vennero tre spiriti sotto di noi, dei quali né io né il mio duca ci accorgemmo ‑ se non quando gridarono: « Chi siete voi? » Per cui tacemmo, e stemmo intenti quindi ad essi. ‑ Io non li conoscevo; ma avvenne, come suole avvenire per qualche combinazione, che uno dovette nominare un altro, ‑ dicendo: « Cianfa [dei Donati di Firenze; fu cavaliere della nobile famiglia guelfa che poi capitanò i Neri; il Lasca lo dice: «mirabile ladro »] dove sia rimasto?». Per cui io, perché Virgilio porgesse attenzione, mi posi il dito sulle labbra [osserva il biog. che questo atto naturalissimo, è opportuno in questo luogo; perché se Dante avesse parlato, quegli spiriti, che Dante argomenta fiorentini alla pronuncia di uno dei tre, sentendo la parlata toscana si sarebbero dileguati]. ‑ Se tu o lettore, sei reticente a credere ciò che io ti dirò, non sarà da meravigliarsi, perché io, che lo vidi, appena mi permetto di crederlo. ‑ Nel mentre che io li guardavo, un serpente con sei piedi si slanciò davanti a uno degli spiriti, e si appigliò tutto al suo corpo. ‑ Con i piedi di mezzo gli avvinse la pancia, con quelli anteriori gli prese le braccia; poi gli addentò l&#8217;una e poi l&#8217;altra gota. ‑ I piedi deretani distese alle cosce, e gli mise la coda tra ambedue le cosce e la stese su per le reni. ‑ Mai non ci fu ellera così abbarbicata ad albero come l&#8217;orribile fiera avviticchiò le sue membra a quelle dell&#8217;altro: ‑ poi si fusero come se fossero stati di cera calda, e mischiarono il loro colore; e né l&#8217;uno né l&#8217;altro sembrava più di quel colore che aveva prima, ‑ come dalla parte accesa di un foglio di carta [papiro] precede, innanzi alla fiamma che, si avanza, quel colore bruno che non può dirsi nero, ma non è più bianco. ‑ Gli altri due riguardavano e ciascuno di essi gridava: « Ahimè! Agnello [dei Brunelleschi del quale si narra che fin da piccolo vuotava le tasche dei genitori, e quindi si distinse per scaltrito ladro], come ti vai mutando! vedi che ormai non sei più né mezzo uomo e mezzo serpente, né tutto uomo o tutto serpente». ‑ Già erano divenute le due teste una testa sola, quando mi apparvero due figure miste in un solo aspetto, dove si erano perduti il drago e Agnello. &#8211; Delle due braccia dell&#8217;uomo e dei due arti del serpe afferrati a quello si fecero due braccia; le cosce con le gambe, il ventre e il torace divennero membra che non furono mai vedute. Ogni aspetto di prima, l&#8217;umano e il serpentino, quivi era cancellato: si scorgevano e non si scorgevano le due immagini passate nell&#8217;immagine tramutata, e così se ne andava a lento passo. ‑ Come il ramarro, sotto il grande calore dei giorni canicolari [21 luglio al 21 agosto, quando il sole è nella costellazione del Cane maggiore] cambiando siepe pare folgore se attraversa la via; ‑ tale pareva un serpentello acceso d&#8217;ira venendo verso la pancia degli altri due, livido e nero come grano di pepe. ‑ E trafisse uno all&#8217;ombelico; poi cadde giù disteso davanti a lui. ‑ Il trafitto lo guardò, ma non disse nulla; anzi con i piedi fermi sbadigliava, come se lo assalisse febbre o sonno. – Egli guardava il serpente e il serpente guardava lui: l’uno per la piaga e l&#8217;altro per la bocca fumavano forte, e il fumo si riuniva. ‑ Taccia Lucano ormai là dove egli racconta del misero Sabello e di Nassidio [soldati romani dell'esercito di Catone, la strana morte dei quali, avvenuta nel deserto di Libia per morsi di serpenti, è narrata in Phars., IX, 734], poiché ciò che io dirò è più meraviglioso. ‑ Taccia Ovidio di narrare di Cadmo e di Aretusa [l'uno, fondatore di Tebe, trasformato in serpe, l'altra, Nereide, convertita in fonte. Metamorfosi, IV, 563 e V, 572] che se quello poetando converte in serpe e questa in fonte, io non invidio l&#8217;arte sua: ‑ perché mai cambiò due nature poste a fronte a fronte, sì che ambedue le forme fossero pronte a cambiare la loro parte materiale in quella dell&#8217;altra. ‑ Le membra dei due trasformandosi, corrisposero l’una all&#8217;altra con questo ordine che il serpente divise in due parti la sua coda, e colui che era stato ferito all&#8217;ombelico restrinse insieme i piedi. ‑ Le gambe si appiccicarono insieme con le cosce, che in breve pareva non vi fossero più le giunture dei ginocchi. ‑ La coda divisa in due perdeva l&#8217;aspetto che si prendeva là, e la sua pelle si faceva molle e quella di là dura. Io vidi ritirarsi le braccia dentro le ascelle, e i piedi della fiera, che erano corti, tanto allungare quanto sì accorciavano quelle braccia. ‑ Poi i piedi di dietro, attorti insieme, diventarono il membro che l&#8217;uomo nasconde, e il misero del suo, n&#8217;aveva due sporgenti. ‑ Mentre che il fumo dà a l&#8217;uno e l’altro un nuovo colore, ed al serpente fatto uomo da i capelli sul capo, e all&#8217;altro li toglie, ‑ l&#8217;uno si levò, e l&#8217;altro cadde giù a terra, non togliendosi però da dosso l&#8217;un l’altro gli occhi sotto lo sguardo fisso dei quali ciascuno cambiava il muso. ‑ Quello che era dritto lo ritrasse verso le tempie e per la troppa materia che venne indietro, ne uscirono gli orecchi sulle gote che prima ne erano prive ‑ ciò che di quella materia soverchia non si ritrasse indietro e si tenne dove era, fece il naso alla faccia, e ingrossò le labbra quanto era necessario per divenire quelle dell&#8217;altro. ‑ Quello che era a terra cacciò avanti il muso, e ritirò dentro la testa gli orecchi come fa la lumaca delle corna; e la lingua, che aveva unita e sciolta prima alla parola si fende, e la forcuta dell&#8217;altro si richiude, e il fumo cessa. – L’anima che era divenuta serpente se ne fuggì sibilando per la valle, e l&#8217;altro dietro a lui parlando sputa. ‑ Poscia gli volse le spalle che aveva avute da poco e disse all&#8217;altro: « Io voglio che Buoso [il Lasca e Pietro di Dante dicono che fosse degli Abati: ma non pare irragionevole l'opinione, di altri antichi che dicono essere quel medesimo Buoso dei Donati falsificato da Gianni Schicchi dei Cavalcanti, Inf., XXX, 44] corra carponi per questa strada come ho fatto io ». ‑ Così io vidi la feccia della settima bolgia mutarsi come Vanni Fucci Agnello e Cianfa, e tramutarsi come il Donati e il Cavalcanti; e qui la novità del racconto mi scusi se non ho raccontato bene. E benché i miei occhi fossero alquanto confusi e l&#8217;animo smarrito, pure quelli non poterono partirsi tanto celatamente ‑ che io non scorgessi bene Puccio sciancato [dei Galigai, famiglia di grandi ghibellini, null'altro si sa dai commentatori di lui]; che era quello che solo, dei tre compagni che erano venuti prima, non era stato mutato: ‑ l&#8217;altro è quello che tu, Gaville, piangi [il serpentello livido nero come grano di pepe, v, 84. era messer Francesco Cavalcanti il quale fu ucciso da uomini di Gaville, castello presso Figline nel Val d'Arno superiore per la quale uccisione i Cavalcanti fecero vendetta uccidendo moltissimi Gavillesi].</p>
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