Archive for gennaio 2010

gen282010

La Divina Commedia – Paradiso – Canto XIII

Chi desidera intender bene quel che io ora vidi, immagini e mentre ch’io dico ritenga in mente l’immagine ferma come ferma rupe, immagini quindici stelle che lucenti in diverse regioni del cielo, avvivano di tanta chiarezza che vince ogni densità nell’aria, immagini il carro di Boote [le sette stelle dell’Orsa Maggiore] al quale basta giorno e notte per fare il suo giro, lo spazio del nostro cielo, tanto che, al voltar del timone, non si nasconde ai nostri occhi; ‑ immagini le due stelle dell’Orsa Minore che formano quasi un’apertura di quello spazio in figura di corno che ha il suo centro in punta dell’asse mondiale, intorno al quale gira il primo cielo rotante. ‑ Immagini che queste abbiano fatto in cielo due corone come quella formata da Arianna figliuola di Minos quando sentì il gelo della morte; ‑ e l’una ghirlanda di sette stelle risplendere dentro all’altra ed ambedue girarsi in maniera che l’una andasse innanzi e l’altre dietro; ‑ e avrà quasi l’ombra del vero splendore di quella costellazione di spiriti beati e della danza delle due ghirlande concentriche che circolava intorno al punto ove io era; ‑ dico che avrà l’ombra, poiché il fulgore di quegli spiriti è tanto al di là di quel che siamo usi a veder qui in terra, quanto il cielo che si muove al di sopra degli altri e perciò degli altri più celere, avanza in velocità il moto della Chiana. ‑ Lì si cantò non Bacco, non Peana, ma tre persone in una sola divina natura ed essa divina creatura unita con l’anima umana in una sola persona [Cristo]. ‑ Tanto il cantare quanto il girare compirono il giusto loro tempo e quegli spiriti luminosi rivolsero la loro attenzione a noi [a me e Beatrice] traendo felicità dal passare dall’una all’altra cura [dal cantare al danzare]. ‑ Poscia la luce, di dentro alla quale mi fu narrato dall’anima di S. Tommaso la vita meravigliosa del poverello di Dio [S. Francesco], ruppe il silenzio ‑ e disse: «Quando la prima paglia è già battuta e la semenza da essa ricavata è già riposta, dolce amore m’invita a battere l’altra paglia. ‑ Tu tieni per certo che nel petto [di Adamo] dal quale si estrasse la costa per formare la bellissima donna, la cui golosità costa a tutto il mondo, ‑ e che nel petto [di Cristo] traforato dalla lancia prima e dopo diede a Dio tale soddisfazione che, posta in bilancia con tutte le colpe umane possibili, pesò sempre più di esse; ‑ dico che vi fosse stato infuso dall’eterno Padre che creò l’uno e l’altro petto, tanto lume di scienza quanto è lecito averne alla umana natura. ‑ E perciò ti reca ammirazione ciò che io dissi sopra, quando affermai che l’anima buona, celata nello splendore, che è giunta dopo di me [l’anima di Salomone] non ebbe uguale per sapienza. – Ora apri gli occhi dell’intelletto a ciò che io rispondo, e vedrai come ciò che tu credi di Adamo e di Gesù Cristo e quello che dissi di Salomone, vedrai non essere ambedue che una sola e medesime verità. ‑ Ogni creatura immortale ed ogni creatura mortale non è se non un raggio di quella idea che il nostro Dio genera, amando che altri partecipi della sua infinita bontà. – Poiché quella viva luce che procede dall’eterno Padre in modo che non cessa di essere una cosa con lui e con lo Spirito Santo che si fa tre in loro, ‑ questo Verbo divino, per solo effetto della sua bontà, raccoglie i suoi raggi come in tanti specchi, nelle nove intelligenze motrici rimanendo essa divina luce sempre una e indivisa in sé stessa. ‑ Da queste intelligenze motrici il raggiare della vera luce discende agl’infimi elementi di giro in giro, sino a divenire di sì poca attività da non produrre più che esseri contingenti e di breve durata. ‑ E questi esseri io intendo essere le cose generate le quali, con o senza seme, sono prodotte dal movimento dell’influsso del cielo. ‑ La materia onde esse si compongono e la mano che dà loro forma, non sono sempre d’un modo né sempre producono gli stessi effetti e però, segnato dallo splendore della divina idea, apparisce più o meno perfetta. ‑ Onde avviene che due alberi di una specie stessa producono l’uno migliori, l’altro peggiori frutti, e che voi nascete con l’ingegno uno diverso all’altro. ‑ Se la materia fosse formata a perfezione o se il cielo operante fosse in sua alta virtù, la luce della divina idea si mostrerebbe in tutta la sua chiarezza [tutte le creature sarebbero perfette]. ‑ Ma la natura dà sempre mancante ed imperfetta la luce della divina impronta operando a somiglianza di quell’artista che ha la scienza e l’abito dell’arte sua, ma la mano malferma e tremante. ‑ Ma se poi non la natura ma Dio stesso, mosso dall’amore, prende e dispone di sua propria mano la materia per improntarvi la forma colla chiara luce della prima virtù ideale, qui si conquista tutta la perfezione. ‑ Così per la divina virtù, la terra di che fu composto il corpo d’Adamo, fu fatta degna di tutta la perfezione conveniente alla natura animale, così, per opera immediata di Dio, divenne feconda la gran Vergine. – Sicché io lodo la tua opinione perché la natura umana non fu né sarà mai così perfetta come in quelle due persone [Adamo e Gesù Cristo]. ‑ Or se io non procedessi più avanti, le tue parole comincerebbero a farmi quest’obiezione: dunque, come hai tu detto sopra che costui [Salomone] fu senza pari? ‑ Ma perché diventi tale quel che non è chiaro, pensa chi era Salomone e pensa alla cagione che lo mosse a domandare quando gli fu detto: chiedi. ‑ Io non ho parlato in modo che tu non possa ben vedere ch’egli fu re, chiese sapienza, affinché fosse re atto a governare; ‑ e non chiese sapienza per conoscere il numero in cui sono i motori di queste sfere celesti, o se da due premesse l’una necessaria e l’altra no, può dedursi una verità necessaria; ‑ né domandò senno per conoscere se si deve ammettere che esista un moto primo che non sia effetto di un altro moto, o se nell’area del mezzo cerchio si possa sopra il diametro costruire un triangolo che non sia un rettangolo. ‑ Onde se tu noti ciò che io dissi prima e questo che dico ora, conoscerai che quella sapienza senza pari, di cui io intendeva parlare, non è altro che la regale prudenza. – E se tu attentamente drizzi gli occhi della tua mente al loco ove io dico: a veder tanto non surse il secondo, ‑ vedrai che quella parola surse aver solamente rispetto ai re, che sono molti, ma fra loro sono rari e buoni. ‑ Con questa distinzione prendi il mio detto: e cosi intero può star bene con quel che tu ne pensi del primo padre [Adamo] e del nostro diletto [Gesù Cristo]. ‑ E questo mio ragionamento ti sia come dì grave peso ai piedi, per farti procedere lentamente, come persona stanca, ad affermare o a negare nelle cose in cui non discerni chiaramente. – Perché quegli che, tanto nel caso di negare come in quello di affermare, senza distinzione afferma o nega, tiene l’infimo posto fra gli stolti; – perché accade spesso che il giudizio affrettato si abbandona all’errore e poi l’amore della propria opinione è di ostacolo all’intelletto. Peggio che invano torna alla ricerca del vero colui che è privo d’arte poiché, dopo aver girato per vie torte, non solo torna indietro privo di sapere, ma in peggior condizione, e pieno di assai più errore che non era prima. E di ciò sono al mondo prove manifeste Parmenide [d’Elea, discepolo di Senofane], Melisso [di Samo, seguace di Parmenide], Brisso, [cercava la quadratura del circolo] e molti altri, i quali andavano senza saper dove. ‑ Così pure fecero Sabellio [eresiarca africano, il quale negava che vi fossero tre persone nella divinità] ed Ario [altro eresiarca] e quegli stolti i quali fecero l’ufficio delle spade verso le sacre Scritture, tagliandole ed alterandole, e storcendo il naturale significato delle divine parole. Non si mettano le genti a giudicare con troppa sicurezza, né facciano come colui che stima le biade nella campagna prima ancora che vi siano maturate; ‑ poiché io ho prima veduto il pruno mostrarsi aspro e pungente per tutto il corso dell’inverno, e portare la rosa in sulla cima, ‑ e vidi già nave percorrere il mare dritta e veloce per tutto il suo cammino, andare infine a naufragarsi all’entrata nel porto. ‑ Non creda donna Berta e ser Martino perché vede che uno ruba ed un altro fa offerte a Dio, di vederli nella mente di Dio quali sono in vista agli uomini, ‑ perché chi ruba può un giorno risorgere dal peccato e chi oggi è devoto può cadere in colpa.

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto XII

Tosto che la benedetta anima risplendente prese a dire l’ultima parola, il drappello di quei beati spiriti danzanti in giro, cominciò a rotare; ‑ e non ebbe compiuto un intero giro, che un’altra corona di beati lo circondò ed accordò il moto ed il canto al moto e al canto della prima corona; canto che, articolato nei dolci organi di quelle anime beate, supera tanto quello dei nostri poeti e delle nostre cantatrici, quanto il primo raggio diretto supera il secondo raggio riflesso. ‑ Come quando Giunone comanda ad Iride sua ancella [l’arcobaleno], due archi paralleli e dei medesimi colori si volgono entro ad una nube leggera, ‑ producendosi, per riflessione di raggi, l’arco di fuori dall’altro arco minore concentrico, come per riflessione di voce formarsi il parlare di quella vaga ninfa [eco] che, per amore di Narciso, si disfece come i vapori ai raggi del sole; ‑ed essi [gli arcobaleni] fanno presagire la gente circa il mondo che non sarà più allagato dal diluvio: ‑ così quegli eterni splendori che, a somiglianza di due ghirlande di rose, erano ordinati, si volgevano intorno a noi e per ugual modo la corona esteriore dei beati spiriti corrispose al moto e al canto della corona interna. ‑ Poiché la lieta danza e l’altra gran festa così del cantare come del risplendere a gara l’una luce in vista dell’altra, piene tutte di gaudio e di dolcezza, ‑ tutte insieme ad uno stesso punto e per loro unanime volontà, si fermarono precisamente come gli occhi, che per istinto si chiudono e si aprono simultaneamente, secondo il piacere che li muove; ‑ dall’interno di una di quelle luci nuovamente apparse, si mosse una voce, la quale facendomi rivolgere al luogo ove ella stava, fece sì che io paressi l’ago della calamita, che si volge subito alla stella polare; ‑ e cominciò: «Il divino amore che mi fa splendere di bella luce, mi spinge a ragionare dell’altro condottiero [S. Domenico] per esaltare il merito del quale si parla qui così bene del mio patriarca [S. Francesco]. – E’ giusto che dove si fa menzione dell’uno si faccia menzione anche dell’altro, sicché come essi unitamente e a un medesimo fine militarono così la gloria dell’uno e dell’altro risplende insieme. – L’esercito di Cristo [il popolo cristiano] che, a riamarlo contro il demonio, dopo la grazia perduta per il peccato, costò sì caro, si muoveva dietro alla croce, poco unito, in piccolo numero e dubbioso nella fede e con freddezza; ‑ quando l’imperatore che regna eternamente [Dio] provvide al popolo cristiano, che era in pericolo di essere vinto dalle potenze infernali, e provvide non perché ne fosse degno, ma per la sua grazia e misericordia; ‑ e, come si è detto, soccorse la sua sposa con due campioni al cui esempio, così nelle opere che nelle parole, il popolo traviato si ravvide del suo errore. – Dalla parte di occidente, d’onde zefiro, venticello di tramontana, viene a smuovere le novelle fronde delle quali si vede rivestire, l’Europa, ‑ non molto lungi dai lidi ove si frangono le onde dell’Oceano, dietro le quali il sole, quando la sua corsa è più lunga e focosa [nel solstizio d'estate] si occulta a tutti gli abitanti della terra [tramonta], è situata la fortunata Callaroga [città della Spagna, patria di S. Domenico] sotto la protezione del re [di Castiglia] nella cui armi il leone da una parte sottostà a un castello e dall’altra sovrasta ad un altro castello. ‑ Dentro [a Callaroga] nacque il campione innamorato della fede cristiana, il santo propugnatore, di carità verso gli amici della fede, e crudele coi nemici di lei; ‑ e appena la sua mente fu creata, fu ripiena di così viva virtù che, mentre era nell’utero della madre, fece la madre stessa profetessa. [Sognò di partorire un cane bianco e nero con una fiaccola accesa in bocca]. – Poiché lo sposalizio fra lui e la fede fu compiuto al sacro fonte battesimale, dove si dotarono di scambievoli promesse per la reciproca salvezza; ‑ la donna [la comare] che diede l’assenso in nome di lui, vide in sogno un mirabile frutto che doveva uscire da lui e dai suoi eredi [dai futuri domenicani]: ‑ ed affinché anche nella composizione del nome, fosse quel che era realmente in sé stesso, partì dal paradiso un’ispirazione a nominarlo col possessivo del Signore di cui egli era tutto [Dominicus è l'aggettivo possessivo di Dominus]. ‑ Fu chiamato Domenico: ed io ne parlo come dell’agricoltore che Cristo elesse per aiutarlo a coltivare il suo orto. ‑ Ben si mostrò messaggero ed Apostolo di Cristo, perché il primo affetto che in lui si manifestò, fu verso il primo consiglio dato da Cristo. ‑ Spesse volte fu trovato dalla sua nutrice starsene a terra tacito e vigilante come se dicesse: io sono venuto per dare esempio di umiltà e di povertà. – O padre suo veramente felice! ‑ o madre sua veramente Giovanna, se tal nome ha il significato che gli si attribuisce [apportatrice di grazia]. ‑ In poco tempo si addottrinò molto nelle scienze non per acquistare i beni mondani, pei quali si corre ora con affanno dietro alle opere del cardinale Ostiense [Enrico di Susa] e di Taddeo [medico fiorentino di gran reputazione], ma per amore della verità salutare dell’Evangelo, talché si mise a percorrere intorno alla vigna [la Chiesa] la quale tosto perde il verde e si secca se il vignaiolo è un traditore. ‑ Ed alla sede pontificia, che già fu benigna ai poveri giusti più di quello che ora è, non per colpa di lei, ma di colui che siede sopra e traligna, – non domandò di poter largire in uso pio solamente due o tre per compensare l’usurpazione di sei, non domandò di esser collocato nel primo beneficio vacante, non domandò le decime che sono dei poveri del signore, ‑ ma domandò licenza di combattere contro gli errori del mondo per la difesa della fede, dalla quale, come da semenza, ‑ germogliarono i ventiquattro beati spiriti delle due corone che ci circondano. – Poi, pieno di dottrina e di santa risoluzione, con l’autorità delegatagli dal sommo pontefice, si mosse quasi torrente che sgorga da copiosa vena; – e l’impeto suo si slanciò sui maligni sterpi dell’eresia con più veemenza ove trovava più valide resistenze. ‑ Da lui poscia derivarono diversi rivi onde s’innaffia l’orto della Chiesa cattolica, così che i suoi arboscelli sono più vegeti e rigogliosi. ‑ Se tal fu l’una delle due ruote del carro sul quale la santa Chiesa si difese degli assalti dei suoi nemici e, vinse in campo la sua guerra civile, ‑ ben ti dovrebbe ormai esser manifesta l’eccellenza dell’altra ruota [di S. Francesco] di cui Tommaso, prima che io ti apparissi, fu sì cortese lodatore. ‑ Ma la strada ove sono le vestigia che vi lasciò insieme la parte somma della circonferenza della ruota [S. Francesco], è abbandonata: cosicché il male è dove prima era il bene. ‑ La sua famiglia religiosa che cominciò a camminare per la diritta via, ponendo i piedi sulle orme di lui, è ora tanto stravolta che pone il davanti del piede dove S. Francesco aveva il calcagno [va a rovescio]; ‑ e ben presto si vedrà della sua mala coltura dalla triste raccolta che farà quando la zizzania si lagnerà che le sia negato il granaio. ‑ Questo io affermo: chi esaminasse uno per uno i fogli del nostro volume [i frati del nostro ordine] vi troverebbe ancora qualche pagina [qualche frate] ove si vedrebbe scritto: «Io vivo ancora secondo la purità dei primitivi costumi»; ‑ ma costui non sarà certamente né da Casale [frate Ubertino da Casale] né d’Acquasparta [Matteo], dai quali luoghi vengono tali alla regola scritta da S. Francesco, che uno ne fugge il rigore e l’altro lo accresce a dismisura. ‑ Io sono l’anima di Bonaventura da Bagnoregio che nei grandi uffici posposi sempre la cura temporale alla spirituale. ‑ Qui sono sempre Illiminato ed Agostino [i due primi seguaci di S. Francesco] che furono dei primi poveri scalzi, i quali cinti dal cordone francescano divennero accetti a Dio. ‑ Sono ancora con essi Ugo da S. Vettore [illustre teologo], Pietro Mangiadore [autore d’una storia ecclesiastica], Pietro Ispano [filosofo] la cui fama nel mondo splende in dodici libri di logica da lui scrítti; ‑ e Natan, [profeta], e Crisostomo il metropolitano [Arcivescovo di Costantinopoli] ed Anselmo [arcivescovo di Conturbia in Inghilterra] e quel Donato che si degnò di por mano al primo insegnamento grammaticale. – E’ qui pure Rabano [rinomato scrittore del secolo nono] e questi che risplende al mio fianco è il calabrese abate Gioacchino, dotato di spirito profetico. – L’amorevole cortesia di fra Tommaso e il suo giudizioso e ben pensato parlare, mi mossero a proseguire con una nobile e santa invidia la lode del grande eroe [S. Domenico]; – e mosse meco tutti questi miei compagni».

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto XI

O insensata passione dei mortali, quanto sono deboli le ragioni che vi fanno tendere al basso! ‑ Chi se ne andava dietro alle scienze legali, e chi dietro agli aforismi d’Ippocrate [medicina] e chi dietro ai benefici ecclesiastici, e chi procurava di regnare colla forza delle armi e per mentiti diritti, ‑ e chi per rubare od ottenere un’amministrazione civile, e chi involto nei diletti carnali per soddisfare le sue libidini, e chi si dava all’ozio; ‑ quando io, sciolto da tutte queste cose, insieme con Beatrice, ero così gloriosamente accolto su in cielo. – Poiché ciascuno dei predetti spiriti fu tornato nel punto del cerchio nel quale stava prima, si fermò come si fissa una candela al candeliere. ‑ E sentii in quella luce donde mi aveva parlato S. Tommaso, cominciar sorridendo e facendosi più lucente, così parlare: ‑ «Come io mi accendo nel raggio della luce divina così, guardando in essa, apprendo donde trai cagione ai tuoi pensamenti. ‑ Tu hai un dubbio e brami che si dichiari in lingua sì aperta e sì larga, che si appiani al tuo intendimento il mio dire, ‑ lì ove poc’anzi dissi queste parole: U’ ben s’impingua, e lì ove dissi: Non surse il secondo, e qui è d’uopo che tu distingua bene. ‑ La provvidenza che governa il mondo con quel consiglio nel quale ogni creata vista si abbaglia e si confonde, prima che giunga a penetrare le profonde e inaccessibili cagioni: – acciocché la Chiesa, sposa di Gesù Cristo, che morendo in croce dispose lei ad alte grida, ‑ si accostasse allo sposo diletto con sicurezza ed anche a lui più fida, ordinò due conduttori in favore della Chiesa, i quali dall’un fianco e dall’altro la sorreggessero e la guidassero. – L’un d’essi [S. Francesco] fu sulla terra un serafico di carità, l’altro [S. Domenico] fu un luminare di sapienza, risplendente alla luce stessa dei cherubini. ‑ Io parlerò del primo [S. Francesco] perché lodando l’uno qualunque dei due si prenda, si lodano entrambi, perché le opere di ambedue furono dirette allo stesso fine di ben guidare la Chiesa. ‑ Tra il fiume Tupino e il fiumicello Chiassi, la cui acqua discende da un colle che il beato Ubaldo si scelse per suo romitaggio, vedesi una pendice coltivata e fertile d’un alto monte [Assisi], ‑ dalla quale pendice la città di Perugia, dalla parte ove è una delle sue porte, detta Porta Sole, sente il freddo e il caldo, e dietro alla pendice, oppressa da tirannia, piangono il loro danno Nocera e Gualdo. ‑ Da quella pendice là dove essa più che altrove sminuisce la sua ripidezza, nacque al mondo un sole [S. Francesco, lume del cristianesimo], come questo nostro sole nella stagione estiva in cui siamo, sorge dal Gange. ‑ Però chi fa parola di questo luogo non lo chiami Assisi, perché direbbe assai poco ma, se vuol parlare propriamente, lo chiami Oriente. ‑ Questo sole di santità non era ancora molto lontano dal suo nascimento, quando incominciò a far sentire alla terra alcun conforto della sua virtù; ‑ perché essendo ancor giovinetto, incorse nell’ira di suo padre per amore di tal dama [della povertà] alla quale nessuno apre le porte del piacere, come non le apre alla morte, ‑ e innanzi alla sua corte spirituale ed al cospetto del padre suo, si unì alla povertà, poscia di giorno in giorno l’amò più fortemente. ‑ Questa donna [la povertà] privata del marito [Gesù Cristo] per più di mille e cento anni, se ne stette spregiata ed oscura, senza che alcuno la cercasse. – Né valse aver udito narrare da Giulio Cesare, che fece paura a tutto il mondo, che trovasse la povertà sicura con Amiclate pescatore, allorché, bussando alla capanna di lui, lo chiamò ad alta voce. – Né valse alla donna [povertà] per rendersi accetta agli uomini, l’essere stata costante e coraggiosa fino a salire sulla croce con Gesù Cristo, che vi morì ignudo, quando Maria rimase a piè di quella. ‑ Ma perché io non proceda troppo oscuro nel mio ragionamento, intendi ormai che questi amanti dei quali io parlo, sono Francesco e povertà. ‑ La concordia di questi due amanti, il loro lieto e sereno aspetto, l’amore loro scambievole, la maraviglia che eccitarono e la contentezza con cui si guardavano, facevano sì che cagionassero santi pensieri nei loro ammiratori; – tanto che il venerabile Bernardo fu il primo a scalzarsi e corse dietro e tanta pace e correndo gli parve di non essere stato abbastanza svelto nel seguirlo. ‑ O ricchezze ignote ai mondani, o verace bene! Si scalza Egidio e si scalza Silvestro dietro a tal nuovo sposo della povertà: tanto questa piace. ‑ Indi quel buon padre e maestro se ne va colla sua sposa e con quella famiglia [coi suoi seguaci] a cui già cingeva i fianchi l’umile cordone. – Né vile timore gli fece abbassare la fronte per esser figlio di Pietro Bernardone, né per essere di un esteriore meravigliosamente spregevole. – Ma con regale franchezza manifestò al papa Innocenzo III il suo rigido proponimento e da lui ebbe la prima affermazione al suo ordine religioso. – Poiché la povera gente si accrebbe dietro a costui, la cui mirabile vita sarebbe più degna di esser cantata nella gloria celeste dei beati che giù dai frati, ‑ il santo desiderio di questo Patriarca fu, per mezzo del papa Onorio, una seconda volta coronato dallo Spirito Santo. ‑ E poiché egli, per l’ardente brama del martirio, predicò Cristo e i suoi seguaci [gli Apostoli] in presenza del superbo Soldano di Egitto ‑ e per aver trovato quella gente troppo indisposta a convertirsi, e per non stare colà inutilmente, ritornò a coltivare ed a trarre frutto dalle genti d’Italia; ‑ nell’aspro monte dell’Averna, situato tra il Tevere e l’Arno, ricevette da Cristo, come ultima conferma alla sua religione, le stimmate che egli portò per due anni impresse nelle sue membra. ‑ Quando a Colui [a Dio] che lo elesse gratuitamente a così gran bene, piacque di chiamarlo su in cielo a ricevere il premio che egli si acquistò col farsi povero ed umile, ‑ raccomandò la sua donna più cara [la povertà] ai suoi fratelli come ai suoi legittimi eredi, e comandò loro che l’amassero fedelmente. E volle l’anima illustre dal punto della povertà far l’ultima mossa, tornando alla sua patria celeste, e per bara al suo corpo morto non volle altro che lo stesso grembo della povertà. Pensa ormai di qual virtù dovrebbe esser colui che fu destinato come degno collega a Francesco per sostenere la barca di Pietro [la Chiesa] in alto mare e dirigerla al porto della salute. ‑ E questi fu il nostro Patriarca, la onde ben puoi discernere che chi segue lui conformemente ai suoi precetti, fa tesoro di sante operazioni. ‑ Ma il suo gregge [i frati] è divenuto sì ghiotto di altre vivande [dei beni e delle vanità mondane] che non può accadere che esso non si spanda per pascoli contrari a quelli della sua regola, per trovarvi quella nuova vivanda di che è fatto ghiotto [di agi, di onori, ecc.]. ‑ E quanto più le pecore vanno vagabonde e lontane da esso, tanto più vuote di buon alimento spirituale ritornano all’ovile. Ben ve ne sono di quelle di timorata coscienza, che si stringono al loro pastore, ma sono cosi poche che con poche braccia si fanno vestire tutte. ‑ Ora se le mie parole non sono oscure, se tu sei stato attento ad ascoltarmi, se richiami a mente ciò che ho detto, ‑ sarà in parte soddisfatta la tua brama, perché tu ravviserai la pianta su cui percuote la scure del mio dire. E il frate cinto di correggia [il frate domenicano] vedrà che cosa vogliono conchiudere queste mie parole: U’ ben s’impingua se non si vaneggia».

gen282010

La Divina Commedia – Paradiso – Canto X

Il primo ed ineffabile valore guardando nel suo figlio [Cristo] unitamente allo spirito Santo che procede con eterno spiro dal padre e dal figliuolo, ‑ fece con tanto ordine tutto ciò che s’intende e si vede, che chiunque consideri quest’ordine non può non sentirne il buono e il bello. ‑ Alza dunque meco, o lettore, gli occhi della tua mente verso il sole e specialmente in quella parte del cielo dove il girar delle stelle fisse s’incontra col girare del sole e dei pianeti; ‑ e lì comincia a mirare con diletto nel magistero di Dio che lo ama tanto dentro di sé, da mirarlo sempre con compiacenza. ‑ Vedi come dall’equatore si diparte lo zodiaco che porta i pianeti per soddisfare ai bisogni del mondo che li desidera, affine di partecipare della influenza loro. ‑ E se il giro dei pianeti non fosse obliquo non influirebbe sulla terra e per la privazione degli influssi celesti, sarebbe morta ogni attività nella terra. ‑ Ora, o lettore, rimani quieto nel banco ove stai leggendo queste mie rime andando indietro col pensiero a quelle cose delle quali non si dà qui che un piccolo cenno, se vuoi che questa lettura ti diletti assai, anziché tediarti e stancarti. ‑ Ti ho imbandita la mensa del pane della vita e dell’intelletto; ormai cibati da te stesso perché quella materia, della quale io scrivo, a sé richiama tutta la mia cura e vuol che a lei ritorni. ‑ Il più grande ministro della natura [il sole], il quale imprime i mondani corpi a lui sottoposti della virtù celeste, e col suo lume ci dà la misura del tempo, ‑ congiunta con quella parte dello zodiaco [la costellazione dell’ariete] della quale si è detto di sopra [v. 9] si girava per quei gradi nei quali nasce all’Italia nostra sempre più presto; ‑ ed io era col sole, ma non mi accorsi nel salire che io faceva con esso, se non come uno si accorge del suo venire in un luogo, prima che vi abbia rivolto il primo pensiero. – E Beatrice è quella che così ne guida, di bene in meglio e così subitaneamente che il suo operare è istantaneo. – Per quanto adoprassi ingegno ed arte e destrezza acquistata con l’uso, non potrei dire in modo da darne agli altri un’idea, ‑ quanto dovevano esser lucenti le anime gloriose che stavano dentro al sole ove io entrai, giacché mi apparivano non per distinto colore, ma in forza di una luce maggiore di quella del sole stesso; ma si può credere e desiderare di vederlo in Paradiso. ‑ E se i concetti della nostra fantasia sono troppo bassi rispetto a tanta altezza, non è meraviglia, perché nessun occhio mortale vide mai una luce che soverchiasse quella del sole. ‑ Tale era dentro al sole la quarta famiglia del divino Padre, che sempre la fa beata, mostrando come la prima e la seconda persona della Trinità spirino la terza, e come la prima persona generi la seconda. ‑ E Beatrice cominciò: «Ringrazia il sole degli Angeli [Dio] che, per sua grazia, ti ha sollevato a questo sole sensibile». ‑ Nessun cuore di uomo mortale fu mai così disposto a devozione, né fu mai cotanto pronto a rendersi a Dio con tutto il piacere, ‑ come io diventai a quelle parole di Beatrice, e in modo tale si volse a Dio tutto il mio cuore, che Beatrice mi si oscurò nella mente. ‑ A Beatrice però non spiacque che io l’avessi dimenticata, ma fece un tal sorriso di compiacenza che lo splendore dei suoi occhi ridenti scotendomi, divise a più cose l’attenzione della mia mente, che prima era tutta raccolta in Dio. ‑ Io vidi più fulgori vivi e vincenti la luce del sole far di sé un circolo di cui noi occupammo il centro, nei quali la dolcezza del canto era di grado maggiore alla loro lucentezza, onde era vinto il sole. ‑ Così talvolta vediamo una fascia cinger la figlia di Latona [la luna] quando l’aere è così pieno di vapore che ritenga in sé i colori che forma questa striscia [l’alone della luna]. ‑ Nelle coste del cielo, donde io ritorno, si trovano molte gioie tanto care e belle che non si possono comprendere, ‑ e il canto di quelle anime risplendenti era una di quelle care gioie: chi non si fornisce di tali per volare lassù non aspetti qui in terra da uomo alcuno, notizie delle cose del cielo, ché sarebbe lo stesso che aspettar notizie da un muto. – Poiché così cantando quegli spiriti lucenti come altrettanti soli, si furono girati tre volte intorno a noi, come si aggirano le stelle intorno ai soli fissi; ‑ mi parvero simili a donne che ballano ancora ma però che stanno ferme ed ascoltanti in silenzio, finché abbiano raccolte le nuove parole che si cantano; e dentro ad uno di quei soli sentii cominciare: «Giacché il raggio della grazia, onde vi accende il vero amore il quale va sempre crescendo a misura che si ama, ‑ accresciuto sovra il naturale valore, tanto splende in te che ti conduce per la scala del Paradiso, d’onde nessuno discende senza poscia risalirla; ‑ qualunque anima beata ti negasse la cognizione che desideri avere e che ella può darti, sarebbe in quello stato di violenza in cui è l’acqua che sia impedita di correre al mare. ‑ Tu vuoi sapere da quali anime si producono gli splendori che adornano questa corona la quale, aggirandosi intorno, mira con diletto la bella donna che ti avvalora a salire in cielo. ‑ Io fui degli agnelli del santo gregge che Domenico guida per un cammino per il quale ben si acquista virtù e grazia, se non si va dietro alla vanità. ‑ Questi che a destra mi è più vicino, mi fu fratello e maestro, ed esso è Alberto di Colonia ed io sono Tommaso d’Aquino. ‑ Se tu vuoi accertarti di tutti gli altri, segui le mie parole, girando gli occhi per questa corona da uno in un altro splendore. – Quell’altro fiammeggiante splendore esce dal gaudio di Graziano [monaco benedettino] che aiutò il foro civile e l’ecclesiastico, la cui opera è tanto accetta in Paradiso. – L’altro, che appresso adorna il nostro coro, fu Pietro Lombardo [fu vescovo di Parigi] che, a somiglianza della vedova povera del Vangelo, offrì il suo tesoro alla santa Chiesa. – La quinta luce, che fra noi è la più bella, è raggiata da un’anima innamorata così famosa che tutto il mondo brama averne notizia. Entro v’è quell’anima sublime in cui fu infusa così profonda sapienza che, se è vera la verità, non sorse un altro uomo di tanta intelligenza. ‑ Vedi appresso alla luce di quel cero il quale, essendo ancora nel corpo mortale, vide più addentro nella natura e nel ministero degli angeli. – Nell’altra piccola luce gioisce della sua beatitudine quell’avvocato dei tempi cristiani [è probabilmente Paolo Orosio] della cui dottrina si servì S. Agostino. ‑ Ora se fai scorrere l’occhio della tua mente da una in un’altra luce, dietro a ciò che ti dico in lode di loro, già rimani in desiderio di sapere dell’anima beata che si nasconde nell’ottavo splendore. ‑ Per la vista che ha di Dio dentro alla luce gode quell’anima santa che ha manifesta la fallaccia del mondo a chi ode le dottrine di lei. ‑ Il corpo, dal quale essa fu cacciata, giace in terra sepolto in Cieldauro [questa è l'anima di Severino Boezio; giace nella Chiesa di San Pietro, detta Ciel d'Oro, in Pavia] ed essa, dalle terre del martirio e dall’esilio, venne a questa pace. ‑ Vedi più in là fiammeggiare l’anima risplendente d’Isidoro [vescovo di Siviglia], di Beda [venerabile sacerdote, scrittore inglese] e di Riccardo [da S. Vittore, scozzese che scrisse molte opere teologiche] che, nelle sue considerazioni e ricerche fu più che uomo. – Questi, dopo il quale il suo sguardo torna a posarsi su me da cui cominciò, è il lume di uno spirito che, meditando sulla vanità e le miserie della vita, gli parve indugiar troppo a lasciarla. ‑ Essa è la luce eterna di Sigieri [maestro di teologia a Parigi] che, tenendo cattedra nella via detta degli strami, sillogizzò verità che gli partorirono odio». ‑ Indi, come orologio che ci chiama nell’ora che la Sposa di Gesù Cristo sorge a cantare la lodi mattutine al mio divino sposo, per meritarne l’amore, ‑ che [l’orologio] tiene la parte posteriore della ruota e spinge la parte anteriore di essa sonando tin tin con sì dolce armonia, che lo spirito ben disposto a pregare Dio si sveglia e s’empie d’amore, ‑ così io vidi il cerchio di quelle anime gloriose muoversi in giro e rendere canto a canto in tal modulazione e con tanta dolcezza che non si potrebbe concepire, ‑ se non dove il gioire è eterno.

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto IX

Dopo che il tuo Carlo, o bella Clemenza [figlia di Carlo Martello], mi ebbe chiarito il dubbio, mi narrò le frodi che doveva ricevere la sua discendenza [doveva essere privata del regno di Napoli e Sicilia]; ‑ ma disse: «Taci e lascia passar gli anni»; onde io, dovendo ubbidire all’ordine datomi di tacere, non posso dir altro se non che, in seguito ai danni a voi recati, verrà giusto castigo a far piangere i vostri offensori. – E già l’anima di quel santo lume si era rivolta al sole che la riempie di beatitudine, come quel bene che ad ogni cosa è tanto quanto basta. ‑ Ahi, anime ingannate, stolte ed empie, che distogliete i vostri cuori da un bene simile, dirizzando i vostri pensieri alla vanità! ‑ Ed ecco un’altra di quelle anime splendenti si mosse verso di me e col maggior chiarore che tramandava, faceva apparire la sua volontà di compiacermi. ‑ Gli occhi di Beatrice, che erano fissi sopra di me, mi fecero certo, come prima, che ella acconsentiva al mio desiderio. ‑ Io dissi: «Deh, beato spirito, soddisfa il mio desiderio, e provami che esso, si riflette in te». ‑ Onde quell’anima lucente che io ancora non conoscevo per nome, dal centro della stella di Venere, in cui prima con gli altri spiriti cantava, prese a parlare come persona che si compiace di esser cortese: – «In quella parte della malvagia terra italiana, che siede fra l’isola Rialto e le fontane di Brenta e di Piave [territorio tra i confini della Marca Trevigiana e il ducato di Venezia], ‑ si leva un colle [il Castello di Romano] e non s’innalza molto, dal quale già scese a sterminio di quella regione una fiaccola devastatrice [cioè il tiranno Ezzelino III della famiglia di Onara, conti di Bassano. Il Poeta lo chiama facella perché sua madre, essendo vicina al parto, sognò di partorire una fiaccola accesa, ma in parte per la sua natura crudele e le stragi e gl’incendi coi quali afflisse il territorio di Padova]. ‑ Dal medesimo padre nascemmo, io ed essa; fui chiamata Cunizza, e non sono salita più in alto, perché mi vinse l’influsso di questa stella di Venere. Ma lietamente mi perdono la passata vita amorosa, causa di questa mia minor gloria, né punto me ne duole, la qual cosa potrebbe forse parere difficile ad intendere al volgo dei mortali. ‑ Di quest’anima a me vicina, che è una splendida e preziosa gioia di questo cielo, rimane celebre fama, e prima che essa si perda, ‑ il presente anno [1300], che è il centesimo ed ultimo di questo secolo tredicesimo, si quintuplicherà [passeranno altri cinque secoli]. Vedi se l’uomo deve rendersi insigne per virtù, lasciando dopo di sé una vita perpetua per fama. ‑ Ma a ciò non pensa la presente generazione cinta dal fiume Tagliamento ed Adige: né tuttavia si pente, benché afflitta da calamità. ‑ Ma presto, accadrà che i Padovani, per essere ostinati contro la giustizia, faranno sanguigne le acque della palude che forma il Bacchiglione che bagna Vicenza. ‑ Ed in quel luogo [Trevigi] ove si congiungono insieme i due fiumi Sile e Capuano, un tale personaggio signoreggia [Riccardo da Camino] e va con la fronte altera mentre sì congiura per ucciderlo. ‑ Anche Feltre piangerà la slealtà del suo empio vescovo, la quale sarà vituperevole così che nessun altro prete, reo di un simile delitto, non entrò mai nell’ergastolo di Malta [ergastolo in riva al lago di Bolsena ove si rinserravano i preti rei di gravi delitti]. ‑ Occorrerebbe un troppo ampio recipiente per contenere il sangue ferrarese che sarà versato per far cosa grata agli altri, da questo prete liberale di sangue umano per mostrarsi buon partigiano [del papa e del re di Napoli]; ‑ e si stancherebbe chi volesse pesarlo oncia per oncia: e tali doni di sangue saranno conformi agli usi del paese [di Feltre]. ‑ Su [nell'empireo] vi sono angeli che voi chiamate troni, dai quali, come da specchi, si riflettono i giudizi di Dio onde a noi si mostrano vere e certe queste predizioni». ‑ Qui tacque, ed essendo tornata a girare col suo cielo come prima, mi fece conoscere che più non poneva mente a me. ‑ L’altra anima beata che mi era già nota [per quel che fu detto da Cunizza], mi si mostrò molto risplendente, come un fine balascio percosso dal sole. ‑ Come qui in terra l’uomo si fa ridente nell’aspetto per effetto di una interna letizia, così lassù in cielo si acquista nuovo splendore, ma giù nell’inferno le ombre dei dannati si fanno più oscure a misura che sono tristi e dolenti. ‑ Io dissi: «O spirito beato, Iddio vede tutto e la sua vista s’interna in lui, così che nessuna voglia può involarsi al suo sguardo. – Perché, dunque, la tua voce che diletta sempre il cielo col canto di quei serafini ardenti d’amore, i quali si ammantano di sei ali ‑ non appaga il mio desiderio di sapere chi tu sia? Io già se m’internassi in te come tu entri in me collo sguardo, non avrei atteso che tu mi facessi la domanda di una cosa desiderata». – Allora incominciarono le sue parole: «Il bacino più ampio del Mediterraneo in cui si spande l’acqua che viene fuori dal grande Oceano, dal quale la terra è circondata, tanto si estende contro il corso del sole [da Occidente in Oriente, tra i lidi dell'Europa e quelli dell’Africa] che quel cerchio che prima gli è orizzonte, diventa poi suo meridiano. ‑ Io fui abitatore lungo il lido della valle del Mediterraneo, nella città [Marsiglia] che è tra i fiumi Ebro e Macra, che per lieve tratto divide il Genovesato dalla Toscana. ‑ La città di Buggea [città nello stato di Algeri] e la terra [Marsiglia] mia patria, la quale già col suo sangue fece calde le acque del porto [vuol dire la strage dei Marsigliesi fatta da Bruto per ordine di Cesare quando espugnò la città] sono situate in modo che hanno quasi lo stesso oriente e lo stesso Occidente. ‑ Quella gente di Marsiglia mi chiamò Folco [trovatore, figlio di un ricco mercante di Genova] e questo cielo di Venere s’imprime ora della mia luce come io già in terra fui impresso della sua luce amorosa; ‑ perché la figlia di Belo [Didone] che con tale amore dava noia all’ombra di Sicheo, già suo marito, ed all’ombra di Creusa, già moglie di Enea, non arse più di quello che io ardessi finché si convenne al mio pelo giovanile; ‑ né arse più di me quella Rodofea che fu delusa da Demofoonte [essa, dopo l'abbandono di lui, si uccise e fu dagli dèi convertita in mandorlo], né il figlio di Alceo [Ercole] s’innamorò di Iole [figlia di Turito re d'Italia]. ‑ Qui però non si trova alcun pentimento, ma si ha letizia, non della colpa, poiché essa non torna più alla memoria, ma alla potenza di Dio che ordinò e provvide in tal modo. ‑ Qui si contempla il divino magistero che abbellisce di amore questa grande opera della sua creazione e si conosce la sapiente provvidenza perché il mondo celeste si aggira attorno al mondo terrestre. ‑ Ma affinché tu abbia appieno soddisfatte le tue voglie, che sono nate in questo cielo di Venere, mi conviene di procedere ancora più oltre. ‑ Tu vuoi sapere chi è dentro lo splendido lume che scintilla appresso a me come un raggio in acqua limpida. ‑ Or sappi che là entro sta in pace e tranquilla Raab [la meretrice di Gerico che poi adorò Dio] ed essendo congiunta al nostro coro in questo cielo, esso s’impronta della luce di lei al sommo grado. ‑ Essa, tra tutte le anime conquistate da Cristo, fu la prima ad esser ricevuta in questo cielo in cui termina l’ombra proiettata dall’orbe terrestre. ‑ E fu bene che Cristo lasciasse Raab in qualche cielo, per segno e trofeo dell’alta vittoria che si conquistò sulla croce con ambo le mani in essa confitte – perché essa favorì la prima impresa gloriosa di Giosuè nella conquista della terra Santa, la quale poco sta nella mente del papa. ‑ La sua città [Firenze] la quale fu piantata dal demonio che prima si ribellò al suo Creatore, e per la cui invidia cagione del peccato d’Adamo, si piange tanto nel mondo, ‑ produce e spande il maledetto fiorino d’oro che ha fatto traviare le pecore e gli agnelli perché ha cangiato il pastore in lupo. ‑ Per questo Evangelo i grandi Dottori sono lasciati in abbandono e solo si studia nei Decretali, e con tanta assiduità, che bene ne appariscono i segni nei loro margini. ‑Di questo [del fiorino] si occupano unicamente il papa e i cardinali, i loro pensieri non si rivolgono a considerare la povera casa di Nazaret dove l’Arcangelo Gabriele spiegò il volo [cioè non pensano alla povertà in cui visse Gesù Cristo, della qual povertà fa testimonianza la misera casa da lui abitata a Nazaret, dove l’Arcangelo Gabriele si recò ad annunziare la Santa Vergine]. ‑ Ma ben presto saranno libere da tanta profanazione della Chiesa il Vaticano e gli altri luoghi santi di Roma i quali sono stati tomba alla gloriosa milizia [dei Martiri della fede] che seguì San Pietro.

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto VIII

Il mondo, nel tempo che viveva nell’errore del paganesimo, con pericolo della dannazione eterna, credeva che la bella Venere, volgentesi nel terzo cerchio, ispirasse coi suoi influssi l’amore sensuale; ‑ per cui le genti antiche nell’antico errore, non solo facevano sacrifici e preghiere in onore di Venere, ‑ ma onoravano anche Dione e Cupido; Dione come sua madre e Cupido come suo figlio, e dicevano che questi sedette in grembo alla regina Didone. ‑ E da costei, da cui incomincia questo canto, prendevano i pagani il nome di quel pianeta [Venere] che vagheggia il sole ora di dietro ed ora dinanzi. ‑ Io non mi accorsi del salire che facevamo in questo pianeta [di Venere] ma mi fu indizio certo che io vi era già dentro, il vedere la mia donna farsi più bella. ‑ E come la favilla si vede scorrere attraverso alla fiamma, e come nella musica si discerne voce da voce, quando l’una si tiene su di una nota e l’altra scorre in diverse modulazioni, ‑ così io vidi nella luce di questo pianeta altre anime splendenti muoversi in giro più o meno velocemente, io credo, per la più o meno profonda visione di Dio. ‑ Da nube altissima non discesero mai venti o visibili o invisibili, così veloci, i quali non paressero tardi e lenti ‑ a chi avesse veduto venire verso di noi quelle anime lucenti lasciando di aggirarsi col pianeta di Venere che riceve il suo primo movimento dagli alti Serafini. ‑ E dal mezzo di coloro che apparirono più avanti si udiva cantare Osanna cosi dolcemente che da allora in poi ho sentito sempre il desiderio di riudirlo. ‑ Indi una di quelle anime si fece più vicina a noi e incominciò: «Tutti siamo pronti a soddisfare i tuoi desideri, perché tu gioisca di noi. ‑ Noi ci volgiamo dentro la medesima orbita, con un medesimo moto circolare, e col medesimo desiderio di tendere all’empireo insieme ai celesti principi ai quali tu già dicesti nel mondo: ‑ «O voi intelligente nutrici del terzo cielo», e siamo così pieni di carità che per compiacerti non ci sarà meno dolce del girare, il soffermarci». – Poiché, senza far motto, con uno sguardo pieno di riverenza, ebbi domandato alla mia Donna se ella acconsentiva che io parlassi ed essa mi aveva fatto contento del suo sorriso e certo della sua approvazione; ‑ gli occhi miei si rivolsero alla lucente anima che si era offerta a compiacermi, e le dissi con grande affetto: «Deh, chi siete?» ‑ Oh, di quale e quanta luce io la vidi accrescere per la nuova letizia che si accrebbe per le mie parole! ‑ Divenuta così più luminosa mi disse: [Questi che parla è Carlo Martello che per la morte di Ladislao IV si trovò legittimo erede della corona d’Ungheria. Sposò Clemenza, figlia dell'imperatore Rodolfo di Alemagna e n’ebbe un figlio, Caroberto: strinse amicizia con Dante quando venne, giovinetto, a Firenze. Morì a ventitré anni; vivente ancora suo padre]. «Breve fu il mio soggiorno nella terra e se il viver mio fosse stato più lungo, non sarebbe per accadere nel mondo quel male che accadrà. ‑ Il lume della mia beatitudine che mi raggia intorno e mi nasconde come baco da seta chiuso nel bozzolo, mi tiene celato a te. ‑ Tu mi amasti assai perché te pure io amai e te ne diedi qualche piccola prova, ma s’io fossi vissuto, ti avrei dato molto più di quelle piccole dimostrazioni d’amore. ‑ Quella terra [la Provenza] che dai fiumi riuniti Rodano e Sorga è bagnata sulla sponda sinistra, mi aspettava per suo signore a tempo debito [alla morte del padre]; ‑ e per suo signore m’aspettava quella estrema parte d’Italia che ha in sé le città di Bari, Gaeta e Cortona cominciando da quel punto in cui il Tronto e il Verde [ora Liri] sboccano in mare. ‑ Già mi splendeva in fronte la corona di quella terra [l’Ungheria] che è irrigata dal Danubio sceso dalla Germania, ‑ e la bella Sicilia che fra i due promontori di Pachino e di Peloro, si ricopre di fumo sopra il golfo a [Catania] che dall’Euro, più che da altro vento, è agitato, e ciò non per causa di Tifeo, ma per lo zolfo che vi si forma e che alimenta la fiamma, la Sicilia avrebbe ancora atteso i suoi re, discendenti per mio mezzo di Carlo e da Rodolfo [mediante la mia consorte Clemenza, figlia di Rodolfo]. ‑ Se il governo oppressore e tiranno, che sempre contrista i popoli soggetti, non avesse mosso Palermo a gridare: mora, mora [morte ai Francesi; il noto vespro Siciliano], ‑ e se mio fratello prevedesse questo, già fuggirebbe da quei Catalani poveri ed avari, affinché non gli nocessero; ‑ il che veramente è necessario provvedersi o per lui stesso o per gli altri, affinché ai suoi difetti propri non si aggiunga anche l’avarizia dei suoi ministri. ‑ La sua indole che di liberale [da Carlo II, uomo splendido] discese ristretta e misera, avrebbe bisogno di ministri che non fossero bramosi di ricchezze». ‑ Io gli dissi: « Perché, o signor mio, io credo che, dove è il principio e il fine di ogni bene, l’alta letizia che m’infondono le tue parole, ‑ si veda da te come si vede ed esperimenta da me stesso: questa letizia mi è più grata e questo ancora mi fa piacere, che tu vedi in Dio la verità di ciò che ti dico. ‑ Nel modo stesso che mi hai fatto contento, fammi anche istruito, poiché colle tue parole mi hai indotto a dubitare, come possa da buon padre uscir cattivo figlio». ‑ Egli mi rispose: «Se mi riesce di farti capire una verità fondamentale, la cosa che ti rimane all’oscuro ti si farà chiara e manifesta. ‑ Il sommo bene che volge e contenta tutto il regno dei cieli che tu sali, fa sì che l’attività del cielo tenga le veci della tua provvidenza in questi grandi corpi. ‑ E per la predetta attività nella mente divina, non solo sono provvedute, le nature delle cose terrestri, ma insieme ad essi la loro stabilità e la durevolezza. ‑ Per lo che tutte quelle cose,‑ sopra le quali quest’attività influisce, vengono dal cielo disposte a certo preveduto fine, come la freccia è diretta al suo scopo. ‑ Se ciò non fosse, il cielo che tu percorri produrrebbe i suoi effetti in modo che essi non sarebbero produzioni ma distruzioni. ‑ Ma ciò è impossibile perché è impossibile che le intelligenze motrici di queste stelle siano mancanti di attività e che Dio stesso sia mancante quasi che non abbia potuto perfezionare l’attività delle sue creature. ‑ Vuoi tu che questa verità ti si chiarisca?» Ed io risposi: «Non occorre, perché vedo essere impossibile che l’attività della natura venga meno nelle cose necessarie». ‑ Indi egli seguitò a dire: «Or dimmi: se l’uomo in terra non fosse congiunto agli altri uomini per la legge sociale, non sarebbe peggio per lui?» Io risposi: «Sì, e la ragione è tanto chiara che non te la chiedo». ‑ Egli ripigliò: «E può esser nel mondo vera cittadinanza, se la vita di ciascuno non s’impiega esercitando diverse arti necessarie al bene pubblico? No, certamente, se il vostro Maestro [Aristotile] vi dirà il vero». ‑ Così venne procedendo di proposizione in proposizione fino a questo punto, poscia concluse: «Dunque conviene che le vostre indoli siano diverse, perché si possano generare diversi affetti. ‑ Per la qual cosa uno nasce Solone [uomo adatto a ordinare un codice di leggi convenienti al suo popolo] e un altro nasce Serse [capace di reggere un impero], un altro Melchisedech [atto ad esercitare il sacerdozio] ed un altro nasce come colui [Dedalo] che, volando in cielo, perdette il figlio. ‑ La virtù attiva dei cieli circolanti, la quale, come un suggello lascia la sua impressione sulle cera, imprime nei corpi mortali le indoli diverse, fa bene il suo ufficio, ma non dà sempre ai figli l’indole dei padri. ‑ Quindi avviene che Esaù nasce d’indole diversa a quella di Giacobbe, e Romolo guerriero nasce da un uomo così vile che si attribuisce a Marte la gloria di averlo generato. ‑ Se l’influsso celeste non prevalesse, i figli seguirebbero sempre la natura dei genitori. ‑ Ora tu vedi chiaro quel che prima non vedevi; ma affinché tu veda quanto io godo nel vederti soddisfatto, voglio che il tuo intelletto resti chiarito appieno ‑ con quello che ti aggiungerò. ‑ L’indole umana, se si trova in una condizione di cose che non le conviene, fa sempre cattiva riuscita, come ogni semenza fuori del clima che le conviene. E se gli abitatori del basso mondo prestassero attenzione alle indole spiata dalla virtù dei cieli, seguendo tal naturale inclinazione, avrebbero la gente ben costumata. ‑ Ma voi fate seguire il ministero sacerdotale a un tale che nacque inclinato all’esercizio delle armi, e fate re un altro nato piuttosto per viscere delle prediche che per governare i popoli a lui soggetti, ed è per questo che i vostri passi traviano dalla retta strada».

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto VII

Sia gloria a te, o Dio degli eserciti, che spargi il lume della tua chiarezza sopra le anime beate di questi regni». Così mi parve che cantasse l’anima stessa di Giustiniano nella quale si accoppia la gloria delle leggi e delle armi, volgendosi intorno a se stessa mentre cantava; ‑ ed essa e le altre anime si misero al loro primitivo girare col pianeta Mercurio e, quasi velocissime faville, posero una distanza fra me e loro. ‑ Io stavo in dubbio e dicevo fra me: «Parla, parla alla mia donna [a Beatrice] che colle sue dolci parole appaghi la mia bramosia di sapere». ‑ Ma quella riverenza che s’impadronisce di me soltanto all’udire accennato il suo nome colla iniziale B o colla finale ICE, mi faceva riabbassare il capo come uno che sta per addormentarsi. ‑ Beatrice sofferse per poco che io mi restassi nel dubbio e, raggiandomi di un sì caro sorriso da render felice un uomo anche se si trovasse in mezzo al fuoco, cominciò: ‑ «Secondo il mio avviso, che non può fallire, tu hai fisso nel pensiero come fosse giustamente punita una giusta vendetta: ‑ ma io toglierò tal dubbio dalla mente: e tu ascoltami, poiché le mie parole ti faranno dono di una gran sentenza. – L’uomo che non nacque [Adamo], per non soffrire un freno alla sua volontà, condannando sé stesso, dannò tutti i figli suoi; ‑ per cui l’umana generazione, inferma ed afflitta giacque sulla terra per molti secoli [per 5232 anni] in grave errore, finché al verbo di Dio piacque di scender nel mondo, ‑ dove, per opera dello Spirito Santo, unì in sé in una sola persona l’umana natura che per la colpa si era allontanata dal suo Creatore. ‑ Ora ascolta bene il ragionamento che ti farò: Questa natura umana, unita al suo fattore, qual fu creata, fu buona e senza vizio, ‑ ma solo per sua colpa fu bandita dal paradiso terrestre perché deviò dalla legge che è la via della verità, e da Dio sua vita. ‑ La pena dunque che la croce diede alla natura umana, se con la natura stessa si misura, nessun’altra fu più giusta: ‑ ma nessun’altra fu tanto ingiusta se si guarda alla persona divina che patì e nella quale era unita la natura umana. ‑ Però da quella crocifissione vennero effetti diversi: perché la morte di Gesù Cristo piacque nello stesso tempo a Dio ed ai giudei: per essa morte tremò la terra e il cielo si aperse ‑ Non ti deve parer essa difficile ad intendersi, quando si afferma che una giusta vendetta fu poi vendicata dal giusto tribunale di Dio. ‑ Ma ora io vedo che la tua mente, passando da un pensiero ad un altro, si trova inviluppata dentro ad una difficoltà dalla quale aspetta di sciogliersi. ‑ Tu dici fra te stesso: ben io comprendo la esposta dottrina, ma mi è ignoto il perché Iddio scegliesse solamente questo modo per la nostra redenzione. ‑ Questo decreto, o fratello, è nascosto agli occhi di coloro il cui ingegno non è nutrito e cresciuto nella carità. – Ma poiché in questo punto molto si fissò l’umano intelletto, poco scoprendovi, dirò perché tal modo di riparazione fu più conveniente. -La divina bontà, che scaccia da sé ogni aspetto contrario alla carità, nell’ardore di essa, sfavilla sì che spiega davanti alle sue creature la sua bellezza eterna. ‑ Ciò che immediatamente proviene da lei, è sempiterno perché quando ella fornisce l’opera sua, la sua impronta non si rimuove. ‑ Ciò che proviene dall’eterno potere è affatto libero, perché non soggiace alla potenza di esse cause per le quali si tramutano le cose. ‑ Ciò che immediatamente proviene da lei, perché l’amore divino, che sopra tutto le cose diffonde i raggi suoi, è più vivace in quella cosa che più a Dio rassomiglia. – Di tutte queste doti è arricchita la creatura umana, e se perde una di esse, conviene che decada dalla sua nobiltà. ‑ Solo il peccato le toglie la dignità e la avvilisce e la rende dissimile al sommo bene, per cui poco si rischiara del suo divino splendore: ‑ e non ritorna mai alla sua primitiva dignità se non riempie con giuste pene il vuoto lasciato dalla colpa. ‑ La nostra natura, quando peccò tutta nel suo primogenito Adamo, fu allontanata da queste prerogative, come fu allontanata dal Paradiso. ‑ E se tu guardi attentamente, la natura non poteva recuperare per alcuna via senza uno dei seguenti mezzi: – O che Dio per sua bontà avesse perdonato, o che l’uomo avesse data a Dio soddisfazione dei suoi errori. ‑ Penetra ora con lo sguardo nell’abisso profondo dell’eterno consiglio, attento alle mie parole quanto più ti è possibile. ‑ L’uomo, nel suo essere imperfetto, non poteva mai soddisfare Dio degnamente, per non potersi umiliare tanto poi con l’ubbidire, ‑ quanto colla sua disubbidienza intese di innalzarsi: e, questa è la ragione per cui l’uomo fu messo fuori dalla possibilità di soddisfare per sé stesso. ‑ Dunque a Dio conveniva, colla misericordia e colla giustizia, ristorare l’uomo restituendolo alla sua vita di integrità originale, dico con una delle dette vie, oppure con ambedue. ‑ Ma perché l’opera dell’operante è tanto più gradita quanto più dimostra la bontà del cuore da cui è uscita; ‑ la divina bontà che della propria immagine impronta il mondo, fu contenta di procedere per ambedue le vie a rialzarvi dalla vostra caduta; ‑ né tra il primo dì della creazione e l’ultima notte del mondo, fu mai né sarà mai così gloriosa e sublime maniera di operare o per la misericordia o per la giustizia di Dio. – Perché Dio fu più liberale unendosi personalmente all’uomo per renderlo capace di rialzarsi, che se lo avesse da sé solo perdonato. ‑ E tutti gli altri modi erano insufficienti a soddisfare la divina giustizia, se il Figliuolo di Dio non si fosse abbassato ad incarnarsi. ‑ Ora, per appagare ogni tuo desiderio, torno a dare degli schiarimenti sopra a qualche punto del mio ragionamento, affinché tu veda in quella materia colla stessa evidenza con cui vedo io. ‑ Tu dici: Io vedo l’aria, vedo il fuoco, vedo l’acqua e la terra e tutti i loro composti venire a corruzione e durar poco: ‑ e nondimeno queste cose furono create da Dio; per la qual cosa, se ciò che ho detto è vero, non dovrebbero queste cose andar soggette alla corruzione. ‑ Gli angeli, o fratello, e i cieli purissimi nei quali ti trovi, si può dire che furono creati immediatamente ed in tutta la loro perfezione, quali ora sono, – ma gli elementi che tu hai nominati e quelle cose che si compongono di essi, hanno forma da virtù creata immediatamente da Dio la loro materia elementare, creata fu la virtù generatrice delle forme in queste stelle, le quali ci appaiono intorno ad essi elementi. – Il raggio e il moto delle stelle traggono da complessione potenziata l’anima sensitiva delle bestie e la vegetazione delle piante. ‑ Ma la benignità di Dio, senza mezzo di altra cosa creata, crea l’anima per cui l’uomo ha vita e la innamora di sé, sicché poi essa tende col desiderio alla benignità e alla bontà divina. ‑ E quindi puoi dedurre la resurrezione della carne se ripensi come essa sì creò da Dio quando i primi due progenitori furono creati».

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto VI

Dopo che Costantino volse il vessillo dell’aquila romana [trasferendo l’impero da occidente in oriente] contro il giro regolare del cielo [da oriente in occidente] che l’aquila seguì in principio [venendo da Troia in Italia] dietro l’antico eroe, Enea, che tolse Lavinia a Turno, – l’uccello divino [l'aquila] si trattenne per più di duecento anni nell’estremo di Europa [in Bisanzio sul Bosforo], vicino ai monti della Troade dai quali si partì con Enea e lì successivamente governò il mondo sotto la sacra ombra delle sue ali e così, passando dalle mani di un imperatore in quelle di un altro, pervenne in mani mie. [E' l’Imperatore Giustiniano che parla a Dante]. – Fui imperatore ed or sono soltanto Giustiniano che, per interno movimento dello Spirito Santo, che ora godo qui in cielo, da entro le leggi tolsi le cose soverchie e le parole inutili. ‑ E prima che io mi applicassi alla riforma delle leggi, credeva che in Cristo fosse soltanto la natura umana e riposava tranquillo in quella fede; ‑ ma il benedetto Agapito, che fu sommo pontefice, colle sue parole, mi indirizzò alla vera fede. ‑ Io gli credei ed ora vedo la verità delle sue parole così chiara ed evidente poiché, come tu comprendi, di due proposizioni contraddittorie, una deve esser vera ed una falsa. ‑ Tosto che presi il diritto cammino dietro alla Chiesa, piacque a Dio d’ispirarmi il gran lavoro [della riforma delle leggi] e mi dedicai tutto ad esso. ‑ Ed affidai le armi al mio Belisario [nipote di Giustiniano, uno dei più grandi capitani del suo secolo], alle quali fu così propizio l’aiuto del cielo, che io l’ebbi per segno esser volere di Dio ch’io mi stessi in riposo. ‑ Or qui ha termine la mia risposta alla prima domanda che mi facesti, ma la natura della risposta mi forza a dirti qualche altra cosa, ‑ affinché tu veda con quanto torto si muove contro il sacro vessillo dell’aquila imperiale e chi se lo appropria [il Ghibellino] e chi gli fa opposizione [il Guelfo]. ‑ Vedi quanta virtù degli eroi romani lo ha fatto degno di riverenza, e tal virtù cominciò da quel tempo in cui Pallante [mandato da suo padre Evandro in soccorso di Enea] morì in battaglia [contro Turno] per farlo regnare. ‑ Tu sai che il santo segno, per trecento anni e più fece sua dimora in Alba, fino a che pugnarono ancora per lui i tre e tre [gli Orazi e i Curiazi]. ‑ Tu sai quel che il segno [l'aquila] operò dal ratto delle Sabine fino alla dolorosa morte di Lucrezia, sotto il Governo dei sette re, vincendo intorno le genti vicine. ‑ Sai quel che fece quando fu portato dagli egregi romani incontro a Brenno [capitano dai Galli Senoni]; a Pirro [re dell’Epiro] e gli altri principi e governi repubblicani. ‑ Onde Torquato [Tito Manlio Torquato, capitano dei romani, proibì al proprio figlio di attaccar battaglia coi latini. Questo non lo ubbidì e vinse: Torquato, severo e leale, lo punì di morte] e Quinzio, che ebbe il nome di Cincinnato [virtuoso romano che visse lavorando i suoi campi: fu creato dittatore, trionfò e dopo sedici giorni rinunziò alla dittatura] dal crine incolto, e i Deci e i Fabi [membri di famiglie gloriose] ebbero la fama che io avevo. ‑ Esso [il segno santo] atterrò l’orgoglio degli Arabi [i Cartaginesi] i quali, seguendo Annibale, passarono le Alpi dalle quali tu, o fiume Po, discendi. – Sott’esso [segno] Scipione e Pompeo trionfarono giovinetti e il loro trionfo riuscì amaro agli abitatori di quel colle [Fiesole] sotto al quale tu nascesti [Firenze Patria di Dante]. ‑ Poi, poco prima del tempo in cui tutto il cielo volle ridurre il mondo sotto un governo pacifico, Giulio Cesare prese in mano esso segno per ordine del Senato e del popolo; – quel che poi fece dal fiume Varo [che in antico divideva la Gallia cisalpina dalla transalpina] fino al Reno, fu veduto dai fiumi Isara [Isère] ed Era [oggi Saóne] e fu veduto dalla Senna e da ogni fiumana, delle cui acque s’ingrossa il Rodano. ‑ L’impresa che poi fece il segno, quando Giulio Cesare uscì di Ravenna e passò il fiume Rubicone, fu di tanta celerità che né lingua né penna potrebbe seguirlo. – Rivolse gli eserciti di Cesare contro i pompeiani che erano nella Spagna, poi verso Durazzo [Città dell’Albania] e percosse talmente Farsaglia [in Tessaglia] che sino al caldo Nilo [in Egitto] si sentì il dolore di quella rotta. ‑ Rivide poi Antandro [città della Frigia Minore] e Simoenta [fiume che scorre verso Troia] donde si mosse [quando venne in Italia con Enea] e la terra dove Ettore giace sepolto, e poi si levò impetuoso con danno di Tolomeo [re d’Egitto]; – d’onde come folgore [questo segno] venne a Giuba [re della Mauritania che favoriva Pompeo], poi si rivolse all’occidente d’Italia dove sentiva la tromba dell’esercito pompeiano. – Bruto e Cassio nell’inferno, coi loro rabbiosi clamori, parlano di ciò che il segno dell’aquila fece con Ottaviano Augusto, e ne piangono ancora Modena e Perugia. ‑ Ne piange anche la triste Cleopatra [si uccise con due aspidi] la quale, fuggendo la vista dell’aquila, prese dal serpente la subitanea e feroce morte. ‑ Con Augusto corse sino al Mar Rosso [il segno dell’aquila]; con lui pose il mondo in tanta pace che fu serrato il tempio di Giano. ‑ Ma ciò che il vessillo del quale io parlo, aveva operato prima ed era per operare in seguito, per il regno temporale che è a lui sottoposto, ‑ appare esser poco e di nessuna gloria se si guarda con occhio illuminato e senza parzialità in mano al terzo imperatore [Tiberio]. – Poiché la viva giustizia di Dio, che m’ispira a muoverti queste parole, concedette [al vessillo] posto in mano a Tiberio, la gloria di soddisfare al giusto sdegno divino [Ponzio Pilato accondiscese che i Giudei uccidessero Gesù Cristo, e i soldati romani protessero l’iniqua esecuzione, onde sta bene che l’aquila romana, in mano di Tiberio, soddisfece alla vendetta di Dio nel sangue del suo figlio innocente]. ‑ Or qui meravigliati di questo, che con parole più chiare voglio replicarti: dopo ciò il vessillo dell’aquila corse con Tito a far vendetta del deicidio il quale, per parte di Dio, era stato una espiazione del nostro peccato antico. ‑ E quando il dente dei Longobardi straziò la Santa Chiesa, Carlo Magno, sotto le ali dell’aquila romana, soccorse la Chiesa con le sue conquiste. ‑ Ormai dal bene che ha operato l’aquila romana puoi giudicare di coloro che io accusai di sopra e delle loro colpe, le quali sono cagione di tutti i vostri mali. – L’uno [il Guelfo] oppone i gigli d’oro [cioè le armi di Carlo II, re di Puglia, della casa di Francia] alla insegna romana, e l’altro [il Ghibellino] la usurpa a pro del suo partito, sicché è difficile giudicare chi dei due commetta più grave errore. ‑ Facciano pure i ghibellini ogni tentativo di eseguire i loro disegni sotto altro stendardo, che mal si vanta seguace dell’aquila romana chi la fa strumento d’iniquità; ‑ e non pensi di abbatterlo [il segno dell'aquila] questo nuovo Carlo coi suoi Guelfi, ma tema delle forze dell’impero romano che abbatté i principi più forti di lui [Carlo]. ‑ Molte volte i figli pagarono il fio della colpa dei loro padri perciò non credo che Dio tramuti la sua aquila coi gigli [di Carlo]. – Questa piccola stella [di Mercurio] si adorna dei buoni spiriti che sono stati operosi, affinché resti dopo di loro onore e fama; e quando i nostri desideri si affissano qui declinando dal retto cammino, avviene di necessità che le fiamme del vero amore s’innalzino più deboli verso Dio. ‑ Ma nel misurare i nostri premi col nostro merito noi troviamo parte della nostra beatitudine, perché non li vediamo né maggiori né minori di quello [del merito]. ‑ Quindi la giustizia di Dio rende puro il nostro affetto, si che non si può mai torcere ad alcuna malvagità. ‑ Come diverse voci fanno dolce armonia di note, così diversi gradi di gloria, in questa vita beata, formano una perfetta convenienza colla divina giustizia. – E dentro a questo pianeta, lucida perla del secondo cielo, risplenda l’anima luminosa di Romeo [intende parlare di Romeo di Villanova, ministro di Raimondo Berlinghieri, al quale amministrò così bene gli interessi tanto da farli raddoppiare] la cui opera grande e bella fu mal gradita. ‑ Ma i Provenzali, che operarono contro di lui, non hanno riso [trovandosi sotto il fiero governo di Carlo d’Angiò dovettero ricordarsi il dolce governo dì Raimondo], e però va per mala via chi è invidioso del bene operare degli altri. ‑ Raimondo Berlinghieri ebbe quattro figlie e tutte e quattro regine, e questo bel collocamento delle figlie gli fu procurato da Romeo, uomo straniero e di umile condizione. – E poi le invidiose e maligne parole dei tristi mossero Raimondo a chiedere conto dell’amministrazione dei suoi stati a questo giusto che gli rimise il suo capitale aumentato del dodici per dieci. – Indi Romeo partì povero e vecchio, e se gli uomini sapessero la fortezza d’animo che Romeo serbò nel mendicare la sua vita a bocconi di pane, ‑ essi che tanto lo lodano, lo loderebbero assai più».

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto V

Se nel fuoco del mio amore sfavillò di luce ai tuoi occhi al di là di quel che vedevi in terra talché la tua vista non può sostenerne lo splendore; ‑ non ti meravigliare, ché ciò proviene dal mio perfetto vedere il quale, a misura che comprende il bene, così si muove verso di lui e del suo amore si accende. – Io vedo bene come già risplende nel tuo intelletto la luce della verità che sola, veduta che sia, accende un perpetuo amore di sé. ‑ E se altra cosa lusinga il vostro amore, essa non è se non un raggio mal conosciuto di quella luce eterna che traspare nelle cose create. ‑ Tu vuoi sapere se per voto non adempiuto si può, con altra buona opera, render tanto compenso, che assicuri l’anima da contrasto colla divina giustizia». – Così incominciò a dire Beatrice e, come uomo che non interrompe il suo canto, continuò la trattazione del santo tema in questo modo: ‑ «Il maggiore dei doni che Dio, per la sua liberalità, fece a noi, il più conforme alla sua bontà e il più da lui apprezzato, ‑ fu la libertà della volontà, della quale furono solamente dotate e si dotano tuttavia, tutte le creature intelligenti. ‑ Da questo principio, se tu ben ragioni, ti si farà manifesto l’alto valore del voto, se esso è di cosa tale che Dio acconsenta a riceverla, quando tu acconsenta di dargliela. Poiché nel fare il patto fra Dio e l’uomo, si fa sacrificio a Dio di questo gran tesoro [della propria libertà] di che io parlo, e tal sacrificio si fa con l’atto stesso [della libera volontà]. ‑ Dunque qual cosa si potrà rendere a Dio in compenso del mancato voto? Se credi di poter far buon uso di quella libertà che hai offerto a Dio, sarà lo stesso che credere di far opera buona colla cosa rubata. ‑ Tu sei ormai certo dell’importanza di osservare il voto, ma poiché circa la osservanza dei voti, la Santa Chiesa ne dispensa, il che sembra contrario alla verità che ti ho dimostrata, ‑ perciò conviene che ti prepari un po’ a udirmi perché le dottrine difficili che hai ricevute, abbisognano an­cora di altri schiarimenti perché tu possa pene­trarle. ‑ Apri la mente a quel che io ora ti manifesto ed imprimilo bene in mente perché non forma scienza l’avere ascoltato il vero, se esso poi non si ritiene a mente. ‑ Due cose si richiedono all’essenza di questo sacrificio [della propria libertà]: l’una è la cosa stessa della quale si fa voto [la materia del voto, ossia la verginità, il digiuno e simili], l’altra è la convinzione, [il patto che si fa con Dio]. – Di quest’ultima l’uomo non si sdebita mai se non osservandola scrupolosamente, ed intorno a questa promessa ti ho parlato con precisione di sopra. ‑ Perciò s’impose agli Ebrei il dovere di offrire, sebbene, come tu devi ben sapere, fu loro permesso che, invece di una cosa potessero offrirne un’altra. ‑ L’altra [la cosa della quale si fa voto], che ti è cognita sotto il nome di materia del voto, può ben esser tale che non si reputi fallo se si commuti con altra materia. ‑ Ma nessuno di proprio arbitrio muti la materia del voto, senza che ne conceda la dispensa la Santa Chiesa che tiene la chiave d’oro e la chiave d’argento. ‑ E tieni per certo che ogni commutazione di voto è contro ragione, se la cosa abbandonata non è contenuta nella cosa sostituita, come il quattro si contiene nel sei. ‑ Perciò ogni volta che l’opera promessa sia di tanto pregio che non possa da altra opera essere contrappesata, non si può permutare con altra qualunque. ‑ Non prendano gli uomini il voto a burla: siate fedeli nel mantener le promesse e nel promettere non siate inconsiderati come fu Jefte [capitano del popolo ebreo il quale fece voto a Dio che, se tornasse vincitore dalla guerra cogli Ammaniti, gli avrebbe sacrificato la prima persona della sua famiglia che sarebbe venuta ad incontrarlo; e per la sua inconsideratezza fu costretto a sacrificargli la sua unica figlia] quando votò a Dio la propria offerta; ‑ a Jefle conveniva dire: feci male a promettere ciò che è illecito; piuttosto che, osservando la promessa aggiungere delitto a delitto; e la stessa stoltezza puoi ritrovare nel gran duce dei Greci [Agamennone] ‑ per il cui voto [a Diana di sacrificare il più bel parto di Clitennestra] Ifigenia pianse il suo bel volto e fece pianger di sé tanto gli stolti che i saggi che udirono parlare di tal culto. ‑ Cristiani, siate più ritenuti e cauti a muovervi, non siate leggeri come penna che si muove al vento e non crediate che ogni acqua valga a lavarvi dai peccati. ‑ Avete i santi libri del nuovo e del vecchio Testamento e il pastore della Chiesa che vi guida; vi basti questo a vostra salvezza. ‑ Se la perversità delle umane passioni vi suggerisce altro da quel che la Chiesa ordina, operate da uomini e non da pecore, cosicché il Giudeo che abita in mezzo a voi non abbia a ridere di voi. ‑ Non fate come agnello che lascia il latte di sua madre e, semplice ed esultante, combatte seco stesso a suo piacere». ‑ Beatrice parlò a me nel modo che io scrivo poi, tutta desiderosa, si rivolse da quella parte ove trovasi il sole. ‑ Il tacere di Beatrice e il suo cambiare aspetto posero silenzio alla mia mente che, desiderosa di sapere, aveva da fare nuove domande. – E come saetta che giunge alla mèta, prima che la corda dell’arco dal quale si partì, cessi ogni sua oscillazione, così noi arrivammo di volo al secondo regno. ‑ Quivi io vidi la mia donna così lieta all’entrar che fece nel lume di quel cielo, che il pianeta ne diventò più lucente. ‑ E se la stella prese nuovo aspetto e si fece più lieta al venir di Beatrice, si argomenti quanto più lieto mi facessi io che nel corpo e nell’anima sono trasmutabile. ‑ Come in una peschiera, che è tranquilla e limpida, accorrono i pesci a ciò che vedono venir di fuori per modo che lo stimino loro cibo; ‑ così io vidi più di mille anime risplendenti accorrere verso di noi e da entro di ogni splendore si udiva: «Ecco chi accrescerà i nostri amori». ‑ E subito che ciascuno [di quegli splendori] giungeva a noi, l’anima dava segno manifesto della sua allegrezza nel chiaro splendore che usciva da lei. ‑ Immagina, o lettore, come tu avresti tormentosa privazione di saper più innanzi se non continuasse l’iniziato racconto ‑ e, dalla inquietudine che proveresti, argomenta come, appena essi [gli splendori] si manifestarono agli occhi miei, esser doveva grande la mia curiosità di udire da essi le loro condizioni. – S’udì una voce: «O uomo avventurosamente nato, a cui la grazia divina concede di vedere i troni della Chiesa trionfante, prima di morire; ‑ sappi che noi siamo accesi dal fuoco dell’eterna carità che si diffonde per tutto il cielo e però, se brami illuminarti intorno alla nostra condizione, saziati pure a tuo piacere». ‑ Così mi fu detto da uno di quegli spiriti e da Beatrice mi fu detto: «Parla, parla sicuramente, e credi a loro come ad altrettante infallibili divinità». – «O anima degna, io vedo bene come tu ammanti del lume della tua gloria e come in esso, quasi in proprio nido, riposi, e vedo che tramandi lo splendore dagli occhi perciò che essi risplendono secondo che tu gioisci; ‑ ma io non so chi tu sei né perché abbia il grado della spera la quale coi raggi del sole si vela agli occhi dei mortali». Queste parole io dissi direttamente all’anima risplendente che prima mi aveva parlato onde ella rifulse di assai maggior letizia che non faceva prima. ‑ Come nelle ore del giorno, che il caldo ha dissipato i densi vapori che temperano la luce, il sole per troppa luce si cela da sé medesimo ai nostri occhi; nello stesso modo quella santa figura, essendosi fatta più risplendente per la sua maggior allegrezza, si nascose dentro al suo fulgore, e così chiusa mi rispose, ‑ come narra il canto seguente.

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto IV

Un uomo libero, posto tra due cibi ugualmente distanti da lui ed ugualmente eccitanti in lui l’appetito, morrebbe di fame prima di recarsi alla bocca uno di essi. – Così starebbe immobile per paura un agnello tra due lupi bramosi, e così pure un cane resterebbe immobile tra due damme [daini]. – La onde se io, sospinto da due dubbi come le due forze uguali, mi torcevo, non mi riprendo né mi commendo, perché ciò era di necessità. ‑ Io tacevo, ma il mio desiderio era dipinto nel mio volto, e il domandare col desiderio dipinto sul viso, era più vivo che se fosse stato espresso con parole. ‑ Beatrice fece come fece Daniello [profeta] quando indovinando e spiegando a Nabuccodonosor [re di Babilonia] il sogno dimenticato, placò in lui quell’ira la quale lo aveva reso ingiustamente crudele. ‑ E disse: «Io vedo bene come uno ed altro desiderio ti spinge a domandare, cosicché la tua voglia s’inceppa da sé medesima in modo che non si manifesta con parole. ‑ Tu discorri così: Se la buona volontà di osservare i voti monastici continua in me, per qual ragione l’altrui violenza mi scema la misura del merito? Oltre a ciò ti è cagione di un secondo dubbio, il parere, a quanto hai veduto qui, che l’anime tornano veramente alle stelle. ‑ Queste sono le due questioni che gravitano ugualmente nella tua volontà; e però prima tratterò la seconda questione, la quale ha più veleno [di falsa dottrina]. ‑ Quello tra i serafini che più si unisce a Dio, Moisè, Samuello, e quale di quei Giovanni tu voglia [o il Battista o l’Evangelista], e dirò anche la stessa Maria, ‑ non hanno i seggi loro in altro cielo diverso da quello in cui stanno gli spiriti che ora qui ti apparirono, né hanno un maggiore o minore numero di anni loro destinato per esser beati. ‑ Ma tutti adornano il primo cielo [l'Empireo] e vi hanno dolce beatitudine in maggiore o minor grado, secondo che più o meno sentono l’emanazione della gloria di Dio. – Qui si mostrarono [Piccarda e Costanza] non perché sia toccata loro in sorte questa sfera lunare, ma per significare che, come questa sfera è meno elevata di ogni altra, così la condizione della loro beatitudine è la meno alta. – Così si conviene parlare al nostro intendimento, poiché esso impara solamente, per via degli oggetti sensibili, le cose che poi diventano degna materia dell’intelletto umano. ‑ Per questo la Sacra Scrittura si accomoda nel suo linguaggio alla vostra capacità, ed attribuisce mani e piedi a Dio ed intende altro di quel che suonano le sue parole; ‑ e la santa Chiesa vi rappresenta con aspetto umano Gabriele, Michele e l’altro arcangelo [Raffaele] che risanò Tobia [gli rese la vista]. ‑ Quel che dice il Timeo [scritto da Platone] non è un’immaginazione simbolica simile a ciò che si vede qui, ma pare che egli realmente creda come dice. ‑ Platone dice che l’anima torna alla sua stella ed è sua opinione che l’anima si sia da lei dipartita e discesa in terra quando, per opera della natura, fu data per principio animatore del corpo umano. ‑ E forse il concetto di Platone è diverso da quel che suonano le sue parole, e può essere anche che tal sentenza sia da lui proferita in tal senso da non meritare di esser derisa. ‑ Se egli intende l’influenza operata dalle stelle sulle anime umane, tornare in onore o in biasimo di esse, forse il suo modo di pensare dà, sotto qualche rapporto, nel vero. ‑ Questo principio, per essere stato male inteso, fece traviare quasi tutto il mondo, tanto che diede a questi pianeti ì nomi di Giove, di Mercurio e di Marte. – L’altro dubbio che ti tiene inquieto ha meno veleno [di falsa dottrina], perché la malignità di esso non ti potrebbe allontanare da me. ‑ Se la giustizia di Dio, che è anche giustizia nostra, sembra talvolta un’ingiustizia agli occhi dei mortali, ciò deve essere loro ragione a confermarsi nella fede e non ad iniqua miscredenza. ‑ Ma poiché l’umano ragionamento può ben comprendere questa verità, io ti farò contento come tu desideri. ‑ Se vera violenza è quando quegli che la soffre non aderisce in modo alcuno al volere di chi sforza, queste due anime [Piccarda e Costanza] non furono del tutto scusate per la violenza sofferta, ‑ perché la volontà, se non consente, non si può forzare a consentire, ma fa come la fiamma che se violentemente è volta all’ingiù mille volte, altrettante si ritorce all’insù. ‑ Per la qual cosa, se essa cede assai o poco, accondiscende in tal caso e s’accomoda alla forza; e così fecero queste due anime [Piccarda e Costanza] mentre potevano ritornare al santo chiostro. ‑ Se la loro volontà fosse stata ferma, come quella volontà che tenne fermo sulla graticola Lorenzo e rese Muzio [Scevola] spietato contro la sua mano; ‑ appena furono libere dalla sofferta violenza, la loro stessa volontà le avrebbe rimosse dalla strada del secolo per la quale erano state trascinate; ma così saldo volere è troppo raro; ‑ e per queste parole, se le hai intese come conviene, è distrutto il tuo argomento contro la divina Giustizia, il quale ti avrebbe più volte turbato lo spirito. ‑ Ma ora un’altra difficoltà ti si attraversa talmente dinanzi agli occhi che tu, da te stesso, non riusciresti ad uscirne altro che stanco. ‑ Io certo ti ho messo nella mente che un’anima beata non potrebbe mentire, perché è sempre vicina a Dio: ‑ e ciò nonostante potesti udire da Piccarda che Costanza mantenne sempre affezione al sacro velo; così che Piccarda par che si contraddica meco. ‑ Fratello, molte volte già avvenne che per evitare un pericolo, si fece con ripugnanza ciò che non sarebbe stato conveniente di fare; ‑ come appunto Almeone il quale, pregato da suo padre di uccidere la propria madre, la uccise, e così, per non mancare alla pietà verso il padre, divenne spietato contro la madre. ‑ A questo punto voglio che tu consideri che la violenza bensì unisce all’atto volontario e fanno sì che le offese a Dio non si possano scusare. ‑ In tal caso la volontà non acconsente al peccato assolutamente, ma vi acconsente in quanto, ritraendosene, teme di cadere in un male peggiore. ‑ Però quando Piccarda dice di Costanza quanto ha detto di sopra, intende parlare della volontà assoluta, ed io intendo della volontà condizionata; così che entrambi diciamo il vero». ‑ Tale fu il ragionare di Beatrice ed acquietò tutti i miei desideri quel fiume di sapienza, il quale emanò da Dio, fonte di ogni verità. Io appresso dissi: «O donna amata dal primo amante o divina donna il cui parlare mi empie l’anima e mi accende in modo che più e più mi avviva, ‑ la mia attitudine non è tanto profonda che basti a rendervi ringraziamento pari al favore; ma quei che vide e che può [Iddio] ve ne ricompensi. ‑ Io vedo bene che il nostro intelletto non si sazia mai, se non lo illumina il primo vero [Iddio] fuori del quale non si diffonde verità alcuna. ‑ Tosto che l’intelletto ha conseguito il vero, si posa in esso come una fiera nel suo covile: e può sempre giungere a scoprire il vero, altrimenti il desio che è in ciascuno di noi di sapere il vero, sarebbe vano. ‑ Per tal desio e curiosità di sapere a piè della verità germoglia, a guisa di rampollo, il dubbio; ed è questo un provvedimento di natura, la quale dalle cose mortali ci spinge di grado in grado alla cognizione del sommo vero. – Quest’ordine di natura m’invita, questo mi assicura a farvi, o donna, un’altra domanda sopra una verità che non mi è ben manifesta. ‑ Io voglio sapere se a Dio ed a voi può l’uomo soddisfare, rispetto a voti non adempiuti, con altre opere buone, le quali, poste nella vostra giustizia, non siano scarse». – Beatrice mi guardò con gli occhi sfavillanti di amore così divini che, oppressa per soverchio lume la mia virtù visiva, mi voltai per ripararmi da quella luce, ‑ e quasi restai smarrito con gli occhi bassi.