Archive for gennaio 2010

gen292010

La Divina Commedia – Paradiso – Canto XXXIII

Vergine madre, figlia del tuo figlio, umile di cuore ed eccelsa per dignità sopra tutte le creature, oggetto immutabile del più grande dei consigli di Dio; ‑ tu sei colei che nobilitasti sì fattamente l’umana natura, che il suo Creatore non sdegnò di farsi uomo. ‑ Nel tuo ventre si riaccese verso l’umana generazione l’amore di Dio, dall’ardore del quale amore è così germogliato in Paradiso, questo consesso di anime beate. ‑ Qui in cielo sei a noi un vivo sole di carità, e laggiù fra i mortali, sei vivifica fontana di speranza. ‑ Donna sei tanto grande e puoi tanto appresso Dio, che chiunque vuol grazia e non ricorre a te, vuol cosa impossibile. ‑ La tua benignità non solamente soccorre chi domanda, ma molte volte spontaneamente previene la domanda. ‑ In te si aduna misericordia, in te pietà, in te magnificenza, in te tutto quanto è di bontà nelle creature. ‑ Or questi [Dante] che dal più profondo lago infernale, che è centro dell’universo, fino a qui ha vedute le vite degli spiriti in tutti e tre i regni, ti porge suppliche per ottenere grazia di forza visiva, tanto che possa levarsi più alto verso Dio, ultimo termine della beatitudine. ‑ Ed io che mai desiderai di veder per me, più di quello che desidero che veda egli, ti porgo tutti le mie preghiere, e prego che non manchino di effetto, ‑ affinché tu con tue preghiere dissipi da lui ogni nebbia proveniente dalla sua mortale condizione, sicché il sommo piacere [Dio] si faccia a lui apertamente vedere. ‑ O Regina, che puoi ciò che tu vuoi, ti prego affinché dopo così meravigliosa visione del paradiso e di Dio, tu gli conservi sani i suoi affetti. ‑ La tua custodia vinca i moti delle umane passioni: vedi Beatrice con quanti beati chiudono in atto supplichevole le mani verso di te, affinché tu esaudisca le mie preghiere». ‑ Gli occhi di Maria Vergine, da Dio diletti e venerati, fissi nell’oratore [in San Bernardo] mi dimostrarono quanto sono a lei graditi i devoti preghi. ‑ Indi si volsero all’eterno lume [a Dio] nel quale non si può credere che altro occhio di creatura miri con altrettanta chiarezza. ‑ Ed io, che mi appressava a Dio, acquietai in me, com’era naturale, l’ardore del desiderio. ‑ Bernardo, sorridendo per la grazia che io aveva ricevuta di giungere a tanta altezza, mi faceva cenno affinché alzassi gli occhi a Dio; ma io li aveva già alzati siccome egli voleva. – Perciò che la mia vista diventando più pura e sempre più crescendo per la divina grazia infusami, penetrava nella immensa luce divina, che ha la verità e la ragione di sua esistenza in se medesima. ‑ Da questo punto in poi ciò che io vidi fu maggiore che la favella umana, la quale è incapace a descrivere quella visione, e la memoria cede a tanto soperchio. ‑ Qual è quell’uomo che vede alcuna cosa in sogno: e dopo il sogno rimane in lui impresso l’affanno o l’allegrezza cagionata dal sogno, ed esso non torna più alla memoria; ‑ tal sono io; ché la mia visione è quasi tutta spenta, e la dolcezza che nacque da essa mi distilla ancora nel cuore. ‑ Così la neve perde, sciogliendosi ai raggi del sole, la sua forma, così l’oracolo della Sibilla nelle lievi foglie perdevasi al vento. ‑ O Somma luce che tanto ti innalzi al disopra degli umani concetti, ridona alla mia memoria una rimembranza di quello che mi apparve quand’io ti rimirava, ‑ e fa’ la mia lingua tanto possente che possa lasciare descritta alla gente futura una sola favilla della tua gloria – perché tornando alla mia memoria questa tua gloria da me veduta e risuonando un poco in questi versi, ‑ si acquisterà dalla gente una maggiore idea di quella tua magnificenza e splendore, onde superi e vinci ogni intelletto. ‑ Io credo che, se pur l’acume ch’io soffersi del vivo raggio divino che soverchiava la vista, i miei occhi si fossero rivolti da esso raggio in altra parte, mi sarei smarrito né l’avrei più potuto fissare. ‑ E mi ricordo che per questo motivo io mi feci più forte a sostenere l’acume del detto raggio, tanto che vidi Dio nella sua essenza. ‑ O abbondante grazia per la quale io fui ardito addentrarmi collo sguardo nell’abisso dell’eterna luce, tanto che vi spiegai tutta quanta la forza della mia vista! ‑ Nel profondo della divina essenza vidi racchiudersi legato insieme in un volume con dolce vincolo d’amore, tutto quanto per il creato si manifesta diffuso. ‑ Le sostanze e gli accidenti e le loro proprietà e modi di operare, tutti collegati in modo così meraviglioso ed ineffabile che ciò che io dico non è che un semplice schizzo di luce. ‑ Credo di aver visto l’idea eterna, che è forma universale di tutto il creato, e in cui si annodano tutti gli enti con meravigliosa armonia, perché rammentando queste cose sento che il cuore mi si espande per somma letizia. Un punto solo del tempo scorso dopo la mia beata visione mi cagiona dimenticanza maggiore, che non hanno apportato venticinque secoli alle particolarità di quella spedizione che fece meravigliare Nettuno, sopra la nave di Argo, che fu la prima a far ombra sopra la superficie del mare. ‑ Così la mia mente, tutta sospesa fra la meraviglia e lo stupore, mirava fissa, immobile ed attenta, e quanto più mirava tanto più si faceva viva e chiara. ‑ A quella luce si diventa tali che il voler distogliere da lei lo sguardo per mirare altra cosa, non riesce mai possibile; ‑ perché il bene, che è oggetto proprio della volontà, tutto sì accoglie in quella luce divina e ciò che in essa è perfetto bene, fuori di essa è imperfetto. ‑ Da qui in avanti, il mio parlare, anche a riferir quel poco solamente che mi ricordo, sarà più monco ed incompleto che quello di un bambino non ancor divezzato dal latte [che comincia a balbettar qualche parola]. ‑ Non perché nel vivo lume [in Dio] che io mirava fosse varietà di aspetti, essendo egli qual era o sarà sempre nell’eternità, semplice ed immutabile; ‑ ma la mia vista, avvalorandosi nel mirare in lui, la sua faccia una e medesima si cangiava in riguardo a me e si trasmutava in meglio al mutarsi della mia virtù visiva. ‑ Nella divina luminosa essenza mi sembrò vedere tre giri di tre colori e di una stessa misura; e il primo pareva proveniente dal secondo. come si riflette Iride da Iride, e il terzo giro pareva fuoco che spirasse dall’uno e dall’altro dei due giri. – O quanto è insufficiente il mio dire e come è inefficace ad esprimere il mio concetto! e questo in paragone di quel che vidi, è sì scarso, che la parola poco non basta ad esprimere pienamente questa scarsezza. ‑ O luce eterna che sola in te risiedi, sola t’intendi, ed intendente ed intesa da te stessa, ti ami e ti compiaci in te medesima! ‑ Quella delle tre luci circolari che pareva procedere da te come il raggio riflesso procede dal raggio diretto, alquanto dagli occhi miei guardata intorno, ‑ mi pareva in sé stessa dipinta dell’umana effige, ma col colore stesso della divinità, la onde la mia vista tutta era intesa alla detta circolare luce. ‑ Qual è il geometra che tutto si riconcentra nei suoi pensieri per cercare la quadratura del circolo, e pensando non ritrova quella verità di cui egli abbisogna per la soluzione del problema; ‑ tale io era a quella nuova visione: io volevo comprendere come al detto secondo giro si convenne l’effige umana, e come questa, quasi in proprio suo luogo, vi s’innesta; ‑ ma le forze del mio intelletto non erano da tanto, se non che la mente fu percossa da uno splendore mosso da una grazia divina, con che venne [giunse] alla meta dei suoi desideri. ‑ Qui all’alta visione mancò la potenza, ma già Iddio che muove il sole e le altre stelle, volgeva il mio desiderio e il mio volere concordemente al volere di lui, siccome ruota che in ogni parte è mossa ugualmente.

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto XXXII

San Bernardo, fisso sempre cogli occhi in Maria Vergine, spontaneamente assunse l’ufficio di istruirmi, e cominciò queste sante parole: ‑ «Quella che è tanto bella ai piedi di Maria, è colei che colla sua disobbedienza aperse ed inasprì la piaga del genere umano, la qual piaga Maria medicò e guarì partorendo il divino Redentore. ‑ Nel terzo grado, di sotto a costei siede, come tu vedi, Rachele [figura della vita contemplativa] con Beatrice. ‑ Così tu puoi vedere Sara [moglie di Isacco], Giuditta [uccise Oloferne e fu la liberatrice di Betulla] e colei [Ruth moglie di Booz] bisavola del re David che, per dolore del suo peccato, si rivolge a Dio col salmo: Miserere mei, le quali, di grado in grado si succedono una all’altra, come le vedo io che, chiamandole col proprio nome, vo giù per la rosa di foglia in foglia [d’ordine in ordine]. ‑ E dal settimo grado in giù, succedono altre donne ebree come quelle precedenti, formando una linea che attraversa e divide tutti i gradi del cerchio: ‑ perché queste donne sono come un muro dal quale dividonsi questi ordini di beati, secondo il modo con che la loro fede guardò in Cristo. – Da questa parte ove tutti gli scanni sono pieni, sono assisi tutti quelli che credettero nel futuro Messia. – Dall’altra parte, dalla quale i semicircoli sono interrotti da spazi vuoti, stanno quelli che mirarono a Cristo già venuto e credettero in lui. E come da questa parte il glorioso scanno della Regina del Cielo e gli altri scanni sottoposti ad esso fanno tale linea di distinzione; così fa dalla parte opposta [di faccia alla gran Vergine] lo scanno di San Giovanni Battista, che sempre santo, sofferse l’asprezza del deserto, il martirio e finalmente due anni di Limbo; ‑ e sotto di lui così ebbero in sorte di formare la linea di divisione Francesco, Benedetto ed Agostino, e gli altri di gioia in gioia fino a quaggiù. ‑ Or considera l’alta provvidenza divina: che con l’una e l’altra schiera di beati farà pieno per ugual modo questo giardino. E sappi che dal grado che di qui taglia in croce le due file di divisione, siedono quelli che sono beati non per proprio merito, ma per merito di Gesù Cristo con certe condizioni, perché tutti questi sono spiriti che furono sciolti dai legami del corpo prima che fossero nello stato di discernere e di eleggere liberamente tra il male e il bene. ‑ E te ne puoi ben accorgere dai volti ed anche dalle voci puerili, se tu li guardi e li ascolti con attenzione. ‑ Or tu hai un dubbio, e mentre dubiti te ne stai in silenzio, ma io ti scioglierò la forte difficoltà nella quale sei tratto dai tuoi sottili pensamenti. ‑ In questo ampio regno [in Paradiso] non può aver luogo alcun evento casuale, come non vi possono aver luogo tristezze; ‑ perché, quanto mai vedi qui è stabilito in maniera che ad ogni grado di merito corrisponde uguale grado di gloria, a quel modo che al dito corrisponde ben fatto anello. ‑ E però questa gente [i bambini] affrettata a vera vita, non senza cagione è disposta in gradi diversi di beatitudine. – Iddio, per cui questo Paradiso ha posa e felicità in tanto amore ed in tanto gaudio che nessuna volontà si è mai innalzata a desiderare di più, ‑ creando nella giocondità del suo volto tutte le menti, le dota di gradi diversi di grazia secondo il suo beneplacito, e quanto a ciò basti sapere il fatto. – E ciò chiaramente ed espressamente ci si manifesta nella Santa Scrittura, in quei due gemelli [Esaù e Giacobbe] che nel grembo materno ebbero contrasto ed ira. ‑ Però il lume beatifico conviene si faccia corona di gloria alle anime, secondo il colore dei capelli di cotale grazia. – Dunque, senza merito di loro opere, differendo solamente nella primiera attitudine a mirar Dio più o meno d’appresso, sono collocati per differenti gradi di gloria. ‑ Bastava certamente nei primi secoli, quando il mondo era recente, che la fede dei parenti si unisse, all’innocenze dei bambini perché questi sì salvassero. – Poiché furono compite le prime età, fu necessario ai bambini maschi, per volare al cielo, acquistar forza alle ali innocenti col mezzo della circoncisione. ‑ Ma venuto che fu il tempo della legge di grazia, tali bambini innocenti, morti senza il perfetto battesimo di Cristo. furono internati nel Limbo. ‑ Guarda ormai nel volto di Maria che più si assomiglia a Cristo, perché la sua sola chiarezza ti può disporre a veder Cristo». ‑ Io vidi sopra di essa piovere tanta allegrezza, portata, quasi in altrettanti vasi, dagli angeli destinati a trapassare volando dal trono di Dio alle sedi dei beati e da queste al detto trono; ‑ che tutto quello che io avevo veduto prima di allora, non si tenne sospeso in tanta ammirazione, né mi mostrò cosa che tanto a Dio assomigliasse. ‑ E quell’angelo [Gabriele] che primo discese sulla rosa formata dai beati, cantando Ave Maria gratia plena, distese le sue ali dinanzi a Maria. ‑ La beata corte rispose da tutte le parti al divino canto, sicché l’aspetto di tutto il Paradiso brillò di luce più serena. ‑ Io dissi: «O santo padre, che per me soffrì di startene quaggiù, lasciando il dolce luogo nel quale tu siedi per eterna sorte, dimmi chi è quell’angelo che con sembiante di tanto godimento guarda negli occhi della nostra Regina, così innamorato che pare, di fuoco?» ‑ Così ricorsi nuovamente alla sapienza di colui che diveniva più bello per la riflettuta bellezza di Maria. come dei raggi del sole si abbellisce la stella del mattino [Venere]. ‑ Egli mi rispose: «Nobile contegno e leggiadria quanta può trovarsene in un angelo od in una anima, tutto è in lui, e così vogliamo che sia, – perché egli è colui che giù nel mondo portò la palma a Maria, quando il figliuolo di Dio volle portare il peso della nostra carne. – Ma seguimi ormai cogli occhi ed osserva, secondo che io ti verrò a mano a mano indicando, gli spiriti primari di questo impero di santità e di giustizia. ‑ Quei due [Adamo e S. Pietro] che seggono lassù più felici, per essere vicinissimi alla Imperatrice del Cielo, sono quasi due radici di questa candida rosa. ‑ Colui che le sta presso a sinistra è il padre Adamo, per il cui ardire a gustare il vietato pomo, l’umana specie gusta tanta amarezza. ‑ Dal lato destro vedi l’antico padre della Chiesa [San Pietro] a cui Cristo affidò le chiavi del Paradiso. ‑ E vicino ad esso siede colui [San Giovanni Evangelista] il quale prima di morire, nella sua estasi, vide e descrisse nell’Apocalisse le future calamità della Santa Chiesa che da Cristo fu acquistata mercé la lancia e i chiodi della sua passione, ‑ e vicino ad Adamo siede quel duce [Mosè] sotto di cui quel popolo ingrato, volubile e rivoltoso, si nutrì di manna. ‑ Dirimpetto a Pietro vedi sedere Anna, tanto contenta di mirare sua figlia che, quantunque canti Osanna a Dio, tiene sempre gli occhi accesi di amore fissi sopra di essa. ‑ E dirimpetto ad Adamo siede Lucia da cui fu mossa Beatrice in tuo soccorso, quando cogli occhi bassi per smarrimento ti affrettavi a ritornare nella selva. ‑ Ma poiché fugge il tempo di questa tua visione, che è quasi un sonno conceduto a te, per divina grazia, ci fermeremo come fa il buon sarto che fa la veste più o meno ampia secondo il panno che ha, ‑ e drizzeremo gli occhi a Dio, sicché guardando verso di lui tu, per quanto ti è possibile, ti addentri nel suo divino splendore. ‑ Ma affinché tu per avventura procedendo nella fiducia delle tue forze, mentre credi di farti innanzi, non abbia a retrocedere, bisogna che con l’orazione s’impetri grazia, ‑ da quella che può aiutarti: e tu seguimi affinché tu non disgiunga il tuo cuore dai miei detti». ‑ E cominciò questa santa orazione.

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto XXXI

La schiera delle anime beate che Gesù Cristo unì a sé per mezzo del suo sangue, mi si mostrava in forma di candida rosa; ‑ ma la schiera degli angeli che volando contempla e canta la gloria di Colui che la innamora e la bontà di Dio che la fece sì nobile, ‑ a somiglianza di una schiera di api che or si riposa sui fiori, or ritorna all’alveare dove il suo lavoro si converte in dolce miele, ‑ discendeva dentro il fiore luminoso che si adorna di tante foglie, e quindi si rialzava lì ove soggiorna Iddio. ‑ Avevano le facce tutte di viva fiamma e l’ali d’oro e il resto del corpo così bianco, che nessuna neve giunge a quel gradi di bianchezza. – Quando scendevano nel fiore di grado in grado comunicavano alle anime beate l’ardore e la pace che essi acquistavano battendo le mani in alto ed elevandosi a Dio. – Né lo interporsi di tanta e sì densa moltitudine di angeli volanti tra il disopra e il flore, impediva alla mia vista di salire a Dio, né impediva allo splendore di Dio di discendere agli occhi miei; ‑ perché la divina luce ha virtù di penetrare per l’universo secondo che ciascuna parte di esso ne è più o meno capace, sicché nessuna cosa può farle impedimento. ‑ Questo tranquillo e delizioso regno dei santi del vecchio e nuovo Testamento, aveva gli occhi e il desiderio interamente rivolti a Dio. ‑ O triplice luce che scintillando in un’unica stella alla loro vista li appaghi in tal modo, guarda quassù il disordinato e sconvolto stato dell’Italia. ‑ Se i Barbari, venendo da tal regione della terra [dal settentrione] sulla quale in ciascun giorno si muove l’Orsa Maggiore, che si aggira vicina alla costellazione del suo figliuolo [Boote] del quale essa è innamorata, ‑ vedendo Roma e la grandiosità delle sue opere, restavano stupefatti nel tempo in cui il Laterano fu superiore alle cose mortali; ‑ io che dall’umano era venuto al divino, e dal tempo all’eterno e dal popolo corrotto e folle di Firenze ad una società di giusti e perfetti cittadini ‑ di che stupore doveva essere ricolmato! Certo, posto in mezzo allo stupore e al gaudio, mi era diletto il non udir parlare e tacermi. ‑ E quasi pellegrino che si ricrea a guardare il tempio che fatto voto di visitare, e spera, ritornato a casa, di ridire ora a questi ora a quegli come esso sia fatto e che cosa contenga; ‑ così, spaziando distesamente per la viva luce io volgevo gli occhi per i gradini, or in alto e ora in basso, ora girando torno torno. ‑ Vedevo aspetti moventi a carità, fregiati del lume che emana da Dio e dal fulgore della propria letizia e vedevo movenze adorne del bello e delle attrattive di tutte le virtù riunite. ‑ Il mio sguardo aveva già tutta compresa la forma generale del paradiso, senza essersi ancora fissato in nessun punto particolare di esso; ‑ ed io, con voglia fortemente accesa, mi volsi per domandare a Beatrice cose intorno alle quali io avevo qualche dubbio che mi teneva sospeso. ‑ Una era la mia intenzione ed aspettativa ed altra cosa ben diversa corrispose alla mia aspettativa; credevo veder Beatrice e vidi invece un vecchio [San Bernardo] adorno di una veste simile a quella degli altri beati. ‑ Per gli occhi e per le gote aveva diffusa una benigna letizia in atteggiamento pietoso, quale si conviene ad un tenero padre. ‑ Ed io subito dissi: «Ella ov’è?» Ond’egli rispose: «Beatrice, a compiere il tuo desiderio, mi mosse dal mio seggio, e se tu guardi in alto nel terzo giro, partendo dal grado supremo, tu la rivedrai sul trono che i suoi meriti le diedero in sorte». ‑ Senza rispondere alzai gli occhi e vidi Beatrice che si faceva corona con i raggi eterni che da sé rifletteva. ‑ Alcun occhio mortale, per quanto si abbandoni giù in mare, non dista tanto da quelle regioni che più su tuona, ‑ quanto lì la mia vista distava da Beatrice: ma una tal distanza non era d’impedimento al mio vedere, perché la sua effige non discendeva a me frammista ad alcun corpo posto fra me ed essa. ‑ Allora io le dissi: «O donna in cui si mantiene vigorosa la mia speranza e che per la mia salute soffristi di lasciare impresse nel Limbo le orme dei tuoi piedi; ‑ dal tuo potere e dalla tua bontà riconosco la grazia e la forza di vedere tante e sì mirabili cose, quante sono quelle che ho vedute. ‑ Tu, da servo che io ero, mi hai tratto a libertà per tutte quelle vie, per tutti i modi che erano adatti a liberarmi dalla servitù. ‑ Custodisci in me gli alti tuoi doni, sicché l’anima mia che tu hai risanata, cara e gradita a te, si sciolga dal corpo». ‑ Così pregai, e Beatrice, così lontana come appariva, sorrise e mi guardò, poi si voltò a Dio, eterna fonte di bene. ‑ E il santo vecchio disse: «Acciocché tu conduca il tuo cammino perfettamente al Sommo, al qual fine mi mandò a te il pregar di Beatrice e la mia stessa carità verso di te, ‑ vola col guardo per questo giardino: perché la vista di esso ti farà più vivo lo sguardo, ad inoltrarti e penetrare nel divino splendore. ‑ E la Regina del cielo, onde io ardo tutto di amore, ci farà ogni grazia, perché io sono il suo fedele Bernardo». – Qual’è quell’uomo che forse dalla Croazia viene a vedere la nostra Veronica [il santo sudario in cui è impressa l’immagine di Cristo], che per antica faina non sì sazia di guardare, ‑ ma finché essa si tiene scoperta, dice dentro di sé: Signor mio Gesù Cristo, vero Dio, questa fu dunque la vostra sembianza? ‑ Tale era mirando la viva carità di colui [San Bernardo] che in questo mondo assaporò nelle sue contemplazioni quella beatitudine che ora gode. ‑ Egli cominciò: «Figliuol di grazia, guardando tu solamente quaggiù, non acquisterai piena conoscenza di questa beatitudine celeste, ‑ ma guarda i cerchi fino al più alto, tanto che tu arrivi a vedere dove siede Maria Vergine alla quale è suddito e devoto questo beato regno». ‑ Io alzai gli occhi, e come al mattino la parte orientale dell’orizzonte soverchia in luce quella ove il sole tramonta; ‑ così, girando gli occhi quasi dal fondo di una valle all’altezza di un monte, vidi nell’ultimo più alto cerchio una parte di esso vincer di luce le altre parti della sua circonferenza. E come in quella parte, ove si aspetta il timone del carro del sole, che Fetonte non seppe guidare, più s’infiamma il cielo, e fuor di questa parte, di qua e di là il lume perde la sua vivezza; ‑ così quell’orifiamma di pace si avvivava nel mezzo ove era e d’intorno la fiammante luce diveniva gradatamente più debole. – Ed in quel mezzo vidi più di mille angeli festanti colle ali tese, ognuno dei quali distinto per più o meno splendore e pel suo festeggiar più o meno giocondo. ‑ Vidi qui ai loro tripudi ed ai loro canti ridere una bellezza che faceva più lieti gli occhi dei santi che in lei rimiravano. ‑ E se io avessi nel dire tanta dovizia quanta ne ho nell’immaginare, non ardirei tentare d’esprimere la minima parte della delizia che porgeva l’aspetto di Maria. ‑ Bernardo, quando vide gli occhi miei fissi ed attenti nell’ardente fiamma di Maria, volse i suoi occhi a lei con tanto affetto, ‑ che fece gli occhi miei più bramosi di mirare.

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto XXX

Mezzogiorno arde riguardo a noi Italiani alla distanza di circa seimila miglia e la terra inclina l’ombra sua a forma di cono in linea orizzontale dalla parte di ponente [manca un’ora circa al nascer del sole], ‑ allorché il mezzo dei cielo, che è il più alto riguardo a noi, comincia a schiarirsi pei primi albori, in modo che ogni stella sparisce dal fondo in cui siamo. ‑ Ed a misura che si avanza l’aurora, il cielo si oscura di ogni stella fino alla più luminosa, ‑ non altrimenti il tripudio dei cori angelici che festeggia e tripudia intorno al punto che mi abbagliò e che, mentre contiene tutti gli ordini angelici, parve ai miei occhi esser contenuto dai medesimi ordini, ‑ a poco a poco alla mia vista disparve: per lo che la cessazione della gioconda vista degli angeli e il mio amore per Beatrice, mi costrinsero a rivolgere nuovamente a lei i miei occhi. ‑ Se in una sola lode io qui riunissi tutte le lodi che nel corso di questo poema ho detto di lei, non sarebbe sufficiente a dire pienamente quel che dovrei dire questa volta. ‑ La bellezza che io vidi eccede la misura non solo del nostro intendere, ma certo io credo che solo Iddio possa interamente comprenderla. ‑ Da questo punto della mia narrazione io mi confesso sgomentato, più che alcun poeta comico o tragico fosse giammai superato da qualche punto di più difficile fattura nel suo argomento. Perché come il sole impiccolisce la vista quando essa è più languida così la rimembranza del dolce riso di Beatrice rimpiccolisce la mia mente confondendola in modo che quasi la perdo. ‑ Dal primo giorno che io in questa vita mortale vidi il suo viso, fino alla vista di lei nel Paradiso, non fu mai impedito al mio canto di poter continuare a parlar di lei; ‑ ma ora conviene che il mio andare ancora dietro alla sua bellezza poetando, cessi come cessa ciascun artista, quando è giunto all’estremo dei suo potere. ‑ Beatrice così bella, quale io la lascio a celebrarsi a miglior suono che non è quello della mia tromba, la quale già va conducendo al suo termine il difficile poema, ‑ con l’atteggiamento e la voce di un condottiero che ha eseguita la sua missione, ricominciò: «Noi siamo già usciti fuori del maggior cielo corporeo e siamo saliti al cielo, che è pura luce [all’Empireo]; ‑ luce intellettuale piena d’amore, amore di un bene vero pieno di letizia, letizia che trascende ogni dolcezza. – Quindi vedrai gli angeli e i beati; ed i beati si mostreranno a te in quello stesso aspetto corporeo in cui tu li vedrai nel giorno del giudizio universale». – Come subitaneo lampo che separi gli spiriti visivi sì che priva l’occhio di ricevere la impressione di oggetti più luminosi; ‑ così mi folgorò d’intorno una viva luce e mi lasciò gli occhi così abbagliati dal suo fulgore, che io non vedevo nulla. ‑ Beatrice disse: «Iddio che fa contento questo cielo, accoglie in sé le anime con tal saluto, per disporle alla luce di sua vista, quasi come l’uomo dispone la candela al lume che deve rendere». ‑ Non così tosto furono dentro a me venute queste brevi parole, che io compresi d’innalzarmi al disopra del mio naturale potere; ‑ e ripresi una vista più forte della prima, tanto che nessuna altra luce è tanto pura e risplendente che io non l’avessi sostenuta. ‑ E vidi un lume in forma di un gran fiume, dove continui fulgori fluivano come onde, fra due rive dipinte di variopinti fiori. – Da tal fiumana uscivano scintille e da ogni parte penetravano entro i fiori, quasi rubini legati in oro. ‑ Poi, come inebriate dell’odore dei fiori, si sprofondavano di nuovo nel meraviglioso fiume di luce e se in esso entrava una favilla un’altra ne usciva. ‑ Beatrice, cosi mi disse: «L’alto desiderio che ora ti infiamma e ti stimola di aver notizia di ciò che tu vedi mi piace tanto più quanto è più intenso. ‑ Ma prima che si sazi tanta tua sete, conviene che tu beva di questa acqua». ‑ Soggiunse ancora: «Il fiume e le faville luminose, a guisa di topazi, le quali entrano ed escono, e l’erbe e i fiori ridenti, sono cenni che rappresentano in figura ciò che sono in realtà. ‑ Non è già che queste cose siano per sé stesse difficili ad intendersi, ma è difetto da parte tua, non hai ancora una vista tanto elevata». ‑ Non vi è bambino che si lanci col volto verso il latte, se si svegli molto più tardi dell’ora in cui è solito poppare, ‑ come feci io per far sì che gli occhi miei divenissero più forti e fossero veri specchi alle cose di fuori, chinandomi verso l’onda luminosa che scorre dal divin fonte, affinché la vista delle anime vi si faccia migliore. ‑ E tosto che l’orlo delle mie palpebre bevve in quella riviera di fiume, mi parve che la figura di quell’acqua, che dianzi era lunga, divenisse rotonda. ‑ Poi, come gente stata mascherata la quale, se si toglie la sembianza non sua, sotto la quale si nascose, pare tutt’altra da quella che era prima che si travestisse: ‑ cosi quegli angeli e quelle anime mi si mostrarono in maggior letizia così che io vidi manifeste anche le corti del cielo. ‑ O splendore di Dio, per mezzo del quale io vidi l’alto trionfo del vero regno, dammi virtù a poter descrivere il come lo vidi. ‑ Lassù è un lume, che rende il Creatore visibile a quella creatura, la quale trova la sua pace solo nella vista di lui: ‑ e quel lume si distende in figura circolare di tanta ampiezza che la sua circonferenza formerebbe una cintura troppo larga intorno alla circonferenza del sole. – Quanto egli apparisce si forma dì un raggio solo ed unito che si riflette alla parte superiore del primo cielo mobile il quale, da questo raggio prende vita e potenza di operare nei cieli sottoposti. ‑ E come un colle si specchia in acqua che scorre all’ima sua falda, quasi per vedersi adorno quando è ricco d’erbe e di fiori; ‑ così io vidi quante anime, partendosi dai corpi mortali hanno fatto ritorno a Dio, le quali, in più di mille soglie stando intorno al lume sottostante, vi si specchiavano. ‑ E se il più basso gradino raccoglie in sé così gran lume, immaginate quanta esser deve la larghezza di questa rosa nelle sue estreme foglie? La mia vista non si smarriva nell’ampiezza e nell’altezza di quel luogo beato, ma tutta ne comprendeva la quantità e la qualità. ‑ Vicinanza e lontananza, lì né aggiunge né toglie nulla al vedere, perché dove Dio crea senza l’intervento delle cause seconde, le leggi di natura non operano per nulla. ‑ Nel mezzo della sempiterna rosa s’innalza per gradi ed olezza soave odore di lodi al sole che produce lì quell’eterna primavera. ‑ Beatrice, simile a uomo che tace e vuol parlare, mi trasse a sé e mi disse: «Mira quanta è l’adunanza dei beati adorni delle stole bianche! ‑ Vedi la nostra città quanto gira! Vedi i nostri scanni tanto ripieni che ormai non si desidera che poca gente! ‑ In quel gran seggio al quale tu tieni rivolti gli occhi, meraviglioso per la corona imperiale posta sovra di esso sederà, prima che tu giunga in questo gaudio del cielo, ‑ l’anima che avrà in terra dignità imperiale, dell’alto Arrigo [di Luxemburgo] che verrà a riformare l’Italia prima che sia disposta. ‑ La cieca cupidigia che vi guasta l’animo e vi corrompe, vi ha resi imbecilli come un fanciullino che muore di fame e respinge la balia; ‑ ed allora [quando Arrigo muoverà all’impresa] sarà capo supremo della chiesa un tal personaggio [Clemente V] che sarà in opposizione ad Arrigo, tanto palesemente che occultamente. ‑ Ma per poco tempo sarà un tal papa sofferto da Dio nel santo ufficio, ché egli, per suo merito, sarà cacciato giù nella bolgia dov’è Simon mago [tra i simoniaci. Vedi Inf.,c. XXI. vv. 82 e segg.] ‑ e farà che quel papa nativo di Anagni [Bonifazio VIII] precipiti più giù entro al foro».

gen292010

La Divina Commedia – Paradiso – Canto XXIX

Quando il sole e la luna, coperti dall’Ariete e dalla Libra, sono circondati dal medesimo orizzonte, ‑ quanto corre di tempo dal punto in cui lo zenit tiene in equilibrio il sole e la luna, fino a quell’altro punto in cui si sbilanciano dal cerchio orizzontale, la luna sorgendo dall’orizzonte e il sole scendendo da quello, ‑ per altrettanto brevissimo tempo Beatrice, ridente nell’aspetto, guardando fissamente nel punto che mi aveva abbagliato, tacque. ‑ Poi, cominciò: «Io non domando ciò che tu vuoi dire, eppure te lo dico perché l’ho veduto in Dio, al quale è presente ogni luogo ed ogni tempo. – L’eterno amore nella sua eternità, fuori del tempo e fuori d’ogni umano comprendere secondo la volontà di Dio, creò gli angeli, ‑ non per essere più felice, ché ciò non è possibile, ma affinché il suo raggio, risplendendo in altre esistenze, potesse dire: io sussisto in quelle. Né prima della creazione Dio rimase inerte; ché il prima e il poi non precedettero l’atto della creazione. ‑ La forma e la materia unite insieme e nella loro verginità, vennero fuori ad un atto semplice e libero del divino volere, che non poteva fallire al suo scopo, come da un arco che abbia tre corde, escono simultanee tre saette; ‑ e come in vetro, in ambra o in cristallo risplende un raggio, in modo che dal venire del raggio della luce nel vetro o nell’ambra, all’essere tutto quel corpo illuminato, non vi è alcun intervallo: ‑ così quel triplice effetto venne fuori tutto insieme dal suo Creatore, nella pienezza del suo essere senza distinzione di principio, mezzo e fine. ‑ Insieme a queste sostanze fu creato e stabilito l’ordine loro, e quelle sostanze, ordinate unicamente ad esercitare azione sopra le altre, furono messe sopra i cieli. ‑ Nella più bassa parte del mondo furono collocate le sostanze dotate di pura potenza: nel mezzo un legame che non si scioglie mai, strinse quelle sostanze che sono disposte a ricevere e a fare. ‑ S. Girolamo scrisse a voi uomini intorno agli angeli che egli affermò creati molti secoli prima che il resto del mondo fosse fatto. ‑ Ma questa verità ch’io ti ho detta, è stata scritta in molti dei santi libri dagli scrittori inspirati dallo Spirito Santo: e tu, se consideri attentamente, lo potrai vedere: ‑ si può anche in qualche modo comprendere dalla ragione, perché essa non potrebbe persuadersi che gli angeli destinati motori dei cieli stessero per tanto tempo manchevoli dell’atto di volgere i cieli. ‑ Or tu sai dove e quando e come furono creati questi amori: cosicché nell’animo tuo, sono già sorti tre motivi di ardente brama. ‑ E in meno che non si conterebbe dall’uno fino al venti, una parte degli angeli, ribellandosi e precipitando dal cielo, venne a turbare il globo terrestre. – L’altra parte degli angeli che rimase ubbidiente in cielo, cominciò quest’arte di aggirarsi intorno al lucidissimo punto, siccome tu discerni e, con tanto diletto, che mai non cessa d’aggirarsi. ‑ Prima cagione della loro caduta fu la maledetta superbia di Lucifero che tu vedesti nel centro della terra, oppresso da tutti i pesi che gravitano sul centro stesso. ‑ Quegli angeli che tu vedi qui in paradiso, professavano con umiltà la loro riconoscenza alla bontà divina, la quale li aveva creati atti e disposti a tanta intelligenza: per cui la loro capacità di vedere venne esaltata, mercé la grazia illuminante e il loro merito, tanto che hanno ora una volontà perfetta e ferma per cui è impossibile a loro il prevaricare. ‑ E non voglio che tu dubiti, ma sii certo che ricevere la grazia è meritorio in ragione dell’affetto con che la grazia si accoglie. ‑ Ormai, se le mie parole sono state da te intese, puoi senz’altro aiuto contemplare assai intorno al beato consesso di questi angelici spiriti. Ma giacché in terra s’insegna nelle vostre scuole che la natura degli angeli è tale che intende, e ricorda e vuole, ‑ aggiungerò qualche altra cosa affinché tu veda pure la verità che laggiù nel mondo si confonde, prendendo una cosa per un’altra in tale insegnamento. ‑ Queste sostanze angeliche, poiché furono beate della faccia di Dio, non distolsero lo sguardo da lui al cui sguardo nessuna cosa può nascondersi; ‑ perciò le sostanze non hanno il loro vedere interrotto da un nuovo obbietto sopravveniente, e però ad esse non bisogna la facoltà della memoria per richiamare un’idea allontanatasi dalla mente. – Cosicché laggiù nel mondo, non dormendo, sognano tanto quelli che credono la dottrina che insegna gli angeli ricordarsi alla maniera degli uomini, quanto quelli che negano essere memoria alcuna negli angeli; se non che nell’errore di questi ultimi è più colpa e più vergogna. ‑ Voi in terra, filosofando, non tenete una medesima via, tanto vi trasporta il desiderio di comparire sapienti ed acuti: vana compiacenza di una sognata gloria. ‑ E nondimeno questo difetto quassù in cielo si tollera con meno sdegno che quando la Divina Scrittura è messa in non cale o è falsamente interpretata. ‑ Non si pensa laggiù quanto sangue costa il propagare la Divina Scrittura nel mondo, e quanto si rende accetto il Dio chi umilmente sottomette ad essa l’intelletto e vi si conforma. ‑ Ciascuno per comparir dotto e far pompa di dottrina, s’ingegna e fa le sue invenzioni e queste sono trattate dai predicatori e il Vangelo tace. ‑ Uno dice che la luna, tornando indietro, s’interpose tra il sole e la terra, per cui il lume del sole rimase eclissato nella passione di Cristo: ‑ ed altri dice che la luce si nascose da sé: onde avvenne che la detta eclissi si mostro agl’Ispani e agl’Indi come ai giudei. ‑ Non ha Firenze tante persone che portino il nome Lapo e di Bindo, quante questioni di tal fatta si gridano in pergamo da per tutto nel corso dell’anno. ‑ Cosicché le pecorelle ignoranti tornano dalla chiesa e dalla predica pasciute di vento, e non è sufficiente scusa per loro il non accorgersi del proprio danno spirituale. ‑ Cristo non disse al Collegio degli Apostoli: Andate e predicate chiacchiere al mondo, ma diede loro il suo Vangelo, che è fondamento di verità e di salute: ‑ e quel fondamento sonò energico in bocca loro; così che a pugnare per accendere e propagare il lume della fede, il solo Vangelo valse ad essi per tutt’arme. ‑ Ora si va a predicare con arguzia e buffonerie e purché gli ascoltanti alla predica ridano e si divertano, il cappuccio del predicatore si gonfia [di vanità] e non cerca d’altro. ‑ Ma tal demonio si annida nel boschetto del cappuccio, che se il volgo vedesse tal demonio, vedrebbe che bella indulgenza è quella di cui tanto si confida: ‑ per cui è venuto a tal punto il fanatismo della gente, che essa ad ogni promessa d’indulgenze, senz’altra prova né autorità in chi le promette, né di giustizia di causa, correrebbe in folla, ciecamente credula, dove le fosse indicato. ‑ Di questo spaccio di false indulgenze ingrassa l’immondo gregge fratesco di S. Antonio e molti altri frati che sono peggiori dei porci, questuando in nome del Santo e pagando i benefattori devoti con vane promesse. ‑ Ma perché ci siamo assai dipartiti dal nostro proposito, ritorci ormai gli occhi verso la dritta strada, sì che la via si faccia breve, come è breve il tempo che ti resta per visitare questi luoghi. ‑ Gli angeli vanno moltiplicandosi di ordine in ordine, ché il numero non può da uomo mortale né esprimersi né immaginarsi. ‑ E se tu consideri ciò che si rivela nella profezia di Daniello, vedrai che in quelle migliaia di angeli espresse da Daniello, non si manifesta numero determinato. ‑ La prima luce [Dio], che tutti li irradia, è ricevuta in essi per tanti modi, quanti sono gli angeli ai quali si congiunge. ‑ Onde, perché al determinato atto dì vedere ed insieme di concepire mentalmente Dio, si proporziona l’amore dei beati verso Dio stesso, ne viene di conseguenza che, essendo in ciascun angelo diversa la visione beatifica, sia ancora in ciascuno di essi diverso il fervore e il tepore della carità che ne è l’effetto. ‑ Vedi ormai l’altezza e la magnificenza dell’eterno valore, poiché rimanendo egli nella sua semplicità uno ed inviolabile, come era innanzi alla creazione degli angeli, ha fatto di tutte le creature angeliche altrettanti specchi, ‑ nei quali viene la sua luce a dividersi per la riflessione della immagine sua, che si fa in tanti esseri ».

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto XXVIII

Dopo che colei [Beatrice] che imparadisa la mia mente, manifestò la verità contro la vita presente dei miseri mortali, ‑ come un uomo che ha una torcia accesa dietro le spalle, vede riflettersi la sua fiamma dentro uno specchio prima che abbia vista quella torcia o che vi abbia pensato, ‑ e si rivolge indietro per vedere se lo specchio gli dice il vero, e vede che lo specchio si accorda col vero come si accorda il canto colla misura del tempo musicale; ‑ così io mi ricordo di aver fatto, guardando nei begli occhi [di Beatrice] della virtù dei quali amore si valse per prendermi e legarmi. – E come io mi rivolsi e gli occhi miei furono tocchi da ciò che si mostra in quel cielo svolgentesi, ogni volta che bene fissai l’occhio e la mente nell’ampio giro di esso, ‑ vidi un punto che raggiava sì acuto lume, che gli occhi illuminati da lui conveniva che si chiudessero per la sua potenza luminosa. ‑ E quella stella che dalla nostra terra apparisce più piccola, se fosse collocata più vicino al punto luminoso, come si colloca stella con stella, parrebbe luna, per grandezza. ‑ Forse quanto vicino pare l’alone cinger la luce del sole e della luna, da cui è formato e colorato, quando il vapore che porta l’alone è più denso, ‑ così distante girava un cerchio di fuoco intorno al punto luminoso e così rapidamente che avrebbe superato il moto di quel cielo che più veloce si gira cingendo tutto il mondo. ‑ E questo cerchio di fuoco era cinto da un altro e questo dal terzo e il terzo poi dal quarto, e il quarto dal quinto e il quinto dal sesto. ‑ Sopra a questo seguiva il settimo sì steso in larghezza che la messaggera di Giunone [Iride], se si compiesse in un intero circolo, sarebbe stretta a contenerlo. ‑ Così in continuazione procedevano l’ottavo e il nono cerchio, e ciascuno si moveva più lentamente a misura che si discostava dall’uno. ‑ E quel cerchio aveva la fiamma più chiara che era il centro di quei cerchi; per questa cagione io credo, perché più partecipa del vero di lui. ‑ Beatrice, che mi vedeva fortemente incuriosito, disse: «In quel punto è la divina Essenza da cui dipende il cielo e tutta la natura. ‑ Guarda quel cerchio che gli è più vicino, e sappi che il suo movimento è così veloce ed ardente per l’infuocato amore dal quale è spinto». – Ed io dissi a lei: «Se il mondo fosse collocato e disposto con l’ordine stesso che io vedo in questi cerchi, ciò che mi è messo ora davanti da te, mi avrebbe fatto contento. Ma nell’ordine delle celesti sfere si vedono i cieli svolgentisi, tanto più del divino alito accesi, e per ciò stesso più risplendenti e veloci, quanto essi sono più lontani dal centro [dalla terra]. Onde se il mio desiderio deve aver fine in questo meraviglioso ed angelico tempio, che non ha altro con fine che l’Empireo, che è il cielo d’amore e di beatificante speranza; ‑ mi conviene ancora udire come l’esempio e l’esemplare non vanno d’accordo, poiché io da me mi affatico invano a considerare intorno a ciò» ‑ «Se il tuo ingegno non è sufficiente a sciogliere sì difficile questione, non è meraviglia: tanto questo nodo per non essersi mai tentato dì scioglierlo, è diventato duro». ‑ Così disse Beatrice, poi soggiunse: «Se vuoi appagare la tua curiosità, ascolta quel che io ti dirò e intorno ad esso aguzza il tuo ingegno. ‑ I cieli materiali sono larghi e stretti secondo la maggiore o minore virtù che hanno d’influire sulle cose a loro sottoposte, la qual virtù si distende per tutte le parti. ‑ Quanto più di bontà ha in sé una cosa, tanto maggiore è il bene che essa trasfonde e, corpo maggiore s’egli ha tutte le sue perfette, contiene salute maggiore. ‑ Dunque questo nono cerchio in cui siamo che tira seco in giro tutto l’alto universo, corrisponde nella velocità del moto a quello dei cerchi spirituali che è il più piccolo e che contiene i serafini, i quali hanno più di amore e di sapienza. ‑ Per lo che se tu rivolgi la tua considerazione alla virtù delle angeliche intelligenze che ti appaiono disposte in quei giri, non all’apparenza dello spazio che comprendono ‑ tu vedrai in ciascun cielo meravigliosa corrispondenza alla sua intelligenza motrice, cioè del cielo maggiore in grandezza al più virtuoso e perfetto ordine di celesti intelligenze, e del cielo minore all’ordine meno perfetto». ‑ Come l’emisfero dell’aria, al soffiar che fa il vento Borea dal lato destro, donde spira più mite, rimane splendido e sereno, perché si purga e si risolve l’oscurità che prima lo turbava, cosicché il cielo ne ride col sole, colla luna e colle stelle; ‑ così io mi rasserenai, poiché Beatrice mi soccorse colla sua chiara risposta e da me si vide chiaro il vero, come chiara sì vede la stella in cielo. ‑ E poiché le parole di Beatrice cessarono, ferro che bolle non disfavilla come i cerchi luminosi sfavillarono. Ogni scintilla si faceva anch’essa a girare intorno al cerchio infuocato onde era emanata, ed erano tante le scintille, che il loro numero tiene in sé il mille più volte che non lo contiene il risultato del suo duplicare. ‑ Io sentivo di coro in coro cantare Osanna a Dio che tiene e terrà i cori intorno a sé nel luogo che loro conviene, e nel quale furono sempre. ‑ E Beatrice che mi leggeva nella mente i pensieri dubbiosi disse: «I primi cerchi ti hanno fatto vedere i Cherubini e i Serafini. ‑ Essi seguono così veloci la forza d’amore che a Dio li unisce per farsi simili a Dio quanto possono, e tanto possono farsi simili a lui, quanto sono posti più in alto. ‑ Quegli altri spiriti accanto che vanno intorno a loro, si chiamano Troni dal divino aspetto, perché terminano la prima gerarchia composta di tre cori. ‑ E devi sapere che tutti hanno tanto diletto, quanto la loro veduta si profonda in Dio nel quale, come in ultimo fine dei nostri desideri, trova quiete ogni intelletto. ‑ Da ciò si può ben rilevare come la beatitudine si fonda nell’atto del contemplare Iddio e non già nell’atto d’amarlo, che viene dopo al contemplare. ‑ E le opere meritorie sono misura a vedere, e sono l’effetto della grazia divina e della buona volontà, così si procede di grado in grado. – L’altra gerarchia, che così si conserva in questo paradiso che è una eterna primavera cui non dispoglia notturno Ariete, canta perpetuamente Osanna con tre melodie, le quali suonano in tre ordini di letizia. ‑ In essa gerarchia sono le tre divine angeliche schiere, il primo ordine è quello delle Dominazioni, il secondo delle Virtù e il terzo delle Podestà. ‑ Poscia nel cerchio settimo e nell’ottavo, ove i detti cori tripudiano, si girano Principati ed Arcangeli, l’ultimo è tutto di spiriti festeggianti che hanno il nome di Angeli. ‑ Questi ordini al disopra di sé stanno tutti intenti a contemplare il divino splendore vinti e attirati da lui, e al disotto vincono e attirano l’ordine inferiore, cosicché tutti sono amati e tutti tirano verso Dio. ‑ E S. Dionigi Areopagita con tanto desio si pose a contemplare questi ordini angelici che nominò e distinse come ho fatto io. Ma S. Gregorio Magno poi li distinse diversamente da lui onde, appena aperse gli occhi in questo cielo, rise del suo inganno. E se un uomo mortale in terra [San Dionigi] manifestò cotanta verità nascosta agli occhi degli uomini non voglio che te ne meravigli; perché colui [S. Paolo di cui S. Dionigi era stato discepolo] che la vide quassù coi propri occhi, gliela scoperse ‑ insieme con molte altre cose relative alla natura degli angeli da lui chiamati giri».

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto XXVII

Tutto il Paradiso cominciò a cantar gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, cosicché il dolce canto mi empiva di gioia e d’ineffabile allegrezza. ‑ Ciò che io vedevo mi sembrava un riso dell’universo, perché la piena del mio godimento era in me prodotta dall’udire e dal vedere. ‑ Oh gioia, oh ineffabile allegrezza! oh vita piena di amore e di pace! Oh ricchezza scevra di ogni timore e libera da ogni brama! – I quattro splendori stavano accesi dinanzi a me e quello che fu il primo a venire [S. Pietro] incominciò a farsi più vivace; ‑ e tale divenne nella sua sembianza qual diverrebbe il pianeta Giove se, essendo egli e Marte due uccelli, cambiassero tra loro le penne. ‑ Iddio provvidente, che a ciascuno distribuisce l’ufficio suo, e impone a vicenda or di parlare or di tacere, aveva da ogni parte imposto silenzio al coro di quei beati; ‑ quando io udii: «Se io mi tingo in rosso, non ti meravigliare perché, mentre io dico, vedrai trascolorare tutti costoro. ‑ Questi [Bonifazio VIII] che giù in terra usurpa il mio luogo nel sommo pontificato, il mio luogo che agli occhi del figlio di Dio è vacante [perché occupato da un indegno] ‑ ha fatto del mio cimitero [di Roma dove è sepolto il mio corpo] una sentina di crudeltà e di libidine per cui il perverso che cadde di quassù [Lucifero], si consola laggiù nel suo rabbioso dolore». ‑ Io vidi allora tutti i celesti cosparsi di quel colore [rosso infuocato] che dipinge da mattina e da sera una nuvola che si trovi di contro al sole: ‑ e come una donna onesta rimane sicura in sé per la coscienza della sua integrità, e diviene timida per il fatto solo al sentirlo raccontare; ‑ così Beatrice arrossì, e tale oscuramento di sembianze credo che fosse nei celesti quando il sapremo Fattore patì in croce. ‑ Poi le sue parole [di Pietro] procedettero con voce tanto mutata, che non fu maggiore il mutamento, di colore: «La sposa di Cristo non fu sollevata col sangue mio, e col sangue di Lino e Cleto [successori di Pietro], per essere prostituita e posta a vile traffico, ‑ ma per l’acquisto di questa vita beata e Sisto e Pio, e Callisto ed Urbano [pontefici] sparsero il loro sangue dopo molto pianto. ‑ Non fu nostra intenzione che una parte del popolo cristiano sedesse alla destra e parte alla sinistra dei nostri successori [dei papi]; ‑ né fu volontà nostra che le chiavi da Cristo concessemi, dipinte nella bandiera papale, diventassero un segno di guerra contro uomini battezzati; ‑ né che la mia immagine diventasse sigillo a privilegi e a dispense vendute per denaro e appoggiate a menzogne, onde io stesso mi vergogno e m’infiammo d’ira. ‑ Per tutte le cattedre episcopali e per tutte le diocesi, si vedono di quassù dei lupi rapaci sotto le vesti dì pastori: o difensore della chiesa perché non agisci? ‑ I Caorsini [papa Giovanni XXII di Caors] e i Guaschi [papa Clemente V di Guascogna] già si apprestano a bere del sangue: ‑ o sede pontificia così bene incominciata, a qual brutto fine ti converrà cadere! ‑ Ma l’alta confidenza che per mezzo dì Scipione [l’Africano] difese a Roma il famoso impero del mondo contro la nemica Cartagine, soccorrerà presto come io credo; ‑ e tu, o figliuolo, che pel corpo mortale di cui sei ancora gravato, tornerai un’altra volta al mondo, apri la bocca e non nascondere le cose che io non ti nascondo». ‑ Siccome l’aere nostro piove in giù i fiocchi di lana, quando il capricorno è in compagnia del sole [da mezzo dicembre a mezzo gennaio] così io vidi l’etere adorno farsi splendente all’insù e ascendere gran quantità di beati spiriti che erano stati insieme con noi e che imitavano, in direzione contraria, il fioccar della neve sulla nostra terra. ‑ La mia vista li seguiva e li seguì finché lo spazio fra essi e me, per essere molto, tolse allo sguardo di trascorrer più lungi. ‑ Onde Beatrice, che mi vide libero dal mirare all’insù come prima io facevo, mi disse: «Abbassa gli occhi e guarda quanto cielo ti ha aggirato intorno alla terra in questo spazio di tempo». – Dall’altra volta in cui io avevo guardato la terra di lassù, sino a quello in cui la riguardai, io aveva percorso, insieme colla costellazione dei Gemelli, l’arco che dal meridiano al mezzogiorno formò il primo clima [i climi sono linee stese da oriente ad occidente]; cosicché io, trasportato all’orizzonte occidentale, e trovandomi perpendicolarmente sopra di quello, vedevo Cadice, il luogo ove Ulisse tentò follemente di navigare e naufragò [cioè l’Oceano Atlantico], e dalla parte orientale del nostro emisfero io vedevo sin presso al lido [fenicio] dove l’Europa divenne dolce peso a Giove che in forma di toro se la portò sul dorso [è nota la favola di Giove che, trasformato in toro, rapì Europa]. ‑ E di questa parte terrestre del globo ne avrei veduta una maggior distesa dal lato orientale, ma il sole sotto i piedi andava innanzi a me, distante un segno zodiacale e più. – La mente innamorata, che amoreggia sempre colla mia Donna, ardeva più che mai di fissare nuovamente gli occhi su essa. ‑ E se la natura e l’arte produssero bellezze onde pascere gli occhi per attrarre ed occupare le menti, l’una [la natura] nei corpi umani e l’altra [l’arte] nelle sue pitture, tutte adunate sembrerebbero un nulla in paragone del divino piacere che venne a splendere alla mia anima quando mi volsi al suo viso ridente. ‑ E la nuova virtù onde io, dal guardo di lei mi sentii avvalorato, mi staccò dal segno dei Gemelli e mi sospinse nel cielo che per essere più alto è di tutti il più remoto. ‑ Le sue parti vivissime ed eccelse sono così uniformi nella natura e nella qualità, che io non saprei dire in qual parte Beatrice mi collocasse. ‑ Ma essa che vedeva il desiderio che io aveva di sapere le proprietà di quel cielo, incominciò ridendo tanto lieta, che nel suo volto pareva gioire Iddio: ‑ «Il moto circolare dei cieli, di cui è natura tener fermo il centro e muovere intorno tutto il rimanente, ha principio da questo nostro cielo che è l’ultimo termine del moto. ‑ E questo cielo che non ha altro principio da cui riceve movimento ed impulso che la mente divina nella quale s’accende questo amore che lo fa girare e dalla quale procede, la virtù che egli influisce sui cieli sottostanti e sugli elementi. ‑ Luce ed amore lo circondano come esso circonda gli otto cieli superiori e quel cerchio di luce e d’amore è governato solamente da quel Dio che lo ravvolge al primo mobile. ‑ Il moto di questo cielo non è misurato da altro moto, ma esso misura tutti gli altri perché da lui sono impressi, siccome è misurato il dieci dalla sua metà e dal suo quinto [cioè dal cinque e dal due]. ‑E come il tempo in tal luogo abbia l’origine sua occulta e negli altri cieli abbia moto a noi visibile, ormai ci può essere manifesto. ‑ O cupidigia che sommergi in tal modo gli uomini sotto i tuoi gorghi, che nessuno ha forza di sollevare lo sguardo dal fondo delle tue torbide acque! Ben sorge nella umana volontà qualche virtuoso proposito, ma è un fiore che non viene a frutto, perché la pioggia continua converte le susine vere in susine vane. ‑ Fede ed innocenza si ritrovano solamente nei pargoletti, poi tanto l’una che l’altro fuggono prima che le guance siano coperte dalla prima lanugine. Taluno nella prima età, quando ancora balbetta, osserva il digiuno e, poi, quando ha sciolta la lingua, divora qualsiasi cibo ed in qualunque stagione. ‑ E taluno, mentre, ancora balbetta, ama ed ubbidisce la madre, e poi, giunto all’età in cui parla speditamente desidera di vederla sepolta. ‑ In tal modo appunto la pelle della razza umana, bella figlia del sole, di bella e delicata che si mostra nella prima età dell’uomo, in seguito si fa scura. – Affinché tu non debba meravigliarti di tanti disordini, sappi che in terra non vi è uno che diriga; la onde la famiglia umana va fuori dal diritto cammino. ‑ Ma prima che il mese di gennaio, lasciando di appartenere all’inverno, cada in primavera, per effetto di quella minima frazione di tempo che giù nel mondo è trascurata, queste sfere celesti daranno un tale ruggito ‑ che, la fortuna che con tanto desiderio si aspetta, volgerà in corso contrario le navi ed allora la flotta correrà nel suo verso; e vero frutto verrà dopo il fiore».

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto XXVI

Mentre io ero commosso e sorpreso a cagione della mia vista così abbagliata, che più non vedevo Beatrice che mi stava accanto, dal seno della fulgida fiamma che mi aveva tolta la vista, uscì una voce che destò la mia attenzione, ‑ e disse : «Mentre che tu ripigli il senso della vista che hai perduto fissando in me lo sguardo, è bene che io ti compensi col parlarti. Comincia dunque a parlare e dimmi a che cosa è così fissamente rivolta la tua attenzione e sii certo che la vista se è in te oscurata, è non distrutta; ‑ perché la donna che ti conduce per questa luminosa regione ha nello sguardo la stessa virtù che ebbe la mano di S. Anania » [rese la vista a S. Paolo]. – Io dissi: «Come a Beatrice piace, o presto o tardi, venga il rimedio agli occhi che servirono di porte a lei quando entrò in me col fuoco del sua amore in cui sempre ardo. ‑ Iddio che fa beate l’anime in questa corte celeste, è principio e fine di quanti influssi leggeri e forti mi dà l’amore». ‑ Quella stessa voce [di S. Giovanni] che mi aveva tolta la paura cagionatami da quel subitaneo abbagliamento, eccitò in me nuovo desiderio di parlare, ‑ e disse: «Certo conviene che i tuoi concetti escano dall’interno dell’animo tuo più definiti, come da un vaglio che abbia fori più esce più chiaro il fiore di farina». ‑ Ed io risposi: «Per discorsi ragionevoli e per rivelazione che viene da Dio, conviene che tal carità si ecciti in me e s’imprima nel mio cuore, ‑ perché il bene in quanto è bene, tosto che viene conosciuto, accende dell’amore di sé e tanto più quanto più esso racchiude di bontà. ‑ Dunque a Dio, che è bontà per essenza, che ha tanto vantaggio sopra tutte le altre essenze, che ogni bene esistente fuori di lui altro non è che un raggio del suo lume, ‑ conviene che la mente di chi conosce la verità sopra la quale si fonda l’argomento sopra enunciato, si muova, amando, più verso Dio che verso altra essenza. ‑ Tal verità dichiara al mio intelletto colui [Aristotile] che dimostra essere l’amore il primo di tutti gli spiriti immortali. Mi si dichiara ancora tal verità dalla voce del vero autore che, parlando di sé, dice a Mosè: «Io ti mostrerò congiunte in me tutte le perfezioni». ‑ Me la dimostri ancora tu, o Giovanni, nel principio del tuo bando evangelico sublime più di qualunque altro, pubblicando laggiù nel mondo il gran mistero dell’incarnazione del Verbo». ‑ Ed io udii rispondermi: «Condotto da naturale ragione e dall’autorità divina concorde alla ragione, riserba a Dio il principale dei tuoi amori. ‑ Ma dimmi ancora se tu senti altri motivi che ti attraggono a lui, cosicché tu dica con quanti stimoli questo amore ti punge». – L’intenzione dell’aquila di Cristo [S. Giovanni] non fu nascosta, anzi mi accorsi dove voleva condurre la professione dei miei sentimenti riguardo a Dio. ‑ Però ricominciai: «Tutti quegli impulsi che possono far rivolgere il cuore a Dio, sono concorsi alla mia carità; poiché l’essere del mondo e l’essere mio e la morte che sopportò per meritarmi la vita eterna e la promessa data a tutti i fedeli di un paradiso dopo la morte, ‑ con la predetta chiara conoscenza, mi hanno tratto dal mare tempestoso dell’ingannevole amore mondano e mi hanno portato al termine sicuro del diritto amore [di Dio]. ‑ Le creature che adornano tutto il mondo che da Dio è conservato e provveduto, io le amo per la loro perfezione e come opera di Dio». ‑ Appena io tacqui, risuonò per il cielo un dolcissimo canto e la mia donna diceva cogli altri: Santo, santo, santo. ‑ E come, al balenare di un vivido lume, uno si scuote dal sonno per la virtù visiva che si rivolge allo splendore che passa da una membrana all’altra dell’occhio, – e lo svegliato rifugge dal lume e dagli oggetti intorno che colpiscono la sua vista; ‑ così privo di sentimento e il suo risvegliarsi finché ben desto e abituato alla luce non riceve soccorso della facoltà giudicatrice: ‑ così Beatrice col raggio dei suoi occhi che rifulgeva lontano più di mille miglia, fugò ogni ingombro dei miei occhi; ‑ onde poi vidi meglio di prima e, quasi stupefatto, domandai chi fosse un quarto lume che io vidi con noi. E la mia donna rispose: «Dentro a quel raggiante lume l’anima di Adamo, la prima creata da Dio, lietamente contempla innamorata il suo Fattore». ‑ Come la fronda che piega la cima per il passare del vento e poi si rialza per la propria naturale forza che la riporta in alto; così feci io restando con stupore e senza parola per tanto tempo quanto ella parlava, e poi mi riprese l’ardente desiderio che avevo di parlare; ‑ e cominciai: «O uomo che solo fosti creato in età matura, o Padre antico, a cui ogni donna maritata è ad un tempo figlia e nuora; ‑ devoto quanto più sono, ti supplico di parlarmi: tu vedi il mio desiderio e tralascio di manifestarlo a parole per non perder tempo e udirti subito». ‑ Talvolta un animale coperto di un panno si agita, in modo che manifesta il desiderio di uscire dal movimento che fa il panno insieme a lui, quasi seguendolo. ‑ Così Adamo faceva trasparire per il lume, entro al quale era nato, quanto diveniva allegro pel desiderio di piacermi. ‑ Indi parlò: «Senza che tu mi abbia manifestata la tua voglia, io la discerno meglio di quel che tu non discerna qualche cosa di cui sei certo; ‑ perché la tua voglia io la vedo nel vero specchio [in Dio] che rende le cose veramente quali sono, mentre nessuna cosa può rappresentarcelo nella sua vera immagine. ‑ Tu vuoi udire per quanto tempo Iddio mi tenne nel paradiso terrestre ove Beatrice ti fece abile a salire quassù per la lunga scala del cielo, ‑ e vuoi sapere per quanto tempo si dilettarono gli occhi miei della vista del paradiso, e la vera cagione dell’ira divina contro di me, e il linguaggio che io usai e del quale fui autore. ‑ O figliuolo mio, non il gustare del frutto di quell’albero fu per sé la cagione di così doloroso esilio, ma solamente il trapassare oltre i termini prescritti dal volere di Dio [il disobbedire]. ‑ Da quel luogo [dal Limbo] dal quale Beatrice mosse in tuo soccorso, desiderai questa adunanza di Beati, concordi in un medesimo volere, per lo spazio di quattromila trecentodue rivoluzioni di sole [4302 anni]; ‑ e, nel tempo che fui sopra la terra vidi il sole tornare a tutti i segni dello zodiaco novecentotrenta volte [vissi 930 anni]. ‑ La lingua che io parlai si spense del tutto, prima che la gente di Nembrotte si desse a costruire l’opera [la torre di Babele] che non poteva essere portata a fine. – Perché mai nessuna opera proveniente dall’arbitrio dell’anima ragionevole, fu eternamente durevole a cagione della volontà degli uomini che soggiace a cambiamento secondo la posizione e l’influsso degli astri. ‑ Che l’uomo parlando, manifesti agli altri i suoi concetti, è cosa che proviene da naturale disposizione, ‑ ma poi di parlare in questo o in quell’altro modo, la natura lascia fare a voi altri uomini secondo che vi piace. Prima che io scendessi al doloroso carcere infernale, il sommo Bene donde proviene il lieto splendore che mi circonda, si chiamava J [Jehova], ‑ poi si chiamò Elì; e tal mutamento è conforme all’umana natura; perché l’uso dei mortali è come le foglie di un ramo che una cade e l’altra nasce. ‑ Nel monte del purgatorio, che più di ogni altro si innalza sopra le acque del mare, ed in cima al quale è il paradiso terrestre, io fui con vita innocente prima del mio peccato, non turbato dalla concupiscenza, dopo il mio peccato, dalla prima ora in cui fui creato, sino alla sesta ora, ‑ quando il sole muta quadrante.

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto XXV

Se mai accada che il sacro poema, al quale ha dato mano la scienza delle cose divine e la ragione umana, sicché per più anni di lavoro assiduo, mi ci sono consumato, ‑ giunga a placare la cruda rabbia che mi tiene lontano dalla mia città [Firenze]; dove io dormii agnello, nemico dei lupi che fanno guerra all’ovile [Firenze] ‑ con altra più gloriosa fama, oramai, con altra veste ritornerò poeta, e sul fonte del mio battesimo prenderò la corona d’alloro, ‑ perché ivi io entrai in quella fede che fa le anime care e famigliari a Dio e per la cui professione San Pietro mi si aggirò per tre volte intorno alla fronte. ‑ Indi, da quella schiera di beati spiriti dalla quale uscì San Pietro, che fu il primo dei vicari di Cristo, da lui medesimo lasciato al governo della sua Chiesa, uscì un lume che si diresse verso di noi. ‑ E la mia donna, piena dì letizia, mi disse: «Guarda guarda, ecco il gran personaggio in devozione del quale la Galizia viene visitata dai pellegrini». ‑ Come quando il colombo si pone presso al suo compagno, girando e mormorando l’uno all’altro la propria affezione; ‑ così io vidi l’un principe glorioso essere accolto dall’altro, lodando il cibo che si prende in cielo [Dio], ‑ Ma poi ch’ebbe termine la congratulazione, ciascuno si fermò in silenzio davanti a me, così risplendente che io ero costretto a chinare il volto, non potendo reggere al fulgore. – Allora Beatrice, ridendo, disse: «O anima illustre [di S. Giacomo] che scrivesti quanto Iddio fu largo di doni con tutti, ‑ fa’ sì che il nome della speranza risuoni in quest’alto cielo; tu sai che tante volte nel testo evangelico tu figuri la speranza, quante volte Gesù Cristo fece ai tre discepoli più chiara manifestazione della sua divinità». ‑ Mi fu detto [dall’Apostolo]: «Solleva la testa e fissa lo sguardo sicuro, perché è necessario che ogni potenza che viene dalla terra, si perfezioni ai raggi del lume divino di che noi risplendiamo». ‑ Questo incoraggiamento mi venne dal lume che per il secondo si era accostato a me, onde io alzai gli occhi che prima si erano abbassati per la troppa luce che da essi raggiava. ‑ S. Giacomo disse: «Giacché Dio, nostro imperatore, vuol per sua grazia che tu, prima di morire, ti trovi insieme nella stanza più segreta, coi primari personaggi della corte del cielo; cosicché, veduto il vero bene di questa corte celeste, tu con quel vero confronti in te ed in altri la speranza dell’eterno gaudio la quale nel mondo bene innamora; ‑ dimmi che cosa e speranza e come la mente tua se ne adorna e dimmi d’onde a te venne». Così continuò a parlare il secondo Apostolo. ‑ E quella pietosa [Beatrice] che mi aveva condotto lassù, così cominciò a rispondere prima di me: ‑ «La Chiesa militante non ha alcuno tra i suoi figliuoli più forniti di speranza di costui [Dante] come apparisce in Dio che illumina tutti noi; ‑ ed è perciò che gli è concesso che dalla schiavitù del mondo venga alla celeste Gerusalemme per vedere la gloria dei beati prima che sia posto termine al suo combattere nella vita mortale. Gli altri due punti che sono a lui domandati non per acquistare cognizione, ma perché egli riporti agli uomini quanto questa virtù ti fa piacere, ‑ io li lascio a lui, perché non gli saranno difficili né gli saranno motivo di vanagloria: ed egli risponda a ciò, e la grazia di Dio ciò gli conceda». ‑ Come un discepolo che, pronto e di buona voglia in quello in cui è bene istruito, va dietro rispondendo al maestro interrogante affinché si manifesti il suo valore nella scienza; ‑ io dissi: «Speranza è una certa aspettazione della vita futura, prodotta dalla divina grazia e dai meriti precedenti. ‑ Questa dottrina mi viene da molti chiarissimi scrittori sacri; ma il primo a installarla nel mio cuore fu Davide che cantò le lodi di Dio, duce sommo di tutto il creato. ‑ Egli dice nei suoi canti sublimi: «Sperino in te, o Dio, coloro che sanno il nome tuo», e chi avendo la fede cristiana, non sa questo nome? ‑ Tu poi, nella tua epistola canonica, versasti in me quella dolce speranza che attingesti da Davide, così che io ne sono pieno e le cose da voi piovute in me io riverso in altri». ‑ Mentre io parlava, nel mezzo di quel vivido fuoco [ove era l’anima dell'Apostolo] tremolava un lampo rapido e guizzante a guisa di un baleno. ‑ Indi mandò fuori tal voce: «L’amore di cui io avvampo verso la speranza che mi seguì fino nella palma che riportai nel martirio all’uscire dal campo di battaglia, ‑ vuole che io riparli a te che ti diletti di questa virtù, e mi è caro che tu dica ciò che la speranza ti promette». ‑ Ed io: «Tanto il vecchio che il nuovo Testamento fissano il termine a cui tende questa speranza». E l’Apostolo rispose: «Additamelo». ‑ Io soggiunsi: «Dice Isaia che ciascuna delle anime che Dio si è eletta, sarà vestita di doppia stola nella sua patria, e la sua patria è questa dolce vita, ‑ e il tuo fratello [S. Giovanni] ci manifesta questa rivelazione molto più schiarita là [nell’Apocalisse] dove parla delle stole bianche». ‑ E presso il fine di queste parole, prima sopra di noi si udì: Sperent in te, al che risposero tutti i circoli dei beati danzanti. ‑ Poscia tra i circoli si schiarì un lume [l’anima di S. Giovanni] sicché la costellazione del cancro, se avesse una sì fatta lucentezza, un mese dell’inverno [quello in cui il sole è in Capricorno] sarebbe un giorno continuato [non verrebbe mai notte]. ‑ E come una vergine lieta sorge e va ed entra in ballo solo per fare onore alla sposa novella e non per essere vagheggiata o per altra bassa intenzione; ‑ così io vidi quello splendore [S. Giovanni] accostarsi ai due Apostoli Pietro e Jacopo con quella velocità che conveniva al loro ardente amore. ‑ Entrò [S. Giovanni] cantando le medesime parole [Sperent ecc..] e con la stessa melodia, e la mia donna, come sposa tacita ed immota, fissò in tutti e tre lo sguardo. ‑ E disse: «Questi è colui che riposò sopra il petto del nostro Redentore e questi da Gesù Cristo sulla croce fu eletto in sua vece a figliuolo di Maria». ‑ Così disse la mia donna; ne però le parole di essa mossero la sua vista più di prima dallo stare attenta agli Apostoli. Qual è colui che fissa gli occhi nel sole e crede di vederlo eclissare un po’ e, per il suo voler vedere, rimane abbagliato, ‑ tale divenni io nel fissarmi in quell’ultimo splendore finché mi fu detto: «Perché ti abbagli per voler vedere ciò che qui non ha luogo? ‑ Il mio corpo, già ridotto in cenere, è sulla terra e sarà lì cogli altri corpi fino al giorno del giudizio universale. Colle due glorificazioni sono nel beato regno solamente la luce di Gesù Cristo e quella di Maria Vergine, le quali si tolsero ora alla vostra vista risalendo all’Empireo; e questo ripeterai nel mondo abitato da voi mortali». ‑ A questa voce l’aggirarsi di quelle tre fiamme cessò unitamente al canto armonizzato col ballo che spirava tra quegli splendori, ‑ come appunto per riposare da una fatica o per schivare un pericolo, i remi, ripercossi prima nell’acqua, si posano tutto ad un tratto al suono di un fischio. ‑ Ahi, quanto, per non poter vedere Beatrice, quando mi volsi a lei, rimasi commosso nella mente, benché fossi ‑ accanto ad essa e felice nel mondo.

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La Divina Commedia – Paradiso – Canto XXIV

Beatrice incominciò: «O beata compagnia eletta a sedere al convito di beatitudine eterna imbandito da Cristo, il quale vi ciba in modo che non avete nulla a desiderare; ‑ poiché questi per divina grazia gusta anticipatamente di ciò che dall’esuberante vostra gloria in lui si trasfonde, innanzi che la morte metta fine alla sua vita, ‑ considerate il suo immenso desiderio e piovetegli nell’intelletto qualche stilla della divina sapienza; voi vi saziate alla sorgente dell’eterna sapienza onde deriva ciò che costui volge per la mente ed ha desiderio d’intendere». ‑ Così disse Beatrice e quelle anime liete incominciarono a roteare quasi sfere su perni fissi, fiammeggiando fortemente a guisa di comete. ‑ E come i cerchi che compongono l’orologio si girano in modo che il primo, a chi bene osserva, par fermo e l’ultimo par che voli; ‑ così quelle luminose ruote differentemente danzando, mi davano a conoscere la maggior o minor ricchezza della loro gloria, per la velocità o lentezza del loro moto. ‑ Da quel luminoso cerchio di spiriti che io notai di maggior bellezza vidi uscire un fuoco sì gaio e risplendente, che nessun altro aveva maggior chiarezza; ‑ e per tre volte si aggirò intorno a Beatrice con un canto tanto divino, che la mia fantasia non è capace di richiamarmelo alla mente; ‑ perciò la mia penna passa oltre e non lo scrivo perché l’immaginare nostro e il nostro parlare è impotente a rappresentare, come i colori troppo vivi sono impotenti a ritrarre le pieghe delle vesti nelle pitture. ‑ «O Beatrice, mia santa sorella, che sì devotamente preghi, per l’ardente affetto mi forzi di uscire da quel luminoso cerchio danzante»; ‑ il fuoco benedetto, appena si fu fermato, indirizzò alla mia donna la voce che favellò come io ho detto. ‑ Ed ella rispose: «O luce eterna del grande uomo [S. Pietro] a cui nostro Signore lasciò le chiavi del Paradiso, che Cristo portò in terra, ‑ esamina costui [Dante] sopra i punti facili e difficili della fede per la quale tu miracolosamente camminavi sicuro sopra le acque del mare [Tiberiade] come si cammina sulla terra. ‑ Se egli [Dante] ama, spera e crede, non ti è occulto perché hai gli occhi rivolti verso quella parte dove è colui [Iddio] nel quale si vede dipinta ciascuna cosa. ‑ Ma poiché questo regno beato si è acquistato gran numero di cittadini per mezzo della vera fede, sta bene che a maggior gloria di lei arrivi a lui [a Dante] l’occasione di parlarne». ‑ Come il baccelliere [colui che nell’accademia ha il primo posto] si arma di ragioni e non parla finché il maestro propone la questione, per esser discussa, non per esser decisa: ‑ così, mentre Beatrice parlava, io mi armavo di ogni argomento per esser pronto a tale interrogante [S. Pietro] e a tal professione [la fede cristiana]. ‑ «Parla buon cristiano, manifesta la tua credenza: che cos’è fede?». Onde io alzai la fronte verso quella luce dalla quale uscivano queste parole. ‑ Poi mi rivolsi a Beatrice ed essa mi fece cenno cogli occhi acciocché manifestassi gli interni sentimenti dell’animo mio. Io cominciai: ‑ «La divina grazia che mi concede di potermi confessare dinanzi al primo duce della Chiesa di Gesù Cristo, mi aiuti ad esprimermi con chiarezza e precisione», ‑ e seguitai: «O padre, secondo che ne scrisse la verace dottrina del tuo caro fratello [S. Paolo] il quale teco mise Roma nel perfetto cammino della verità, ‑ la fede è la sostanza nella quale si fonda la speranza della beatitudine eterna ed è argomento a credere quelle cose che non si possono naturalmente vedere né comprendere: e questa sembra a me la sua vera essenza ». ‑ Allora S. Pietro mi disse: «Tu senti rettamente se intendi bene il perché S. Paolo ripose la fede prima fra le sostanze e poi fra gli argomenti». ‑ Ed io risposi: «Le profonde verità che qui mi si mostrano manifeste sono così nascoste agli occhi dei mortali ‑ che la loro esistenza non ha altro appoggio che nella rivelazione e nella fede, sovra la quale si fonda l’altra speranza, ed è per questo che la fede prende nome e concetto di sostanza: ‑ e da questa fede bisogna che parta ogni nostro ragionamento senza vedere altro; perciò la fede prende denominazione di argomento». ‑ Allora udii queste parole: «Se quanto in terra si apprende per via di ammaestramento, fosse inteso così direttamente, l’acutezza e i cavilli dei sofisti non avrebbero luogo». ‑ Tali parole uscirono da quello spirito ardente di carità, indi soggiunse: «La lega e il peso di questa moneta sono stati molto bene esaminati; ‑ ma dimmi se tu la possiedi così perfetta nell’anima». Ed io risposi: «Sì, l’ ho così lucida e così perfetta che sulla sua forma [verità] non mi cade alcun dubbio». ‑ Poscia, dalla profonda luce che lì risplendeva, uscì il seguente parlare : «Questa virtù della fede, che è cara gemma sopra la quale si fonda, ogni altra virtù, ‑ da qual parte ti venne?» Ed io risposi: «L’abbondante pioggia [la grazia] dello Spirito Santo, che è sparsa sulle pergamene del vecchio Testamento e del nuovo, ‑ è argomento che mi ha dimostrato talmente la verità della fede, che ogni altra dimostrazione mi pare ottusa in confronto della fede infusami». Poi udii queste parole: «L’antica e la nuova divina Scrittura che ti mena a tal conclusione intorno alla verità della fede, perché da te si ritiene per divina favella?» ‑ Ed io: «I miracoli, per compiere i quali la natura non fece mai uso delle sue forze e delle sue leggi ordinarie, sono per me un’evidente dimostrazione della verità rivelata». ‑ Mi fu risposto: «Di chi ti assicura che quell’opere miracolose avvenissero veramente? Te ne accerta unicamente quel medesimo Testamento che pure ha bisogno di prova?» ‑ Io dissi : «Poniamo che il mondo si sia rivolto al cristianesimo senza miracoli: quello che ora ti dico è tale che è cento volte maggiore di ogni altro che si possa immaginare: ‑ perché tu entrasti povero e famelico a predicare la fede e piantare la Chiesa, la quale fu già produttrice di frutti di virtù, ed ora è fatta pianta selvaggia produttrice di spine». ‑ Finito questo, l’alta corte dei beati intonò per i circoli luminosi un Te Deum laudamus con la dolce melodia che si canta in Paradiso. – E quel gran personaggio [S. Pietro] che, esaminandomi di punto in punto della questione proposta, già mi aveva condotto a tal punto, che ci accostavamo alle cose ultime della questione, ‑ ricominciò: «La grazia che amoreggia colla tua mente ti fece parlare fino a questo punto come si doveva; ‑ cosicché io approvo quello che dicesti: ma ora bisogna che tu esprima ciò che credi e da quale autorità ti fu proposto a credere». ‑ Io cominciai: «O santo padre, o spirito che ora vedi ciò che nel mondo credesti con sì viva fede, che correndo al sepolcro di Cristo, vincesti il tuo giovane condiscepolo [S. Giovanni], ‑ tu vuoi che io qui manifesti la formula della mia fede, che io sono sempre pronto a confessare francamente, e chiedi anche il motivo di questo mio credere. ‑ lo ti rispondo: Credo in un Dio solo ed eterno che, non mosso da alcuno, muove tutto il cielo con amore e con desiderio; ‑ ed a tal credenza in Dio non ho solamente prove fisiche e metafisiche ma un tal credere che mi dà la verità che dal cielo viene a manifestarsi in terra per gli scritti di Mosè, e dei profeti, per i salmi, per l’evangelo e per voi, o Apostoli, che scriveste, poiché l’ardente spirito di Dio, scendendo sopra di voi, vi ispirò o vi illuminò; ‑ e credo tre persone eterne e credo queste persone essere una tale essenza ed una tal trinità, che soffre in sé unite la pluralità e l’unità. ‑ Del profondo ed inconcepibile essere divino in unità e trinità, di cui ora parlo, in più luoghi la dottrina evangelica m’imprime la certezza nella mente. – Questa credenza di un Dio in tre persone ed in una sola essenza, è il principio fondamentale, questa è la prima favilla che di mano in mano dilatasi in fiamma viva, e scintilla in me come una stella scintilla in cielo». ‑ Come il signore che ascolta una novella a lui grata quindi, tosto che il servo ha finito di raccontare, lo abbraccia rallegrandosi ‑ così l’apostolico lume, al cui comando io avevo parlato, come io terminai di parlare, benedicendomi cantando, tre volte mi girò intorno alla fronte, tanto gli piacque il mio dire.