Archive for gennaio 2010

gen282010

La Divina Commedia – Paradiso – Canto XXIII

Come l’augello durante la notte che ci nasconde le cose, dopo aver riposato tra le fronde amate del nido dei suoi dolci nati, ‑ sol che spunti l’alba, inoltrandosi sulle cime dei rami sporgenti, previene il giorno, e guardando con ardente affetto, aspetta il sole, ‑ per vedere gli aspetti desiderati dei figli e per trovare il cibo col quale pascerli e nella ricerca gli sono dolci e grate le più gravi fatiche; ‑ così la mia donna stava eretta ed attenta rivolta verso quella parte media del cielo nella quale il girare del sole sembra più lento, ‑ cosicché, vedendola io sospesa e desiderosa, divenni come un uomo che vorrebbe qualche cosa di più di quel che desidera e si appaga intanto del desiderio. ‑ Ma poco passò tra l’uno e l’altro tempo, fra il mio attendere e il vedere il cielo di momento in momento vie più rischiararsi. ‑ E Beatrice disse: «Ecco gli eserciti guadagnati dalla vittoria e dal trionfo di Cristo, ed ecco tutto il frutto raccolto dalle benefiche influenze di queste sfere circolanti». ‑ Mi pareva che tutto il suo essere ardesse, ed aveva gli occhi così pieni di letizia che mi conviene passar oltre senza farne parola [perché non sarei capace dì descriverlo]. ‑ Come nelle serate calme di plenilunio, Trivia [la luna] splende tra le stelle che dipingono il cielo in tutti i lati, ‑ così io sopra migliaia di lumi vidi un sole che le illuminava tutte quante, come fa il nostro sole che accende le stelle che vediamo sopra di noi. E per quella vivida luce traspariva la santa umanità di Gesù Cristo, tanto chiara che la mia vista ne restava abbagliata. ‑ O Beatrice, – esclamai ‑ mia dolce e cara guida! Ella mi disse: «Ciò che vinse la tua vista è tale virtù dalla quale nessuna cosa può ripararsi. ‑ Qui è il sapiente e il possente [Cristo] che aprì le vie tra il cielo e la terra di che fu sì lungo desiderio nelle genti». ‑ Come fuoco elettrico si sprigiona da una nube a cagione del suo dilatarsi in modo che non può essere contenuto dentro la nuvola e contro la sua natura scende a terra, ‑ così la mente, tra quelle delizie del paradiso, fatta più grande, uscì dal suo naturale modo di operare e non sa ricordare che cosa allora facesse. ‑ Beatrice mi disse: «Apri gli occhi e guarda quale io sono,‑ tu hai veduto tali cose che già sei fatto possente a sostenere la vista del mio volto gaio». ‑ Io era come un uomo che ha qualche sentore dell’obliata visione e che si ingegna invano di richiamarsela alla memoria, ‑ allorquando udii questa esibizione degna di tanta gratitudine, che mai non si cancella dalla memoria che conserva le cose passate – Se ora le lingue di tutti quei poeti che Polinnia e le sue sorelle [le muse] fecero più feconde col loro latte dolcissimo, ‑ si unissero meco a cantare, non giungeremmo alla millesima parte del vero cantando il santo riso, e quanto quel riso faceva chiaro e splendente il santo aspetto di lei. ‑ E così come fa del riso di Beatrice conviene che il sacro poema, mentre va descrivendo il paradiso, salti molte cose indescrivibili come uomo che trova tagliata la sua strada. ‑ Ma chi considerasse il grave tema e l’omero mortale che se ne carica, non biasimerebbe l’omero, se trema sotto sì grave tema. – Il tratto di mare che la mia ardita prora va solcando, non è da piccola barca né da nocchiero che fugga la fatica. ‑ Beatrice mi disse: «Perché la mia faccia t’innamora tanto che tu non ti rivolgi al giocondo coro dei beati, che si veste di fiori sotto i raggi di Cristo? ‑ Qui è la rosa [Maria Vergine] in cui il Divino Verbo si incarnò; qui sono gli apostoli che, col profumo delle loro virtù, trassero a Cristo le genti». – Così disse Beatrice. Ed io, che ero pronto a seguire i suoi consigli, mi rimisi ancora ad affaticare la vista debole nella forte luce che emanava dagli splendori che mi sovrastavano. Come già qualche volta gli occhi miei ombrati da qualche nube posta incontro al sole, videro un prato di fori illuminato da un raggio che trapassi vivido da un piccolo spazio lasciatogli dalla nube rotta, pur senza vedere il sole, così io vidi allora più turbe di splendori folgoranti per gli ardenti raggi che piovevano dall’alto senza vedere il principio donde partivasi la sfolgorante luce che da sé riflettevano. ‑ O benigna virtù di Gesù Cristo, che cosi segui quei beati, tu ti levasti più alto per dare ai miei occhi, non capaci a sostenere la immensa sua luce, facoltà d’osservare quel che era lì. ‑ Il nome del bel fiore [Maria Vergine] che io sempre invoco mattina e sera, raccolse tutta la mia attenzione a discernere e a fissar con gli occhi lo splendore di Maria che era il più vivo. ‑ E tosto che la natura di quel fulgore e la grandezza della vivida stella che in cielo vince di luce tutti i beati, come in terra vinse tutti nelle virtù, si fu rappresentata ad ambedue gli occhi miei, – da entro il cielo scese una fiaccola che, volgendosi in giro velocemente, formava un cerchio a guisa di corona e così la circondò e si girò intorno ad essa. ‑ Qualunque melodia che in questo mondo suona più dolce e più attira l’anima a sé, ‑ paragonata al cantare di quel beato spirito che coronava Maria, della quale si abbellisce l’Empireo, parrebbe un suono laceratore d’orecchi. ‑ «Io sono angelo pieno di amore che girando intorno a te, o Signora del Paradiso, spiego l’alta letizia che a noi venne dal tuo santo grembo il quale fu albergo del Redentore da noi desiderato, ‑ e così mi girerò intorno a te finché sarai unita al tuo figlio, e farai più risplendente il cielo empireo con l’abitare in esso». ‑ Così terminava quella melodia che usciva dalle facelle movendosi in giro, e tutte le altre anime luminose facevano risuonare il nome di Maria. Il primo cielo mobile che ammanta tutti i cieli del mondo ed è più acceso d’amore per esser più presso all’empireo, e riceve più forza e più attività nella vicinanza dello spirito di Dio e nelle sue perfezioni, aveva la sua sommità tanto elevata sopra di noi, che la sua veduta non si rendeva visibile in quel punto dove io ancora mi trovavo. ‑ Però i miei occhi non poterono seguire collo sguardo la fiamma colorata della facella che si levò dietro al suo divino Figlio. ‑ E come fanciullo il quale, dopo aver preso il latte, stende le braccia verso la madre, per l’amore che si palesa fuori dell’animo, quasi fiamma negli atti del corpo, ‑ ciascuna di quelle candide fiamme si alzò colla sua cima in su, in modo che mi fu palese l’alto affetto che esse avevano per Maria. ‑ Poscia rimasero nel mio cospetto in quella stessa posizione cantando così dolcemente l’antifona Regina coeli, che sempre sento nell’anima quel diletto. ‑ Oh, quanta è la raccolta di premio che è posseduto da quei ricchissimi beati che furono buoni seminatori d’opere di vita eterna! ‑ Qui [in paradiso] si vive e si gode dalle anime del tesoro che fu da loro acquistato coi patimenti e col pianto in questo mortale esilio, ove volontariamente si rinunciò alle ricchezze. Qui colui [S. Pietro], che tiene le chiavi di questa gloria, ‑ sotto l’eccelso figlio di Dio e di Maria, trionfa di sua vittoria in compagnia dei beati dell’antico e del nuovo testamento.

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto XXII

Oppresso di stupore mi volsi a Beatrice, mia guida, come un fanciullo che sempre ricorre a sua madre. ‑ E Beatrice, come madre che subito soccorre il figlio pallido ed anelante, con la sua voce che lo acquieti subito, ‑ mi disse: «Non sai che tu sei in cielo? E non sai che il cielo è tutto santo e ciò che in cielo si fa, deriva da buon zelo? ‑ Ora puoi pensare come il soave canto di quegli spiriti ed io, se avessi riso, ti avremmo trasmutato, mentre quel grido ti ha tanto commosso. ‑ Nel qual grido, se tu avessi inteso la preghiera che conteneva, ti sarebbe già nota la vendetta che ben presto vedrai. ‑ La spada della divina giustizia non arriva né tardi né presto, se non che par troppo tarda a chi la chiama sopra agli altri, e troppo sollecita a chi l’aspetta in sé. ‑ Ma rivolgiti ormai verso gli altri, perché se tu rivolgi gli occhi come io ti dico, vedrai spiriti molto illustri». ‑ Io alzai gli occhi come a lei piacque e vidi cento globetti che, raggiando insieme, più si abbellivano a vicenda. ‑ Io stavo come un uomo che reprime in sé l’acuto stimolo del desiderio e tanto teme di rendersi importuno e molesto colle troppe domande, che non si arrischia a farle. ‑ E la maggiore e la più splendente di quelle luci beate, si fece innanzi per appagare la mia brama colle sue parole. ‑ Poi dentro ad essa udii: «Se tu vedessi la carità che arde tra noi come la vedo io, i tuoi desideri sarebbero già da te manifestati; ‑ ma affinché lo aspettare non ti sia di ritardo all’alto fine del tuo viaggio [che è di veder Dio] io risponderò anche al tuo pensiero, che tu hai tanto riguardo al manifestare. ‑ Quel monte, sul cui pendio trovasi il Monte Cassino, fu già nella sua cima frequentato dalla gente ingannata e mal disposta contro la verità. Ed io fui il primo che vi portai il nome di Gesù Cristo che addusse in terra la verità che ci sublima tanto; ‑ e tanta grazia rifulse sopra di me che io distolsi le città circonvicine dal culto dei falsi dèi che sedussero il mondo. ‑ Questi altri spiriti luminosi furono tutti uomini contemplanti accesi di quel santo fervore di carità che fa nascere i pensieri e le opere sante. ‑ Qui è Macario [l’alessandrino, detto il giovine], qui è Romualdo [visse nel secolo X e fu il fondatore dell’ordine camaldolese], qui sono i miei frati che si stabilirono dentro ai chiostri rimanendovi costanti col corpo e con l’affetto». ‑ Ed io dissi a lui: «L’affetto che tu mi mostri parlando meco e la favorevole disposizione ad appagarmi che io vedo in tutti i vostri splendori, ‑ ha così dilatata [aumentata] la mia fiducia in voi come il sole dilata la rosa quando ella viene tanto aperta quanto è capace di esserlo. ‑ Però, o padre, ti prego e tu accertami se posso ricevere tanta grazia che io ti veda a faccia scoperta». ‑ Ed egli rispose: «Fratello, il tuo desiderio sarà appagato nell’empireo dove si adempiono i desideri miei e di tutti gli altri. ‑ Lì ogni brama è perfetta, matura ed intera: quella sfera è la sola che rimanga immobile; ‑ perché non occupa alcun luogo e non ha poli, e la nostra scala giunge fino ad essa e per questo la sua cima sfugge così alla tua vista. ‑ Il patriarca Giacobbe la vide innalzare la sua cima fino a quella somma altezza quando la scala gli apparve così carica di angeli. ‑ Ma ora per salirla nessuno stacca i piedi da terra e la mia regola [di S. Benedetto] è rimasta nel mondo per consumare inutilmente la carta ove si scrive. ‑ Le mura che solevano essere devoto asilo di uomini perfetti e santi ora sono divenute ricovero di ladri e le cappe monacali ricoprono dei falsi devoti e dei bricconi. ‑ Ma una smodata usura non giunse a dispiacer tanto a Dio, quanto quelle rendite che fan si folle il cuore dei monaci. – Perché quanto la chiesa custodisce è della gente che chiede l’elemosina per amor di Dio, e non dei parenti e d’altre più indegne persone. – L’umana natura è così malferma e facile a torcersi al peggio che nel mondo i buoni principi di una istituzione non si mantengono quanto ci vuole dal nascere della quercia a far la ghianda. Pietro cominciò senz’oro e senza argento ed io cominciai con orazione e con digiuno e Francesco con umiltà. E se guardi alla nascita di ognuno di tali ordini e al fasto, alle ricchezze ‑ e all’arroganza a che ora è passato, tu vedrai il bianco mutato in nero [vedrai la virtù mutata in vizi]. ‑ Ma fu più mirabile cosa il vedere il Giordano volto all’indietro e il mare fuggire quando cosi volle Iddio, che non sarebbe veder il provvedimento a quel male che viene da religiosi traviati». Così mi disse e indi sì riunì alla sua compagnia e questa si raggruppò: poi, roteando come fa il vento turbinoso, si alzò in alto. La dolce donna [Beatrice] con un solo cenno mi spinse dietro a loro su per quella scala, tanto la sua vinse la mia natura grave per la carne mortale; ‑ né mai in questo basso mondo, dove si sale e si scende, fu naturale un moto così rapido che si potesse uguagliare, al mio volare. ‑ Così possa io, o lettore, tornare al Paradiso per il quale piango spesso i miei peccati e mi percuoto il petto, ‑ come io ti assicuro che in tanto tempo non avresti messo e tratto il dito dal fuoco, in quanto tempo io vidi il segno dei due gemelli e mi trovai dentro a quello. ‑ O gloriose stelle, o lume pregno di gran virtù dal quale io riconosco, qual che esso sia, tutto il mio ingegno; ‑ il sole, che è padre di ogni vita mortale, nasceva con voi e tramontava con voi, quando io respirai la prima volta il dolce aere toscano. ‑ E poi, quando mi fu donata la grazia di entrare nell’alto cielo, il quale vi fa girare intorno, mi fu dato in sorte di passare per quel tratto di cielo che voi occupate. ‑ A voi ora devotamente sospira l’anima mia per acquistare ingegno e scienza alla parte più difficile del mio poema, la quale tira a sé tutta l’anima mia. – Beatrice cominciò: «Tu sei vicino così alla sfera dell’Empireo, che è l’ultimo e più alto luogo di salvazione, che tu devi aver chiara ed acuta la vista. ‑ E però prima che tu entri in lei, guarda in giù e vedi quanto mondo ti ho fatto già trascendere. – Sicché il tuo cuore, ripieno di tutte quelle giocondità di cui era capace si presenti alla turba trionfante che viene lieta per questa spera». ‑ Col guardo ritornai per tutte quelle sette sfere e vidi questo globo talmente piccolo che del suo vile aspetto me ne risi. ‑ E giudico di buon senno colui che tiene il detto globo in minor conto, e chi volge altrove i suoi pensieri può dirsi veramente uomo prudente e retto. ‑ Vidi la figlia di Latona [la Luna] illuminata dai raggi solari senza quelle macchie oscure per le quali la credei già in parte densa e in parte rada. ‑ Qui, o Iperione [figlio di Titano e della Terra, padre del sole], per il vigore novello della mia virtù visiva, gli occhi miei ebbero forza di sostenere la luce del sole, tuo figliuolo, e vidi come Maia [figlia di Atlante e madre di. Mercurio: qui presa per il detto pianeta] e come Dione [madre di Venere, ed è qui presa per Venere stessa], si muovono intorno e vicino al sole. ‑ Quindi mi apparve la luce temperata di Giove tra il padre e il figlio [tra il pianeta Saturno e quello di Marte] e quindi mi fu manifesto il loro variare di posto: ‑ e tutti e sette i pianeti mi apparvero in tutta la loro grandezza e come sono veloci e ad una stessa distanza fra loro. – Mentre io mi volgevo con la eterna costellazione dei Gemelli, questa aiuola [la Terra] della quale andiamo tanto superbi e che ci rende tanto feroci mi apparve tutta intera dalle montagne, donde i fiumi hanno origine, fino ai mari ove essi hanno le foci; ‑ poscia rivolsi lo sguardo ai begli occhi di Beatrice.

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto XXI

Già gli occhi miei erano tornati a fissarsi in volto a Beatrice e con gli occhi anche l’anima che si era tolta da ogni altra occupazione: ‑ ed ella non rideva, ma mi disse: «Se io ridessi, tu diverresti quale divenne Semelè quando restò incenerita [Semelè amata da Giove, istigata dalla gelosa Giunone chiese a Giove che le si mostrasse in tutta la sua maestà, ed appagata che fu, rimase dalle folgori di lui incenerita]; ‑ perché la mia bellezza che, come tu hai veduto, quanto più sale, tanto più si accende per le scale dell’eterno palazzo [il Paradiso], ‑ risplende tanto che, se non si temperasse alquanto con questa cessazione di riso, la tua forza non reggerebbe al fulgore di lei, ma sarebbe come un ramo frondoso che il fulmine atterra. ‑ Noi ci siamo elevati al settimo pianeta [Saturno] che, essendo in congiunzione col segno ardente del Leone, vibra sulla terra i suoi raggi misti con quelli di lui. ‑ Fa’ che la tua attenzione si fissi dove si saranno fissati gli occhi e di questi fai specchio alla figura che ti apparirà in questo pianeta lucente». ‑ Chi sapesse come dolcemente si pasceva la mia vista nell’aspetto di Beatrice, conoscerebbe quanto mi stava a cuore l’ubbidire alla mia celeste guida quando, per suo comando, mi rivolsi ad altro oggetto, ‑ e sì lo conoscerebbe confrontando il piacere nell’ubbidirla con la privazione di questo gaudio. Dentro al cristallino pianeta che col suo giro cerchiando il mondo, porta il nome di Saturno, già buon re di esso mondo, sotto il cui impero fu l’età dell’oro, ‑ io vidi una scala di color d’oro percossa da un raggio di luce, la quale s’innalzava a tanta altezza che non vi giungeva la mia vista. ‑ Vidi anche per i gradini di essa scender giù tanti splendori che io pensai che da essa si diffondesse quanto lume si accoglie ed a noi si mostra su per l’ampio spazio del cielo. ‑ E come le cornacchie, seguendo l’istinto loro, al cominciar del giorno, per riscaldar le ali irrigidite dal freddo notturno si muovono insieme, ‑ poi altre volano via senza più ritornare, altre si rivolgono al punto donde si sono mosse, ed altre, volando attorno, non si allontanano dal loro posto; ‑ parve a me che movimenti simili a quelli delle cornacchie fossero in quelli sfavillanti spiriti che dall’alto della scala erano discesi insieme, tanto ché si furono gettati con impeto in un giardino. ‑ E quello spirito beato che si fermò più vicino a noi si fece così risplendente che io diceva fra me: Vedo bene il desiderio che dimostri di soddisfare alle mie domande. ‑ Ma colei [Beatrice] dalla quale io aspetto come e quando debba tacere o parlare, se ne sta senza far motto; onde io fo bene che, contro lo stimolo del mio desiderio non avanzo nessuna domanda. ‑ Per la qual cosa ella, che nella visione di Dio vede tutto, vedeva il desiderio che io non esprimeva, mi disse: «Manifesta il tuo ardente desiderio». ‑ Ed io incominciai: «Il mio merito non mi fa degno della tua risposta ma, per i meriti di Beatrice che mi concede di pregarti, ‑ o anima beata che stai nascosta dentro la luce che ti fa lieta, manifestami la cagione che ti ha fatto venire si presso a me; ‑ e dimmi perché in questo cielo non si ode la dolce sinfonia di Paradiso che risuona così devota negli altri cieli inferiori?» ‑ Ella mi rispose: «Il tuo udito è debole come la tua vista; però qui non si canta per la cagione stessa per cui Beatrice non ti ha riso. ‑ Discesi giù pei gradini della santa scala soltanto per farti festa col mio dire e colla luce che mi circonda. – Né maggior carità mi fece scender più presto delle altre a soddisfarti perché su per questa scala ferve tanta carità quanto è la mia e anche più, come te lo manifesta il fiammeggiare di queste anime. ‑Ma l’amor divino che ci fa disposti e pronti a servire alla provvidenza governatrice dell’universo, sortisce ed elegge qui qual più gli piace di questi spiriti a quel ministero che l’amor divino vuole eseguito, come tu puoi vedere dai nostri movimenti». ‑ Io dissi: «O beata anima, risplendente, io vedo bene come in questa corte celeste non c’è bisogno di forza, ma basta amore nella sua libertà ad eseguire le disposizioni dell’eterna provvidenza. ‑ Ma questo è quello che mi par difficilissimo ad intendere: perché, fra tutte le tue compagne, fosti predestinata sola a quest’ufficio». ‑ Prima che io avessi proferito quest’ultima parola, il lume cominciò ad aggirarsi intorno a sé stesso come veloce ruota di molino. ‑ Poi l’anima beata che era dentro a quella luce rispose: «Luce divina, attraversando questa luce nel seno della quale io m’interno, s’irradia sopra di me. ‑ La virtù di questa luce divina, congiunta colla forza materiale del mio intelletto, mi eleva tanto sopra di me, che io vedo la somma Essenza dalla quale la luce emana. – Dall’Essenza mi viene l’allegrezza per cui io risplendo di luce, perché alla chiarezza della visione che ho di Dio, faccio pari la chiarezza della luce che mi circonda. ‑ Ma quell’anima che nel cielo più risplende, quel serafino che ha l’occhio più fisso in Dio, non soddisfarebbe alla tua domanda; ‑ perché quel che tu chiedi si inoltra tanto nell’abisso dell’eterno decreto che non può esser compreso da umano intelletto. E quando tu farai ritorno al mondo mortale, racconta questo acciocché nessuno presuma di andare oltre investigando sì profondo e terribile mistero. ‑ La mente umana che in cielo è luce, in terra è tenebre per l’ingombro della materia, onde considera tu come detta mente possa essere atta a comprendere laggiù quello che ora non può qui comprendere, benché il cielo la elevi al sommo grado di perfezione ». ‑ Le parole di lui restrinsero il mio volere in modo che io lasciai la questione proposta, e mi limitai a domandare all’anima beata chi ella fu. ‑ Così ricominciò a parlare per la terza volta: «Tra il lido del mare Tirreno e quello del mare Adriatico, a poca distanza dalla tua patria, si elevano i sassi degli Appennini a tanta altezza che sorpassano la bassa regione dove rumoreggiano i tuoni, ‑ e tali sassi formano un rialto che si chiama Catra [nel ducato d’Urbino tra Gubbio e la Pergola], di sotto al quale è consacrato un eremo [il convento di Santa Croce di Fonte Avellana, dei Camaldolensi, ove Dante si trattenne per un po' di tempo circa il 1318], che ha per scopo esclusivo la contemplazione di Dio». ‑ E poi, continuando, disse: «In quell’eremo io mi raffermai tanto nel servizio di Dio che, contento nei pensieri contemplativi, facilmente e senza sentirne noia, passava le intere stagioni estive ed invernali con soli cibi preparati con olio. ‑ Quel chiostro soleva dare a Dio molte anime buone ed ora è sì vuoto di opere degne che necessariamente si farà manifesta al mondo la prevaricazione. ‑ In quel luogo io fui Pier Damiano [nato a Ravenna, uomo studioso: fu nominato cardinale e vescovo d’Ostia] e nella casa religiosa di Nostra Signora sul lido Adriatico fui Pietro peccatore. ‑ Poco spazio di vita mi rimaneva, quando fui eletto ed obbligato ad accettare quel cappello cardinalizio che si trasmette da cattivo uomo in peggiore. ‑ Cefa [S. Pietro] ed il gran vaso di Elezione [dello Spirito Santo], vennero magri e scalzi prendendo il cibo che veniva loro posto innanzi in qualunque albergo si trovavano. ‑ Ed ora i moderni pastori vogliono chi dia loro di braccio d’ambo i lati e chi li porti in bussola, tanto sono grassi, e chi regga loro lo strascico. ‑ Coprono con le loro ampie cappe i palafreni [i cavalli su cui cavalcano], così che sotto una stessa pelle vanno due bestie: o pazienza di Dio che soffri tanto scandalo!» ‑ A queste parole [di S. Pier Damiano] io vidi scender per la scala di uno in altro scalino molte anime risplendenti e girare intorno a sé stesse per dar segni di allegrezza, ed ogni giro le rendeva più belle. ‑ Si raccolsero intorno a quest’anima e si fermarono, ed emisero un grido così alto che nessun altro suono potrebbe qui nel nostro mondo assomigliare ad esso, ‑ né io intesi ciò che dicessero, tanto quell’alto grido mi intronò gli orecchi.

gen282010

La Divina Commedia – Paradiso – Canto XX

Quando Colui che illumina tutto il mondo, se ne va sotto al nostro emisfero e la luce del sole in tutti i punti si estingue, – il cielo, che prima era illuminato solamente dal sole, in un istante risplende per molte stelle, ciascuna delle quali riflette dal corpo suo i raggi di una luce sola [la luce solare: ai tempi di Dante, si credeva che anche le stelle fisse fossero illuminate dal sole]. ‑ E questa comparsa del cielo mi venne in mente quando l’aquila, che è l’insegna dell’impero del mondo e dei suoi reggitori, cessò di mandar parole dal suo rostro, ‑ poiché tutte quelle vive luci cominciarono canti soavi che ne rimase in me una debole memoria. ‑ O dolce amor di Dio, che sotto quella ridente luce ti nascondi, quanto ti facevi ardente in quelle voci canore dei beati spiriti che spiravano solamente santi pensieri! – Poiché le risplendenti anime beate delle quali io vidi ingemmato il sesto pianeta [Giove] posero silenzio agli angelici canti, – mi parve udire un mormorio di fiume, che sonoro discende giù di pietra in pietra, mostrando la copia delle sue acque che abbondano sulla cima. ‑ E come suono di cetra prende al manico di essa la sua modulazione, e come fiato spirato dal suonatore entro la zampogna prende la sua modulazione ai fori di essa zampogna ‑ così subitamente quel mormorio salì su per il collo dell’aquila come se esso fosse forato. ‑ Qui diventò voce e di là uscì pel suo becco in forma di parole che desiderosamente aspettava di udire il mio cuore e nel cuore le impressi. ‑ Incominciò a parlare: «Ora tu devi guardare con attenzione e vedere in me quella parte, che nelle aquile mortali guarda e sostiene i raggi del sole; ‑ perché tra i lumi coi quali mi mostro agli altri in forma di aquila, quelli che mi fanno scintillare quest’occhio sulla testa, sono i più nobili e lucenti di tutti gli altri lumi. ‑ Colui [lo spirito lucente] che splende in mezzo all’occhio per pupilla, fu il cantore ispirato dallo Spirito Santo [il re David] che traslatò l’arca di città in città. ‑ Ora egli, dal premio grande che ne riceve in giusta proporzione del valore dell’opera, conosce il merito del suo canto in quanto egli, colla sua libera cooperazione, vi ebbe parte. ‑ Dei cinque lumi, che disposti in cerchio mi formano l’arco del ciglio, colui che mi accosta più al becco, fu colui [l’imperatore Traiano] che consolò la vedova piangente la perdita dei figlio. ‑ Ora, per la esperienza che fa godendosi il paradiso, e per la esperienza che già fece delle pene dell’inferno, conosce quanto costa caro il non seguir la fede di Cristo. ‑ E colui che, nella linea circolare che forma l’arco superiore del ciglio, segue appresso, è colui [il re Ezechia] che, pentendosi di cuore, ottenne da Dio che gli fosse differita la morte [Iddio, dopo il pentimento dei suoi peccati, gli diede altri quindici anni di vita]. ‑ Ora conosce che gli eterni giudizi di Dio non si trasmutano; quando egli fa che, per preghiera a lui accetta, accada domani quello che era predetto dover accadere oggi. – L’altro [Costantino] che viene appresso, per cedere Roma al papa [S. Silvestro] con intenzione di far bene, ma facendo invece gran male, si fece Greco [trasferì la sede imperiale da Roma a Bisanzio], con la sede dell’impero] e con me [aquila come insegna dell’ impero]. ‑ Ora egli [Costantino] comprende come non hanno fatto male alla sua anima le tristi conseguenze della sua donazione alla curia romana sebbene perciò sia andato in rovina il mondo. ‑ E quegli che vedi dove incomincia a scendere l’arco del ciglio, fu Guglielmo [II, re di Sicilia] pianto morto da quella terra che si duole di aver vivo Carlo [lo zoppo] e Federigo [di Aragona]. ‑ Ora conosce come il cielo si innamora di un re giusto e lo dimostra anche col fulgore di che fa qui brillare l’anima sua. Chi crederebbe, laggiù nel mondo pieno di orrore, che Rifeo Troiano [fu uomo eminentemente giusto e morì per la sua patria], fosse la quinta delle sante anime risplendenti in questo arco del ciglio? ‑ Ora conosce assai di quel magistero della divina grazia che il mondo non può conoscere, benché l’occhio di lui [di Rifeo] non giunga a vederne il fondo». ‑ Come la lodola che prima cantando si spazia nell’aria e poi tace contenta delle ultime note del dolce canto che le ha soddisfatto la voglia di cantare; ‑ tal mi parve l’immagine improntata dall’eterno piacere, secondo il desiderio del quale, ogni creatura diviene quello che è. ‑ E sebbene io fossi lì al mio dubbio quel che è un vetro ad un colore che gli sia sovrapposto, pure tal dubbio non mi fece aspettare a lungo la risposta tacendo, ‑ ma con la sua forza mi spinse fuori della bocca queste parole: «Che cosa sono queste cose?» Per la qual domanda io vidi in quelle anime un allegro crescer di splendore. ‑ In seguito poi il benedetto segno [l’aquila], con l’occhio più sfavillante di allegrezza, per non mi tenere più sospeso, mi rispose: «Io vedo bene che tu credi queste cose perché le dico io, ma non vedi come esse avvengano, cosicché esse, quantunque siano credute, non lasciano di essere misteriose. ‑ Tu fai come un uomo che conosce bene il nome di una cosa ma non ne può conoscere l’intima natura, se altri non gliela manifesta. ‑ Il regno dei cieli cede alla ‑violenza del buon desiderio e delle vive speranze degli uomini, la quale vince il divino volere, non per avanzamento di forza, come avviene che un uomo prevale su un altro, ma lo vince perché esso stesso vuol essere vinto e nell’esser vinto dall’uomo vince l’uomo stesso con quella benignità colla quale cerca la salvezza del peccatore. – La prima anima [di Traiano] e la quinta [di Rifeo] ti fan meravigliare, perché le vedi adornare la regione degli angeli [il Paradiso]. Rifeo e Traiano non morirono pentiti come tu credi, ma cristiani con ferma fede. Rifeo credendo nei piedi che dovevano patire la crocifissione, e Traiano credendo nei piedi che l’avevano già patita. – Poiché l’una [l’anima di Traiano], dall’inferno dove nessuno mai si converte a Dio, col buon volere, tornò ad animare il suo corpo, e ciò fu mercede che ottenne il santo papa Gregorio per quella viva speranza che pose eg1i nelle preghiere fatte a Dio per far suscitare quell’anima onde la di lei volontà potesse muoversi al bene. L’anima gloriosa di cui si parla, ritornando al suo corpo, nel quale poco si trattenne, credette in colui che poteva aiutarla; ‑ e credendo si accese di tanto fuoco di vera carità che, tornando a morire, fu degna di venire a questa gioconda festa del paradiso. – L’altra [l’anima di Rifeo] per un tratto di quella divina grazia che emana da sì profonda sorgente, che mai nessuna creatura potette vedere fino a fondo, ‑ in terra volse tutto il suo amore alla rettitudine per cui, aggiungendo una grazia all’altra, Iddio gli fece conoscere il mistero della divina redenzione: – onde credette in essa e da allora non sofferse più il puzzo del paganesimo e ne riprendeva le genti pervertite. ‑ Quelle tre donne che tu vedesti dalla ruota destra [le tre virtù teologali] gli furono in luogo di battesimo [lo giustificarono] più di mille anni prima che Cristo istituisse il battesimo. ‑ O predestinazione, quanto il tuo principio è lontano dalla intelligenza di quelle creature che non vedono tutta quanta la prima cagione! ‑E voi, o mortali, siate cauti e parchi nel giudicare, poiché noi che vediamo Iddio non conosciamo ancora tutti gli eletti: ‑ e così fatto affievolimento di vedere ci è grato, perché la nostra beatitudine si perfeziona in questo bene, ché quel che Dio vuole anche noi lo vogliamo». ‑ Così da quella immagine dell’aquila, dipinta in cielo da Dio stesso, mi fu data soave medicina per rischiarare la corta virtù del mio intelletto. ‑ E come un buon suonatore di cetra accompagna un buon cantore con l’oscillazione della sua corda, nel quale accompagnamento il canto acquista maggior soavità; ‑ così, mentre quell’aquila parlò, mi ricordo che io vidi le anime risplendenti di Rifeo e di Traiano, d’accordo colle parole che uscivano dall’aquila, ‑ brillare nel modo stesso che si rimuovono concordemente le palpebre di ambedue gli occhi.

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto XIX

La bella immagine dell’aquila, che faceva liete le anime intrecciate nel dolce godimento della visione di Dio, si mostrava innanzi a me colle ali aperte. ‑ Ciascuna di quelle anime pareva un rubino in cui ardesse un raggio di sole così acceso, che riflettesse nei miei occhi la sua immagine [del sole]. ‑ E quello che mi conviene ora descrivere non fu mai annunziato da voce umana, né fu espresso per iscritto, né fu giammai compreso per forza di fantasia; ‑ perché io vidi e anche udii parlare il becco dell’aquila e nella voce che ne usciva udii Io e Me, mentre nel concetto era Noi e Nostro. ‑ E cominciò: «Per essere io stato giusto e pio sono ora esaltato a quella gloria che è maggiore di ogni altro desiderio; ‑ e tale fu la memoria che io lasciai di me sopra la terra, che ivi le genti malvagie lodano la mia memoria ma non imitano le mie gloriose azioni narrate dalla storia». ‑ Così un sol calore si fa sentire da molta brace come di molti amori un solo suono usciva dal rostro di quella immagine. ‑ Onde io appresso soggiunsi: «O anime che infiorate il Paradiso, che mi fate parere uno solo tutti i vostri canti, ‑ ponete fine, col vostro parlare, alla mia ignoranza che mi ha tenuto a lungo in desiderio, non trovando io in terra schiarimento alcuno che mi appaghi del dubbio che mi inquieta. ‑ Io so bene che, se la divina giustizia su in cielo fa suo specchio altro ordine di spiriti beati, con tutto ciò anche il nostro ordine l’apprende e senza alcun velo. ‑ Voi sapete come io mi preparo ad ascoltare attentamente, sapete qual è quel dubbio che per tanto tempo mi ha tenuto in desiderio». – Come falcone che uscendo fuori del cappello, muove la testa e fa festa dibattendo le ali, mostrando voglia di volare in caccia e ringalluzzendosi; ‑ così io vidi divenire quell’insegna [dell’aquila] che era composta di spiriti lodatori della grazia divina, con canti che sa emettere solo chi gioisce in paradiso. ‑ Poi cominciò: «Colui [Iddio] che architettò e disegnò i confini della gran macchina del mondo, e dentro ad esso ordinò tante cose a noi occulte e tante manifeste, ‑ non poté così imprimere il suo valore a tutto l’universo, che il suo concetto non rimanesse infinitamente al disopra dell’intelletto d’ogni sua creatura. ‑ E ciò che io affermo è fatto certo da questo: che il primo superbo [Lucifero] che fu la più eccellente creatura, per non aspettare il lume della grazia divina, cadde dal cielo prima di esser confermato nella grazia e quindi apparisce che ogni altra creatura meno perfetta di Lucifero non può esser capace a comprendere il bene infinito [Iddio], che è il solo che possa comprendere e misurare sé stesso. – Dunque il nostro intendimento, il quale non è che uno dei raggi della mente divina, di che sono ripiene tutte le cose, ‑ non ha di sua natura tanto potere che non discerna l’intendimento onde esso ha lume e principio sotto apparenza molto lontana dal vero. – Però l’intendimento dell’umano genere s’interna entro la sempiterna giustizia, come occhio si spazia entro il mare; il quale occhio, benché dalla spiaggia veda il fondo, in alto mare non lo vede, e nondimeno anche in alto mare il fondo vi è, ma la profondità lo cela all’occhio. ‑ Non vi è lume al mondo se non viene dall’empireo, il quale non si turba mai, anzi ogni altro lume che non viene da Dio non è vero lume, ma tenebra o ignoranza cagionata dal gravame della carne, corruzione avvelenatrice della ragione. ‑ Ora puoi comprendere che l’insufficienza del tuo intendimento è quel nascondiglio nel quale stava celata l’inalterabile giustizia divina, intorno alla quale si questionava così spesso. – Perché tu dicevi: Un uomo nasce sulla riva del fiume Indo [fiume che dà nome all’ India] e qui non si trova nessuno che parli di Cristo né alcuno che legga o che scriva intorno alla sua fede; ‑ e tutti i suoi voleri ed i suoi atti sono buoni per quanto è dato giudicare alla umana ragione: egli è senza peccato sia nella condotta della vita, sia nel parlare. ‑ Muore questi senza battesimo e senza fede: or se egli non crede, dov’è questa giustizia, che lo condanna? Dov’è la sua colpa? ‑ Or chi sei tu che vuoi sedere in cattedra per giudicare a distanza di mille miglia con la vista corta di un palmo? – Certo, molti e molti dubbi sorgerebbero in mente a colui che ragionando meco si mostra sì arguto e sottile, se la Divina Scrittura non fosse guida e maestra a voi cristiani. ‑ O uomini terreni ed animaleschi, o menti ottuse! La prima volontà, che è buona di sua natura, fu sempre eguale a sé stessa, essendo sommo bene. – Tanto è giusto quanto ad essa consuona; nessun bene la tira a sé, ma essa stessa lo produce colla emanazione dei suoi raggi». ‑ Come la cicogna, quando ha pasciuto i figli, si aggira volando sopra il nido e come il cicognino, che è pasciuto rimira la madre; ‑ così prese ad aggirarsi sopra di me la benedetta immagine dell’aquila la quale, sospinta da tante volontà, agitava le ali e tale io [come il cicognino] alzai gli occhi. ‑ Roteando cantava e diceva: «Quali sono le mie parole a te che non le intendi, tale è l’eterno giudizio a voi mortali», ‑ Poiché quei lucenti lumi dello Spirito Santo cessarono il movimento, restando tuttavia nella forma dell’aquila, che rese i romani reverenti al mondo, ‑ esso ricominciò: «A questo beato regno non salì mai chi non credette in Cristo né prima né dopo la morte, di Lui. ‑ Ma vedi, molti gridano: Cristo, Cristo, i quali nel dì del giudizio saranno a Cristo meno vicini di coloro che non lo conobbero: ‑ e siffatti falsi cristiani saranno condannati dall’Etiope [Africano], quando si farà la gran divisione di tutti gli uomini in due schiere, una abbondevole d’ogni bene, l’altra eternamente povera. ‑ Quali vituperi non potranno dire i re persiani ai nostri re cattolici, allorché nell’universale giudizio vedranno aperto il volume nel quale sono scritte tutte le loro iniquità e turpi azioni, onde sono in dispregio a Dio e al mondo? ‑ Lì, in quel volume, tra le male opere di Alberto d’Austria, si vedrà scritta quella che or ora moverà la penna di Dio a registrarla, per la quale opera di ingiustizia e di oppressione il regno di Boemia sarà deserto. ‑ Lì si vedrà scritto il malcontento che col far battere moneta falsa cagiona sopra la Senna [in Parigi] colui [Filippo il Bello] che morrà in caccia della stessa morte del porco. ‑ Lì si vedrà scritta la superbia che mette sete di nuove conquiste nei re d’Inghilterra e di Scozia, cosicché nessun di loro può soffrire di starsene nei propri confini. ‑ Lì si vedrà scritta la lussuria e la molle vita del re di Spagna [Alfonso X] e del re di Boemia [Venceslao] che non conobbe né volle mai valore. Nel gran libro si vedranno segnate allo zoppo di Gerusalemme [re di Puglia e di Gerusalemme] le sue buone qualità colla cifra 1 [uno] e le cattive colla cifra M [mille]. ‑ Si vedrà l’avarizia e la vita di quel re [Federigo figlio di Pietro d’Aragona] che fa la guardia all’isola del fuoco [alla Sicilia dov'è il fuoco dell’Etna], nella quale Anchise finì la sua lunga vita; ‑ e a dimostrare quanto è misero d’animo, la scrittura che nella pagina del libro di Dio noterà le sue grette e vili azioni, sarà fatta con abbreviature, che molto esprimeranno in un piccolo spazio. ‑ E saranno a tutti manifeste le turpi azioni dello zio [Iacopo re di Maiorca e Minorca] e del fratello [Giacomo II re di Aragona], i quali hanno disonorato tale nobile prosapia ed hanno vituperato due corone. ‑ E lì conosceranno il re di Portogallo [Dionisio] e quello di Norvegia, e quello di Rascia che falsò la moneta di Venezia. ‑ O felice Ungheria, se non si lascia più malmenare, come ha fatto sin qui, dai suoi pessimi re! E beata Navarra se col suo monte [Pireneo] che la circonda, saprà difendersi! – tutti devono credere che già, quasi per caparra della verità di questo annunzio, Nicosia e Famagosta [città principali dell’Isola di Cipro] si lamentino e levino le grida per quella bestia del loro re, ‑ il quale va di pari passo colle altre bestie sopra nominate».

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto XVIII

Già quello spirito beato si godeva solo delle cose che erano create nel suo cervello, ed io gustavo le cose che mi passavano per la mente, temperando il dolce con l’amaro; ‑ e quella Donna [Beatrice] che mi portava a Dio, disse: «Non pensare a ciò che ti accadrà, pensa che io sono presso a Dio che alleggerisce ogni torto». ‑ Io mi rivolsi alla voce armoniosa che mi confortava e quale amore io lessi negli occhi santi di Beatrice, non so qui dirlo; non solamente perché non creda di trovar parole adatte, ma anche per la memoria la quale, se non è aiutata dalla grazia celeste, non può rappresentare convenientemente l’immagine veduta. ‑ Questo soltanto posso narrare di ciò che in quel tempo io vidi, che, rimirando Beatrice, il mio affetto fu libero da ogni altro desiderio. – Finché il lume divino, che è il piacere eterno dei beati, raggiando in Beatrice direttamente riflettendosi dal bel viso di lei nel quale io miravo, veniva a farmi contento e beato; ‑ ella con un sorriso distogliendomi da quella contemplazione mi disse: «Volgiti ed ascolta, poiché non è solamente nei miei occhi il gaudio del paradiso». ‑ Come talvolta tra noi si scorge nel sembiante la passione, se è tale da occupare tutta l’anima, ‑ così nel fiammeggiare del santo splendore [ove era l’anima di Cacciaguida] al quale io mi ero rivolto, conobbi in lui il desiderio di starsene ancora un po’ a ragionar meco. ‑ E cominciò: «In questo pianeta di Marte che è il quinto dei paradiso, il quale ha nella cima il principio della vita ed è sempre lieto e beato e non avrà mai fine, ‑ sono spiriti beati i quali nel mondo, prima che salissero al cielo, furono di gran celebrità, sicché ogni poeta ne avrebbe abbondante e degna materia ad un poema. ‑ Però rivolgi lo sguardo alle braccia della croce luminosa e vedrai come ognuno che sarà da me nominato farà quello stesso fiammeggiare che fa il fuoco elettrico quando scorre veloce nella nube». ‑ Io vidi un lume mosso rapidamente per la croce tosto ché egli [Cacciaguida] cominciò a profferire il nome di Giosuè [successe a Mosè nella condotta del popolo ebreo e conquistò la terra promessa] e il sentir proferito tal nome e il vedere quel lume trascorrere per la croce furono ad un tempo. – Ed al nome del magnanimo e glorioso Giuda Maccabeo [liberò il popolo ebreo dalla tirannia di Antioco], vidi un altro lume muoversi rotando e la letizia faceva girare a rota quello spirito come la frustra fa girare il paleo. ‑ Così ai nomi da Cacciaguida proferiti di Carlo Magno e di Orlando, il mio occhio attento tenne dietro al rapido movimento di altri due lumi, come l’occhio del cacciatore tiene dietro al suo falcone che vola alla preda. – Poscia, lungo quella croce, attrassero il mio sguardo Guglielmo [conte di Orange in Provenza, figlio del conte di Narbona] e Rinoardo [combatté per la fede cristiana contro i Mori], e il Duca Goffredo [di Buglione duca della Bassa Lorena, generale della prima crociata] e Roberto Guiscardo [principe Normanno che divenne duca di Puglia e Calabria]. – Indi l’anima di Cacciaguida, che fino ad allora mi aveva parlato, mossasi e riunitasi alle altre anime, mi dimostrò quale artista fosse fra i cantori del cielo poiché ricominciò a cantare. ‑ Io mi rivolsi al mio fianco destro per vedere in Beatrice quello che dovevo fare, significatomi o dalle sue parole o dai cenni ; ‑ e vidi le sue pupille tanto pure e serene, tanto gioconde, che la sua sembianza vinceva gli sguardi precedenti ed anche la letizia dell’ultimo sguardo. ‑ E come l’uomo dal sentir sempre maggior diletto nel bene operare si accorge che la sua virtù di giorno in giorno progredisce, ‑ così io vedendo il volto di Beatrice fatto più bello mi accorsi che il mio girare intorno, secondo il moto del primo mobile, mi aveva elevato a più alto cielo. ‑ E quale è in poco tempo il mutamento di colore in una donna che naturalmente sia bianca, quando il suo volto deponga il carico della vergogna, ‑ tal mi apparve il mutamento del colore del cielo, quando da Beatrice volsi lo sguardo al cielo, a cagione dei raggi del pianeta di Giove che mi aveva accolto dentro di sé. ‑ Io vidi in quel pianeta luminoso che la sfavillante luce dell’amore che era lì, rappresentava ai miei occhi caratteri italici. – E come uccelli alzatisi da una riva quasi facendo festa insieme per essersi ben pasciuti, formano di sé una schiera ora rotonda ed ora lunga, così le sante creature, volando placidamente dentro ai lumi, cantavano e formavano delle figure rappresentanti ora la lettera D ora la I e ora la L. ‑ Prima cantando accompagnavano il danzar al loro canto; poi, divenendo una di queste lettere, si arrestavano un poco e tacevano. ‑ O diva Calliope da me invocata, che fai gloriosi gl’ingegni e li rendi di lunga vita nel nome e nella fama e gl’ingegni da te aiutati fanno gloriose e longeve le città ed i regni, ‑ illuminami della tua luce cosicché io metta in rilievo le loro figure quali le ha concepite, si mostri il tuo potere in questi brevi versi. ‑ Si composero dunque quegli spiriti in trentacinque lettere tra vocali e consonanti ed io notai le cifre nell’ordine medesimo che mi apparvero espresse. ‑ Primi vocaboli furono: Diligite justitiam, ed ultimi furono: qui judicatis terram; ‑ Poscia quelle anime rimasero ordinate nella lettera M finale della quinta parola [terram] in modo che la stella candida di Giove, lì dove era la M, pareva un fondo d’argento fregiato d’oro. ‑ E vidi scendere altre luci dov’era la cima della M e li vidi posarsi lì, cantando, come io credo, il bene da cui e verso cui esse son mosse. ‑ Poi, a quel modo che percotendo dei tizzoni arsi, sorgono innumerevoli faville dalle quali gli stolti sogliono augurarsi buona fortuna, ‑ così parvero risorgere di là più di mille luci ed elevarsi quali assai e quali poco secondo che loro destinò Iddio che le accende; ‑ ed essendosi ciascuna quietata al proprio posto, vidi quello splendore ben distinto dall’altro, rappresentare la testa e il collo di un’aquila. ‑ Quegli che dipinge tali figure [Iddio], non è guidato da nessuno ma egli stesso guida tutte le cose e solo da lui si pone in mente agli animali quell’istinto onde essi dànno forma sì propria ai loro nidi. – L’altra schiera di beati spiriti che prima stava quieta nel colmo della M, e pareva contenta di formar sopra di esso quasi una corona di gigli, facendo pochi movimenti compì la figura dell’aquila. – O dolce stella [di Giove] quali e quante anime risplendenti mi dimostrarono la nostra giustizia essere effetto del cielo che tu adorni di tante gemme! ‑ Per cui io prego il divin Verbo onde tu hai il tuo primo movimento e la tua virtù, d’influire a mirare il luogo donde esce il fumo che offusca il suo raggiante lume, ‑ sicché ormai si adiri un’altra volta contro coloro che comprano e vendono dentro al tempio [alla Chiesa] che si edificò a forza di miracoli e di martiri. ‑ O beati che io contemplo, pregate per coloro che sono in terra traviati dal tristo esempio. ‑ Un tempo in Roma si soleva far guerra colle spade, ma ora si fa guerra togliendo ora a questo ora a quel popolo il pane [spirituale] che il pietoso padre [Gesù Cristo] non nega mai ad alcuno: ‑ ma tu, o pastore romano. che scrivi 1e censure a solo fine di trarne profitto col cancellarle, pensa che gli Apostoli Pietro e Paolo, i quali morirono per la Chiesa di Gesù Cristo, che tu guasti, sono ancora vivi in cielo. ‑ Tu puoi ben dire: Io ho fissato talmente tutti i miei affetti e desideri in colui che volle viver solitario, e che per i salti fu tratto al martirio, ‑ ché io non conosco né il pescatore [S. Pietro], né S. Paolo.

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto XVII

Come Fetonte, il quale fa che i padri siano ancora scarsi nell’accondiscendere alle domande dei figli, si presentò a Cimene sua madre per accertarsi se egli fosse veramente il figliuolo di Apollo; ‑ cosi ansioso ero io e tale ero conosciuto e da Beatrice e dal santo lume di Cacciaguida, che prima aveva mutato luogo per me [dal destro braccio della croce si era recato a piè di essa per avvicinarglisi]. – Per cui la mia Donna mi disse: «Manda fuori la vampa del tuo desiderio in modo che esso, manifestatosi, si mostri ardente nelle parole come è nel tuo interno; non affinché la nostra cognizione cresca per le tue parole, ma affinché ti avvezzi a manifestare la tua brama sì che l’uomo appaghi la tua anima del desiderio ardente che ha di sapere». ‑ «O cara pianta della mia famiglia che sì ti levi in su mirando in Dio che è il punto in cui si accoglie il presente, il passato e il futuro vedi, prima che avvengano, ‑ le cose che il tempo porterà, colla stessa evidenza con cui le umane menti vedono che in un triangolo non possono esser contenuti due angoli ottusi, ‑ sappi che mentre io ero congiunto a Virgilio, salendo il monte che purga le anime dai peccati e discendendo nel mondo della gente morta [nell’Inferno] mi furono dette sulla mia vita futura, parole di triste annunzio, sebbene io mi senta forte come un tetragono ai colpi della sventura. ‑ Per la qual cosa la mia voglia sarebbe contenta d’intendere qual fortuna mi si appressa; poiché una saetta prevista fa meno colpo e meno dolore». ‑ Così io dissi a quella stessa luce di Cacciaguida che prima mi aveva parlato e così la mia voglia fu manifestata come Beatrice mi aveva comandato. – Né quell’amoroso mio progenitore, nascosto entro il suo proprio splendore, per il quale si rendeva visibile, rispose con quelle parole ambigue – onde gli stolti idolatri erano invescati prima che fosse ucciso l’Agnello di Dio che toglie i peccati, ma ben rispose con chiare parole e con precise espressioni in questo modo: ‑ «La serie contingente degli umani avvenimenti, la quale non esce fuori dal volume dell’ordine naturale, è tutta presente agli occhi di Dio. ‑ Quindi però non prende necessità la detta serie contingente come lo scendere d’una nave dietro alla corrente del fiume non è necessitato dall’occhio che la sta a guardare. ‑ Da indi, come da organo viene all’orecchio dolce armonia, così mi viene alla vista della mente il tempo che ti si apparecchia. ‑ Come Ippolito partì da Atene per opera della sua spietata e perfida matrigna, così ti bisogna partire da Firenze. ‑­ Questo tuo esilio si vuole e si cerca già per ogni via e ben presto riuscirà a chi ha interesse di ottenerlo là [presso la curia romana] dove tutto dì per acquisti temporali si fa mercato di Gesù Cristo. ‑ La colpa, al dir della gente, andrà addosso alla sorte che avrà la peggio, secondo il solito; ma la vendetta che ne seguirà sarà testimone al vero oltraggiato da cui si dispensa la vendetta della falsità e della ingiustizia. ‑ Tu lascerai ogni cosa a te più cara; e questa è quella ferita che prima viene a dilaniare l’anima dell’esiliato. ‑ Tu proverai come è amaro il pane che si mangia in casa d’altri e come è duro lo scendere e il salire per le scale altrui. ‑ E ciò che ti sarà più duro a sopportare sarà la compagnia malvagia colla quale tu cadrai in questa miseria dell’esilio; ‑ e questa compagnia ingrata, matta ed empia, ti si farà nemica, ma poco appresso non tu, ma essa, ne avrà la faccia rossa per la confusione e la vergogna. – La condotta e il fine della sua impresa proverà in modo tale la sua bestialità che a te sarà onorevole l’esserti separato dai loro consigli e aver fatto partito da te solo. ‑ Il tuo primo rifugio e il primo albergo, sarà la cortese ospitalità del gran Lombardo [uno degli Scaligeri di Verona la cui insegna era una scala sormontata da un’aquila, chiamata santo uccello], che ha per insegna una scala sormontata da un’aquila; il quale Lombardo avrà tal benigno riguardo verso di te che fra voi due il dare, comunemente preceduto dal chiedere, sarà primo [il beneficio precederà la richiesta]. ‑ Con questo gran Lombardo vedrai colui [il giovinetto Cane] che nel punto del nascere, da questa guerriera stella di Marte ricevette tale influsso che le sue belliche gesta saranno degne di esser notate nella storia. ‑ Le genti ancora non se ne sono accorte per la sua giovine età, perché ha solamente nove anni. Ma prima che Clemente V di Guascogna inganni l’eccelso Arrigo VII, appariranno segni luminosi della sua virtù nel non far conto né di denaro né di fatica. – In lui e nei suoi benefici riponi le tue speranze. Per lui avverrà una grande rivoluzione in molte genti cambiando la loro condizione i ricchi e i mendici; ‑ e di lui ne porterai scritte nella tua memoria, senza palesarle ad alcuno, queste cose che io ti predico». E disse cose incredibili a colui che coi propri occhi vedrà. ‑ Poi soggiunse: «Figlio, queste sono le interpretazioni di quanto ti fu rivelato nell’Inferno e nel Purgatorio; ecco le preparate sventure che ti si paleseranno tra pochi anni. ‑ Io non voglio però che tu invidi i tuoi concittadini che hanno trionfato sopra di te, poiché la tua vita durerà oltre quel tempo in cui saranno punite le loro perfidie». – Poiché l’anima santa [Cacciaguida] tacendo si mostrò disposta a chiarirmi intorno a quelle cose delle quali avevo già qualche notizia, ‑ io cominciai come fa uno che, in un suo dubbio, brama consiglio da persona che ha perspicacia di mente e rettitudine di volontà e cuore di vero amico: ‑ «Padre mio, io vedo bene come il tempo corre e si affretta verso di me, per darmi tal colpo, che è più grave a chi più si sbigottisce e si perde d’animo: ‑ per cui è bene che io mi armi di provvidi consigli, cosicché, se mi è tolta la mia cara patria, io non abbia a perdere altri luoghi di asilo per cagione del mio franco e ardito parlare. ‑ Percorrendo io le vie dell’Inferno ove, il dolore, è interminabile e salendo il monte [del Purgatorio] dalla cui cima gli occhi di Beatrice mi alzarono al cielo; ‑ e poscia salendo per il cielo di stella in stella, ho io appreso quello che, se sarà da me narrato, a molti recherà dispiacere; e se per timore mi astengo dal manifestare la verità, temo di restar senza fama presso i posteri». ‑ La luce, in cui brillava di gioia l’amatissimo mio trisavolo, pregio e splendore della mia famiglia che io trovai lì, prima si accese di maggiore splendore come uno specchio d’oro irradiato dal sole; ‑ indi rispose: «Una coscienza macchiata da vergognose azioni, sia proprie o dei propri congiunti, soltanto essa potrà sentire acerbo il tuo parlare. ‑ Ma nonostante, allontana ogni menzogna, manifesta tutto ciò che hai veduto nei tre regni e lascia pure che si dolga chi si sente ferire, ‑ poiché, se la tua parola nel primo gusto sarà molesta, poi, quando sarà digerita, lascerà vitale nutrimento. ‑ Questo tuo gridare farà come il vento il quale percuote le più alte cime e ciò è indizio di animo molto generoso. ‑ Però in queste sfere celesti e nel monte del Purgatorio e nella valle dolorosa dell’Inferno, ti sono mostrate solamente le anime che sono note per fama; poiché l’animo di chi ascolta non si acquieta né dà fede agli esempi se questi sono tolti da persone basse o sconosciute – né dà fede a qualsiasi altro argomento che non si mostri assai manifesto o evidente.

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto XVI

O piccolo pregio di nobiltà della nostra origine, non mi recherà più meraviglia se tu fai gloriar di te la gente di questo mondo dove il cuore è così debole, ‑ perché lassù, dove il nostro appetito non devia dal dritto sentiero della ragione, nel cielo io me ne gloriai. ‑ In verità tu sei simile ad un manto il quale ben presto si acconcia così che, se di quando in quando non si aggiunge un pezzo dove si logora, il tempo, colle sue forbici, lo riduce a nulla. ‑ Le mie parole ricominciarono da dirgli voi [invece che tu], il quale voi fu prima sofferto da Roma, sebbene oggi il suo popolo non perseveri tanto in tal uso quanto da principio. ‑ Onde Beatrice, che era stata un poco in disparte, ridendo, mi parve come quella fante che tossì per avvertire la sua padrona, Ginevra, del primo errore di lei [per amore di Lancillotto]. ‑ Io cominciai: «Voi siete il padre mio, voi mi rendete franco a parlare, voi m’ingrandite così l’intelletto, che io divengo maggiore di me stesso. ‑ La mia mente per tante cagioni si empie di allegrezza e gioisce dì sé medesima, considerando che, ella può contenere tanta allegrezza senza rimanerne oppressa. – Ditemi dunque, o prima radice della mia prosapia, chi furono i vostri antenati e quanti anni erano trascorsi dalla Incarnazione quando voi nasceste. ‑ Ditemi del popolo fiorentino che ha per protettore S. Giovanni, quanto era allora e quanti erano i cittadini più cospicui». ‑ Come allo spirar dei venti un carbone acceso dà fiamma più viva, così io vidi quella luce, alle mie dolci parole di lode e di rispetto, divenire più risplendente: ‑ e come diventò più bello agli occhi miei, così con voce più dolce e soave, ma non con questo volgar fiorentino, mi disse: «Da quel giorno in cui l’Arcangelo Gabriele disse: Ave Maria, sino al parto nel quale mia madre, che ora è santa, si sgravò di me, ‑ questo fuoco [pianeta di Marte] venne a riaccendersi sotto i piedi della costellazione del Leone cinquecentottanta volte. ‑ I miei antenati ed io nascemmo in quel sito ove il cavallo che corre veloce nel vostro giuoco annuale [cioè in Firenze, per S. Giovanni, ove si correva il palio dei cocchi], incontra prima l’ultimo sestiere. ‑ Ti basti udir questo dei miei maggiori: chi furono essi e da qual luogo vennero [in Firenze] è meglio tacere che parlarne. ‑ Tutti gli uomini atti alle armi che a quel tempo erano ivi [a Firenze] tra la statua di Marte e il Battistero, erano la quinta parte di quel che sono adesso. ‑ Ma il popolo cittadino che ora è misto dei contadini di Campi, di Certaldo e di Figline [luoghi dei contado di Firenze] allora non era mescolato sino all’ultimo artigiano. ‑ Oh quanto sarebbe stato meglio aver vicine quelle genti di cui parlo ed aver il vostro confine al Galluzzo o a Trespiano, ‑ che averle dentro la città come concittadine e domestiche e dover tollerare il puzzo del villano di Aguglione [intende parlare di messer Baldo] e del villano di Signa [un Bonifazio da Signa] il quale è divenuto molto destro nel far baratterie. ‑ Se la gente [romana] che dal santo istituto più traligna non fosse divenuta matrigna agli imperatori ma fosse stata loro benigna, come suole essere la madre verso il figliolo, – un tale, che ora è divenuto fiorentino e baratta e mercanteggia, sarebbe invece tornato a Simifonte sua terra natale [Simifonte è un castello in Val d’Elsa distrutto dai fiorentini nel 1022. Non si capisce di chi il poeta abbia voluto parlare], dove il suo avo andava elemosinando. ‑ Montemurlo sarebbe ancora posseduto dai conti Guidi: i Cerchi sarebbero ancora nella pieve dì Acone [in Val di Sieve] e Buondelmonti in Val di Greve. ‑ La confusione delle persone fu sempre principio del male della città di Firenze, come è principio del male del corpo la mescolanza dei cibi diversi. ‑ Ed un toro cieco cade più presto di un agnello cieco, e molte volte una sola spada taglia più o meglio di cinque spade. Se tu guardi Luni [città già capo della Lunigiana, oggi distrutta] e Urbisaglia [città nel territorio di Macerata, ora castello] come andarono in distruzione e come dietro ad esse ne vanno in distruzione Chiusi e Sinigallia, ‑ non ti parrà più cosa nuova né difficile a credersi udire come le schiatte si disfanno poiché anche le città hanno un termine. ‑ Tutte le vostre cose hanno la loro morte come l’avete voi, ma la morte di ciascuna cosa che dura molto si cela a voi che avete una corta vita. ‑ E come il pian del cielo della luna è cagione che i lidi incessantemente si scoprano e si ricoprano [flusso e riflusso], così la fortuna è cagione che Fiorenza ora sia piena ed ora scarsa di abitanti. ‑ Per cui non deve far meraviglia ciò che io dirò degli antichissimi fiorentini la cui fama è nascosta nella vetustà dei tempi. ‑ Io vidi gli Ughi e vidi i Catellini, i Filippi, i Greci, gli Ormanni e gli Alberichi, illustri cittadini di un tempo, esser già venuti in decadenza di fortuna e di potere e ridotti a pochi. ‑ E vidi tanto esser più grandi quanto più antichi quel dell’Arca e quello di Sannella e Soldanieri e Ardinghi e Bostichi. ‑ Sopra porta S. Pietro, la quale al presente è aggravata da una non più udita fellonia di tanto peso che ben presto sarà la perdizione della repubblica, ‑ sopra alla porta, abitavano in antico i Ravignani dai quali è disceso il conte Guido e chiunque poscia si è denominato dal nobile Bellincione. ‑ Il primogenito della famiglia, della Pressa sapeva già l’arte di ben governare ed in casa dei Galigai erano già i distintivi della nobiltà, cioè di aver dorata l’elsa e il pomo della spada. ‑ Illustre era già la famiglia [dei Pigli] che aveva nello scudo la colonna del colore del vaio; illustri erano le famiglie Sacchetti, Giuochi, Sifanti, Barucci, Galli e coloro [i Chiararnontesi] che si vergognano per lo staio falsato. ‑ Grande era il ceppo dal quale nacquero i Calfucci e già Sizi ed Arrigucci erano chiamati ad occupare i posti delle supreme magistrature della repubblica. ‑ Oh, in quale eminente nobiltà vidi io coloro che per la loro superbia sono già distrutti ed avviliti; e di quanto ornamento era a Firenze in tutte le sue grandi intraprese la famiglia che ha per sue armi le palle d’oro. Similmente adornavano Firenze gli antenati di quelle famiglie che, ogni volta è vacante la sede della vostra chiesa, s’ingrassano stando radunati insieme a consultare sulla economia della sede vacante. ‑ La presuntuosa schiatta, la quale diventa come drago perseguitando il timido che fugge, e diventa agnello con chi le mostra i denti ovvero le fa sperar denaro; già sorgeva ma da gente bassa, così che Ubertin Donato, nobilissimo, non volle che suo suocero gli facesse stringer parentela con quella ignobile schiatta. ‑ La famiglia dei Caponsacchi, di discesa da Fiesole, abitava nella contrada di Mercato Vecchio, e Giuda Guidi e la famiglia degl’Infangati erano buoni cittadini. ‑ Io dirò cosa incredibile e vera: nel piccolo cerchio della città si entrava per una porta che prendeva nome dalla famiglia della Pera. ‑ Ciascuno che porta nello scudo la bella insegna del gran Barone [Ugo] di cui il nome e il pregio rende più pomposa la festa di Tommaso, ‑ ebbe titolo di cavaliere e privilegi di nobiltà dal barone: sebbene colui che fa suo stemma quello di Ugo e cinge di un fregio d’oro, oggi, fatto nemico dei nobili, parteggi col popolo. ‑ Già le famiglie Gualterotti ed Importuni stavano quiete in borgo [SS. Apostoli] e anche oggi tutto il borgo sarebbe in pace se i nominati cittadini non avessero avuto la compagnia di nuovi vicini. La famiglia degli Amidei, onde ebbe origine il vostro pianto [la divisione, di Firenze in Guelfi e Ghibellini] pel giusto sdegno degli stessi Amidei che vi ha cagionati molti danni e stragi e che ha posto fine al vostro viver lieto; ‑ era onorata essa e le sue famiglie consorti. O Buondelmonte, quanto gran male non fu l’aver tu, per effetto degli altrui malvagi impulsi, fuggito le nozze con quella famiglia. ‑ Molti che ora sono tristi sarebbero lieti se Iddio ti avesse fatto annegare nel fiume Ema la prima volta che tu venisti a Firenze. ‑ Ma invece che Buondelmonte annegasse nell’Ema, bisognava che Firenze, negli ultimi giorni di pace e di concordia, sacrificasse Buondelmonti a quella rotta statua di Marte che guarda Ponte Vecchio. Con queste famiglie e con altre insieme, io vidi Fiorenza in tale stato di pace e di riposo, che non aveva alcuna cagione di piangere. ‑ Con queste famiglie io vidi il suo popolo tanto glorioso e tanto giusto che l’insegna del suo giglio, non essendo mai venuta in mano dei nemici, non era stata mai da essi posta a rovescio sull’asta, ‑ né era mai il giglio fatto vermiglio per effetto di partiti faziosi.

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto XV

La benigna volontà nella quale si fa conoscere la perfetta carità, in quel modo che in una maligna volontà si palesa la cupidità, ‑ questa buona volontà fece tacere il canto di quella croce luminosa e fece cessare il suono di quelle sante corde le quali la destra di Dio, queste allentando e quelle tirando, contempera ad una divina armonia. ‑ Come saranno sordi alle mie giuste preghiere, quegli spiriti beati i quali furono concordi a tacere per invogliarmi a pregarli? ‑ Ben è giusto che sia tormentato per sempre chi per amore di cosa che non dura eterna, si dimentica di quella carità! ‑ Quale per i sereni, tranquilli e puri notturni scorre ad ora ad ora un fuoco scintillante facendo muovere per subita scossa gli occhi che se ne stavano divagati a loro agio, ‑ e sembra stella che passi da uno in altro luogo, se non che dalla parte donde si scorge partirsi quel fuoco, nessuna stella viene a mancare in cielo, e dopo breve durata si spegne; ‑ tale uno degli spiriti lucenti di quella risplendente costellazione corse dal braccio destro della croce, al piede di essa; ‑ né quello spirito, nel suo muoversi, si partì dalla croce, ma trascorse entro alla striscia lucente in modo che parve scorrere in un fuoco vivo dietro ad una trasparente lamina di alabastro. ‑ Con pari affetto si mosse l’ombra di Anchise, quando nei campi Elisi si accorse del figliuolo, se merita fede il maggior poeta epico dell’Italia [Virgilio, En., lib.VI]. ‑ «O sangue mio, o divina grazia in te sovrabbondante! A chi fu mai, come sarà a te, dischiusa due volte la porta, del cielo?» ‑ Così parlò quel lume, onde io rivolsi a lui la mia attenzione; poscia rivolsi lo sguardo alla mia donna e dalla parte di quel lume restai stupefatto; ‑ perché dentro agli occhi di Beatrice sfavillava un tal riso che io credei di esser giunto con i miei occhi e veder l’ultimo termine della grazia divina e dalla beatitudine a me destinata. ‑ Indi lo spirito giocondo a vedersi ed a udirsi aggiunse al principio del mio parlare tali cose che io non intesi, tanta fu la profondità del suo parlare. ‑ Né il parlare mi si rese misterioso per sua libera elezione, ma per necessità, poiché il suo concetto si fece superiore alla nostra mortale intelligenza. ‑ E quando l’intensità dell’ardente affetto si fu cosi sfogato che il suo parlare si fece meno profondo e più adatto alla capacità dell’intelletto umano, ‑ la prima cosa che io intesi fu: «Sii benedetto, o Dio, tre ed uno, che verso la mia prosapia sei tanto cortese». ‑ E proseguì: «Tu, o figlio, mercé quella Donna che ti diede forza e valore a salire quassù, hai fatto cessare in me, che sono dentro a questo splendore, un grato e lungo desiderio, ‑ che si è in me eccitato leggendo il tuo venire nel gran volume divino, in cui non si mutano né le pagine bianche né le scritte. ‑ Tu credi che il tuo pensiero passi a me dal primo pensiero creatore, al modo stesso che dalla unità una volta conosciuta risulta il cinque ed il sei ed ogni altro numero. ‑ E però non mi domandi chi io sia e perché sembri a te più pieno di gaudio che alcun altro di questa turba festante. ‑ Quel che tu credi è vero, perché gli spiriti tanto di maggiore come di minor grado di gloria in questa vita beata guardano in Dio in cui, prima che tu pensi, fai manifesto il tuo pensiero. ‑ Ma affinché quell’ardente carità, onde io sempre veglio guardando in Dio, e che m’empie di dolce desiderio verso di te, sia meglio soddisfatta, ‑ la tua voce sicura e fidente manifesti il tuo volere e il tuo desiderio, al quale è già preparata la mia risposta ». ‑ Io mi rivolsi a Beatrice ed essa, prima che io parlassi, m’intese e con volto ridente mi fece un cenno di approvazione che fece più pronta ed animosa la mia voglia; ‑ poi cominciai così: «Il sentimento dell’animo e l’attitudine a bene esprimerlo, si fecero in ciascuno di voi di un medesimo valore, appena che Iddio vi si rese visibile per mezzo della luce sua beata. – Perché in voi il sentire e il sapere, davanti al sole che vi illuminò ed infiammò colla sua luce e col suo calore, sono così uguali che ogni paragone per dimostrare tanta eguaglianza, è insufficiente. ‑ Ma la facoltà di volere e quella di sapere e poter fare, non volano del pari per la ragione che voi ben conoscete. ‑ Onde io, che sono uomo mortale, mi sento ancora in questa disuguaglianza e perciò non ringrazio se non col cuore la festa che tu mi hai fatto con affetto paterno. ‑ Ben supplico te, o vivo topazio che ingemmi questa croce, perché tu appaghi il mio ardente desiderio svelandomi il tuo nome». Egli, rispondendo, così diede principio a parlare: «O mio discendente, in che io mi compiacqui anche aspettando, io fui il tuo autore». ‑ Poscia mi disse: «Colui dal quale la tua prosapia ha preso il cognome degli Alighieri e che per cento e più anni ha girato il monte del purgatorio nel primo cerchio [ove sono puniti i superbi] ‑ fu mio figliuolo e tuo bisavolo; egli è ben giusto che tu, con le tue opere pie fatte in suffragio di lui, gli accorci la lunga ed affannosa pena che deve sostenere. ‑ Fiorenza, mentre fu nel circuito delle antiche mura, donde ella prende ancora le ore di terza e di nona, stava in pace, sobria e pudica. ‑ Non aveva collane, non corone preziose non donne calzate di contigie [specie di calze solate di cuoio], non cinture che dessero nell’occhio e traessero gli sguardi altrui più che la persona stessa. ‑ La figlia, nascendo, non faceva ancora paura al padre, perché il tempo e la dote non uscivano né per troppo né per poco dalla giusta misura. ‑ Firenze allora non aveva case vuote di famiglia; non vi era ancora giunto Sardanapalo [ultimo re degli Assiri, uomo dato a tutte le libidini] a mostrar ciò che si può fare in camera. ‑ La veduta di Montemalo [o Montemario, cioè la veduta di Roma] non era ancora superata dalla veduta del vostro Uccellatoio [monte prossimo a Firenze dal quale si gode la prospettiva della città], la quale. come nel suo ingrandimento vince quel di Roma, così la vincerà nel suo deperimento. ‑ Io vidi Bellincion Berti [fu dei Ravignani, di nobile famiglia fiorentina e padre della famosa Gualdrada] andar colla cintura di cuoio e colla fibbia d’osso, e vidi la sua donna tornare dallo specchio senza belletto nel viso; ‑ e vidi i signori della famiglia dei Nerli e di quella Del Vecchio [nobili casati fiorentini] contentarsi di andar vestiti semplicemente e le loro donne contentarsi del fuso o della conocchia. ‑ O fortunate esse! ed ognuna era sicura della sua sepoltura e nessuna era ancora lasciata in abbandono dal marito che, per avidità di guadagno, andasse a mercanteggiare in Francia. – L’una vegliava a cura e governo della culla e per acquietare il bambino piangente usava quelle stesse voci infantili che tanto divertono i padri e le madri in bocca ai bimbi loro; ‑ l’altra, svolgendo la lana della rocca e filando, rammentava colla sua famiglia quei popolari racconti meravigliosi che allora correvano in proposito dei Troiani, di Fiesole e di Roma. ‑ A quei tempi avrebbero fatto meravigliare la gente costumata le male parole di una Cianghella [della nobile famiglia della Tosa, fu maritata ad uno degli Alidosi da Imola e, rimasta vedova, si diede a vita corrotta], un Lapo Saltarello [giureconsulto fiorentino,uomo litigioso], come in questi nostri tempi farebbero meravigliare le virtù di Cincinnato [dittatore e agricoltore romano] e di Cornelia [madre di Gracchi]. ‑ La Vergine Maria, invocata da mia madre ad alte grida nei dolori di parto, mi diede a così pacifico vivere dei cittadini di quel tempo, a così fida cittadinanza, a così dolce soggiorno; ‑ ed io fui insieme cristiano e Cacciaguida nell’antico fonte battesimale. ‑ Moronto ed Eliseo furono miei fratelli; la mia donna venne dalla Valle del Po [dal Ferrarese] e da essa derivò il tuo soprannome [Alighieri] ‑ Poi seguii l’imperatore Corrado [Corrado III della casa Hohenstauffen di Svevia], ed egli mi onorò del titolo di suo cavaliere, tanto gli fui caro pel mio virtuoso operare. ‑ Lo seguii nella spedizione contro la pessima legge di Maometto [accenna alla II crociata], il cui popolo, per colpa del pontefice romano, usurpa i luoghi di Terra Santa che per giustizia sono dei Cristiani. ‑ In quella crociata io, per opera di quella turpe gente maomettana, fui sciolto dal legame del mondo il cui amore imbratta e deforma molte anime; e venni a questo luogo di pace».

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto XIV

L’acqua di un vaso rotondo si muove dal cerchio al centro o dal centro al cerchio secondo che è percossa fuori o dentro. ‑ Questo che io dico mi cadde subito in pensiero tosto che l’anima gloriosa di Tommaso tacque, ‑ e ciò per la somiglianza del parlare di lui e quello di Beatrice, alla quale, dopo di lui [Tommaso] così piacque di cominciare: ‑ «Costui [Dante] ha bisogno di andare a fondo di un altro vero per conoscere la ragione ed intanto non ve lo dice né colla voce e neanche coi pensiero, perché nemmeno vi pensa. ‑ Ditegli se la luce, onde si adorna la nostra sostanza, rimarrà eternamente con noi come è ora: e se rimarrà, ditegli come potrà essere che questa luce non rechi fastidio agli occhi vostri, quando sarete divenuti di nuovo visibili, pur dopo la resurrezione dei corpi». ‑ Come coloro che cantano danzando in giro, alcuna volta spinti e trasportati da più letizia rinforzano le voci e avvivano i loro movimenti; ‑ così alla franca ‑ e riverente domanda le corone dei santi mostrarono nuova gioia nel muoversi leggermente in giro e nel mirabile canto. ‑ Chi si lamenta perché in questo mondo si debba morire per passare a vivere in cielo, certo lo fa perché non vide qui il gaudio che la pioggia eterna del beatifico lume produce nei beati. – Quell’Ente che è uno in tre persone e tre in una sola persona e quell’Uomo‑Dio che è uno nella sua doppia natura, vive sempre e regna sempre e che, essendo infinito, tutto contiene in sé, ‑ era cantato tre volte da ciascuno di quegli spiriti con tal melodia che sarebbe giusta rimunerazione a qualsiasi merito. ‑ Ed io, in mezzo alla luce più risplendente del cerchio interno a me più vicino, udii una voce modesta [di Salomone] qual fu la voce dell’Angelo quando disse: Ave Maria, la quale [la voce] rispose: ‑ «Per tutta l’eternità, tanto il nostro amore raggerà d’intorno questo lume di cui l’anima nostra si ammanta. ‑ La sua chiarezza è in misura della nostra carità verso Dio, e questa è una misura della visione onde siamo fatti beati da Dio, ed è tanto più chiara e viva, quanto è maggiore la grazia che ci avvalora la vista. ‑ Quando noi ci rivestiremo della santa e gloriosa carne, la nostra persona, per essere nella sua integrità e perciò più perfetta, sarà a Dio più gradita. ‑ Per cui si accrescerà in noi il gratuito dono che Iddio ci fa del suo lume beatifico: lume che ci fa capaci a vedere Iddio; ‑ onde deve per conseguenza crescere la visione, crescere l’ardore della carità, che si accende in noi in virtù della visione, e crescer la luce di gloria che si diffonde intorno. ‑ Ma come il carbone che produce la fiamma e colla vivacità del proprio splendore la vince, in modo che la vista del carbone si difende; ‑ così la visibilità di questa fulgida luce che ci circonda, sarà vinta dalla lucentezza del nostro corpo, che si trova tuttavia ricoperto dalla terra; ‑ né sì gran lume potrà infastidirci, perché gli organi del corpo saranno forti a sostenere le impressioni di tutto ciò che ci potrà dilettare». ‑ I due corpi dei beati spiriti mi parvero tanto pronti e vogliosi di dire: Amen [così sia], che mostrarono desiderio di esser riuniti ai loro corpi lasciati sulla terra; ‑ forse non per loro soltanto, ma per le madri, i padri e gli altri che furono loro cari, prima che fossero splendori sempiterni nel Paradiso. – Quand’ecco al di là delle due corone di sfavillanti spiriti, nascere intorno un altro lume di chiarezza uguale in tutti i punti, a guisa di un orizzonte che divenga chiaro. ‑ E come al salire che fanno le prime ombre della sera cominciano pel cielo nuove apparizioni, sicché la vista di esse è tanto scarsa [per la luce solare che ancora si mostra], che pare e non pare che sia vera; – così lì mi parve di cominciare a vedere nuove sostanze e descrivere un cerchio fuori delle altre due circonferenze. ‑ O vera luce sfavillante, irradiata dallo Spirito Santo, come rifulse subitanea e vivissima agli occhi miei che, abbagliati, non la soffrirono! ‑ Ma Beatrice mi si mostrò così bella e ridente che io sono costretto a lasciarla tra gli altri oggetti veduti che non restarono impressi nella memoria. – Quindi i miei occhi riacquistarono vigore a riaversi dal loro abbagliamento e mi vidi trasportato a più alto grado di beatitudine. ‑ Io mi accorsi bene di essere asceso, per l’infuocato sfavillare della stella che mi pareva più rosso del consueto. ‑ Con tutto il cuore, e col linguaggio dell’anima, che è uno in tutti, feci ringraziamento a Dio, qual si conveniva alla nuova grazia; ‑ e non era ancora esausto nel mio petto l’ardore, quando conobbi essere stato questo ringraziamento accetto e gradito; ‑ perché mi apparvero splendori così lucenti e così rossi dentro a due liste luminose, che io dissi: «O eccelso Iddio, che così gli adorni! ‑ Come Galassia [la via lattea] punteggiata di lumi minori e maggiori, biancheggia fra i soli del mondo, così che fa dubitare uomini molto saggi; così quelle due liste luminose, seminate di grandi e piccole stelle, facevano dentro il corpo del pianeta Marte quel venerabile segno [la croce] che in un circolo fanno due diametri che, intersecandosi ad angolo retto, congiungono i quadranti del circolo. ‑ Qui il mio ingegno rimane vinto da ciò che mi ricordo di aver veduto in quella croce; perché in essa capeggiava Cristo, così che non so trovare similitudine degna per descriverlo convenientemente. – Ma chi prende la sua croce e segue Cristo, mi scuserà fin d’ora se io tralascio di descrivere il meraviglioso incanto di quella croce che mi apparve, vedendo nell’albore di essa balenar Cristo. ‑ Da un’estremità all’altra delle braccia e da capo ai piedi della croce, si muovevano spiriti luminosi, scintillando maggiormente al punto in cui le due liste s’incrociano, dove gli spiriti s’incrociavano e trapassavano. ‑ In tal modo qui in terra gli atomi dei corpi, quali lunghi e quali corti, si vedono muovere e nuotare in varie forme, cangiando apparenza ad ogni momento, ‑ entro quella striscia di luce onde talvolta è listata l’ombra che gli uomini con arte e con modi ingegnosi si acquistano per ripararsi dal sole. ‑ E come giga ed arpa con più corde insieme armonizzate, toccano piacevolmente gli orecchi anche a chi non intende l’arte musicale; ‑ così dagli spiriti luminosi che li mi apparirono, si raccoglieva per la croce una melodia, che mi rapiva senza che io intendessi nulla di quell’inno. ‑ Io ben mi accorsi che quella melodia esprimeva altre lodi, perché intesi queste parole: Risorgi e vinci, come uno che ode qualche parola senza intenderne il significato. ‑ Io mi innamorava tanto di questa melodia, che fino a quel punto non vi fu alcuna cosa che mi legasse l’animo con più dolci legami. – Forse questa ultima mia espressione sembra troppo ardita, venendo io a posporre ad altra cosa il piacere dei begli occhi di Beatrice, mirando i quali si acquieta ogni mio desiderio. Ma chi considera che i cieli, vivi suggelli di ogni bellezza, operano con più attività quanto più si avvicinano all’empireo, e che io in quel luogo non aveva ancora rivolto lo sguardo agli occhi di Beatrice, ‑ mi può scusare e può ben vedere che io dico il vero perché non mi si è ancora aperto in questo cielo il piacere santo degli occhi di Beatrice, ‑ perché tal piacere, a mano a mano che si sale in alto, si fa più puro.